Soccorso Rosso Proletario

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Liberare Hannoun e tutti gli incriminati per la montatura giudiziaria imperialista/sionista

L’8 aprile scendiamo in piazza davanti alla Corte di Cassazione, nei giardini di Piazza Cavour, per gridare forte che non resteremo in silenzio.

In quel giorno si terrà il ricorso in Cassazione di Mohammad Hannoun, Raed Dawoud, Yaser Elasaly e Riyad Albustanji: quattro prigionieri palestinesi la cui vicenda parla di repressione, ingiustizia e criminalizzazione della solidarietà.

Essere presenti significa schierarsi.
Dalla parte di chi resiste.
Dalla parte del popolo palestinese.

Non accettiamo che la lotta per la libertà venga messa sotto accusa. Non accettiamo che chi sostiene la Palestina venga colpito. La nostra voce è parte di una lotta più grande: contro l’occupazione, contro l’oppressione, per la giustizia e l’autodeterminazione.
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La Procura generale della Suprema corte accoglie il ricorso contro la scarcerazione di uno degli indagati ma è in disaccordo con gli inquirenti genovesi sull’utilizzo degli atti provenienti dai servizi segreti di Tel Aviv . L’8 aprile la decisione

Non solo: la decisione del Tribunale del Riesame di Genova di escluderle “appare condivisibile”. Lo sostiene la Procura Generale della Corte di Cassazione, nella requisitoria in vista dell’udienza dell’8 aprile: quel giorno la Corte dovrà decidere sul ricorso della Procura di Genova contro due delle tre scarcerazioni decise dal Tribunale del Riesame, nei confronti di alcuni degli indagati arrestati a fine dicembre.

Pur escludendo gli atti israeliani i pg di Cassazione, nella memoria depositata in vista dell’udienza di mercoledì 8 aprile, ritengono che su Raed Al Sahalat, 48 anni, esponente della comunità islamica fiorentina, ci siano comunque gravi elementi indiziari e chiedono ai giudici di rinviare il provvedimento al Riesame. Gli avvocati degli indagati chiedono a loro volta alla Cassazione la scarcerazione di chi è ancora detenuto.

Il punto dell’inchiesta

A febbraio i pm Luca Monteverde e Marco Zocco si sono infatti opposti alla scarcerazione di Khalil Abu Deiah, 62enne residente a Milano e custode dell’associazione La Cupola D’Oro e contro quella di Raed Al Sahalat.

I documenti israeliani sono stati utilizzati nella maxi inchiesta genovese per provare che le numerose associazioni destinatarie dei soldi inviati dall’Italia dall’Abspp di Mohammad Hannoun erano in realtà collegate ad Hamas. Il Tribunale del Riesame di Genova ha escluso l’utilizzabilità dei file in quanto anonimi per due ragioni: anzitutto perché trasmessi da fonte anonima dell’intelligence israeliana, un funzionario dello Shin Bet (il servizio di sicurezza interno di Israele) identificato solo con la sigla Avi; in secondo luogo perché i documenti, come scrive lo stesso Avi nelle ottanta pagine della nota di accompagnamento, sono stati sequestrati sul campo di battaglia. “Rinvenimento – aveva sottolineato il Riesame – non comprovato da nessun verbale di sequestro”.

Gli atti dell’intelligence

Anche per la procura generale della Cassazione, come scrivono i sostituti procuratori generali della Corte di Cassazione Lucia Odello e Paolo Sansonetti, quelle fonti sono “inutilizzabili” perché non riferite a un soggetto determinabile con “l’impossibilità di esaminare in contraddittorio l’autore della comunicazione”.

Dopo gli arresti di fine dicembre restano in carcere Mohammad Hannoun, considerato vertice della cellula italiana di Hamas e altri tre indagati (Ra’ed Dawoud, Yaser Elasaly e Ryad Albunstanji). Il Riesame aveva disposto invece la scarcerazione di Raed El Salahat Adel Ibrahim Salameh Abu Rawwa e Khalil Abu Deiah.

Proprio nel ricorso contro la scarcerazione di El Salahat (difeso dagli avvocati Samuele Zucchini ed Emanuele Tambuscio) dove per i giudici di secondo grado, tolti atti israeliani gli indizi erano insufficienti, i pm genovesi hanno chiesto di far rientrare le cosiddette “battlefield evidence”.

Per la Procura di Genova quelle prove raccolte sul campo di battaglia sarebbero utilizzabili anzitutto sulla base di una serie di accordi di cooperazione internazionale contro il terrorismo. ‘Avi’ non sarebbe anonimo, ma ‘anonimizzato’ e la sua identità può essere confermata. E poi perché ai avviso dei pm genovesi anche se quei documenti sequestrati dall’Idf durante la guerra a Gaza fossero stati acquisiti mediante tortura, quest’ultima deve essere provata per ogni specifico documento e non come “contesto” generale.

Carceri sotto copertura: il decreto sicurezza legittima l’arbitrio dentro gli istituti penitenziari

 

Lega e Fratelli d’Italia spingono per infiltrazioni nelle carceri e ampliano l’impunità operativa degli agenti: il sistema penitenziario diventa spazio opaco di controllo e repressione

C’è un passaggio nel nuovo decreto sicurezza che segna un salto di qualità inquietante nella trasformazione dello Stato penale: l’ingresso ufficiale delle operazioni sotto copertura dentro le carceri. Non si tratta di un dettaglio tecnico, ma di una scelta politica precisa. Dopo aver già ampliato i poteri dei servizi segreti fino a consentire infiltrazioni – e persino direzioni – di organizzazioni criminali e terroristiche, il governo Meloni estende ora la stessa logica all’universo penitenziario.

Il carcere non è più pensato come luogo di esecuzione della pena, né tantomeno come spazio – almeno formalmente – orientato alla rieducazione. Diventa un territorio operativo, un campo di intervento delle forze di polizia, un ambiente da penetrare, controllare, manipolare.

