La Resistenza non si condanna, 16 gennaio Presidio a L’Aquila

Venerdì 16 gennaio il processo italo-israeliano alla resistenza palestinese arriverà a sentenza. In quella occasione, dalle ore 9:30, si terrà un presidio al Tribunale dell’Aquila in solidarietà con Anan Yaeesh, Ali Irar e Mansour Doghmosh, per i quali il pubblico ministero ha richiesto 28 anni in totale per non aver commesso reati contro lo Stato italiano, né azioni terroristiche verso Israele. La loro colpa è essere palestinesi, Anan, in particolare, un partigiano palestinese.

La vicenda giudiziaria di Anan è emblematica della corresponsabilità dello stato italiano nei crimini dell’entità sionista contro l’umanità e il diritto internazionale. Ha preso il via da una richiesta di estradizione da parte dello stato terrorista di Israele e ha dato il via alla repressione in Italia della solidarietà al popolo palestinese. Il rischio che ora il processo per procura israeliana ad Anan, Ali e Mansour diventi il prototipo di altri processi in Italia è concreto e immediato, perciò ne ripercorriamo in sintesi le tappe principali.

Nel pieno di un genocidio in mondovisione Anan Yaeesh, partigiano palestinese perseguitato da Israele e costretto a rifugiarsi in Europa, viene rapito dallo Stato italiano per essere consegnato al suo carnefice. Se non fosse stato per la grande visibilità e solidarietà intorno al suo caso, probabilmente sarebbe già stato assassinato: Israele non vuole testimoni.
Per ovvi motivi umanitari l’estradizione non viene concessa, ma le informative dei servizi segreti israeliani si trasformano in atti di accusa per il futuro processo per terrorismo internazionale, che si concluderà a 2 anni di detenzione cautelare per Anan, e a 6 mesi per Ali e Mansour. Tutti e tre sono accusati di propaganda e finanziamento delle brigate Tulkarem, nella Palestina occupata, il solo Anan dell’organizzazione di un ipotetico attentato in Israele, che non c’è mai stato. Ci sono state invece decine di ragazzi assassinati a Tulkarem ad opera dell’IDF, grazie al governo italiano, che ha fornito ad Israele tutti i contatti di Anan.
Sin dal suo inizio, il processo politico ai tre palestinesi ha visto la Procura dell’Aquila infischiarsene delle decisioni precedenti dell’autorità giudiziaria italiana e spalancare di nuovo la porta ai servizi segreti israeliani: i verbali delle confessioni estorte sotto tortura a 15 palestinesi di Tulkarem arrestati, deportati e processati in corte marziale da Israele in assenza di qualsiasi garanzia difensiva, vengono ammessi al dibattimento. Solo successivamente verranno esclusi per l’impossibilità di identificarne la fonte, ossia l’identità degli agenti dello Shin Bet che li avevano redatti.
Israele non vuole testimoni: la difesa ne propone 47, ne verranno ammessi solo 2, a nessuno dei quali verrà in ogni caso consentito di riferire sul contesto di violenza coloniale in Cisgiordania.
Ci sono state varie udienze, ma in queste udienze la voce della difesa, la stessa voce di Anan, è stata distorta, ostacolata, minimizzata.
Ammessa a parlare del contesto coloniale in Cisgiordania la sola Digos dell’Aquila, fino a quando non è stata esplicitamente tirata in ballo dalla Procura, e ammessa al dibattimento, la testimonianza dell’ambasciata israeliana. L’accusatore ha mostrato il suo vero volto: mentre al pubblico veniva proibito di indossare una kefiah o di mostrare una bandiera palestinese, davanti a una bandiera israeliana lo Stato occupante processava l’occupato per aver resistito all’occupazione. Chi terrorizza e uccide impunemente centinaia di migliaia di civili palestinesi, chi ha torturato Anan, era seduto sul banco dell’accusa di un tribunale italiano.
Al termine di un processo segnato da profonde anomalie e storture, ignorando completamente le testimonianze della difesa, i precedenti pronunciamenti della Corte di Cassazione e le norme di diritto internazionale, l’accusa ha chiesto 12 anni per Anan, 9 per Ali, 7 per Mansour.
Anche il ritmo del processo è stato scandito dalle esigenze dello Stato di Israele, per emettere una sentenza scontata, una condanna preordinata. Con l’annuncio della falsa tregua a sigla Trump, la tensione sociale è scesa dalle strade ed è salita intorno a questo processo in termini securitari, alimentata dai media mainstream, che mentre nascondono il genocidio, gli stupri, le torture, la repressione in Palestina, innalzano al ruolo di vittime eccellenti un PM e un giudice dell’Aquila ai quali è stata assegnata la scorta. Il genocidio continua ma di Palestina non si parla più, se non per demonizzarla e costruire il mostro palestinese da sbattere in galera e in prima pagina, criminalizzare la solidarietà additandola come terrorista, reprimerla con il carcere e la violenza poliziesca.

