La lotta paga e uniti si vince: Ryiad Al-Bustanji ringrazia tutti coloro che si sono spesi per far valere i suoi diritti in carcere

Solo pochi giorni fa la sua famiglia, in una lettera al team legale di Al-Bustanji, denunciava le condizioni durissime a cui veniva sottoposto nella sua detenzione a Bancali, che ne mettevano a rischio la vita, la salute, i suoi legami affettivi.
La mobilitazione di tutti i solidali che si sono uniti in rete in vista della giornata nazionale di lotta del 18 luglio in sostegno di tutti i prigionieri palestinesi in Italia, ha fatto sì che un primo importante risultato concreto si sia ottenuto.
La massiccia campagna stampa delle compagne e dei compagni di Culleziu contra a la Gherra, Giovani Palestinesi Sardegna, Amicizia Sardegna-Palestina, Associazione dei Palestinesi in Italia, UNIGCOM e Unica per la Palestina, la segnalazione del soccorso rosso proletario alla senatrice Ilaria Cucchi, che ha scitto al carcere, al DAP e ai garanti nazionale e regionale dei detenuti, la visita nel carcere sassarese della Garante, immediatamente interessata anche dai compagni sardi, hanno finalmente dato una svolta alla situazione detentiva di Al-Bustanji.
Ryiad è stato subito sottoposto a una visita medica accurata. Ora riceve le cure e gli alimenti adeguati ed è seguito attentamente nel centro clinico del carcere per tutte le sue patologie. Le ore di videocolloqui con la famiglia gli sono stati ripristinati e gli è stato restituito il ventilatore per far fronte alle temperature insopportabili.
Questa prima vittoria, oltre a renderci felici, ci sprona ad andare avanti e a rilanciare l’appello per la difesa di tutti i prigionieri palestinesi detenuti in Italia, che invitiamo a sottoscrivere e a diffondere.

In vacanza in Italia solo i terroristi dell’IDF: arrestato in Abruzzo un cittadino turco accusato di appartenere al Mlkp (Partito Comunista ML turco)

Mentre il governo fascista Meloni concede al criminale terrorista Netanyahu, anche lui gravato da un mandato di cattura internazionale, di sorvolare tranquillamente il cielo sopra l’italia, oltre ad accogliere in resort di lusso i macellai dell’IDF con tanto di scorta di digos e polizia, questa notte un cittadino turco, Bilan Cinar, di 41 anni è stato arrestato dalla polizia di Chieti per appartenenza al Mlkp, definito terrorista dal governo fascista di Erdogan.

Ancora una volta il governo moderno fascista italiano se ne frega dei diritti umani e appoggia nella repressione i governi più sanguinari pur di non scontentare la sua borghesia con i suoi interessi economici, commerciali, militari e geostrategici

Teniamo alta l’attenzione su questo caso, ancora una volta sarà la Corte di Appello dell’Aquila a dover decidere sulla conferma dell’arresto

Replica dell’avvocato Gianluca Vitale di Torino alle allusioni criminalizzanti del Corriere della sera sul suo ruolo di difensore dei due giovani arrestati in Val Susa

