Libertà per i prigionieri politici palestinesi in Italia — Libertà per la Palestina

Il 18 luglio scorso, su iniziativa di numerose associazioni, organizzazioni e reti di persone solidali, si sono svolti presìdi davanti a cinque carceri italiane – Terni, Sassari, Ferrara, Rossano Calabro, Melfi – con iniziative anche in altre città, per chiedere la liberazione dei prigionieri politici palestinesi lì detenuti: una detenzione ingiusta di per sé — non solo perché lo dicono le convenzioni ONU o il diritto internazionale, comunque dispositivi ideati da chi occupa e non da chi resiste, ma perché lo afferma la storia e la resistenza del popolo palestinese. Il fatto che questa detenzione costituisca una violazione anche per il diritto degli oppressori rivela quanto sia contraddittorio e ipocrita questo sistema di “democrazia” e “libertà” dell’Occidente.

Chiediamo la fine della repressione messa in atto dai complici del genocidio sionista: la liberazione immediata di tutti i prigionieri politici palestinesi, e la fine della politica di prepotenza e persecuzione nei confronti della comunità palestinese e di chi, in Italia, si mobilita in solidarietà con il popolo palestinese.

Quanto sta accadendo oggi solleva serie preoccupazioni riguardo a una deriva verso la criminalizzazione della solidarietà con la Palestina e la restrizione delle libertà pubbliche e della libertà di espressione. Al di là della specificità dei singoli casi, denunciamo come costante, in tutte le vicende giudiziarie riguardanti i prigionieri palestinesi, la pressione dei servizi segreti e dell’apparato repressivo sionista, capace di condizionare, attraverso solidi legami economici e commerciali, le scelte delle autorità politiche e giudiziarie italiane.

Il Governo Meloni viola apertamente il diritto internazionale, venendo meno perfino alla finzione umanitaria con cui i Governi europei stanno provando a mascherare la loro complicità rispetto a quanto accade in Palestina. Mentre in seno al Parlamento europeo si moltiplicano le richieste di ritenere l’entità sionista responsabile di genocidio e delle gravi violazioni del diritto internazionale, il governo Meloni continua a confermarsi tra i governi più servili a “Israele” in Europa: fornisce copertura politica al governo Netanyahu e vota contro, o si oppone, alle iniziative volte a condannare l’occupazione sionista e a introdurre sanzioni e boicottaggio, in palese disprezzo verso il popolo palestinese e la sua autodeterminazione.

Sostenere il popolo palestinese e la sua resistenza, schierarsi al loro fianco contro l’occupazione, il colonialismo di insediamento, l’apartheid e lo sfollamento non è un crimine; al contrario, è una posizione legittima dal punto di vista politico, etico e legale. Il vero crimine è rimanere in silenzio di fronte al genocidio in corso, rendendosi complici di politiche di sterminio, fame e assedio insieme all’alleato sionista. È inaccettabile che i palestinesi vengano perseguitati o arrestati per aver sostenuto il proprio popolo, la propria causa e il proprio diritto ad autodeterminarsi; per le proprie opinioni politiche e posizioni pubbliche; o per ciò che pubblicano sui social media a condanna dell’occupazione e del genocidio portati avanti dai criminali sionisti.

Nell’ambito delle politiche del governo Meloni, molte voci palestinesi e filopalestinesi vengono accolte con sospetto e pregiudizio, nell’intenzione di criminalizzare la Resistenza Palestinese e la solidarietà, con accuse volte a mettere a tacere il dissenso, in virtù di norme dall’impianto incostituzionale pensate ed adottate nel nome della cultura paranoica della “sicurezza”, come “il terrorismo della parola”.

Lo Stato trasforma il sostegno politico e morale ai legittimi diritti del popolo palestinese in un crimine, etichettando i palestinesi e i loro sostenitori come terroristi semplicemente per aver difeso i propri diritti esistenziali: questo è il dato di fatto. Ed è contro questo che lottiamo: contro la cancellazione dell’agibilità politica per tutte e tutti, in difesa della Palestina e del popolo palestinese oggi, come della libertà e del diritto di esistere di tutti i popoli oppressi. È paradossale, e a tratti grottesco, che la parola “terrorismo” venga rovesciata contro chi resiste all’occupazione e usata proprio da chi il terrorismo lo pratica realmente: l’entità sionista e i suoi lacchè.

L’incarcerazione di palestinesi per la loro identità nazionale, le loro attività di solidarietà o le loro posizioni politiche costituisce una grave violazione dei valori democratici di cui l’Italia continua a vantarsi, e crea un precedente grave che non farà che acuire il senso di ingiustizia, discriminazione e persecuzione.

La repressione dei prigionieri politici palestinesi si consuma dentro carceri italiane le cui condizioni, in piena estate, sono insostenibili per l’intera popolazione detenuta: sovraffollamento, caldo soffocante, carenze igienico-sanitarie che confliggono con il rispetto della dignità umana.