Intanto all’ombra della “pace trumpiana” il genocidio continua per fame, freddo e malattie. Alle 37 più importanti organizzazioni umanitarie viene impedito di intervenire a Gaza e in Cisgiordania, mentre in Italia le associazioni benefiche di solidarietà con il popolo palestinese vengono chiuse e i loro rappresentanti arrestati.
Il governo terrorista Netanyahu, il governo fascista Meloni e quello nazista di Trump vogliono completare senza testimoni la pulizia etnica del popolo palestinese per realizzare il sogno di una Grande Israele che garantisca all’imperialismo occidentale il completo controllo politico e militare sull’Asia occidentale, facendo carta straccia del diritto internazionale e rendendo possibile l’aggressione imperialista di Stati sovrani.

É in questo scenario di guerra, interna ed esterna, determinata dalle contraddizioni del sistema capitalistico, che verrà pronunciata la sentenza di primo grado.

Contro questo sistema, che usa la giustizia come arma di guerra per reprimere la legittima resistenza di un popolo oppresso rispondiamo con la solidarietà internazionalista. Ancora una volta tutte e tutti a L’Aquila il 16 gennaio!

LIBERTÀ PER ANAN, ALI, MANSOUR!
LIBERTÀ PER TUTTE E TUTTI I PRIGIONIERI PALESTINESI!
LA RESISTENZA NON SI CONDANNA!
LA SOLIDARIETÀ NON SI ARRESTA!
LA PALESTINA NON SI PROCESSA!

Soccorso rosso proletario AQ

Comunicato stampa del collegio difensivo degli arrestati ABSPP (Hannoun e altri)

MATERIALI DI INTELLIGENCE MILITARE NON POSSONO FONDARE PROCEDIMENTI PENALI

L’AULA DI GIUSTIZIA NON È UN CAMPO DI BATTAGLIA

COMUNICATO STAMPA 12.1.2026

La udienza al Tribunale del riesame per la scarcerazione si terrà al Tribunale di Genova venerdì 16.1 dalle 9. L’esito potrebbe anche essere comunicato in serata.

***

I sottoscritti difensori dei coinvolti nel procedimento per asserito finanziamento del terrorismo in corso a Genova ritengono doveroso intervenire pubblicamente per denunciare una grave torsione dei principi dello Stato di diritto, della cooperazione penale internazionale e delle garanzie fondamentali del processo penale, a partire dalla presunzione di innocenza, ancora una volta apertamente violata.

L’iniziativa giudiziaria in atto sul presunto finanziamento del terrorismo non riguarda condotte penalmente accertate, bensì la trasmissione e circolazione di informazioni acquisite in uno scenario di guerra, provenienti da un contesto di conflitto armato in corso e prodotte da apparati di sicurezza stranieri.

Va chiarito con assoluta nettezza: non si tratta di prove giudiziarie, ma di materiale di intelligence. Informazioni non validate, non sottoposte a controllo giurisdizionale, prive di contraddittorio e delle garanzie minime di attendibilità richieste in uno Stato di diritto.

È un dato incontestabile che lo Stato di Israele rifiuta sistematicamente di sottoporsi alle regole della giustizia penale internazionale, sottraendosi persino alla giurisdizione della Corte penale internazionale anche a fronte di gravissime e documentate ipotesi di crimini internazionali. È dunque giuridicamente e politicamente inaccettabile che lo stesso Stato pretenda, al tempo stesso, di strumentalizzare i meccanismi di cooperazione penale internazionale per esportare all’estero ipotesi investigative unilaterali, non verificate e funzionali a un conflitto armato in corso.

