La lotta per la liberazione della Palestina non è terrorismo!
La solidarietà con il popolo palestinese non è reato!
Prossimi appuntamenti sotto le carceri in cui sono rinchiusi prigionieri politici palestinesi e solidali con la Palestina:
20 febbraio a Pescara per Tarek
21 febbraio a Melfi per Anan
21 febbraio a Ferrara per Raed
21 febbraio a Rossano Calabro per Ahmad, Yaser, Riyad
1 marzo a Terni per Mohammad Hannoun
Anan, Ahmad, Hannoun, Raed, Yaser, Riyad
TUTTI LIBERI
LIBERTA’ PER TUTTI I PRIGIONIERI PER LA PALESTINA!
Questa mattina, con un’operazione di polizia all’alba sono stati notificati 5 arresti domiciliari e 12 obblighi di firma ad altrettanti compagni e compagne come esito di un’operazione della DIGOS di Torino, durata mesi, contro le lotte per la Palestina in città.
Dai cortei oceanici che assediarono Leonardo all’ingresso dentro le ogr fino al blitz a città metropolitana e la Stampa, la procura di Torino continua a costruire il proprio castello di carte.
Fra i tanti reati imputati ci sono i blocchi stradali e ferroviari, indice della volontà sia di colpire una pratica messa in atto da migliaia e migliaia di persone in tutta italia, sia del fatto che il movimento di settembre e ottobre ha fatto veramente paura.
Da La Presse:
“Lo abbiamo già detto: di fatto chi ha innalzato il livello in questa situazione è chi ha deciso di attaccare l’Askatasuna e di attaccare una città che è quella di Torino con lo sgombero che c’è stato il 18 dicembre”. Così una delle portavoci del centro sociale Askatasuna che oggi hanno tenuto una conferenza stampa, in merito alle violenze che si sono registrate in città lo scorso 31 gennaio. “Questo ha portato in piazza anche una risposta a questo attacco che è stata una risposta determinata che ha visto la partecipazione di tutti e tutte”, ha aggiunto la portavoce.
“Schiacciare il dibattito sul tema violenza è una scorciatoia per semplificare una realtà molto più complessa perché da un lato c’è chi solleva questa questione della violenza in maniera strumentale e con questi non ci interessa confrontarci. Ci interessa invece confrontarci con chi solleva delle questioni più profonde: pensiamo che il tema del conflitto sia una questione fondamentale oggi e pensiamo anche che vada trattato da un punto di vista politico”, hanno aggiunto. “Tutta la questione degli infiltrati, il fatto che i manifestanti cattivi abbiano oscurato le buone ragioni della stessa, ecco tutto questo aspetto è semplificare, non è andare a fare i conti con quella che è la realtà”, ribadiscono gli attivisti che chiedono di “confrontarsi su quello che è il nodo politico”.
“Con sgombero colpito simbolo di Torino”
“Colpire Askatasuna ha significato colpire un simbolo importante per la città. Lo sgombero è stato percepito non solo da noi, ma in generale dalla città come un attacco a Torino: è stato una risposta da parte del governo nei confronti di una città che si è mobilitata in maniera importante a settembre e ottobre con il movimento ‘Blocchiamo tutto‘, è stato un segnale che il governo ha voluto lanciare”. Così i portavoce del centro sociale Askatasuna in una conferenza stampa, sottolineando che “tutte le parti del quartiere si metteranno in prima fila perchè quel posto riapra” e che “venga snaturato il meno possibile”.
“Chi protesta fa interessi Italia”
“Meloni ha dichiarato che chi protesta è nemico dell’Italia. Di fatto qui siamo di fronte a un governo che è nemico del popolo, ma allo stesso tempo vediamo che c’è un popolo, una popolazione intera che ha tutta la determinazione e la voglia di resistere a questo attacco. Noi pensiamo che chi protesta faccia gli interessi dell’Italia e in questo momento chi invece non fa gli interessi della popolazione italiana è proprio il governo”. Così i portavoce del centro sociale di Askatasuna in una conferenza stampa.