Dall’avvocato Gianluca Vitale

PRIMA LEZIONE: IL DIRITTO DI DIFESA NON SI TOCCA E NON SI STRUMENTAIZZA.
Gentile Direttore,
aprendo oggi le pagine del Suo giornale on line mi sono imbattuto nell’articolo relativo alla vicenda dei due giovani arresti in Val Susa dopo le manifestazioni dello scorso fine settimana, a firma di Alberto Giulini, inviato in Val Susa.
Orbene, oltre ad essere richiamati tra virgolette alcuni passaggi dell’ordinanza con la quale la G.I.P. di Torino ha disposto la custodia in carcere, vi è paragrafo dal titolo “L’avvocato di Askatasuna”. In tale paragrafo si evidenzia in una prima parte che i due ragazzi arrestati avrebbero avuto in auto indumenti che avrebbero permesso la loro identificazione come partecipanti agli scontri. Si legge, però, subito dopo, che il non essersi disfatti dei capi di abbigliamento usati (secondo l’ipotesi accusatoria) durante gli scontri “non sarebbero le uniche leggerezze. Un altro “scivolone” è arrivato al momento del fermo e confermerebbe la regia di Askatasuna dietro gli scontri. Gli attivisti tedeschi avrebbero subito indicato come legale di fiducia Gianluca Vitale, uno degli storici legali del centro sociale. (…). Elementi che, per gli investigatori della Digos, confermerebbero il ruolo di primissimo piano di Askatasuna: gli attivisti del centro sociale avrebbero coordinato le squadre arrivate in Val di Susa, fornendo anche i nominativi degli avvocati da indicare in caso di arresto. Proprio come successo nel caso dei giovani tedeschi”.
Al di là della falsità (o quanto meno erroneità) di tali affermazioni (i due ragazzi non hanno subito indicato lo scrivente quale proprio difensore di fiducia, tanto che erano stati loro nominati inizialmente dei difensori di ufficio; la nomina dello scrivente, peraltro congiunta con la brava Collega Avvocata Della Pepa, evidentemente di scarso interesse “scandalistico” per l’autore, è giunta dai parenti in Germania dei due giovani, per poi essere da loro confermata in udienza), ciò che devo sottolineare e censurare fermamente è l’affermazione che la nomina di questo o di quel legale possa (o debba) essere considerata prova (spero meramente indiziaria) a carico degli indagati.
Non ho alcuna intenzione (né tantomeno interesse) di fornire a Lei o all’autore dell’articolo una giustificazione, o anche solo una motivazione, della mia nomina. Solo per Sua conoscenza, pertanto, La informo (e la prego di renderne edotto anche il sig. Giulini) che oltre a svolgere da qualche decina di anni la professione di avvocato, sono co Presidente del Legal Team Italia, associazione di avvocate e avvocati nata dopo la più grave sospensione dei diritti democratici nel dopoguerra in Europa, come definita da Amnesty International, ovvero (lo preciso nel caso in cui Lei non ne sia a conoscenza o non lo ricordi, il G8 di Genova nel 2001); orbene, il Legal Team Italia è membro del AED-EDL (Avvocati europei democratici), network di associazioni di avvocate e avvocati, giuriste e giuristi di vari Paesi europei, di cui fa parte tra le altre la RAV, associazione tedesca di avvocate e avvocati democratici. Peraltro, facendo ancora riferimento ai fatti del G8 di Genova, ho difeso, nel processo per i fatti della scuola Diaz, un ragazzo tedesco massacrato durante l’irruzione della polizia che si era costituito parte civile in quel processo. Inoltre, proprio un anno fa, ho pubblicato per la rivista scientifico-giornalistica della Humbold Universitat di Berlino CILiP – Bürgerrechte & Polizei un articolo dal titolo Feind- und Freundstrafrecht für Italien, sul diritto penale del nemico, e dell’amico nelle recenti modifiche normative in Italia (https://www.cilip.de/zeitschrift/2025-2029/2025-2/138-august-2025-un-sicherheit-und-rechtsruck-in-europa/ ). Lo ripeto, La rendo edotto di ciò non certo perché senta la necessità di giustificare (da parte mia che l’ho ricevuta o da parte di chi l’ha fatta) una nomina difensiva, e ancor meno perché ritenga che la scelta della persona del difensore debba essere motivata, o perché condivida quella che è la tesi dell’articolo, ovvero che la nomina di un qualsivoglia difensore possa essere utilizzata per descrivere un tipo di autore della persona indagata o una sua appartenenza associativa, ma solo per farle comprendere come possa anche accadere che una persona tedesca ritenga di potersi avvalere della mia difesa. Ma non diverso sarebbe se nulla di quanto sopra vi fosse: ciascuno è libero di nominare il proprio difensore nel professionista che egli o ella sceglie, senza dover giustificare tale scelta e tantomeno dovendo temere che tale scelta possa essere utilizzata quale indizio a suo carico.