Nessun giudice israeliano ha mai convalidato le ipotesi investigative oggi richiamate. Esse restano integralmente appannaggio dei servizi di sicurezza, che operano sotto il diretto controllo dell’esecutivo e all’interno di una logica dichiaratamente bellica. Importare tali materiali nel processo penale significa abbattere la distinzione, essenziale in una democrazia, tra guerra e giustizia.

A ciò si aggiunge un dato che non può essere ignorato: procedimenti del tutto analoghi, avviati in passato in diversi tribunali italiani sulla base di presupposti investigativi sovrapponibili, sono già stati archiviati dopo approfondite indagini dalla magistratura italiana, evidenziando l’assenza di elementi penalmente rilevanti e l’inidoneità del materiale informativo trasmesso a sostenere un’accusa in sede giudiziaria.

Riproporre oggi le stesse ipotesi significa perseverare in una logica investigativa che ignora deliberatamente i precedenti giudiziari e svuota di senso il principio di legalità.

È particolarmente grave, inoltre, che la presunzione di innocenza venga sistematicamente calpestata attraverso dichiarazioni pubbliche e narrazioni mediatiche di stampo colpevolista, che anticipano il giudizio e trasformano l’indagine in una condanna, in aperto contrasto con l’articolo 27 della Costituzione, con il diritto europeo e con i principi del giusto processo.

L’utilizzo di informazioni di origine meramente intelligence come fondamento di procedimenti penali interni rappresenta un pericoloso slittamento verso un diritto penale del nemico, in cui categorie e strumenti propri della guerra vengono trasferiti nella giustizia ordinaria, con effetti devastanti sui diritti fondamentali.

Armando Bergamo, [13/01/2026 13:26]
Denunciamo infine il rischio concreto di una criminalizzazione indiretta di un’intera comunità, colpita non per fatti penalmente accertati, ma per legami culturali, religiosi e solidaristici con una popolazione coinvolta in un conflitto armato.

La cooperazione penale internazionale non può trasformarsi in un canale di legittimazione di narrazioni di intelligence prodotte da una parte in guerra, né essere piegata a finalità politiche o militari. In assenza di un controllo giudiziario effettivo, indipendente e trasparente sull’origine e sull’affidabilità delle informazioni trasmesse, ogni loro utilizzo in sede penale è giuridicamente fragile e democraticamente pericoloso.

Le difese continueranno a opporsi, in ogni sede, a questa deriva, ribadendo che la giustizia non può essere selettiva, asimmetrica o subordinata alle logiche del conflitto, e che il diritto penale non è — né deve diventare — un’arma di guerra.

I Difensori

(ordine alfabetico per cognome)
• Nicola Canestrini
• Fausto Gianelli
• Elisa Marino
• Gilberto Pagani
• Pier Poli
• Marina Prosperi
• Nabil Ryah
• Dario Rossi
• Flavio Rossi Albertini
• Giuseppe Sambataro
• Fabio Sommovigo
• Emanuele Tambuscio
• Gianluca Vitale
• Samuele Zucchini

Luigia, [13/01/2026 13:29]
Grazie

10/01 CORTEO A MILANO PER LA LIBERAZIONE DEI MILITANTI PALESTINESI ARRESTATI!


Firme in aggiornamento. Chi vuole aderire invii l’adesione della propria struttura a una delle realtà firmatarie.

Appello ai sindacati conflittuali, ai lavoratori e alle lavoratrici, alle student*, alle organizzazioni politiche, ai centri sociali, alle realtà dell’associazionismo, alle donne e agli uomini che non si sono mai fermati nella solidarietà al popolo palestinese e alla sua resistenza.

LA SOLIDARIETA’ NON SI ARRESTA E NON SI FERMA!

PER LA LIBERAZIONE DEI MILITANTI PALESTINESI ARRESTATI!

AL FIANCO DI TUTTI I POPOLI IN LOTTA CONTRO IL COLONIALISMO!

