
SABATO 11 DICEMBRE CORTEO A GIULIANOVA – LE IDEE NON SI SGOMBERANO, CAMPETTO OCCUPATO VIVE!


Da Rete evasioni

A FIANCO DI CHI, QUOTIDIANAMENTE, SI VIVE LA VIOLENZA DELLE GALERE SULLA
PROPRIA PELLE!
Dopo le rivolte del marzo 2020 nelle carceri di tutta Italia, centinaia di detenuti sono stati portati a processo, per aver protestato per la difesa della propria salute in piena emergenza covid. A Bologna circa 50 detenuti sono sotto processo, mentre a Modena 70. Proprio al Sant’Anna 9 persone sono state ammazzate a suon di botte e di spari dai secondini, ma questo è stato messo a tacere e le indagini a carico della penitenziaria presto archiviate, mentre la stessa procura di Modena ha prorogato le indagini per processare i detenuti.
Torniamo sotto il carcere per portare tutta la nostra solidarietà a chi, quotidianamente, vive sulla sua pelle la violenza del carcere.
A fianco di Beppe, prigioniero anarchico e di Mattia, prigioniero che un anno fa disse la verità sul massacro avvenuto al carcere di Modena.
CONTRO TUTTE LE GALERE E IL MONDO CHE LE PRODUCE!

Prima con le querele e le denunce, ora con le ruspe e un incredibile spiegamento di forze dell’ordine, alla fine il sindaco di Giulianova è riuscito a coronare il suo sogno: sgomberare il campetto occupato.
Alla vigilia della giornata mondiale contro la violenza sulle donne, il primo cittadino giugliese, il leghista Costantini, e l’ASP Teramo (Azienda Pubblica di Servizi alla persona, presieduta da Giulia Palestini, politicamente legata al sindaco Costantini) hanno mostrato chiaramente di quale violenza e brutalità è capace una cricca politico-affaristica degna della migliore tradizione salviniana, pur di eliminare un’esperienza di autogestione, di vita e di solidarietà attiva verso i più deboli, di libertà e lotta alla repressione, alla violenza capitalistica e patriarcalistica di questo stato borghese.
Ruspe e camionette davanti al cancello, digos, polizia anche in assetto antisommossa, carabinieri, vigili del fuoco. Anche agenti della polstrada di Giulianova sono intervenuti per distruggere tutto quanto costruito in oltre 5 anni di attività, fermare e denunciare gli occupanti e cacciare chi era dentro. Chi in questo spazio aveva trovato non solo un luogo di autogestione, aggregazione e condivisione, ma anche un posto in cui abitare, ora è di nuovo senza tetto, mentre l’ipocrita morale cristiana della feccia fascista, sessista e salviniana al governo della città, sgombera le strade dalla luce dell’umanità che quel posto rappresentava, dandole in pasto alla mercificazione della cristianità
Così da una parte si sgombera il Campetto e si fa la guerra ai poveri, dall’altra si pensa al santo natale installando le luminarie per l’immancabile atmosfera.
Ma il Campetto Occupato, oltre ad offrire aiuto ed autentica solidarietà a persone in difficoltà dimenticate dalle istituzioni, aveva anche sostenuto la lotta contro le frontiere e la guerra, contro le politiche razziste e i centri di detenzione per migranti.
Già 3 anni fa, a dire il vero, il Campetto subì un grave atto vandalico da parte di chi, evidentemente, mal sopportava un posto in cui si concretizzava un’autentica idea di fratellanza e solidarietà con i più deboli, un posto non convenzionale e non commerciale libero da ogni concezione autoritaria. Un rogo distrusse diverse attrezzature e centinaia tra libri e opuscoli nell’ex spogliatoio. Gli occupanti si rimboccarono le maniche e con grande dignità continuarono a difendere quell’idea, perché “le fiamme si estinguono, le idee no”
Con la stessa tenacia ora ribadiscono che il Campetto non è stato tolto solo agli occupanti, ma a tutte quelle persone che volevano vivere in modo altro e organizzarsi per lottare contro i soprusi: “Le Idee non si sgomberano non è una minaccia, ma una promessa. E sono le nostre vite”.