Denunciamo l’insostenibilità delle carceri, aggravata in questi mesi estivi, e la trascuratezza in cui giacciono da tempo le vicende giudiziarie dei prigionieri palestinesi, segnate da tensioni quotidiane, provocazioni finalizzate ad allungare i periodi detentivi, discriminazione e crescente isolamento. Denunciamo la situazione particolarmente disumana di Ryiad Albustanij che, nel carcere di massima sicurezza di Sassari, versa in precarie condizioni di salute purtroppo in peggioramento mentre, invece, viene ancora privato del diritto al pieno accesso alle cure sanitarie e del diritto alla comunicazione con la famiglia.

Lanciamo un appello a tutte le associazioni e le realtà politiche e sociali solidali con la Palestina affinché portino in ogni spazio e in ogni dibattito la voce e la richiesta di libertà dei prigionieri palestinesi; partecipino, con una mobilitazione forte e dal basso, ai prossimi appuntamenti scanditi dall’iter processuale dei detenuti, per far sentire alta la nostra voce, e sostengano con iniziative autonome — presìdi, raccolte fondi per le famiglie, campagne di sensibilizzazione — che non dipendano dalla disponibilità delle istituzioni ad agire. Segnaliamo fin d’ora l’udienza di riesame per Mohammed Hannoun e Raed Dawoud, prevista per il 9 ottobre, e ci impegniamo a essere presenti anche alle udienze d’appello per Anan Yaeesh e Ahmed Salem.

Chiediamo per questo un intervento da parte di senatori, deputati, amministratori di enti locali, autorità religiose e segretari di partito: una visita ai detenuti palestinesi, capace di dare visibilità mediatica alla loro condizione, con possibile organizzazione di eventi pubblici sui rispettivi territori e uscite sulla stampa, che rendano visibile l’ingiusta detenzione e le condizioni di detenzione per loro e per tutti; garantire ai familiari dei detenuti palestinesi il pieno diritto di visita, rimuovendo ogni ostacolo amministrativo o politico che limiti il mantenimento dei rapporti familiari, nel pieno rispetto dei diritti fondamentali della persona detenuta.

I detenuti:

Carcere di Terni: Mohammed Hannoun
Carcere di Sassari: Riyad Albustanji, Abdelmuti Abunada
Carcere di Ferrara: Raed Dawoud
Carcere di Rossano Calabro: Yaser Elasaly, Ahmed Salem
Carcere di Melfi: Anan Yaeesh

Ribadiamo il nostro impegno per l’autodeterminazione del popolo palestinese e per la legittimità della sua resistenza, per la giustizia e la libertà.

I tentativi di intimidazione e arresto non ci fermeranno: continueremo a sostenere il popolo palestinese e la sua legittima lotta per la libertà, la dignità e la fine dell’occupazione.

Come associazioni e persone solidali, abbiamo sempre chiesto — e continuiamo a chiedere — la rottura del Memorandum d’intesa militare tra Italia e “Israele”, la fine di ogni accordo commerciale, finanziario e di ricerca tra enti, società, imprese e università italiane e l’entità sionista, così come la fine del Patto di associazione tra i paesi UE e “Israele”.

Libertà per i prigionieri politici. Libertà per la Palestina

Associazione Palestinesi in Italia, Coordinamento calabrese per la Palestina, Coordinamento ternano per la Palestina, Donne Palestinesi, Ferrara per la Palestina, Giovani Palestinesi d’Italia, Milano per la Palestina, Reti per la Palestina di Basilicata, Sassari per la Palestina.

Free Niall Sherin Irlanda da Anti Imperialist Action

Anti Imperialist Action Ireland fully supports the campaign by the Irish Republican Prisoners Welfare Association to Free Niall Sheerin.

Niall Sheerin is a Derry Republican currently being held hostage by British Imperialism in Maghaberry Prison.

Having been sentenced in a British Court in Occupied Ireland to seven Years imprisonment for his part in the struggle for National Liberation, Niall Sheerin has now served his sentence but the British Occupation is refusing to release him as her remains an unrepentant Irish Republican.

British Imperialism is using draconian legislation called the ‘multi agency review arrangements’ better known as MARA to intern Niall Sheerin.

Under this British legislation occupation can keep a prisoner interned after they have served their sentence, if MARA deem the Prisoner is still a threat to the British Occupation.

This means Niall Sheerin has a being interned without any release date, having served the sentence handed down in the occupation court.

This is a gross abuse of Human Rights ands the Free Niall Sheerin Campaign should be supported by all Republicans, Anti Imperialists, socialists and progressives.

Niall Sheerin is not a criminal. He is an Irish Republican who has a legitimate right to pursue the National Liberation and sovereignty of our country and our people. He should be back with his family, friends and community, where he belongs.