La modifica normativa è chiara. Intervenendo sulla disciplina delle operazioni sotto copertura (legge 146/2006), il decreto consente agli ufficiali di polizia giudiziaria – in particolare appartenenti alla polizia penitenziaria – di compiere una serie di condotte che, in condizioni ordinarie, costituirebbero reato. Possono acquistare droga, ricevere denaro illecito, occultare prove, facilitare transazioni, ostacolare l’individuazione di beni. Tutto questo, formalmente, per finalità investigative.

 

Ma il punto politico è un altro: queste pratiche vengono ora legittimate all’interno degli istituti di pena. Il carcere diventa così uno spazio di infiltrazione permanente, dove la distinzione tra legalità e illegalità viene sospesa in nome dell’efficacia operativa. È un rovesciamento radicale.

In un contesto già segnato da sovraffollamento cronico, carenza di personale, tensioni strutturali e condizioni materiali spesso degradanti, l’introduzione di agenti infiltrati rischia di produrre un effetto sistemico devastante. Non solo perché aumenta il livello di conflittualità, ma perché distrugge ulteriormente la fiducia minima necessaria alla convivenza interna.

Se ogni detenuto può essere una fonte, se ogni relazione può essere strumentalizzata, se ogni scambio può essere parte di un’operazione, il carcere smette di essere anche solo formalmente uno spazio regolato. Diventa un ambiente dominato dal sospetto generalizzato, dove la logica del controllo prevale su ogni altra funzione.

Non è un caso che realtà come Associazione Antigone abbiano denunciato apertamente questo passaggio. Il rischio, evidente, è quello di trasformare l’istituzione penitenziaria in un presidio di sicurezza interna, dove la gestione quotidiana non è più affidata a criteri trattamentali ma a logiche di ordine pubblico.

Questo intervento non è isolato. Si inserisce dentro una traiettoria coerente che caratterizza l’azione del governo negli ultimi anni. Dalla criminalizzazione del dissenso all’estensione dei poteri di polizia, dall’introduzione dello “scudo penale” per gli agenti alla moltiplicazione dei reati e delle aggravanti, fino alla progressiva normalizzazione dello stato di eccezione.

Dentro questa logica, l’ampliamento delle operazioni sotto copertura non è un’eccezione, ma una conseguenza. Se il problema non è più la giustizia sociale ma il controllo dei corpi, allora ogni spazio – dalle strade alle scuole, dai CPR alle carceri – può essere trasformato in dispositivo di sorveglianza e intervento. La questione, allora, non è solo giuridica. È profondamente politica.

Questa norma non apre semplicemente alla possibilità di indagini più efficaci. Legittima un salto qualitativo: autorizza di fatto agenti dello Stato a compiere reati all’interno delle carceri, in un contesto già segnato da fortissime asimmetrie di potere e da una sistematica opacità.

In un sistema dove mancano controlli indipendenti, trasparenza, codici identificativi e strumenti di tutela effettiva per i detenuti, estendere le operazioni sotto copertura significa creare uno spazio in cui abuso e violenza diventano difficilmente distinguibili dall’attività investigativa. Il confine tra prova e provocazione, tra indagine e costruzione del reato, si assottiglia fino a scomparire.

Il risultato concreto è che pratiche già emerse in numerosi procedimenti – pestaggi, minacce, estorsioni, violenze – rischiano di trovare una copertura normativa indiretta. Se un agente può infiltrarsi, acquistare droga, occultare prove e interagire illegalmente con detenuti senza essere punibile, allora può anche spingersi oltre, dentro una zona grigia in cui la responsabilità diventa quasi impraticabile. Non si tratta più solo di repressione, ma di istituzionalizzazione dell’arbitrio.

Il carcere viene così definitivamente ridefinito: non come luogo di esecuzione della pena secondo principi costituzionali, ma come spazio operativo dove la sospensione delle garanzie è ammessa e regolata. Un ambiente in cui la violenza può essere esercitata e giustificata in nome dell’indagine.

Il carcere si configura sempre più come un dispositivo di controllo e coercizione, dove il potere si esercita senza trasparenza e con margini crescenti di impunità.

Osservatorio Repressione è una Aps-Ets totalmente autofinanziata.

Continuano i crimini sionisti contro il popolo palestinese/contro la legge nazisionista sulla pena di morte

I crimini dell’Entità sionista contro il popolo palestinese e le masse arabe stanno continuando, la pace imperialista/sionista (che non è neppure un cessate il fuoco) seguita allo sterminio in Palestina, alla nuova Nakba palestinese, serve a dare legittimità al genocidio a Gaza, a dare impulso all’annessione della Cisgiordania attraverso il ruolo criminale dei fanatici razzisti dei coloni protetti dai militari dell’esercito e dal governo che esprime i loro interessi.

E’ di questi giorni l’approvazione al parlamento israeliano della legge per la pena di morte tramite impiccagione, sedia elettrica o iniezione letale per i palestinesi processati per “terrorismo”.

Netanyhau può agire e rimanere impunito nonostante la condanna sua e di altri membri dello Stato sionista, razzista, di tipo nazista, da parte della Corte Penale Internazionale, perché è sostenuto da tutto il sistema imperialista, a partire dall’imperialismo americano a guida Trump ai paesi europei tra cui è in prima fila c’è l’Italia del governo Meloni, da questi riceve appoggio e sostegno per quello che in definitiva è l’obiettivo di Netanyhau, cioè la formazione del “Grande Israele”, cioè l’avamposto imperialista in Medioriente di un’entità statuale “dal Nilo all’Eufrate”, un’area molto vasta che comprende, oltre la Palestina, Libano, Siria, Giordania, Egitto, Iraq. 

Non a caso l’aggressione al Libano e l’invasione della sua parte meridionale ha causato la morte di oltre 1.200 persone e lo sfollamento di oltre un milione, con lo stesso piano nazista che abbiamo visto a Gaza, con case, ospedali, luoghi abitati da civili, bombardati; e poi i bombardamenti in Siria e l’attacco all’Iran stanno continuando così come gli assassinii a Gaza e in Cisgiordania. La vicenda del cardinale Pizzaballa a cui è stato impedito da parte di Israele di recarsi a pregare a Gerusalemme, la chiusura della moschea e le limitazioni d’accesso nei luoghi sacri, sempre da parte di Israele, sono tutti segnali che dimostrano chiaro che lo Stato occupante intende rafforzare la sua presenza nella Città vecchia, occupata, peraltro illegalmente, da Israele dal ’67.