CONTRO L’AGGRESSIONE IMPERIALISTA AL VENEZUELA!

Tutte e tutti in piazza a Milano il 10 gennaio 2026 alle ore 14.00 con concentramento in Via Giacosa ang. Via Bolzano (M1 Rovereto)

Sabato 27 dicembre con una gravissima operazione repressiva di polizia e guardia di finanza sono state perquisite e chiuse la sedi dell’Abspp, l‘Associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese.

Sono state perquisite le case di decine di donne e uomini attivi sul fronte della solidarietà con raccolte fondi destinati a progetti di solidarietà e nella partecipazione a ogni iniziativa in difesa del popolo palestinese contro il genocidio e la pulizia etnica in corso a Gaza come in Cisgiordania. Sono stati sequestrati computer e cellulari, requisiti contanti anche personali e devastata la vita di intere famiglie con l’arresto di 7 amici e compagni di lotta (Mohammad Hannoun, Raed Dawoud, Raed Al Salahat, Yaser Elasaly, Jaber Albustanj, Adel Abu Rawwa, Khalil Abu Deiah), con la fumosa e gravissima accusa di finanziamento al terrorismo.

Noi sappiamo invece che è tutta una strumentale montatura politico-giudiziaria formulata sulla base di documentazione direttamente fornita dalle imbeccate di parte dell’intelligence sionista, responsabile di torture e assassinii nei centri di detenzione israeliani, davanti alle quali qualche giudice compiacente si è prostrato con il plauso del governo Meloni. Un governo complice e alleato del terrorista assassino Netanyahu al quale ha continuato a vendere armi senza mai interrompere la collaborazione commerciale e militare.

La Milano palestinese che ha attraversato le strade della città ininterrottamente da 27 mesi, respinge al mittente questa montatura giudiziaria che è indice del grado di asservimento del governo italiano ai desideri dell’entità coloniale sionista Israele. La Milano palestinese si schiera fermamente al fianco degli arrestati. La loro unica colpa è quella di stare a testa alta e alla luce del sole dalla parte del popolo palestinese con dignità e orgoglio.

La Milano palestinese denuncia questa operazione repressiva diretta a colpire il vasto movimento di solidarietà che nel corso dei mesi si è strutturato e consolidato, riuscendo a unire nell’attivo sostegno alla resistenza e al diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese singoli, realtà politiche e sindacali, con un approccio internazionalista che ha saputo saldarsi fin dalle prime ore contro l’aggressione imperialista al Venezuela.

La “pace trumpiana” si sta traducendo nella prosecuzione di un genocidio a bassa intensità per fame e malattie. Ciò è aggravato dal divieto dell’entità sionista, operativo dal primo gennaio, di intervento a Gaza e Cisgiordania alle 37 più importanti organizzazioni umanitarie. Il governo terrorista Netanyahu e il governo USA vogliono completare senza testimoni la pulizia etnica del popolo palestinese con la sua eliminazione e con la sua deportazione fuori dalla Palestina. Per i macellai sionisti l’obiettivo da raggiungere è quello di realizzare il sogno di una Grande Israele che garantisca all’imperialismo USA il completo controllo politico e militare sull’Asia occidentale.

Tutto questo è reso possibile dall’attuale corsa alla guerra determinata dalle contraddizioni del capitalismo e della competizione per risorse e mercati, dal riarmo generalizzato. Quanto è avvenuto in Palestina ha fatto carta straccia del diritto internazionale e ha reso possibile l’aggressione imperialista alla repubblica bolivariana di Venezuela e il rapimento del suo presidente Nicolas Maduro. La logica che sta dietro alle azioni dell’imperialismo occidentale e del sionismo sono le stesse per cui si vorrebbe che l’America Latina tornasse a essere il cortile di casa degli USA.

Quello che è accaduto ai nostri compagni di lotta è quindi parte del complessivo disegno di criminalizzazione della solidarietà internazionalista.

In Palestina questo è sostenuto dalla volontà sionista di chiudere definitivamente ogni accesso agli aiuti umanitari, delegittimare e annientare la legittima resistenza palestinese come condizione indispensabile per mettere una pietra tombale e cancellare dalla storia l’intero popolo palestinese.