In the coming weeks and months AIA will be stepping up our support for Niall Sheerin and all Republican POWs as we continue to build and develop the campaign for National Liberation across Ireland.

Free Niall Sheerin now- Smash MARA!

Saor Éire Anois- An Phoblacht Abú

Segue traduzione in Italiano

Anti Imperialist Action Ireland sostiene pienamente la campagna promossa dall’Irish Republican Prisoners Welfare Association per la liberazione di Niall Sheerin.

Niall Sheerin è un repubblicano di Derry attualmente tenuto in ostaggio dall’imperialismo britannico nel carcere di Maghaberry.

Condannato da un tribunale britannico nell’Irlanda occupata a sette anni di reclusione per il suo ruolo nella lotta per la liberazione nazionale, Niall Sheerin ha ormai scontato la pena, ma l’occupazione britannica si rifiuta di rilasciarlo poiché rimane un repubblicano irlandese impenitente.

L’imperialismo britannico sta utilizzando una legislazione draconiana denominata «multi agency review arrangements», meglio nota come MARA, per internare Niall Sheerin.

In base a questa legislazione britannica, l’occupazione può mantenere un prigioniero internato dopo che ha scontato la pena, se il MARA ritiene che il prigioniero rappresenti ancora una minaccia per l’occupazione britannica.

Ciò significa che Niall Sheerin è detenuto senza alcuna data di rilascio, pur avendo scontato la pena inflittagli dal tribunale dell’occupazione.

Si tratta di una grave violazione dei diritti umani e la campagna «Free Niall Sheerin» dovrebbe essere sostenuta da tutti i repubblicani, gli anti-imperialisti, i socialisti e i progressisti.

Niall Sheerin non è un criminale. È un repubblicano irlandese che ha il legittimo diritto di perseguire la liberazione nazionale e la sovranità del nostro Paese e del nostro popolo. Dovrebbe tornare dalla sua famiglia, dai suoi amici e dalla sua comunità, dove è il suo posto.

Nelle prossime settimane e nei prossimi mesi l’AIA intensificherà il proprio sostegno a Niall Sheerin e a tutti i prigionieri di guerra repubblicani, mentre continuiamo a costruire e sviluppare la campagna per la liberazione nazionale in tutta l’Irlanda.

Liberate subito Niall Sheerin – Abbasso la MARA!

Saor Éire Anois – An Phoblacht Abú

Nel carcere di Sassari negate cure e diritti fondamentali – la denuncia dei familiari di Riyad Al-Bustanji e delle associazioni solidali in Sardegna

Pubblichiamo la nota del Culleziu contra a la Gherra; Giovani Palestinesi Sardegna; Amicizia Sardegna-Palestina; Associazione dei Palestinesi in Italia; UNIGCOM e Unica per la Palestina:

Nella sezione “Alta Sicurezza 2” del carcere di Bancali è detenuto Riyad Al-Bustanji, un detenuto palestinese e autorità religiosa che, dal 1994, si impegna a raccogliere fondi a sostegno della popolazione palestinese. 

Per questo motivo è stato accusato di terrorismo dai servizi segreti israeliani ed è attualmente in custodia cautelare a Sassari, in condizioni detentive durissime, una prassi già utilizzata per altri prigionieri politici palestinesi detenuti nelle carceri italiane su mandato di Israele come Abdelmuti Abunada, anche lui detenuto nel carcere di Bancali.

Riyad Al-Bustanji soffre di diverse patologie gravi che lo costringono a sottoporsi a visite mediche molto frequenti. La famiglia, in una lettera al team legale di Al-Bustanji, denuncia le importanti criticità a cui è sottoposto nella sua detenzione a Bancali, parlando di “gravi negligenze che mettono a rischio la sua vita, la sua salute e i suoi diritti.”

Al-Bustanji, infatti, “soffre di frequenti crisi diabetiche, e non riceve tempestivamente il cibo o i farmaci necessari, nonostante la sua condizione clinica non consenta alcun ritardo o omissione nelle cure” come testimoniano i familiari.

“Inoltre – continua la famiglia – è affetto da una patologia prostatica e non sta ricevendo il trattamento medico necessario, con il conseguente rischio di gravi complicazioni.”

La famiglia denuncia anche le condizioni all’interno dell’istituto, parlando di “temperature insopportabilmente elevate”, e si fa presente che addirittura in queste condizioni Al-Bustanji “è stato privato del ventilatore”.
Un contesto del genere, per una persona che soffre di ipertensione arteriosa, implica uno stato di grave sofferenza fisica e perenne.