Da Radio Onda d’Urto l’intervista a Umberto, compagno di Askatasuna:
Carissime e carissimi, fratelli e sorelle, compagne e compagni
Mi mancate tutte e tutti. Vi abbraccio tutte e tutti
Vi scrivo per confermare tutte le nostre parole e intenti, chiari, evidenti e non equivocabili, sin dal primo giorno delle nostre mobilitazioni .
Abbiamo dichiarato pubblicamente che:
– sosteniamo la legittima Resistenza del Popolo Palestinese sino alla fine del colonialismo nazi-sionista.
– chiediamo un cessate il fuoco vero e non quello menzognero dichiarato dai corrotti venduti a Sharm El Sheikh.
– sosteniamo attraverso la raccolta di fondi pubblici e volontari progetti umanitari chiari e trasparenti, non come quei complici e guerrafondai dei vari governi, compreso quello Meloni, che da oltre due anni in maniera svergognata continuano il supporto economico e militare attraverso vari accordi con l’entità sionista criminale, ben sapendo che quegli armamenti sarebbero stati usati per massacrare il popolo palestinese.
Invito tutte e tutti a continuare le mobilitazioni in tutti i modi possibili.
Il nostro arresto non a che fare con i falsi finanziamenti per Hamas o altri. I nostri “accusatori” sanno benissimo che i nostri movimenti sono chiari e trasparenti come dimostrano i filmati e le ricevute varie.
L’obiettivo è quello di colpire il nostro movimento Pro-Pal e con questo tentare di censurare e criminalizzare ogni possibile mobilitazioni a sostegno della causa palestinese.
Dietro le varie accuse di antisemitismo e la loro sovrapposizione all’antisionismo c’è il chiaro tentativo di silenziare ogni possibile critica all’entità criminale sionista.
Per questi motivi dobbiamo riprendere in mano la situazione chiamando all’unità tutte le realtà, le associazioni, i sindacati di base, i movimenti studenteschi e tutti i cittadini liberi per non permettere le manovre di isolamento di questa nostra lotta e il suo indebolimento.
Alla fine dal carcere di Terni dove mi trovo vi mando i miei saluti rivoluzionari.
Siamo forti, coraggiosi, e combattenti
Siamo fieri di voi
A presto sempre per una Palestina Libera dal fiume fino al mare
Ciao a tutti, sono Salem
Vorrei mandarvi un messaggio grande di ringraziamento a tutto il popolo italiano! La vostra solidarietà per me e per il popolo palestinese mi rende contento e felice.
Vi chiedo di non smettere mai la vostra solidarietà per la Palestina, soprattutto per il popolo gazawi, perché Gaza è diventata un esempio per tutte le persone umane, oneste, libere di tutto il mondo.
Ancora un ringraziamento per tutte le persone che hanno dato solidarietà a me e che hanno portato il mio nome e la mia foto nelle manifestazioni.
Vorrei farvi sapere che qui a Rossano ci sono molti giovani come me, imprigionati per nulla. Adesso sono arrivati anche tre accusati di avere aiutato il popolo di Gaza.
Io sto aspettando la mia udienza il 10 marzo e spero che uscirò e potrò ringraziarvi direttamente!
Viva Gaza!
Viva Palestina!
Dal carcere di Rossano
Tra l’altro, vorrei dire che la mia carcerazione non cambierà mai la mia opinione riguardo il mio caso.
Il caso della Palestina.
Se anche mi vorranno rinchiudere dietro 1000 porte blindate rimarrò sempre a dire “Palestina libera” “Gaza libera” se Dio vorrà.
Ringrazio ancora molto molto il popolo italiano che ha sempre supportato la Palestina, i palestinesi e la causa palestinese.
Un sincero grazie dal profondo del mio cuore.