Ma è anche dentro le carceri che Israele porta avanti la sua politica di sterminio nei confronti del popolo palestinese, non solo con la detenzione amministrativa ma anche con la tortura sistematica, con la negazione di cibo e di cure all’interno delle carceri e ora con la pena di morte prevista nelle leggi cosiddette “antiterrorismo”, norme arbitrarie che hanno dato luogo a processi arbitrari e a condanne inflitte da Tribunali militari, norme razziste varate da Israele nell’anniversario della Giornata della Terra, giornata della Resistenza,.

Per questi nazisionisti difendere la terra, la casa, resistere all’Occupazione sionista da parte del popolo palestinese, lottare per il diritto del popolo all’autodeterminazione nazionale, avere un proprio Stato, per questi criminali nazisionisti è “terrorismo”!

“Il primo ministro israeliano Ben Gvir festeggia la legge sulla pena di morte bevendo vino in

parlamento”ha titolato il quotidiano Middle East Eye, il boia ministro razzista, quello che ha chiamato “terroristi” persino gli attivisti della Flottilla, è stato visto festeggiare l’approvazione di questa legge fascista, bevendo e offrendo alcolici ai membri del parlamento israeliano.

Con 62 voti a favore su 120 presenti questa legge è passata al parlamento sionista. C’è chi tra queste bestie criminali al governo di Israele ha parlato di “vera moralità ebraica”, l’ha rivendicata come cosa giusta da applicare attraverso condanne a morte esclusivamente ai palestinesi dei Territori Occupati, a coloro che sono stati processati per “terrorismo” dai famigerati tribunali sionisti. Questa legge è quindi un salto di qualità che rafforza la natura razzista, fascista, neocolonialista, dello Stato israeliano fondato su segregazione razziale e apartheid. Una legge interna ad Israele che viene applicata al proprio interno ma come forza occupante nei confronti degli occupati, ed è questa la ragione delle contestazioni che vengono fatte ad Israele da varie associazioni per la difesa dei diritti umani.

Per i palestinesi sotto occupazione, il disegno di legge preclude ogni possibilità di appello o di grazia, le esecuzioni saranno applicate solo ai palestinesi che compiono attacchi mortali contro gli israeliani e non ai soldati o ai coloni israeliani responsabili di crimini di guerra.

La legge prevede che le esecuzioni possano essere effettuate in tempi brevi e in condizioni di detenzione rigorose, tra cui isolamento e accesso limitato alla difesa legale. Secondo il disegno di legge, le esecuzioni avverranno tramite impiccagione. Il servizio penitenziario israeliano ha in programma di costruire un “centro di esecuzione”, una struttura chiamata “Il Miglio Verde israeliano”, un riferimento al romanzo sul braccio della morte.

“Terrorista” per queste bestie sioniste è l’accusa e la condanna di un intero popolo, dal partigiano combattente ai bambini, ai medici e al personale sanitario, ai giornalisti.

B’Tselem, organizzazione israeliana per i diritti umani, ha dichiarato che “i tribunali militari israeliani hanno un tasso di condanna di circa il 96%, basato in gran parte su ‘confessioni’ estorte sotto coercizione e tortura durante gli interrogatori”.

“Israele oggi cambia le regole del gioco: chiunque uccida ebrei non potrà più respirare né godere di condizioni carcerarie”, ha detto subito Ben Gvir, il ministro della sicurezza nazionale. “Da oggi, ogni terrorista lo saprà, e lo saprà il mondo intero, che chiunque toglie la vita a qualcuno, lo Stato di Israele gli toglierà la vita”, sempre Ben-Gvir poco prima del voto.

Come risponde la Resistenza palestinese?

“Il patibolo non ci spaventa”: i gruppi della resistenza condannano la legge israeliana che prevede l’esecuzione dei detenuti palestinesi. Hamas ha dichiarato in un comunicato che la legge “fascista” che prevede l’esecuzione dei prigionieri riceverà una “risposta adeguata”, e che la nuova sentenza “riflette la natura sanguinaria” di Israele, smascherando la “falsità delle sue ripetute affermazioni di civiltà e adesione ai valori umani”.

Questi sono alcuni stralci di un articolo della rivista online che si occupa di geopolitica dell’Asia occidentale, the Cradle del 31 MARZO 2026 che dice:

Diversi gruppi della resistenza palestinese hanno espresso indignazione per l’approvazione da parte di Israele di una legge che consente l’esecuzione di prigionieri palestinesi, proposta dal partito Otzma Yehudit del ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir.

“La legge sionista fascista che prevede l’esecuzione dei prigionieri incarna la mentalità di bande criminali assetate di sangue e costituisce un pericoloso precedente che minaccia la vita dei nostri eroici prigionieri nelle carceri dell’occupazione”, ha dichiarato Hamas in un comunicato. “Il nemico sionista e i suoi leader criminali devono subire le conseguenze delle loro politiche fasciste, alle quali risponderà con una reazione commisurata alla gravità del crimine commesso contro i nostri eroici prigionieri nelle carceri”, ha aggiunto.

Le Brigate Abu Ali Mustafa, braccio armato del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP), hanno rilasciato una dichiarazione in cui affermano: «Vi illudete se pensate che il patibolo intimorirà coloro che portano la propria anima nel palmo della mano; noi siamo un popolo che ama il sacrificio come voi amate la vita, e questa vostra decisione non porterà sicurezza né protezione ai vostri soldati e alle vostre schiere di coloni», ha aggiunto il portavoce del gruppo, Abu Jamal.