Peraltro, non credo possa o debba censurarsi, o peggio elevarsi a indizio di reità, che qualcuno (anche un attivista o un militante) possa suggerire il nome di un legale o che, se si intenda recarsi all’estero per partecipare ad una manifestazione, ci si informi su eventuali persone (anche legali) che possano essere riferimento in caso di problemi. Sempre per richiamare la vicenda che auspico a Lei nota, in occasione del G8 di Genova (e anche recentemente, in occasione di grandi manifestazioni) sono stati organizzati gruppi di consulenza e assistenza anche legale per  le persone che possano lamentare violazione di diritti o atti di repressione: in allora era un gruppo di avvocati che fu presente anche nelle piazze con le magliette gialle del GSF e la scritta avvocato/lawyer e che poi fu il nucleo di coloro i quali e le quali seguirono i processi su quelle drammatiche giornate (sia i processi contro le forze dell’ordine, anche in figure di vertice, sia quelli contro i manifestanti). Quanto all’oggi consiglio a Lei e al sig. Giulini di visitare la pagina dell’Hub di Protezione, un “sistema di protezione con l’obiettivo di offrire supporto legale, psicologico e digitale a chi subisce repressione per il proprio impegno civile e politico” di cui fanno parte associazioni come Un Ponte Per, Arci, Cospe, Rete In Difesa Di , A Sud, Antigone, Greenpeace, Amnesty International, Gay Center, Baobab Experience, Giuristi Democratici, Legal Team Italia, ASGI, Spazi Circolari, A Buon Diritto, CILD, Diritti di Frontiera, Progetto Diritti, NAGA, CRED. Questo non a dire che i due arrestati possano o debbano ritenersi vittime di repressione (sono allo stato persone sottoposte ad indagini) o che tramite tali canali abbiano indicato il mio nome e il nome della Collega Della Pepa (lo ripeto: non mi interessa quale perché abbiano fatto queste nomine, né avrei nulla da obiettare se il nome fosse stato fatto da militanti di un centro sociale), ma per cercare di farle comprendere che le più svariate sono o possono essere le strade che conducono all’indicazione di un difensore (dalla persona indagata/arrestata o dai suoi congiunti).
Ma voglio anche renderLe un servizio. Se questo può aiutare Lei o l’autore dell’articolo in ulteriori teorizzazioni, posso anche dirLe che oltre ad aver difeso attivisti e attiviste NoTav e/o di vari centri sociali torinesi (tra cui, certo, anche militanti di Askatasuna) e non solo, di varie tendenze politiche (dall’estrema sinistra all’anarchismo, ciò che ben può consentire, Le suggerisco, di ipotizzare una multinazionale del terrore anarco-internazional ed insurrezional-comunista), ho difeso, tra le altre e solo per citarne alcune, persone accusate di essere fondamentalisti e/o terroristi islamici (il che può esserVi utile per teorizzare un legame con l’ISIS o con Al Qaeda), sindacati e sindacalisti di base (anche su questo potreste teorizzare), lavoratori dell’ILVA di Taranto costituitisi parte civile nel processo ambiente svenduto (anch’essi evidentemente parte della Spectre che organizza scontri dalle Alpi al tacco dello stivale), così come persone migranti, spesso tra quelle trattenute nei CPR (forse questo può legare Askatasuna alle ONG?), o i parenti di Moussa Balde, suicida nel CPR di Torino (ecco un utile collegamento con eventuali centrali eversive sub sahariane), giovani attivisti e attiviste ambientaliste (il gruppo sui allarga: complimenti, avete trovato l’anello di congiunzione tra varie forme e modalità di dissenso e conflitto). Addirittura, e con questo Le regalo uno scoop, quando ho iniziato la pratica forense il mio Maestro e amico, l’avvocato Massimo Pastore, aveva appena assunto insieme ad altri colleghi la difesa di Abdullah Ocalan, il leader del PKK curdo, nella causa (vinta) per il riconoscimento del diritto di asilo costituzionale: il collegamento si estende…
Già nei Principi Fondamentali relativi al Ruolo dell’Avvocato, adottati dalle Nazioni Unite nel corso dell’Assemblea Generale de L’Avana del 1990 è affermato che l’avvocato non deve essere identificato con il proprio assistito (Principio 18); tale principio e ribadito ed attualizzato nell’art. 6 della recente Convenzione del Consiglio di Europa sulla protezione della professione legale del 13 maggio 2025 (all’art. 6, che stabilisce che le parti  garantiscono che gli avvocati non subiscano conseguenze negative per il fatto di essere identificati con i propri clienti o con la causa da essi difesa).
In realtà tale identificazione è proprio quello che nel predetto articolo viene fatto: anzi, non solo lo scrivente, nell’esercizio della professione, viene identificato con il proprio cliente (o, meglio, con ciò che si ritiene i propri clienti, per i quali dovrebbe comunque valere il principio di non colpevolezza sino a condanna definitiva, avrebbe commesso), ma viene addirittura considerato un elemento di un piano criminoso. La persona del difensore diverrebbe prova del crimine, probabilmente esso stesso concorrente nel crimine stesso o associato.
Tutto ciò, Egregio Direttore, è intollerabile. Ed è intollerabile non solo e non tanto per chi Le scrive (sarebbe solo problema mio, e non me ne preoccuperei avendo altro da fare), ma per la professione di chi le scrive, per la dignità e l’indipendenza di questa professione, e per le persone che hanno ritenuto di nominarmi come difensore, che non possono certo essere additati come colpevoli anche per tale nomina (ipotesi, posso rassicurarLa, che non emerge in alcun modo nel fascicolo processuale e che sono certo non venga sostenuta dagli organi inquirenti, a meno che il sig. Giulini non abbia avuto accesso a documenti o fonti che sono nascoste alla difesa).
Mi auguro che Ella voglia dare conto ai Suoi lettori di quanto ho ritenuto di precisare con la presente, e che in futuro vi sia da parte del Suo giornale un maggior rispetto – lo ripeto nuovamente – non tanto del sottoscritto ma della dignità della toga che indosso e dei principi di tutela che anche le  convenzioni internazionali sanciscono.