In questo contesto, si inseriscono i disegni di legge Gasparri – Delrio che vogliono equiparare il nostro antisionismo antifascista all’antisemitismo razzista che ha origini nella subcultura nazista e fascista in cui affonda le proprie radici Fratelli d’Italia, che nella bandiera di partito porta ancora la fiamma mussoliniana.

Ogni voce e azione che si oppongono al genocidio in atto devono essere silenziate o represse: la nostra solidarietà va anche ai giovani studenti e studentesse di Torino ora agli arresti domiciliari per la partecipazione alle proteste a sostegno del popolo palestinese e venezuelano.

Il segnale è chiaro: la solidarietà ai popoli che resistono al colonialismo in ogni forma all’ordine fondato sulla sopraffazione, il dissenso e l’opposizione nei posti di lavoro, nelle scuole e nei territori devono essere imbavagliati. E questo si traduce nella compressione di diritti e di spazi di agibilità politica e sindacale, nella gerarchizzazione e militarizzazione della società che, eliminando ogni mediazione “democratica”, deve obbedire ai comandi della classe al potere. E’ evidente infatti che quest’azione si inserisce in questo quadro di attacco alle condizioni di vita dei lavoratori nelle cittadelle dei paesi imperialisti affinché non vi sia la saldatura tra la resistenza del popolo palestinese alle resistenze del proletariato su scala mondiale.

In questo momento sono detenuti nelle carceri italiane anche altri 3 militanti palestinesi, Anan, Ali e Mansour in attesa della sentenza che verrà emessa il 16 gennaio “colpevoli” di aver difeso il proprio popolo con azioni di legittima resistenza in Cisgiordania con un processo farsa che ha accettato l’impianto accusatorio fornito dai servizi segreti dell’entità sionista. E’ altresì detenuto nel carcere di Rossano Calabro Ahmad Salem colpevole esclusivamente di aver sul proprio telefono immagini e video della resistenza palestinese largamente diffusi dai media.

Mohammad Hannoun, Raed Dawoud, Raed Al Salahat, Yaser Elasaly, Jaber Albustanj, Adel Abu Rawwa, Khalil Abu Deiah liberi subito!

La solidarietà è sotto attacco ma noi non faremo un passo indietro e siamo e saremo a fianco dei nostri compagni di lotta richiusi in isolamento con accuse gravissime.

CHIEDIAMO LA LORO IMMEDIATA LIBERAZIONE!

AL FIANCO DI TUTTI I POPOLI IN LOTTA CONTRO IL COLONIALISMO!

FUORI GLI STATI UNITI DALL’AMERICA LATINA E DAI CARAIBI!

A FIANCO DEL POPOLO PALESTINESE E DELLA SUA RESISTENZA!

Messaggi di solidarietà a Luigia L’Aquila

Stanno arrivando alla compagna Luigia tanti messaggi di solidarietà, via via li pubblicheremo. 
L’aggressione del poliziotto sta determinando un effetto molto grave: per ora Luigia ha il gesso sul polso, ma quasi sicuramente dovrà subire un intervento, perchè la frattura è multipla, pluri frammentata; e comunque prima che possa adoperare il polso, il braccio dovranno passare molte settimane, se non mesi, con possibili conseguenze – speriamo di no – anche sul lavoro.
Il/i poliziotti dovranno pagare caro!
Luigia è tutte noi! Luigia dall’inizio dell’arresto di Anan, Alì, Mansour si sta battendo per la loro libertà, per il sostegno alla resistenza palestinese. Luigia il 3 gennaio ha difeso strenuamente la bandiera palestinese che il poliziotto le voleva strappare di mano perchè i poliziotti odiano quella bandiera, odiano chi lotta per la Palestina, per la libertà dei prigionieri palestinesi in Italia, odiano le donne rivoluzionarie comuniste.
Ma Luigia, le donne che lottano sono mille volte più forti dei miseri omuncoli sbirri, come dei fascistelli che cercano ora di vomitare frasi reazionarie/sessiste, ben coperti da internet.
Giù le mani da Luigia, la solidarietà è un’arma, e la useremo bene!
 