Il Movimento dei Mujahidin Palestinesi ha definito la legge una “pericolosa escalation”, mentre le associazioni dei Prigionieri Palestinesi hanno affermato che si tratta di un'”escalation storica” ​​che “rappresenta l’apice della criminalità raggiunto dall’occupazione e dai suoi carcerieri contro i nostri coraggiosi prigionieri”.

Le principali associazioni di prigionieri palestinesi hanno pubblicato una dichiarazione congiunta in cui descrivono la Knesset come “un’istituzione terroristica e un organismo che legittima il genocidio”. “Mentre il mondo è preoccupato dalla guerra in corso, Israele sta procedendo con l’emanazione di una legge razzista che rappresenta una delle minacce più gravi per il destino dei prigionieri palestinesi, in flagrante e grave violazione del diritto internazionale”, hanno affermato le organizzazioni. “In questo momento estremamente pericoloso, in cui il nostro popolo è oggetto di attacchi sistematici e continui, affermiamo che il regime di occupazione ha raggiunto un livello di brutalità che sfida ogni descrizione e comprensione da parte del sistema internazionale dei diritti umani.”

Numerose organizzazioni israeliane per i diritti umani, tra cui Adalah, il Comitato pubblico contro la tortura in Israele (PCATI), HaMoked e Medici per i diritti umani-Israele (PHRI), hanno condannato la legge, così come alcuni partiti di opposizione, che hanno annunciato di voler presentare ricorso all’Alta Corte di Giustizia per chiederne l’annullamento.

La legge stabilisce due percorsi distinti per la pena di morte, basati sull’identità nazionale. La legge prevede la pena di morte come condanna predefinita per i palestinesi residenti nella Cisgiordania occupata e processati da tribunali militari.

“Questa legge istituzionalizza l’uccisione a sangue freddo, autorizzata dallo Stato, di individui che non rappresentano alcuna minaccia”, ha dichiarato in un comunicato Suhad Bishara, direttore legale di Adalah, un centro legale palestinese.”Per sua stessa natura, questa legislazione prende di mira esclusivamente i palestinesi, violando il principio fondamentale di uguaglianza e il divieto di discriminazione razziale”, ha aggiunto Bishara.

“Questa legge costituisce, nella sua essenza, una decisione per l’istituzionalizzazione delle esecuzioni sul campo secondo criteri razzisti, che riflette la chiara intenzione di commettere crimini di guerra e crimini contro l’umanità”, ha aggiunto.

Gli Stati Uniti hanno evitato di criticare il disegno di legge, e un portavoce del Dipartimento di Stato ha dichiarato ai giornalisti che Washington rispetta il “diritto sovrano di Israele di stabilire le proprie leggi e le proprie pene per gli individui condannati per terrorismo”.

Secondo il disegno di legge, i condannati a morte saranno detenuti in una struttura separata, senza possibilità di visite se non da parte di personale autorizzato. Le consultazioni legali potranno avvenire solo tramite collegamento video, mentre le esecuzioni dovranno essere effettuate entro 90 giorni dalla sentenza.

E’ una legge che vede contrario anche l’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani in Palestina: «Israele deve abrogare immediatamente questa legge discriminatoria che contrasta con gli obblighi del Paese sotto il diritto internazionale. L’applicazione della pena di morte in questo contesto violerebbe il divieto di punizioni crudeli, inumane o degradanti e rafforza ulteriormente la violazione del divieto di apartheid».

I ministri degli esteri di Germania, Francia, Italia e Regno Unito si sono limitati a dichiarazioni di facciata, cioè che il provvedimento “rischia di minare gli impegni in materia di diritti democratici”, presunti “impegni democratici” che sono incompatibili con tutta la storia dell’occupazione sionista e comunque non c’è stata nessuna condanna o sanzione in risposta a questo da parte dei governi imperialisti europei e Regno Unito.

Siamo noi che dobbiamo dare nuovo impulso alle mobilitazioni contro la guerra imperialista e sionista, contro il genocidio e la pace imperialista, contro la pena di morte ai palestinesi, rivendicare la liberazione dei prigionieri politici palestinesi e di quelli rinchiusi nelle carceri italiane, che è uno degli aspetti della complicità del governo italiano di Meloni con i criminali genocidi israeliani.

Su questo dobbiamo continuare le denunce e le mobilitazioni, stringersi attorno al popolo palestinese e alla sua resistenza, alcune iniziative si metteranno in campo questo fine settimana e altre si preparano anche in vista della data del 15 maggio, giorno della Nakba, la giornata della memoria di tutte le vittime del colonialismo e dell’imperialismo, e di tutti coloro che vi hanno resistito.

Contro il genocidio sionista appoggiato dall’imperialismo che continua in Palestina ed è parte della tendenza alla guerra mondiale interimperialista, organizziamo 10/100/100 iniziative, in piazza, nelle scuole e università, assemblee e iniziative nei luoghi di lavoro a fianco del popolo palestinese e della sua resistenza, contro Israele e l’imperialismo che l’appoggia, contro il governo italiano complice.

Solidarietà con le compagne e i compagni arrestati a Milano, opporsi al genocidio non è reato

La mattina del 18 marzo un’operazione di polizia ha notificato decine di procedimenti penali ad attiviste e attivisti, tra cui diverse misure cautelari. I fatti contestati sono quelli del 22 settembre, quando fu occupata la stazione centrale per protestare contro il genocidio in Palestina.

Comunicato stampa del CSA Lambretta.