Libertà per i prigionieri politici palestinesi in Italia — Libertà per la Palestina

Il 18 luglio scorso, su iniziativa di numerose associazioni, organizzazioni e reti di persone solidali, si sono svolti presìdi davanti a cinque carceri italiane – Terni, Sassari, Ferrara, Rossano Calabro, Melfi – con iniziative anche in altre città, per chiedere la liberazione dei prigionieri politici palestinesi lì detenuti: una detenzione ingiusta di per sé — non solo perché lo dicono le convenzioni ONU o il diritto internazionale, comunque dispositivi ideati da chi occupa e non da chi resiste, ma perché lo afferma la storia e la resistenza del popolo palestinese. Il fatto che questa detenzione costituisca una violazione anche per il diritto degli oppressori rivela quanto sia contraddittorio e ipocrita questo sistema di “democrazia” e “libertà” dell’Occidente.

Chiediamo la fine della repressione messa in atto dai complici del genocidio sionista: la liberazione immediata di tutti i prigionieri politici palestinesi, e la fine della politica di prepotenza e persecuzione nei confronti della comunità palestinese e di chi, in Italia, si mobilita in solidarietà con il popolo palestinese.

Quanto sta accadendo oggi solleva serie preoccupazioni riguardo a una deriva verso la criminalizzazione della solidarietà con la Palestina e la restrizione delle libertà pubbliche e della libertà di espressione. Al di là della specificità dei singoli casi, denunciamo come costante, in tutte le vicende giudiziarie riguardanti i prigionieri palestinesi, la pressione dei servizi segreti e dell’apparato repressivo sionista, capace di condizionare, attraverso solidi legami economici e commerciali, le scelte delle autorità politiche e giudiziarie italiane.