Da Campetto occupato:
Ieri, durante il passaggio della fiaccola olimpica a L’Aquila, in seguito alla contestazione al grido “La Guerra non è sport, fuori l’imperialismo dalle olimpiadi”, vi è stata una colluttazione tra una compagna e uno sbirro che prima le ha messo le mani addosso e poi, nel tentativo di strappare la bandiera della Palestina, l’ha strattonata e spintonata, fratturandole il polso, come risulta  dall’esito della nottata al pronto soccorso passata dalla compagna, a cui dovrà esser messo anche il gesso.
Un poliziotto ha fratturato il polso ad una compagna e crediamo sia un episodio gravissimo!
Che illustra ahinoi molto bene il clima che si sta creando dentro e fuori questo paese, tra guerra interna e guerra esterna. Tra una Repressione sempre più cruenta, diretta e violenta verso chi si oppone, e guerre oltre i confini.
Una Repressione che usa sempre più la forza, dei tribunali, delle galere, delle leggi, della violenza bruta, per opprimere…
E a cui solo la solidarietà e la Resistenza saranno in grado di porre un freno.
E, perché no, contrattaccare!
FORZA LUIGIA SIAMO TUTTE/I CON TE
 
Da operaio ex Ilva Taranto slai cobas sc
Non stupisce, sono cavernicoli che brandiscono le loro clave (mi pare che dai loro rigurgiti si intuisca che le chiamino manganelli). Hanno difficoltà enorme a mantenere la posizione eretta, sarà per questo motivo che è piombato violentemente su Luigia. È una razza inferiore a quella dell’essere umano, sottosviluppata, utilizzata dallo Stato alla stessa maniera in cui un pastore utilizza un cane.

Aggressione poliziesca a una compagna del srp a L’Aquila

Ieri sera, sabato 3 gennaio, in occasione del passaggio a L’Aquila della fiaccola olimpica, una decina di attivisti e attiviste hanno improvvisato una contestazione al bordo della strada, con volantinaggio ed esposizione di uno striscione “la guerra non è sport, fuori l’imperialismo dalle olimpiadi” e bandiere palestinesi.
Quando ormai tutti i mezzi della carovana olimpica erano passati, una compagna del soccorso rosso proletario dell’Aquila, allontanatasi di qualche metro dallo striscione, è stata aggredita da un energumeno delle forze dell’ordine, che l’ha spinta brutalmente mettendole le mani sui seni. Al grido “giù le mani!” della compagna, il poliziotto ha risposto “giù le mani tu, che mi fai schifo”, quindi ha cercato, facendola cadere a terra, di strapparle di mano la bandiera palestinese con la foto di Anan che teneva.
La compagna ha difeso la bandiera fino all’ultimo ma le è stato spezzato l’avambraccio destro.

Il 23 dicembre un articolo pubblicato dal Messaggero, subdolamente associava la compagna, indicata nel titolo come indagata per un flash-mob contro il genocidio del popolo palestinese, con la decisione, riportata nel lucchetto, di mettere sotto scorta il PM e il giudice del processo contro Anan Yaeesh e i resistenti palestinesi giudicati a L’Aquila, come se tra i due fatti ci fosse un qualche nesso.
Oggi quell’attacco mediatico è diventato violenza fisica.
Se cercano di stringere il cerchio intorno alla compagna, per colpire la solidarietà con la resistenza palestinese anche qui a L’Aquila, sbagliano di grosso: ogni aggressione fisica e sessuale verrà denunciata.
La solidarietà è la nostra scorta, e nessuno potrà fermarla!

Il 16 gennaio, ore 9:30, tutti e tutte al tribunale di L’Aquila

In solidarietà ad Anan Yaeesh e tutti i prigionieri politici palestinesi detenuti nelle carceri dell’imperialismo

L’UNICO VERO TERRORISMO SONO LE BOMBE DELLL’IMPERIALISMO!

Caso Mohammad Hannoun, se anche la giustizia si trasforma in propaganda

Da kritica, un contributo di Tahar Lamri

L’ordinanza di custodia cautelare di Mohammad Hannoun è un caso da manuale di tesi precostituita a partire da un assioma: musulmano = terrorista.