La famiglia segnala, in aggiunta, che “il suo diritto alle comunicazioni telefoniche è oggetto di restrizioni ingiustificate”, parlando di “limitazioni particolarmente severe che gli impediscono di mantenere contatti regolari con la propria famiglia, nonostante tale diritto sia riconosciuto e tutelato dalla legge.”
Per quanto riguarda il suo trasferimento al carcere di Sassari, esso ha comportato un significativo peggioramento della possibilità di comunicare con la famiglia.
A differenza di quanto avveniva nel precedente istituto, non gli è più consentito parlare con la stessa frequenza e le videochiamate sono state drasticamente ridotte: nell’arco di un mese gliene sono state concesse soltanto due, mentre in precedenza ne effettuava sei ogni mese.

“Per concludere, sua figlia, Saja, è affetta da un tumore della tiroide ed è sottoposta a cure oncologiche.
Nel mese di agosto dovrà affrontare una terapia con iodio radioattivo; poter comunicare con lei tramite videochiamata rappresenta quindi una necessità umana e psicologica fondamentale, e non un semplice privilegio.
Riteniamo che l’insieme di queste circostanze costituisca una palese violazione dei diritti del detenuto alla salute, alla dignità e alla tutela legale.” conclude la famiglia.

Pretendiamo che Riyad Al-Bustanji abbia immediato accesso alle cure mediche, a un’alimentazione adeguata, al diritto di comunicare con i propri familiari e a condizioni di detenzione che rispettino le sue necessità.
Le istituzioni, sia politiche che religiose, i garanti dei detenuti e le autorità giudiziarie hanno la facoltà di entrare anche nei reparti di Alta Sicurezza, dove è ingiustamente incarcerato Al-Bustanji, e verificare che le condizioni di dignità umana vengano rispettate per lui e per tutti gli altri detenuti.

Recentemente, Irene Testa, la garante dei detenuti in Sardegna, ha già denunciato le condizioni estremamente critiche che vivono i detenuti del carcere di Bancali: mancanza di medicinali, sovraffollamento, mancanza di personale adeguato per seguire casi di difficoltà psicofisica. Anche Antigone Sardegna ha denunciato le gravi condizioni in cui versano i detenuti con il caldo estremo che sta colpendo la nostra isola da mesi a causa del cambiamento climatico.

Chiediamo alla politica sarda, alla garante dei detenuti della Sardegna Irene Testa, alle istituzioni giudiziarie che vengano accertate le condizioni di Riyad Al-Bustanji e che vengano migliorate immediatamente. Quanto denunciato dalla famiglia di Al-Bustanji è gravissimo, disumano, e profondamente ingiusto. Chiediamo che anche le condizioni di tutti gli altri detenuti vengano accertate e che si intervenga immediatamente sul loro miglioramento. Chiediamo, infine, che venga fatta chiarezza sulle modalità di incarcerazione e accusa subite da Al-Bustanji, e che siano garantite tutte le condizioni per un giusto processo.

GUERRA AI GIOVANI. Una legge reazionaria e crudele

Un commento dell’Avv. Antonietta Ricci di Taranto e una nota di Proletari comunisti

Mentre agli assassini, come il gioielliere, che ammazzano, non certo per difendersi, ma per vendicarsi di chi ha colpito la “sua proprietà”, il governo, la Meloni, Salvini, Nordio, Piantedosi, ecc. pensano a decreti di iper estensione della legittimità di uccidere; 

mentre per i poliziotti/carabinieri che ammazzano Fakir, e tanti altri prima e dopo, vantandosi anche – un carabiniere di Bologna nel suo post ha commentato la morte di Fakir scrivendo: “Uno in meno” – il governo risponde con lo “scudo penale” e con una oscena campagna stampa/TV;

in fretta e furia il governo ha fatto un decreto che dichiara i minori sempre colpevoli, un “problema” da trattare solo allargando le maglie della repressione e le porte del carcere.

Questo governo lo fa perchè è fatto di persone fasciste, in cui il più “innocuo”, dovrebbe già stare in galera per anni – lo fa per auto-tutelarsi, per propaganda reazionaria, razzista, populista, facile, visto che ha in mano la maggiorparte di giornali e reti televisive. Questo governo non può fare diversamente; questo governo dove mette le mani, soprattutto sulla scuola, sui servizi sociali, sulla cultura, opera per imporre  piani di tagli, di trasformazione al servizio del militarismo, della guerra, dell’attacco ad ogni voce libera, dissidente, intelligente, ecc. Su questo non ci devono essere illusioni, è la logica e l’azione fascista/razzista che guida i loro provvedimenti; nessun appello, nessuna denuncia legittima “gli fa un baffo” o fa fare un passo indietro, e quando sono costretti a farlo dalle proteste, da alcune lotte, allora via libera alla repressione, ai “decreti” – lo comprendano anche i democratici.