Il Governo Meloni viola apertamente il diritto internazionale, venendo meno perfino alla finzione umanitaria con cui i Governi europei stanno provando a mascherare la loro complicità rispetto a quanto accade in Palestina. Mentre in seno al Parlamento europeo si moltiplicano le richieste di ritenere l’entità sionista responsabile di genocidio e delle gravi violazioni del diritto internazionale, il governo Meloni continua a confermarsi tra i governi più servili a “Israele” in Europa: fornisce copertura politica al governo Netanyahu e vota contro, o si oppone, alle iniziative volte a condannare l’occupazione sionista e a introdurre sanzioni e boicottaggio, in palese disprezzo verso il popolo palestinese e la sua autodeterminazione.

Sostenere il popolo palestinese e la sua resistenza, schierarsi al loro fianco contro l’occupazione, il colonialismo di insediamento, l’apartheid e lo sfollamento non è un crimine; al contrario, è una posizione legittima dal punto di vista politico, etico e legale. Il vero crimine è rimanere in silenzio di fronte al genocidio in corso, rendendosi complici di politiche di sterminio, fame e assedio insieme all’alleato sionista. È inaccettabile che i palestinesi vengano perseguitati o arrestati per aver sostenuto il proprio popolo, la propria causa e il proprio diritto ad autodeterminarsi; per le proprie opinioni politiche e posizioni pubbliche; o per ciò che pubblicano sui social media a condanna dell’occupazione e del genocidio portati avanti dai criminali sionisti.

Nell’ambito delle politiche del governo Meloni, molte voci palestinesi e filopalestinesi vengono accolte con sospetto e pregiudizio, nell’intenzione di criminalizzare la Resistenza Palestinese e la solidarietà, con accuse volte a mettere a tacere il dissenso, in virtù di norme dall’impianto incostituzionale pensate ed adottate nel nome della cultura paranoica della “sicurezza”, come “il terrorismo della parola”.

Lo Stato trasforma il sostegno politico e morale ai legittimi diritti del popolo palestinese in un crimine, etichettando i palestinesi e i loro sostenitori come terroristi semplicemente per aver difeso i propri diritti esistenziali: questo è il dato di fatto. Ed è contro questo che lottiamo: contro la cancellazione dell’agibilità politica per tutte e tutti, in difesa della Palestina e del popolo palestinese oggi, come della libertà e del diritto di esistere di tutti i popoli oppressi. È paradossale, e a tratti grottesco, che la parola “terrorismo” venga rovesciata contro chi resiste all’occupazione e usata proprio da chi il terrorismo lo pratica realmente: l’entità sionista e i suoi lacchè.

L’incarcerazione di palestinesi per la loro identità nazionale, le loro attività di solidarietà o le loro posizioni politiche costituisce una grave violazione dei valori democratici di cui l’Italia continua a vantarsi, e crea un precedente grave che non farà che acuire il senso di ingiustizia, discriminazione e persecuzione.

La repressione dei prigionieri politici palestinesi si consuma dentro carceri italiane le cui condizioni, in piena estate, sono insostenibili per l’intera popolazione detenuta: sovraffollamento, caldo soffocante, carenze igienico-sanitarie che confliggono con il rispetto della dignità umana.

Denunciamo l’insostenibilità delle carceri, aggravata in questi mesi estivi, e la trascuratezza in cui giacciono da tempo le vicende giudiziarie dei prigionieri palestinesi, segnate da tensioni quotidiane, provocazioni finalizzate ad allungare i periodi detentivi, discriminazione e crescente isolamento. Denunciamo la situazione particolarmente disumana di Ryiad Albustanij che, nel carcere di massima sicurezza di Sassari, versa in precarie condizioni di salute purtroppo in peggioramento mentre, invece, viene ancora privato del diritto al pieno accesso alle cure sanitarie e del diritto alla comunicazione con la famiglia.