In questo momento a Milano è in corso un’operazione repressiva di polizia che coinvolge decine di persone, 11 appartenenti al CSA Lambretta e a Gaza FREEstyle.
Ad ora il procedimento penale riguarda 27 persone (con diverse misure cautelari) in riferimento allo sciopero generale – contro il genocidio del popolo palestinese e al fianco della Global Sumud Flottilla – per Gaza del 22 settembre, conclusosi con il tentativo di occupare Stazione Centrale: un’azione di massa, non certo riconducibile a un singolo gruppo politico o, come alcuni giornali hanno suggerito, etnico. È stata l’azione di un corpo collettivo, nel contesto di rivolta sociale che ha attraversato l’Italia: “Blocchiamo tutto” erano le sue parole d’ordine.
In quelle settimane di mobilitazione, milioni di persone sono scese in piazza in decine di città italiane ed europee per chiedere la fine della guerra genocida di Israele nella Striscia di Gaza e denunciare le responsabilità politiche che l’hanno resa possibile (e continuano a farlo). Le complicità del nostro governo, dell’Unione Europea, del Nord Globale: continuiamo ad avere rapporti diplomatici ed economici con Israele, ma soprattutto continuiamo a vendere loro armi.
Secondo i dati diffusi dalle principali organizzazioni umanitarie internazionali, dal 7 ottobre sono state uccise decine di migliaia di persone palestinesi, una percentuale enorme delle quali bambini e bambine. Più dell’80% delle città è stato completamente raso al suolo. Senza dimenticare la distruzione di un intero ecosistema.
La popolazione di Gaza continua a vivere sotto assedio anche adesso, nonostante la “tregua”, amministrata dal Board Of Peace per conservare i profitti e le conquiste di Israele e i suoi alleati. Le infrastrutture civili sono distrutte, gli ospedali ridotti a nulla o al collasso: una crisi senza precedenti.
I provvedimenti e le misure cautelari che oggi colpiscono attivist* e militanti a Milano non sono un episodio isolato: negli ultimi mesi centinaia di persone in tutta Italia e numerose realtà sono state raggiunte da denunce, arresti, DASPO urbani e altre limitazioni della libertà personale per aver partecipato a cortei, blocchi, scioperi e azioni di disobbedienza civile legate alla solidarietà con la popolazione palestinese. Un’escalation repressiva che riflette una tendenza più ampia: negli ultimi anni l’utilizzo di strumenti amministrativi e giudiziari contro le mobilitazioni sociali è aumentato in modo significativo, trasformando spesso il dissenso politico in questione di sicurezza nazionale, ovvero in difesa dello status quo.
Il governo Meloni attacca sistematicamente le realtà sociali organizzate – forte dell’approvazione dei decreti sicurezza – per limitarne l’agibilità politica e silenziarne la capacità di costruire conflitto e proposte. Non si tratta soltanto di colpire singoli episodi di protesta, ma di intervenire su quei luoghi collettivi che negli anni hanno costruito spazi liberati, pratiche vive di cittadinanza.
Non è casuale, inoltre, il tempismo di questa operazione. Arriva pochi giorni prima della grande mobilitazione nazionale “No Kings” che stiamo costruendo insieme a decine di realtà sociali e politiche e che porterà migliaia di persone in piazza il 27 e il 28 marzo a Roma. Due giornate di iniziative contro la guerra, il riarmo e le gerarchie di potere che continuano a produrre conflitti e disuguaglianze.
E arriva anche a poche settimane dalla partenza di una nuova missione della Global Sumud Flotilla, un’iniziativa internazionale che punta ancora una volta a rompere l’isolamento della Striscia di Gaza e a portare aiuti umanitari alla popolazione civile, sfidando un blocco che dura ormai da oltre quindici anni.
Come CSA Lambretta e Gaza FREEstyle siamo impegnati in questi mesi ed in queste settimane per dare il nostro contributo alla nuova missione in partenza.
Nonostante gli ostacoli e le difficoltà che inevitabilmente deriveranno da queste misure repressive, il nostro impegno non si ferma. Al contrario, si rafforza. Perché la storia dei movimenti sociali insegna che ogni tentativo di criminalizzare il dissenso nasce dalla paura che quel dissenso possa diventare contagioso, capace di mettere in discussione l’ordine delle cose.
Viviamo in un tempo segnato da crisi economiche ricorrenti, guerre sempre più tecnologiche e diffuse, crescita vertiginosa delle spese militari e concentrazione del potere nelle mani di élite sempre più ristrette. L’industria militare ha ottenuto profitti record negli ultimi anni negli ultimi anni, mentre intere fasce della popolazione continuano a subire precarietà, impoverimento e tagli ai servizi essenziali.
In questo scenario, le prime a pagare il prezzo delle scelte politiche e militari sono sempre le persone comuni: è la cancellazione di ogni possibilità di presente e di futuro.
Per questo continuiamo a pensare che sia necessario immaginare e costruire un mondo diverso, in cui la vita e la dignità delle persone tornino a essere centrali e in cui l’economia dal basso del benessere sociale sostituisca l’economia di guerra e di occupazione.
Una società fondata sull’etica dell’empatia e della libertà, non dell’autorità e della ricchezza. Ogni volta che si prova a zittire una piazza si finisce soltanto per riempirne un’altra: ci vediamo là, dove siamo sempre stat*.

Per sostenere le spese legali:
Intestazione: “Mutuo Soccorso Milano APS”
C/O Banca Etica
Causale: Spese legali
Iban: IT92F0501801600000016973398

Un’analisi dell’ultimo Decreto sicurezza – Dall’intervento dell’Avvocata A. Ricci in una assemblea del Coordinamento Flotilla di Taranto

Una valutazione dell’ultimo ennesimo decreto sicurezza. Certo, non sarà ultimo perché è già al vaglio delle commissioni al Senato un’ulteriore misura che questa volta interverrà non sul diritto di manifestare in senso concreto ma sul pensiero, cioè vogliono anche dirci cosa dobbiamo dire durante una manifestazione.

Nello spirito che alimenta la flotilla che è quello di contrastare il blocco italiano sulla striscia di Gaza e quindi consentire al popolo palestinese di vivere giustamente e pienamente la sua libertà, nello stesso spirito affrontiamo il dibattito di oggi.

Il nuovo l’ultimo decreto sicurezza delinea in modo chiaro uno stato autoritario, tutti gli articoli evidenziano che chiunque si mette contro il potere, chiunque osa contrastare il potere, chiunque osa mettere in discussione il potere viene messo a tacere, viene colpito in tutti i modi.