Questo governo, dietro episodi di singoli giovani – episodi ultra normali, ci sono sempre stati – in realtà sono i giovani che lottano, che si ribellano, che fanno le manifestazioni, che si scontrano con la polizia e attaccano le “proprietà”, il loro obbiettivo; questi li fanno andare di “bestia” – e non è certo un caso che questo decreto “maranza” l’hanno fatto subito dopo la manifestazione di Bologna per Fakir e gli scontri con la polizia. Su questi giovani il governo, la sua polizia concentrerà la sua violenza.

Ma qui, soprattutto qui, devono trovare la giusta risposta!

proletari comunisti

IL COMMENTO AL DECRETO DELL’AVVOCATA ANTONIETTA RICCI DI TARANTO

Non è un decreto contro i ‘maranza’: è un decreto contro i giovani. 

Ieri il Consiglio dei ministri ha approvato quello che molti quotidiani hanno definito il “decreto anti maranza”. Ma questa definizione è fuorviante. Più correttamente, bisognerebbe chiamarlo decreto anti minori, perché interviene direttamente sulla giustizia penale minorile e modifica uno dei principi  fondamentali su cui essa si è sempre retta. Il provvedimento cambia infatti l’articolo 98 del Codice penale introducendo una presunzione di capacità di intendere e di volere per i minori tra i 14 e i 18 anni. In altre parole, viene ribaltato l’onere  della prova: fino a oggi era lo Stato a dover dimostrare che un ragazzo avesse la maturità necessaria per  essere pienamente imputabile; da domani sarà il minore a essere considerato automaticamente capace, salvo prova contraria.

È un passaggio enorme, che racconta molto più di una semplice modifica tecnica. È l’ennesimo tassello  di quella che appare sempre più come una vera e propria guerra ai giovani, e più in generale contro  chiunque venga percepito come un problema sociale invece che come una persona da comprendere.

Questa strategia non nasce oggi. È iniziata con il decreto contro i rave, trasformando un fenomeno  marginale in un’emergenza nazionale. È proseguita con il decreto Caivano, che ha irrigidito la giustizia  penale minorile e ha contribuito a un fatto senza precedenti: il sovraffollamento degli istituti penali per  minorenni. È continuata con i decreti sicurezza che colpiscono i giovani militanti e oggi arriva questo  nuovo intervento, che prosegue sulla stessa strada: meno diritti, più repressione. 

Nel merito, poi, il decreto è costruito su molta propaganda e poca sostanza. Non abbassa l’età  dell’imputabilità, che resta fissata a 14 anni. Ma modifica qualcosa di altrettanto rilevante: cancella il  principio secondo cui l’accertamento della maturità del minore è un presupposto della responsabilità  penale. Fino a oggi il giudice doveva verificare, caso per caso, il grado di consapevolezza del ragazzo. Ora quella verifica non sarà più il punto di partenza, ma un’eccezione.

Il messaggio politico è chiarissimo: non capire, ma punire. Ed è proprio qui il nodo della questione. Perché è sempre più semplice costruire consenso attraverso la  repressione che affrontare davvero le cause del disagio giovanile. È più facile evocare il nemico di turno che investire nella scuola, nell’inclusione, nei servizi sociali, nel lavoro educativo.

Pensiamo alle seconde generazioni, ai giovani cresciuti nelle periferie, alle difficoltà di integrazione  sociale, culturale ed economica. Sono problemi complessi, che richiederebbero politiche di welfare,  inclusione e cittadinanza. Questo governo sceglie invece la strada opposta: trasformare il disagio in una questione di ordine pubblico.

Ed è evidente che queste norme finiranno per colpire soprattutto alcuni gruppi sociali: chi vive  condizioni di marginalità sociale, economica e culturale.

Anche il linguaggio utilizzato non è casuale. Parole come “maranza” non servono solo a descrivere un  fenomeno: servono a costruire uno stereotipo, a identificare un’intera categoria di giovani come  pericolosa per definizione. Prima si crea il nemico, poi si giustificano norme sempre più severe.

Il paradosso è che lo Stato spesso non riesce a garantire inclusione scolastica, opportunità lavorative,  percorsi educativi o persino il riconoscimento della cittadinanza a ragazzi nati e cresciuti in Italia. Ma  quando quei giovani manifestano disagio, l’unica risposta che trova è il diritto penale. 

Parallelamente, il decreto rafforza i poteri di prevenzione e controllo del territorio in chiave “anti-bande”. Il Questore può emettere avvisi orali e vietare a chi è stato coinvolto in episodi di violenza o  danneggiamento in gruppo di tornare a radunarsi con gli stessi soggetti, soprattutto se già colpiti da  misure di prevenzione o condannati per reati contro la persona o il patrimonio in luoghi pubblici.

Viene ampliato l’uso dell’accompagnamento e trattenimento in ufficio di polizia per l’identificazione di  persone ritenute pericolose, estendendo di fatto ai minorenni il cosiddetto “fermo di prevenzione”,  con particolare attenzione a stazioni, zone della movida e grandi eventi.