Lanciamo un appello a tutte le associazioni e le realtà politiche e sociali solidali con la Palestina affinché portino in ogni spazio e in ogni dibattito la voce e la richiesta di libertà dei prigionieri palestinesi; partecipino, con una mobilitazione forte e dal basso, ai prossimi appuntamenti scanditi dall’iter processuale dei detenuti, per far sentire alta la nostra voce, e sostengano con iniziative autonome — presìdi, raccolte fondi per le famiglie, campagne di sensibilizzazione — che non dipendano dalla disponibilità delle istituzioni ad agire. Segnaliamo fin d’ora l’udienza di riesame per Mohammed Hannoun e Raed Dawoud, prevista per il 9 ottobre, e ci impegniamo a essere presenti anche alle udienze d’appello per Anan Yaeesh e Ahmed Salem.

Chiediamo per questo un intervento da parte di senatori, deputati, amministratori di enti locali, autorità religiose e segretari di partito: una visita ai detenuti palestinesi, capace di dare visibilità mediatica alla loro condizione, con possibile organizzazione di eventi pubblici sui rispettivi territori e uscite sulla stampa, che rendano visibile l’ingiusta detenzione e le condizioni di detenzione per loro e per tutti; garantire ai familiari dei detenuti palestinesi il pieno diritto di visita, rimuovendo ogni ostacolo amministrativo o politico che limiti il mantenimento dei rapporti familiari, nel pieno rispetto dei diritti fondamentali della persona detenuta.

I detenuti:

Carcere di Terni: Mohammed Hannoun
Carcere di Sassari: Riyad Albustanji, Abdelmuti Abunada
Carcere di Ferrara: Raed Dawoud
Carcere di Rossano Calabro: Yaser Elasaly, Ahmed Salem
Carcere di Melfi: Anan Yaeesh

Ribadiamo il nostro impegno per l’autodeterminazione del popolo palestinese e per la legittimità della sua resistenza, per la giustizia e la libertà.

I tentativi di intimidazione e arresto non ci fermeranno: continueremo a sostenere il popolo palestinese e la sua legittima lotta per la libertà, la dignità e la fine dell’occupazione.

Come associazioni e persone solidali, abbiamo sempre chiesto — e continuiamo a chiedere — la rottura del Memorandum d’intesa militare tra Italia e “Israele”, la fine di ogni accordo commerciale, finanziario e di ricerca tra enti, società, imprese e università italiane e l’entità sionista, così come la fine del Patto di associazione tra i paesi UE e “Israele”.

Libertà per i prigionieri politici. Libertà per la Palestina

Associazione dei Palestinesi in Italia, Coordinamento calabrese per la Palestina, Coordinamento ternano per la Palestina, Donne Palestinesi, Ferrara per la Palestina, Giovani Palestinesi d’Italia, Milano per la Palestina, Reti per la Palestina di Basilicata, Sassari per la Palestina, Unione Democratica Arabo Palestinese, soccorso rosso proletario.

Free Niall Sherin Irlanda da Anti Imperialist Action

Anti Imperialist Action Ireland fully supports the campaign by the Irish Republican Prisoners Welfare Association to Free Niall Sheerin.

Niall Sheerin is a Derry Republican currently being held hostage by British Imperialism in Maghaberry Prison.

Having been sentenced in a British Court in Occupied Ireland to seven Years imprisonment for his part in the struggle for National Liberation, Niall Sheerin has now served his sentence but the British Occupation is refusing to release him as her remains an unrepentant Irish Republican.

British Imperialism is using draconian legislation called the ‘multi agency review arrangements’ better known as MARA to intern Niall Sheerin.

Under this British legislation occupation can keep a prisoner interned after they have served their sentence, if MARA deem the Prisoner is still a threat to the British Occupation.

This means Niall Sheerin has a being interned without any release date, having served the sentence handed down in the occupation court.