Evidentemente vogliono una massa silente che non deve mettere in evidenza e deve occultare le ingiustizie sociali, le disuguaglianze sociali, la linea di marcia è chiara. Ovviamente non parte soltanto con questo governo. Certamente queste forme di repressione delle manifestazioni risalgono già a vent’anni fa attraverso dei decreti posti in essere anche da esponenti di una cosiddetta “centrosinistra”.

Però questo governo ha segnato un’accelerazione nella repressione e nella modifica delle regole democratiche di questo Stato. Lo dico in totale sicurezza, è un fascismo che si sta annidando. Non con l’eliminazione del diritto, nel senso che se si fa un decreto che dice esplicitamente non si deve manifestare è ovvio che sarebbe immediatamente in contrasto con le norme della Costituzione, l’articolo

21, l’articolo 3, l’articolo 17, però in un altro modo, cioè mantengono il diritto ma ne svuotano fondamentalmente il proprio esercizio e quindi diminuendo questo diritto e svuotandolo di fatto noi abbiamo una sua pesante limitazione.

La direzione di marcia è sempre più netta. Da quando si è insediato questo governo, hanno creato più reati, più misure di sicurezza, più avvisi di garanzia, cioè hanno creato più sanzioni. Le mosse repressive di questo governo partono già da appena venti giorni del suo insediamento; ha cominciato con il cosiddetto “decreto anti-rape” – evidentemente non gli piaceva la musica tecnica, perché non si riesce a capire perché un gruppo di giovani che si riunisce per sentire un po’ di musica debba costituire un assalto alla sicurezza… hanno gusti diversi, va bene – un decreto che reprime una libera riunione di giovani che devono sentire un po’ di musica, ma per il governo è un reato.

Si passa poi al decreto Cutro e al decreto Caivano che sebbene abbiano un nome diverso da quello di “sicurezza” di fatto sono comunque dei decreti che hanno una funzione repressiva.

Con quello Cutro se la sono presa con gli scafisti, ci ricordiamo la famosa frase: “in tutto il globo terracqueo le avremmo perseguitate”, come se il problema fosse solo quello degli scafisti; invece non si interviene come al solito sul problema reale, alla base, cioè quello di valutare e considerare le motivazioni per cui un popolo abbandona la propria terra per spostarsi. Si deve trovare sempre un capro espiatorio da dare in pasto subito all’opinione pubblica e risolvere il problema.

Dopo il decreto Cutro c’è stato il decreto Caivano che è arrivato per quell’odiosa violenza sessuale che avvenne nei confronti di due bambine, due cuginette. E come hanno pensato in modo intelligente di risolvere problemi che di fatto sono problemi sociali? perché a Caivano il problema non è quello di aumentare la presenza dei militari per strada, lasciare la gestione delle palestre ai militari, non è così che si risolve un problema sociale di povertà, di precarietà, di povertà culturale.

E invece loro pensano di sì. Ecco, perché secondo loro le questioni sociali si risolvono come questioni di ordine pubblico, basta che aumentiamo la forza pubblica, i militari, i reati, ed è tutto risolto. Non è così, tant’è vero che cosa ha prodotto il decreto Caivano? C’è un articolo di Antigone che spiega che il dato negativo che ha prodotto il decreto Caivano è quello che abbiamo sovraffollato anche le carceri minorili.

Ecco, è un avanzamento, è un fatto positivo? No, non era mai successo che le carceri minorili fossero sovraffollate e adesso dobbiamo ringraziare anche questo tipo di politica, che invece di agire in modo sociale e risolvere i problemi sul territorio, mette in carcere le persone.

Anzi, quel decreto contiene anche un’altra norma, sempre repressiva ovviamente, che considera penalmente responsabili anche i genitori per i reati commessi dai figli – come se ce ne fosse bisogno, perché già sappiamo che la potestà genitoriale esiste, però loro devono appesantire la situazione, come? O inventando nuovi reati oppure aumentando le sanzioni, cioè a un genitore che non manda a scuola il figlio e quindi che non lo segue, abbiamo una multa di 2.000 euro, come se in quella situazione economica in cui vive la zona di Caivano si possa facilmente pagare una somma del genere.

Passiamo poi al decreto sicurezza, il primo che ci sembra così lontano, ma in realtà è stato varato appena otto mesi fa. Ma veramente pensiamo che ci sia un’emergenza di sicurezza in Italia? Non mi sembra che i problemi dell’Italia siano proprio quelli, l’emergenza in Italia è ben altra, c’è un’emergenza lavorativa, c’è una precarietà lavorativa, c’è un’emergenza di disparità sociale, di disuguaglianza sociale, c’è l’emergenza delle morti sul lavoro, che è una cosa seria e se ne parla poco, ogni tre giorni poi ci sono operai che hanno delle invalidità gravi. Ma evidentemente questo governo ha delle priorità diverse rispetto a quelle che sente la società e quelle che sono vere. Quindi a distanza di otto mesi di nuovo ritorna un decreto repressione.

Col primo, quello di otto mesi fa, sono stati introdotti ben venti nuovi reati, si è agito sulla costituzione di nuove fattispecie di reato; con questo invece si agisce con una depenalizzazione che a prima vista può sembrare un dato positivo, se una condotta non è più un reato ma viene depenalizzata, uno dice vabbè buono, vuol dire che non è più evidente il disvalore sociale di quella condotta per cui non c’è bisogno di andare in carcere e significa che la condanna è una sanzione amministrativa. Invece no, non è positivo per due motivi, innanzitutto perché incide economicamente, ma non è positivo perché sposta l’attenzione sull’irrogazione della pena, perché finché è un reato la competenza della valutazione di quel fatto spetta alla magistratura e la magistratura mi garantisce un processo e quindi ho modo, secondo la ripartizione democratica dei poteri, di difendermi – e tra tutti quei reati che sono stati depenalizzati ce ne è uno in particolare che ogni volta che è entrato nelle aule di giustizia in Italia si concludeva sempre con le assoluzioni. Ma evidentemente questa cosa non è piaciuta a questo governo, hanno visto per esempio che chi organizza una manifestazione e non ha preavvisato, nelle aule di giustizia si era sempre assolti, perché? Perché si faceva valere come diritto fondamentale quello della manifestazione del pensiero, della libertà di riunione, che sono diritti costituzionali.