Sul fronte del contrasto al degrado urbano, si introducono procedure accelerate di sgombero per le  occupazioni abusive e una nuova aggravante di danneggiamento commesso da almeno cinque  persone, che consente l’arresto anche in flagranza differita sulla base di immagini e video.

Magistrati minorili, avvocati, accademici e associazioni come Antigone parlano apertamente di  “tradimento” del modello italiano di giustizia minorile, storicamente considerato tra i più avanzati in  Europa. Giuristi e associazioni denunciano un effetto di “profiling” di classe e di origine: le nuove misure, pur scritte in termini generali, tendono a colpire soprattutto adolescenti che vivono in quartieri popolari, con alle spalle fragilità economiche, scolastiche e familiari, già oggetto di stigmatizzazione sociale.

Un altro punto sensibile riguarda il rapporto tra dati reali e percezione di insicurezza. Le statistiche ufficiali non indicano un’esplosione incontrollata della criminalità minorile, ma l’attenzione mediatica su episodi particolarmente violenti o spettacolari alimenta l’idea di un’emergenza costante.

Su questo terreno, il “decreto maranza” è una risposta meramente propagandistica: un messaggio politico riassumibile nello slogan qualunquista e populista “chi sbaglia paga, anche se minore”, che  però ignora le complessità del mondo giovanile e i principi di gradualità e proporzionalità sanciti dalle  norme nazionali e internazionali.

In realtà, il dibattito sul decreto mette a nudo una frattura ben più profonda: quella tra le istituzioni e le nuove generazioni. Per troppi ragazzi lo Stato ha un solo volto: quello delle divise, dei controlli, delle perquisizioni e delle sanzioni. Molto più difficile, invece, incontrarlo sotto forma di scuola, servizi sociali, presìdi culturali, impianti sportivi, opportunità educative o strumenti concreti di emancipazione.

È la fotografia di un fallimento politico prima ancora che normativo. Perché quando l’unica risposta al disagio giovanile diventa il diritto penale, significa che lo Stato ha già rinunciato a svolgere la sua funzione più importante: prevenire, includere, offrire opportunità.

Il rischio è evidente. Costruire un impianto normativo che parte dal presupposto che il minore sia innanzitutto un potenziale pericolo significa alimentare una logica di contrapposizione permanente, dividendo la società tra chi deve essere protetto e chi deve essere controllato. Una narrazione tossica che trasforma migliaia di adolescenti – spesso provenienti dalle periferie o dalle seconde generazioni – in bersagli politici prima ancora che in cittadini.

Per questo il cosiddetto “decreto maranza” non è soltanto un insieme di norme penali e amministrative. È il manifesto di una precisa idea di società: una società che, di fronte alle fragilità, sceglie di punire invece di comprendere; che investe nella repressione perché costa meno, politicamente, che investire nella scuola, nel welfare, nell’inclusione e nella cittadinanza. È una scelta miope e profondamente in contrasto con lo spirito della Costituzione, che assegna alla pena una funzione educativa e impone alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli che limitano l’uguaglianza sostanziale. Sostituire l’educazione con la repressione non renderà il Paese più sicuro: renderà soltanto più profonda la distanza tra lo Stato e una generazione che continua a sentirsi vista come un problema, anziché riconosciuta come una risorsa e come cittadinanza a pieno titolo.

Questo decreto non renderà il Paese più sicuro. Lo renderà semplicemente più duro con i più deboli, più impaurito e più diviso. Ed è questo, forse, il vero obiettivo della propaganda: alimentare la paura invece di risolvere i problemi.

Cosenza si mobilita per Momo, morto suicida durante una perquisizione

COSENZA CHIEDE GIUSTIZIA PER MOMO
LUNEDÌ ALLE 18.30 MANIFESTAZIONE
Minuto dopo minuto, la morte di Momo assume contorni sempre più gravi e le responsabilità delle forze dell’ordine sono sempre più chiare. Di fronte all’ennesima ingiustizia nella storia di questa città, non possiamo tacere né rimanere in silenzio aspettando che qualcuno metta tutto sotto il tappeto.
La tragedia di Mohamed, che richiama a quanto accaduto a Fakir qualche giorno fa a Bologna, ci restituisce in modo drammatico le conseguenze della gestione della salute mentale in questo paese: contenimento e repressione al posto di cura e assistenza sociale. Quando la politica risponde alle disuguaglianze e al disagio con le manette anziché con i diritti, la violenza diventa uno strumento ordinario. È una realtà che in Calabria conosciamo bene, in un territorio abbandonato dove l’assenza di tutele per i più fragili uccide ogni giorno.
Cosenza ha sempre dato prova di non lasciare indietro nessuno e di saper rispondere a testa alta agli abusi di potere. La città in cui vogliamo vivere non è quella in cui chi è invisibile e in condizione di disagio sociale ed economico è destinato a morire.
Come comunità cittadina dobbiamo ritrovarci uniti per pretendere verità e giustizia.
Invitiamo tutti e tutte a partecipare a una grande manifestazione popolare, lunedì dalle 18:30, a partire da via dei Mille, il quartiere di Mohamed.
Giustizia per Momo, giustizia per tutte e tutti!
MOMO. UNO DI NOI.