This is a gross abuse of Human Rights ands the Free Niall Sheerin Campaign should be supported by all Republicans, Anti Imperialists, socialists and progressives.

Niall Sheerin is not a criminal. He is an Irish Republican who has a legitimate right to pursue the National Liberation and sovereignty of our country and our people. He should be back with his family, friends and community, where he belongs.

In the coming weeks and months AIA will be stepping up our support for Niall Sheerin and all Republican POWs as we continue to build and develop the campaign for National Liberation across Ireland.

Free Niall Sheerin now- Smash MARA!

Saor Éire Anois- An Phoblacht Abú

Segue traduzione in Italiano

Anti Imperialist Action Ireland sostiene pienamente la campagna promossa dall’Irish Republican Prisoners Welfare Association per la liberazione di Niall Sheerin.

Niall Sheerin è un repubblicano di Derry attualmente tenuto in ostaggio dall’imperialismo britannico nel carcere di Maghaberry.

Condannato da un tribunale britannico nell’Irlanda occupata a sette anni di reclusione per il suo ruolo nella lotta per la liberazione nazionale, Niall Sheerin ha ormai scontato la pena, ma l’occupazione britannica si rifiuta di rilasciarlo poiché rimane un repubblicano irlandese impenitente.

L’imperialismo britannico sta utilizzando una legislazione draconiana denominata «multi agency review arrangements», meglio nota come MARA, per internare Niall Sheerin.

In base a questa legislazione britannica, l’occupazione può mantenere un prigioniero internato dopo che ha scontato la pena, se il MARA ritiene che il prigioniero rappresenti ancora una minaccia per l’occupazione britannica.

Ciò significa che Niall Sheerin è detenuto senza alcuna data di rilascio, pur avendo scontato la pena inflittagli dal tribunale dell’occupazione.

Si tratta di una grave violazione dei diritti umani e la campagna «Free Niall Sheerin» dovrebbe essere sostenuta da tutti i repubblicani, gli anti-imperialisti, i socialisti e i progressisti.

Niall Sheerin non è un criminale. È un repubblicano irlandese che ha il legittimo diritto di perseguire la liberazione nazionale e la sovranità del nostro Paese e del nostro popolo. Dovrebbe tornare dalla sua famiglia, dai suoi amici e dalla sua comunità, dove è il suo posto.

Nelle prossime settimane e nei prossimi mesi l’AIA intensificherà il proprio sostegno a Niall Sheerin e a tutti i prigionieri di guerra repubblicani, mentre continuiamo a costruire e sviluppare la campagna per la liberazione nazionale in tutta l’Irlanda.

Liberate subito Niall Sheerin – Abbasso la MARA!

Saor Éire Anois – An Phoblacht Abú

Nel carcere di Sassari negate cure e diritti fondamentali – la denuncia dei familiari di Riyad Al-Bustanji e delle associazioni solidali in Sardegna

Pubblichiamo la nota del Culleziu contra a la Gherra; Giovani Palestinesi Sardegna; Amicizia Sardegna-Palestina; Associazione dei Palestinesi in Italia; UNIGCOM e Unica per la Palestina:

Nella sezione “Alta Sicurezza 2” del carcere di Bancali è detenuto Riyad Al-Bustanji, un detenuto palestinese e autorità religiosa che, dal 1994, si impegna a raccogliere fondi a sostegno della popolazione palestinese. 

Per questo motivo è stato accusato di terrorismo dai servizi segreti israeliani ed è attualmente in custodia cautelare a Sassari, in condizioni detentive durissime, una prassi già utilizzata per altri prigionieri politici palestinesi detenuti nelle carceri italiane su mandato di Israele come Abdelmuti Abunada, anche lui detenuto nel carcere di Bancali.