Quello dell’amministrazione e dell’Asp è stato un vero e proprio atto di violenza non solo nei confronti degli occupanti, ma verso tutta la città, a cui non si può rispondere abbassando la testa. E Giulianova ieri sera lo ha dimostrato con una prima assemblea a caldo, partecipata e popolare, con persone arrivate anche da fuori regione, per portare solidarietà agli occupanti e per ribadire che il campetto vive. Dopo l’assemblea i manifestanti hanno anche improvvisato un corteo, raccogliendo, nonostante la città fosse fortemente militarizzata, la solidarietà anche delle altre persone.
Qui trovi il video dell’assemblea
Qui il comunicato del Campetto Occupato
Come soccorso rosso proletario esprimiamo affetto e solidarietà al Campetto Occupato e ci prendiamo l’impegno, compatibilmente con le nostre forze, di contrastare anche fisicamente la repressione contro chi si batte per un’idea di giustizia e umanità che non ha nulla a che fare con la legalità imposta da questo stato borghese.

La rivoluzione filippina si schiera con il popolo indiano contro la brutale operazione Prahaar
Traduzione non ufficiale da prwcinfo
Il Partito Comunista delle Filippine (CPP) e il New People’s Army (NPA) estendono la loro solidarietà con la Giornata internazionale di azione contro la campagna militare di Prahaar del regime fascista di Narendra Modi. Il popolo filippino è tutt’uno con le grandi masse di oppressi e sfruttati in India e le loro forze rivoluzionarie guidate dal Partito Comunista dell’India (maoista) nel resistere alla brutale campagna di repressione fascista.
Il CPI-maoista ei suoi gruppi di sostegno hanno giustamente scelto il 24 novembre come giorno di azione che coincide con il decimo anno del martirio del compagno Kisanji, membro del suo ufficio politico.
L’operazione Prahaar è l’ultima della serie di crudeli campagne di controinsurrezione del governo indiano in passato, come il Salwa Judum (2004-2009), l’operazione Green Hunt (2009-2017) e il SAMADHAN (2017). Tutti questi mirano invano a porre fine al movimento rivoluzionario guidato dal PCI (maoista). Queste campagne, tuttavia, hanno preso di mira principalmente attivisti, progressisti e organizzazioni della società civile nel disperato obiettivo di instillare il terrore nelle masse indiane. Il popolo indiano, specialmente le masse dei contadini e degli adivasi, è sottoposto a forme sempre brutali di repressione militare e poliziesca.
Le classi reazionarie indiane sono minacciate e terrorizzate dall’ascesa della resistenza rivoluzionaria popolare guidata dal PCI (maoista) nel corso dei decenni. Negli ultimi anni, ha fomentato l’“antiterrorismo” e il fanatismo etnico e religioso per intensificare gli attacchi fascisti contro le classi e le minoranze oppresse e sfruttate. Innumerevoli rivoluzionari e attivisti sono stati assassinati, perseguitati e arrestati illegalmente.
Nonostante l’intensificarsi degli attacchi di stato, le classi oppresse e sfruttate dell’India continuano a perseverare ea sfidare il terrorismo di stato. Nell’ultimo anno, centinaia di milioni di contadini e agricoltori hanno partecipato a gigantesche azioni di protesta contro le politiche neoliberiste del regime di Modi. L’annuncio di Modi che abrogherà le tre leggi sull’agricoltura anticontadina varate nel settembre 2020 è una grande vittoria e una respinta contro il regime fascista di Modi.
La cattiveria degli attacchi dello stato reazionario in India è simile alla repressione brutale e crudele dell’iniziativa terroristica statale condotta dallo stato reazionario fascista nelle Filippine sotto il regime di Rodrigo Duterte. Sia Modi che Duterte hanno dichiarato di porre fine alla resistenza armata popolare entro il 2022 per compiacere le grandi corporazioni imperialiste che cercano di intensificare lo sfruttamento delle persone e saccheggiare le vaste risorse di entrambi i paesi. Come il popolo indiano, le classi ei settori oppressi e sfruttati nelle Filippine aspirano alla liberazione nazionale e sociale.