Mohamed Amin Bassioud, suicidato dallo Stato a Cosenza

“Mio figlio depresso, lo tormentavano”.

Il ragazzo di 25 anni si trovava ai domiciliari. Si è lanciato dal terzo piano durante una perquisizione dei carabinieri. Mohamed Amin Bassioud e’morto così, a Cosenza.

25enne di nazionalità italiana e di origini tunisine. Era agli arresti domiciliari e da tempo soffriva di un grave disagio psichico. Nel marzo scorso, era stato ricoverato nel reparto di Psichiatria dopo aver commesso atti di autolesionismo. Straziante il lamento della madre che ci accoglie e con dignità racconta l’accaduto: “Erano le due e un quarto – spiega la donna al manifesto – e sono rientrata dal lavoro, aspettavo un operaio che doveva ripararmi una finestra. Hanno suonato alla porta, ho aperto e c’erano due carabinieri. Non mi sono meravigliata, perché è accaduto altre volte che venissero a controllarlo”.
Il ragazzo “era molto depresso per la morte del padre e per il fatto di essere agli arresti. Loro lo hanno infilato in una stanza e hanno chiuso la porta. Ho chiesto di farmi entrare, ma me lo hanno impedito. Faceva caldo, hanno alzato la persiana, da fuori ho visto mio figlio che si lanciava sotto, non ho fatto in tempo a fermarlo”.
È ancora sul balcone la sedia che il ragazzo ha usato per scavalcare la ringhiera e buttarsi nel vuoto. Un macabro silenzio avvolge il popoloso quartiere di via Mille, nel centro di Cosenza. Dalle palazzine circostanti arrivano i vicini di casa. “Qui sono venuti altre volte i carabinieri – spiega la signora Bassioud – e lo picchiavano, cioè lo trascinavano sul pavimento. C’era in particolare un carabiniere che lo perseguitava. Oggi pomeriggio, dopo che si è lanciato dal balcone, mi sono precipitata giù e mi hanno persino impedito di abbracciare il suo corpo”. Anche la fidanzata del ragazzo conferma il racconto: “Durante un’altra perquisizione, in passato, lui è svenuto. Voleva lanciarsi giù anche quella volta. Lo hanno preso, trascinato, gli hanno rovesciato in faccia una pentola d’acqua. Per questo motivo, oggi la madre ha cercato di entrare nella stanza, perché sapeva che il figlio ci aveva già provato e voleva evitare che succedesse”.
Dal Manifesto, 24 luglio 2026
Da La Base, di Cosenza