Sabato 21 Febbraio Presidio di solidarietà a Melfi
per Anan Yaeesh e per la Palestina libera
Dopo i presidi solidali sotto la casa circondariale di Melfi del 13 e del 26 Ottobre 2025, poi del 15 Novembre; dopo il corteo interregionale che il 13 Dicembre si è snodato per le strade di Melfi per giungere sotto il carcere locale di massima sicurezza, sabato 21 Febbraio 2026, a partire dalle ore 15, si terrà un nuovo presidio di solidarietà a favore del prigioniero politico palestinese Anan Yaeesh, che in questo carcere è stato trasferito da Settembre in custodia cautelare dalla sezione di alta sicurezza del carcere di Terni per allontanarlo da un consolidato circuito di sostegno esterno.
Con Anan, che ha ingiustamente subito lo scotto di oltre due anni di detenzione preventiva per un surreale processo che lo vede imputato per “terrorismo internazionale” (art. 270 bis c.p.) a causa del suo sostegno, mai rinnegato, alla Resistenza palestinese; che da Melfi ha subito l’ignominia delle udienze del 21 e del 28 Novembre del processo celebrato al Tribunale dell’Aquila, condivideremo collettivamente l’indignazione contro un processo voluto da istituzioni e servizi segreti dello stato genocida di Israele. Si è trattato di un processo smaccatamente politico, che si è concluso in primo grado lo scorso 16 Gennaio con una condanna a 5 anni e 6 mesi.
Al di là della richiesta del PM a 12 anni per Anan e dell’assoluzione per i coimputati Alì Irar e Mansour Dogmosh (rei di essere conoscenti palestinesi…) per totale mancanza di elementi probatori; al di là della già annunciata impugnazione del dispositivo di sentenza e del conseguente secondo grado del giudizio, si è trattato dall’inizio di un processo alla Resistenza più volte segnato da gravi limitazioni del diritto alla difesa e da ricorrenti quanto improvvide ingerenze, che sono state possibili non di certo in virtù del diritto internazionale e di quanto previsto dalla Carta costituzionale italiana, bensì dalla natura degli interessi commerciali, militari e finanziari che intercorrono tra aziende e governo italiani con lo stato genocida e di apartheid di Israele.
Anan resta a tutti gli effetti un perseguitato politico, che in Israele ha subìto ripetute torture e tentativi di omicidio, ma ciò nonostante ha rischiato (nel Gennaio 2024) di essere rispedito ai suoi carnefici dopo essere stato arrestato su loro richiesta dalle competenti autorità italiane.
In forme diverse, ma con procedure analoghe dettate dalla cinica determinazione antistorica in atto di criminalizzare i palestinesi e quanti si adoperano anche in Italia per esprimere solidarietà e reclamare il diritto all’autodeterminazione di chi soffre, vive e lotta a Gaza e in Cisgiordania, sono finiti agli arresti Mohammad Hannoun, presidente dell’API (Associazione Palestinesi d’Italia), ora nel carcere di Terni con l’accusa di finanziare Hamas, nonostante l’esclusione delle “prove” presentate da Israele.
Su richiesta israeliana vengono imprigionati e processati in Italia partigiani palestinesi rifugiati politici; vengono colpiti e arrestati palestinesi che, in piena guerra genocida, raccolgono aiuti umanitari per il loro popolo sterminato da bombe, fame, malattie diffuse; viene repressa la solidarietà al popolo e alla resistenza palestinesi con condanne pesantissime come quella a Tarek, mentrecontro studenti pro-Palestina si moltiplicano i fermi, gli arresti domiciliari, le schedature, portando per “disciplinamento” la museruola e la repressione anche all’interno delle scuole pubbliche.
Da Melfi il 21 Febbraio contribuiremo a rendere più forte e visibile il legame tra tutte le mobilitazioni, creando un ideale abbraccio solidale con Anan Yaheesh, ma anche con Ahmed Salem, Yaser Alassali e Riyad Albastangi, nel corso del contemporaneo presidio a Rossano Calabro, così come con Raed Dawood a Ferrara.