Ma questa assoluzione non è piaciuta al governo e quindi che cosa ha fatto con questo decreto repressione, l’ultimo che è entrato in vigore appena due giorni fa? Ha depenalizzato il reato, ma sanzione amministrativa, abbiamo sanzioni che partono da mille fino a diecimila euro.

Ma la particolarità non è soltanto di ciò che viene irrorato, ma chi la irrora, non è un giudice, non è un pubblico ministero, è il questore e il prefetto; quindi con questo decreto possiamo ben dire che lo Stato italiano entra in uno Stato di Polizia. Quando è uno Stato di Polizia? Quando al questore e al prefetto vengono dati poteri immessi che finora non avevano, poteri appunto di irrorare sanzioni. E la sanzione è veloce…

Come faccio ad oppormi alla sanzione? Non mi oppongo in un giudizio penale in cui io discuto la mia difesa, ma devo impugnare la sanzione di fronte a un giudice di pace, con tutto il rispetto dei giudici di pace, ma il giudice di pace non è un componente della magistratura in senso pieno, e, almeno dall’esperienza che abbiamo noi avvocati nelle Aule, ha molta difficoltà a mettersi contro le decisioni di un prefetto o di un questore.

Quindi alla fine quella sanzione, come vedete, ha avuto molta più efficacia rispetto ad un processo che può durare due anni e poi mi assolve. L’aspetto negativo dell’ultimo decreto repressione è proprio questo, quello di aver dato poteri immensi a questore e prefetto, soprattutto poteri che aumentano, addirittura sfociano in competenze che prima erano del pubblico ministero, come il diritto di persecuzione, le indagini che si fanno corporali, ecc.

La perquisizione è ancora una competenza del pubblico ministero, ma con questo decreto invece questo potere spetta anche al questore, quando? non sempre, guarda caso, in occasione delle manifestazioni. In queste occasioni il questore liberamente può deliberare una perquisizione secondo una sua valutazione personale, quindi non è ancorata a dei dati oggettivi, per esempio, quando pensa che quella persona può attentare alla sicurezza della manifestazione. E’ veramente una cosa ingiusta.

L’altro elemento di cui si è parlato tanto in questo decreto è il cosiddetto fermo preventivo. Anche qui, prima un fermo è la magistratura che lo doveva emanare. Invece ora no, sempre in occasione delle manifestazioni perché sempre lì si va a parare, lo può fare un questore, e quindi la polizia, che appartengono al ministero dell’Interno, quindi al potere politico. Finora tutte queste azioni erano poste in mano alla magistratura, che è un potere diverso da quello politico.

Questo l’elemento che dobbiamo cogliere come elemento di rischio, che porta a dire con tranquillità che stiamo andando e scivolando verso un Stato di polizia e uno Stato fascista. Il fermo preventivo, come è stato scritto e voluto dal governo, riporta pari pari al fermo che veniva fatto durante il ventennio fascista, i cosiddetti “rastrellamenti”; quando il duce veniva a fare visita in una città, la polizia prendeva gli antagonisti, gli antifascisti, gli oppositori e li chiudeva in questura, proprio perché non dovevano opporsi alla visita del duce.

Detto così sarebbe stato anticostituzionale. Allora facciamo che il fermo preventivo lo mette in atto comunque subito la polizia, però deve essere confermato dal pubblico ministero.

Ora, per quanto solerte possa essere un pubblico ministero? Noi stiamo parlando di una manifestazione che magari può essere alle 17 del pomeriggio. Per quanto solerte può essere un pubblico ministero che deve ricevere le carte, i documenti da parte della polizia, deve valutare il profilo perché il fermo viene posto in essere sulla base di una profilazione che è una cosa terribile. Prima era ancorato ad una condanna, a fatti oggettivi che una persona potesse essere pericolosa, però adesso non è più così. Quindi il PM deve valutare le carte e finché le valuta e poi le rimanda indietro a chi ha effettuato il fermo, quasi quasi le 12 ore sono passate.

Che cosa vogliono fare con il referendum che sta per essere approvato il 22-23 marzo? Che cosa vogliono che diventi un pubblico ministero? Lo vogliono distaccare dalla magistratura e farlo diventare un super poliziotto che deve dipendere da un nuovo CSM che darà conto a chi? Non al CSM della magistratura, a un CSM eletto dal governo.

E’ questa la visione che dobbiamo avere delle riforme che stanno facendo; una riforma che sta attentando ai diritti costituzionali e allo Stato democratico attraverso tutti questi sotterfugi. Quando il PM diventerà un super poliziotto sarà la longa manus del questore o del prefetto.

L’altro elemento che è destato clamore di questo decreto repressione è lo scudo penale. Già la parola scudo penale è equivoca: ma da chi vi dovete difendere? Da delinquenti? Dalla magistratura inquirente? Chi vi aggredisce? Scudo perché? Chi aggredisce le forze dell’ordine nella manifestazione? Per fortuna la vicenda di Rogoreto ha fatto calmare un po’ questa narrazione che i cattivi in una manifestazione sono sempre quelli che manifestano e i buoni sono rappresentati dalle forze che hanno bisogno dello scudo. E’ una narrazione falsata, perché sono vent’anni dagli eventi di Genova che nei tribunali e nei processi la polizia e le forze dell’ordine vengono condannate perché mettono in essere abusi. Ma anche lì hanno trovato una scappatoia per non far vedere che è una norma prettamente anticostituzionale perché formalmente siamo tutti uguali, c’è l’articolo 3 della Costituzione, e non possiamo avere delle categorie che devono avere delle preferenze, dei riguardi maggiori rispetto ad altre.