L’ordinanza della Procura di Genova che dispone misure cautelari contro Mohammad Hannoun e altri membri dell’Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese (ABSPP) è un documento monumentale: oltre 300 pagine di accuse, prove, ricostruzioni storiche e analisi giuridiche. Dovrebbe essere l’esempio di come la giustizia italiana affronta con rigore e obiettività un caso complesso e delicato.

Invece, quello che emerge da un’analisi attenta delle prime sessanta pagine – solo le prime sessanta, un quinto del totale – è qualcosa di profondamente diverso e inquietante: una sistematica opera di falsificazione storica, manipolazione dei fatti, omissione di prove contrarie e adozione acritica della narrativa di una parte in causa – Israele – per costruire un’imputazione che non si limita a colpire singoli individui, ma criminalizza l’intero universo del sostegno umanitario e politico alla causa palestinese.

In questo articolo documentiamo le falsificazioni più gravi individuate nelle prime sessanta pagine, ma non è un catalogo tecnico: è la storia di come la giustizia può trasformarsi in propaganda quando accetta di essere strumento di un’agenda politica.

Quando i premi Nobel diventano talebani: Il caso del Bangladesh

Cominciamo dalla falsificazione più grottesca, quella che più di ogni altra rivela il metodo e l’agenda di questo documento. Tra le pagine 23 e 25, in una sezione dedicata a dimostrare che “ogni movimento islamico è fondamentalmente jihadista”, il documento presenta la rivoluzione studentesca del Bangladesh del luglio-agosto 2024 come un esempio di violenza islamista comparabile alle azioni dei talebani.

Secondo l’ordinanza, nel 2024 studenti bengalesi perpetrarono “violenza diffusa indiscriminata” contro minoranze religiose, causarono “pesanti perdite” alle forze dell’ordine e si comportarono come estremisti religiosi. L’equiparazione è esplicita: siccome taliban in pashto significa “studenti”, allora gli studenti musulmani bengalesi (i quali ovviamente non parlano pashto) che manifestano sono, di fatto, talebani.

C’è solo un problema: questa versione è l’esatto opposto di ciò che accadde.

La rivoluzione del Bangladesh dell’estate 2024, conosciuta come “July Revolution” o “Gen Z Revolution”, fu un movimento pro-democrazia guidato da studenti universitari laici delle università più prestigiose del paese. Iniziò come protesta contro un sistema di quote per i lavori pubblici percepito come corrotto, e si trasformò in una rivolta popolare quando il governo della premier Sheikha Hasina rispose con una violenza brutale.

Le forze di sicurezza governative aprirono il fuoco sui manifestanti disarmati, uccidendo tra 800 e 1,400 persone – per lo più studenti. Il governo ordinò di sparare a vista. Le Nazioni Unite documentarono quello che definirono un assassinio di massa governativo, il “Massacro di luglio”. Non fu una violenza degli studenti: fu un massacro di studenti.

Quando il regime crollò, si formò un governo ad interim guidato da Muhammad Yunus – premio Nobel per la Pace, fondatore della Grameen Bank, icona globale della lotta contro la povertà. Due leader del movimento studentesco entrarono nel nuovo governo. Le Nazioni Unite celebrarono l’evento come “student-people uprising contro il fascismo”.

Il documento inverte completamente la realtà: le vittime diventano carnefici, i massacratori diventano vittime, una rivoluzione democratica diventa jihad islamista. Continua a leggere

LA SOLIDARIETÀ NON SI PROCESSA – PRESIDIO AL CARCERE DI SOLLICCIANO

In Italia 9 palestinesi sono stati arrestati con l’accusa di aver finanziato la RESISTENZA palestinese.
Questo è un attacco alla SOLIDARIETÀ commissionato dallo Stato d’Israele che la magistratura italiana, ben lontana dall’essere neutrale, ha elaborato e messo in atto.
Presidio sotto il carcere di Sollicciano per sabato 3 gennaio alle ore 15.00 dove ad oggi si trova prigioniero Raed Al Salahat, arrestato a Firenze.