Le soluzioni autoritarie e poliziesche sono destinate a durare poco.
Ogni processo contro la solidarietà è un processo contro la libertà di tutte e di tutti.
Chiediamo alla stampa di non oscurarci; chiediamo alle associazioni antifasciste e alle persone autenticamente democratiche di non aver paura e partecipare, perché della paura e del silenzio si alimentano i regimi repressivi. Perché la liberazione della Palestina è liberazione di tutte e tutti!
Perché la solidarietà è un’arma e per questo il potere la vuole spezzare!
Riceviamo e condividiamo, da Assemblea Palestina Pescara https://www.instagram.com/p/DU2yBzDinVP/?utm_source=ig_web_copy_link&igsh=NTc4MTIwNjQ2YQ==
Da qualche giorno il nostro compagno Tarek si è cucito la bocca per reagire ai sopprusi che sta ricevendo nel carcere di Pescara.
Per venerdì 20 febbraio è stato chiamato un nuovo presidio davanti al Carcere di Pescara per sostenere la lotta di Tarek e tutti i detenuti, in continuità con i diversi presidi che ci saranno davanti alle carceri di Melfi, Ferrara e Terni, e davanti ai tribunali di Campobasso e Torino.
Tarek è detenuto dal 5 ottobre 2024, giornata in cui migliaia di persone sono scese in piazza a Porta San Paolo, a Roma, in solidarietà con la Palestina, sfidando il divieto del governo per quella manifestazione e le sperimentazioni di quello che è poi diventato il primo decreto sicurezza di questo governo.
Diversi mesi fa, è stato trasferito dal carcere romano di Regina Coeli, assieme a decine di altr3 detenut3, all’improvviso e senza avvisare le persone a lui vicino, neanche l’avvocato che è venuto a saperlo tentando di contattarlo.
Da quando è a Pescara, Tarek ha perso quel poco di relazioni che si creano durante la detenzione, non ha potuto portare diverse cose che aveva, gli è stata vietata la possibilità di avere colloqui e impedito la consegna di pacchi, negandogli addirittura la solidarietà di qualche calzino e vestito . Inoltre, la struttura è stata problematica impedendogli anche di partecipare alle udienze che lo riguardano: in continuità con la strategia di isolamento propria della detezione gli è stato permesso di partecipare alle udienze solo in collegamento video, nel giorno dell’udienza mancava addirittura la luce.
Tarek ha usato il proprio corpo come strumento di lotta. Per molte persone in detenzione, nelle carceri come nei CPR, il corpo resta ciò di cui non si può essere privati e permette di urlare fuori dalle mura la violenza che si consuma dentro.
Ma se un corpo può gridare fino a spezzarsi, l’incidenza sul reale — quella che sfonda il muro e trasforma una singola denuncia in forza collettiva — può amplificarsi quando, fuori, ci sono persone che si organizzano, capaci di raccogliere quel gesto, sottrarlo all’isolamento imposto e restituirlo alla lotta comune contro quel sistema carcerario che punisce e reprime, che vorrebbe relegare al silenzio. Nelle carceri ci sono persone, in carne ed ossa, che subiscono repressioni di ogni tipo e in ogni forma possibile.
Perché ciò che Tarek ci sta urlando dal carcere di San Donato non resti sepolto tra le mura di cemento, è necessario rispondere con una mobilitazione collettiva per dargli solidarietà materiale e forza politica.
In questi due anni c’è chi ha riempito le piazze di questo paese, bloccato porti, strade e fabbriche, ostacolato come possibile la macchina genocidiaria che parte da paesi come l’Italia.
La Palestina insegna, non lasciamo da sol3 l3 attivist3 palestinesi e solidali colpit3 dalla repressione!
La solidarietà è un’arma, usiamola!
Con Tarek, Anan, Hannoun, Dawoud, Ahmad.
Per la Palestina libera dal fiume fino al mare.