Il popolo filippino trae ispirazione dalle lotte del popolo indiano mentre affronta il simile assalto fascista organizzato dall’amministrazione Duterte. Nelle Filippine, le forze armate reazionarie hanno condotto una brutale campagna di repressione sia nelle città che nelle campagne. Come in India, il governo degli Stati Uniti sta fornendo ai reazionari materiale militare per condurre una diabolica campagna di bombardamenti aerei, mitragliamenti e bombardamenti di artiglieria in violazione delle regole di guerra universalmente accettate e del diritto umanitario.
Siamo certi che il popolo indiano e le sue forze rivoluzionarie saranno in grado di difendere i propri diritti e interessi e vanificare la brutale Operazione Prahaar del regime fascista Modi. Il PCI (maoista) si è costantemente dimostrato capace e determinato a guidare il popolo indiano nella sua lotta per la nuova democrazia e il socialismo.
Argentina. Due uomini armati entrati in una comunità sottoposta a isolamento dalla governatrice aprono il fuoco: un morto e un ferito. Per le associazioni indigene la responsabilità è delle istituzioni, mentre prosegue il sit-in davanti al Congresso per il diritto alla terra
di Claudia Fanti
La brutale campagna anti-mapuche in corso nella provincia del Río Negro, nella Patagonia argentina, ha fatto la sua prima vittima: il giovane mapuche Elías Garay, assassinato domenica da due uomini armati che hanno fatto irruzione nella comunità Quemquetrew, impegnata in un processo di recupero delle sue terre ancestrali nella zona di Cuesta del Ternero.
L’aggressione, in cui è rimasto gravemente ferito anche un altro mapuche, Gonzalo Cabrera, segue di poco il violento sgombero ordinato il primo ottobre dalla governatrice Arabela Carreras, che ha pure disposto l’isolamento della comunità, impedendo l’arrivo degli alimenti.
Ed è stato proprio in un’area fortemente presidiata dalle forze di sicurezza, con tanto di droni e posti di blocco della polizia mirati a impedire qualsiasi ingresso nel territorio recuperato, che l’attacco è potuto misteriosamente avvenire. «Che siano apparse lì due persone armate non ha alcun senso», ha denunciato Orlando Carriqueo, dirigente della Coordinadora Mapuche Tehuelche, accusando il governo del Río Negro di voler occultare il crimine.
«Ripudiamo la repressione contro il popolo mapuche e condanniamo la morte del giovane Garay», ha dichiarato il premio Nobel e presidente del Servicio de Paz y Justicia (Serpaj) Adolfo Pérez Esquivel, che ha attribuito la responsabilità dell’assassinio alla governatrice Carreras, per il suo «rifiuto a dialogare» e la sua «opzione per la repressione».
E mentre sia la governatrice che il ministro della Sicurezza Aníbal Fernández scagionano la polizia, cercando di scaricare la colpa su due presunti cacciatori, a chiedere che si faccia chiarezza sull’omicidio sono le diverse organizzazioni indigene accampate da un mese davanti al Congresso per esigere che «si rispettino i diritti dei popoli originari al loro territorio e alla loro identità».
Così, il grido di giustizia per Elías Garay si è unito alla richiesta di una proroga della legge 26.160 di emergenza territoriale indigena, che proibisce lo sfratto forzato delle comunità fin quando non verranno ultimate le ricerche sul loro effettivo diritto all’occupazione e alla proprietà dei territori rivendicati.
Approvata nel 2006 durante la presidenza di Néstor Kirchner ma rimasta largamente inattuata malgrado le sue tre proroghe, la legge è decaduta martedì, in seguito alla mancata votazione di un’ulteriore proroga di quattro anni da parte della Camera dei deputati, dopo la sua approvazione al Senato il 28 ottobre scorso. Non è bastato quasi un mese di tempo, infatti, per trovare il tempo di metterla in agenda: troppo forte la distrazione provocata dalle elezioni legislative del 14 novembre scorso.
E se a metterci una pezza è stato il presidente Alberto Fernández, stabilendo la proroga tramite un decreto di necessità e urgenza, le comunità indigene e le associazioni che le accompagnano esigono che sia il parlamento a decidere, discutendo non solo un provvedimento di emergenza, ma una vera legge di proprietà comunitaria indigena.
da il manifesto