Lettera di Mohammed Hannoun dal carcere di Terni

– Al Tribunale del Riesame
– All’attenzione del Signori Giudici chiamati a valutare le accuse formulate nei miei confronti e di conseguenza anche l’integrità e la rettitudine d’intenti dell’Associazione cui appartengo
Il sottoscritto Hannoun Mohammad fa presente che l’Associazione A.B.S.P.P. ODV, di cui sono attualmente Presidente, ha operato sempre nella massima trasparenza e nel rispetto delle leggi italiane e internazionali, quanto di tutte le normative che regolano le attività di solidarietà e assistenza.
Nel caso specifico tengo a sottolineare che l’Associazione a cui appartengo ha svolto una intensa, variegata, duratura e meritoria attività di supporto alle sofferenze del popolo Palestinese con particolare riguardo all’area della Striscia di Gaza, la più colpita dalle conseguenze delle iniziative belliche di israele.
Questa attività di supporto si è concretizzata nei seguenti progetti :
Adozioni a distanza, attraverso le quali è stato offerto aiuto e contemporaneamente una possibilità di futuro a migliaia di bambini orfani di genitori uccisi dalla guerra coloniale israeliana cosi come la possibilità di fornire a questi un aiuto medico e sanitario
Il secondo campo di iniziativa della A.B.S.P.P. ODV si è rivolto alla necessità di mantenere vivo e funzionante il sistema scolastico palestinese, fornendo tutto quel minimo possibile di materiale scolastico atto al regolare svolgimento del processo educativo dei giovani palestinesi pur nel pieno del perdurare di un contesto di guerra. In questo campo d’intervento l’Associazione cui appartengo si è altresì prodigata in Iniziative di supporto economico per quei ragazzi che intendevano intraprendere una formazione universitaria.
Il terzo campo d’iniziativa si è rivolto verso il Supporto e l’aiuto per i palestinesi più sofferenti e bisognosi attraverso l’articolazione di attività che andavano dalla distribuzione di pasti caldi, al pacchi viveri, kit igienici e un pur minimo aiuto economico per far fronte alle necessità basilari di vita.
Quest’ultimo aspetto è stato possibile da concretizzare attraverso lo strumento del •Gemellaggio tra famiglie italiane e quelle Gazawi* Attività che nel complesso hanno riguardato e di cui hanno beneficiato decine se non centinaia di migliaia di palestinesi.
Queste iniziative esprimono l’anima della nostra attività solidaristica. Un’anima volta anche a stimolare e sensibilizzare la fratellanza tra il popolo italiano e quello palestinese al fine dil promuovere e sviluppare insieme progetti di cooperazione e contemporaneamente far conoscere e denunciare pubblicamente il livello di sofferenze patito dal palestinesi sotto il regime di occupazione.
Una dimensione questa che ci ha trovati sempre presenti nelle manifestazioni pubbliche di solidarietà, sotto la bandiera della promozione di unità o pace tra popoli e nel segno della giustizia e dell’umanità.
Il Rabbino Maggiore Ovadia Josef in una dichiarazione ufficiale e pubblica dice letteralmente… i palestinesi sono scarafaggi che vanno schiacciati *, in un’altra dichiarazione dice bambini palestinesi vanno uccisi oggi, da bambini, prima che diventino grandi”.
Mentre il governo israeliano esegue la mattanza contro i civili palestinesi, l’appoggio complice dell’occidente non e mai venuto a mancare, compreso quello del governo italiano sempre tra i primi fornitori di materiale bellico e di attività di supporto logistico, come ha ampiamente documentato anche la stessa relatrice ONU per i territori palestinesi.
Gli ultimi tragici eventi consumati sulla vita stessa del popolo palestinese hanno dato ulteriore conferma che esistono due fronti contrapposti, segnati da profonde demarcazioni etiche, morali e politiche.
Da una parte c’è chi si impegna costantemente alla salvaguardia della vita, alla promozione di uno sviluppo sociale e umano basato sulla giustizia ed uguaglianza, indirizzato al rispetto reciproco e allo sviluppo di sinceri rapporti di solidarietà, mentre dall’altro si agitano sanguinosamente i signori del privilegio e del dominio che a tal fine consumano guerre e genocidi, seminando sofferenze tali da far impallidire oggi anche le gesta dei più feroci criminali che la storia passata ha consegnato alla memoria.
In conclusione, noi come Associazione abbiamo fatto la nostra scelta, come diceva Don Gallo…
“quando si parla della Palestina o del popolo palestinese c’è da schierarsi. lo mi sono schierato con gli oppressi”, anche noi abbiamo fatto la nostra scelta di campo e ci siamo schierati con gli oppressi, con le vittime … con il popolo palestinese, con le sue istanze di libertà e per il riconoscimento dei suoi legittimi e sacri diritti.
Se vale la logica, la vigenza, la dominanza del diritto internazionale, noi dell’Associazione, che della solidarietà, della beneficenza e dell’umanità abbiamo fatto ragione stessa di esistenza e impegno contro chi sta consumando un genocidio favorito da complici spesso silenziosi e ipocriti, di questo impegno non abbiamo che da esserne orgogliosi per quanto pienamente consapevoli di come questo sia stato solo una goccia nel mare delle tante necessità e urgenze impellenti da dover risolvere nella Striscia e nella Palestina tutta …. che non troveranno certo soluzione nella retorica complice del finto umanitarismo che gli amici dell’occupante israeliano hanno sparso a piene mani in questi ultimi anni.
Una valanga di ipocrisia quest’ultima che non è riuscita però neanche minimamente a colmare il reale “doppio pesismo” praticato : il criminale genocida comunque elevato a detentore di valori di civiltà e democrazia e per questo più o meno apertamente supportato nel suoi atti, e di contro la vittima, l’oppresso che nel suo tentativo di percorrere con coerenza la strada della propria liberazione o quanti hanno ravvisato in ciò i semi di un futuro altro e migliore, vengono demonizzati, perseguitati e dipinti come “terroristi”.
Quindi se vale la prassi del “doppio pesismo” in cui chi sta dalla parte dell’umanità è definito “terrorista” … allora io, Signori Giudici ,… lo sono.
Voglio sperare che in questa sede prevalga la logica del diritto su quella dello schieramento alle logiche di convenienza dettate dalla realpolitik del sistema di alleanze e che esista per questo ancora una luce che voglia prevalere sulle barbarie.
Restiamo umani
Mohammad Hannoun, Presidente A.B.S.P.P. ODV