Riyad Al-Bustanji soffre di diverse patologie gravi che lo costringono a sottoporsi a visite mediche molto frequenti. La famiglia, in una lettera al team legale di Al-Bustanji, denuncia le importanti criticità a cui è sottoposto nella sua detenzione a Bancali, parlando di “gravi negligenze che mettono a rischio la sua vita, la sua salute e i suoi diritti.”

Al-Bustanji, infatti, “soffre di frequenti crisi diabetiche, e non riceve tempestivamente il cibo o i farmaci necessari, nonostante la sua condizione clinica non consenta alcun ritardo o omissione nelle cure” come testimoniano i familiari.

“Inoltre – continua la famiglia – è affetto da una patologia prostatica e non sta ricevendo il trattamento medico necessario, con il conseguente rischio di gravi complicazioni.”

La famiglia denuncia anche le condizioni all’interno dell’istituto, parlando di “temperature insopportabilmente elevate”, e si fa presente che addirittura in queste condizioni Al-Bustanji “è stato privato del ventilatore”.
Un contesto del genere, per una persona che soffre di ipertensione arteriosa, implica uno stato di grave sofferenza fisica e perenne.

La famiglia segnala, in aggiunta, che “il suo diritto alle comunicazioni telefoniche è oggetto di restrizioni ingiustificate”, parlando di “limitazioni particolarmente severe che gli impediscono di mantenere contatti regolari con la propria famiglia, nonostante tale diritto sia riconosciuto e tutelato dalla legge.”
Per quanto riguarda il suo trasferimento al carcere di Sassari, esso ha comportato un significativo peggioramento della possibilità di comunicare con la famiglia.
A differenza di quanto avveniva nel precedente istituto, non gli è più consentito parlare con la stessa frequenza e le videochiamate sono state drasticamente ridotte: nell’arco di un mese gliene sono state concesse soltanto due, mentre in precedenza ne effettuava sei ogni mese.

“Per concludere, sua figlia, Saja, è affetta da un tumore della tiroide ed è sottoposta a cure oncologiche.
Nel mese di agosto dovrà affrontare una terapia con iodio radioattivo; poter comunicare con lei tramite videochiamata rappresenta quindi una necessità umana e psicologica fondamentale, e non un semplice privilegio.
Riteniamo che l’insieme di queste circostanze costituisca una palese violazione dei diritti del detenuto alla salute, alla dignità e alla tutela legale.” conclude la famiglia.

Pretendiamo che Riyad Al-Bustanji abbia immediato accesso alle cure mediche, a un’alimentazione adeguata, al diritto di comunicare con i propri familiari e a condizioni di detenzione che rispettino le sue necessità.
Le istituzioni, sia politiche che religiose, i garanti dei detenuti e le autorità giudiziarie hanno la facoltà di entrare anche nei reparti di Alta Sicurezza, dove è ingiustamente incarcerato Al-Bustanji, e verificare che le condizioni di dignità umana vengano rispettate per lui e per tutti gli altri detenuti.

Recentemente, Irene Testa, la garante dei detenuti in Sardegna, ha già denunciato le condizioni estremamente critiche che vivono i detenuti del carcere di Bancali: mancanza di medicinali, sovraffollamento, mancanza di personale adeguato per seguire casi di difficoltà psicofisica. Anche Antigone Sardegna ha denunciato le gravi condizioni in cui versano i detenuti con il caldo estremo che sta colpendo la nostra isola da mesi a causa del cambiamento climatico.

Chiediamo alla politica sarda, alla garante dei detenuti della Sardegna Irene Testa, alle istituzioni giudiziarie che vengano accertate le condizioni di Riyad Al-Bustanji e che vengano migliorate immediatamente. Quanto denunciato dalla famiglia di Al-Bustanji è gravissimo, disumano, e profondamente ingiusto. Chiediamo che anche le condizioni di tutti gli altri detenuti vengano accertate e che si intervenga immediatamente sul loro miglioramento. Chiediamo, infine, che venga fatta chiarezza sulle modalità di incarcerazione e accusa subite da Al-Bustanji, e che siano garantite tutte le condizioni per un giusto processo.