Hanno detto: no, lo scudo penale non lo poniamo in essere soltanto in favore della pubblica sicurezza e delle forze di polizia e delle forze dell’ordine in generale, ma nei confronti di tutti i cittadini. No, fatemi capire, che significa “di tutti i cittadini?” Ma perché noi andiamo armati sempre, andiamo a sparare le persone? Anche perché secondo loro lo scudo penale dovrebbe agire soltanto in caso di legittima difesa, di adempimento del dovere. Allora, fatemi capire, quanti in Italia, quanti sono i cittadini che vanno in giro con le armi a sparare? In che cosa vogliamo trasformare lo Stato italiano? Come quello americano in cui si sparano, vanno a comprare le armi? Non è così, la nostra realtà non è così.

Capite quindi che è una “pezza”, semplicemente per non rendere immediatamente anticostituzionale una norma, che di fatto lo è. La legittima difesa è comunque una causa di giustificazione che il nostro ordinamento penale prevede, quindi non c’è per niente bisogno di accentuare e di creare una lista diversa, un registro diverso di iscrizione dell’azione penale nei confronti delle forze dell’ordine che hanno agito per legittima difesa. Oppure significa dover pensare che le forze dell’ordine agiscono sempre per legittima difesa, ma non è così. Ripeto, ci sono condanne processuali, tante, in questi vent’anni che dicono il contrario.

Ma i pericoli di questo ultimo decreto sicurezza non sono solo questi, questi sono quelli più pacchiani. Hanno introdotto una serie di depenalizzazioni, di reati, oltre che hanno voluto dire quando dobbiamo manifestare, come, perché. E chiunque non segue queste ordini poi avrà delle sanzioni amministrative molto gravi e molto pesanti dal punto di vista economico.

C’è un’altra parte in cui si dice che saranno sottoposti a sanzioni anche chi durante una manifestazione pronuncia o mostra frasi sediziose. Ecco, questo è un altro pericolo gravissimo. Che significa sedizioso? È un concetto generico. Chi lo deve riempire di contenuti questo concetto? Siccome è una sanzione, lo deve riempire un questore, un rappresentante del governo. Quindi questo concetto cambierà a seconda del governo che è in carica. Sedizioso che cosa vuol dire? Chi si permette di contraddire e di fare una polemica nei confronti dello Stato o del politico o chi vuole contestare? Quindi vogliono dirci anche cosa dobbiamo dire durante una manifestazione.

Alla fine qual è lo scopo vero di tutte queste riforme? Avere una massa silente. La manifestazione ve la facciamo fare, ma lì, in quel posto, e zitti dove dovete stare. Forse se intoniamo un canto di chiesa, forse non ci faranno nulla… Però se intonate qualcosa che contrasta, c’è la multa che va da 5000 fino a 10.000 euro, anche per cartelli, non soltanto per frasi.

C’è inoltre anche il DDL Romeo, di cui stanno discutendo, che è fatto di tre articoli, gli bastano pochi articoli. Quello è specifico contro la questione palestinese, per cui dire che lo Stato di Israele sta commettendo un genocidio, che è una verità, dire che lo Stato di Israele attuale è uno Stato criminale, è uno Stato nazista, che sta mettendo in essere crimini contro l’umanità, frasi che io non ho per niente intenzione di collocare alla religione ebraica, saranno considerate frasi che attaccano la religione ebraica.

Quindi sono riforme che stanno modificando il nostro Stato, che non stanno aggredendo direttamente i diritti, ma li stanno svuotando.

Concludo dicendo che il dissenso, che secondo questo governo sarebbe una manifestazione antidemocratica, è il contrario. Il dissenso è l’essenza della democrazia. Dare la possibilità di dire no a qualsiasi scelta del governo, dissentire significa partecipare concretamente alla vita politica del Paese.

Torino. Persecuzione giudiziaria contro Giorgio Rossetto, storico attivista del Movimento No Tav

“E’ una persecuzione che ormai dura da tempo, che dura da anni, nei confronti di Giorgio ma anche nei confronti di tutto il Movimento No Tav”. Inizia così l’intervista a Nicoletta Dosio, storica attivista No Tav valsusina, in merito alla decisione della Procura della Repubblica di prolungare il periodo di detenzione domiciliare per Giorgio Rossetto, compagno torinese del movimento contro l’opera in Val di Susa, il cui periodo di detenzione domiciliare scadeva sabato 14 marzo 2026.
Iniziata a gennaio 2025, la detenzione domiciliare per Rossetto era stata comminata per delle condanne definitive legate “al maxi-processo per lo sgombero della Maddalena del 2011, la costruzione della baita in Clarea nel 2010 e infine una marcia No Tav nel 2019”, scrive il movimento valsusino in un comunicato.
Il 2 febbraio 2026, un anno e un mese aver iniziato a scontare la pena, Giorgio Rossetto aveva subito l’aggravamento della detenzione a causa di un’intervista rilasciata ai nostri microfoni, “colpevole” di aver commentato a Radio Onda d’Urto lo sgombero di Askatasuna dello scorso dicembre. Aver parlato a una emittente informativa gli è costato il divieto di comunicazione e riduzione ad un’ora del tempo consentito per uscire.
La storia di Rossetto è una storia comune a tanti attivisti e attiviste No Tav, sommersi da denunce, indagini, pedinamenti e punizioni giudiziarie continue. Nonostante anni di feroce repressione poliziesca e giudiziaria, il Movimento della Val Susa continua la sua lotta della grande opera in utile in progetto nella valle alpina. A confermarne l’inutilità, la stessa TELT, società costruttrice dell’opera, che ha formalizzato lo slittamento dell’entrata in funzione della TAV Torino-Lione al 2034, intascandosi nel frattempo milioni di fondi pubblici e speculando per anni sulla sua costruzione.
Per Rossetto, il 13 marzo 2026 (un giorno prima della conclusione della detenzione), “sfruttando il fatto che è stato dichiarato inammissibile un ricorso in cassazione” vengono aggiunti ulteriori 8 mesi di detenzione alla pena. “La questione è che contro di noi viene applicato il diritto penale del nemico”, denuncia Nicoletta Dosio ai microfoni di Radio Onda d’Urto.