Una poesia di Anan Yaeesh dal carcere di Melfi

Da CaseMatte L’Aquila

Anan Yaeesh è detenuto nel carcere di Melfi, condannato a 5 anni e 6 mesi dopo un processo che si è svolto all’Aquila ed ha visto la fine del primo grado il 16 gennaio 2026.
Ci ha fatto arrivare questa poesia e ci ha chiesto di renderla pubblica.
Siamo con te, Anan, sempre.
Non vediamo l’ora di poterti abbracciare e siamo felici di poter amplificare la tua voce, nell’attesa della liberazione
Amico mio, sai cos’è il dolore?
Piangi e nessuno ascolta le tue lacrime.
Quando il corpo non sente più
le ferite ma il freddo sí,
senza il calore di un abbraccio.
Il dolore,
quando per tutti il tuo popolo
non è altro che un’immagine.
Il dolore.
Un coltello ti entra nella schiena
e qualcuno ride, il dolore che
non senti più
è parte di te
cresciuto con te.
È il dolore che nessun altro può sentire,
abita il cuore e ci resta per sempre.
E a chi ti chiede “come va?”
Tu sorridi e dici “sto bene”…
Solo allora senti il dolore.
Anan Yaeesh, febbraio 2026

Cagliari – libertà per la prigioniera politica spagnola María José Baños – solidarietà in presenza di Soccorso rosso proletario

“La compagna comunista rivoluzionaria prigioniera María José Baños Andújar sta rischiando di morire.
Nelle ultime settimane le condizioni di salute della militante antifascista María José Baños Andújar, reclusa nel carcere spagnolo di Murcia II e che soffre di alcune patologie croniche molto gravi, si sono ulteriormente aggravate.
La direzione del carcere ha inasprito le sue condizioni di isolamento e disattenzione medica, arrivando fino a negare l’accesso al carcere della sua avvocata con l’intervento della forza pubblica, e sospendere i colloqui che María José aveva con il suo compagno, anch’egli recluso nello stesso carcere.
María José è una militante dei GRAPO (Gruppi di Resistenza Antifascista Primo di Ottobre), un’ organizzazione armata comunista che è stata attiva nello Stato spagnolo tra gli anni ’70 e il 2000, imprigionata dal 2002 e che continua a rivendicare con dignità e coerenza il suo percorso rivoluzionario.
Dal 23 febbraio Marcos Martín Ponce (compagno di María José e anch’egli militante dei GRAPO e recluso nello stesso carcere di Murcia II) ha iniziato uno sciopero della fame a tempo indefinito. E aumenta di giorno in giorno il numero dei prigionieri rivoluzionari spagnoli, catalani e baschi che aderiscono allo sciopero della fame simbolico di un giorno alla settimana che è stato indetto dai prigionieri politici reclusi nel carcere di A Lama.
La richiesta immediata degli scioperanti e dei solidali che si stanno mobilitando nelle strade, è che María José venga trasferita in ospedale affinché possa ricevere le necessarie cure che le vengono sistematicamente negate in carcere, e che venga avviata la procedura per la sua scarcerazione per motivi di salute.
Per questo come Coordinamento Antifascista Cagliaritano ci uniamo alla mobilitazione internazionale lanciando un presidio solidale per chiedere la sua immediata scarcerazione.
Appuntamento lunedì 9 marzo fuori dal consolato spagnolo sito a Cagliari in Via Baccaredda 1 dalle ore 17.00 alle ore 19.00.
Sempre al fianco di chi lotta!
María José líbera!
Solidariedadi Internatzionali!
Per aggiornamenti sulla situazione di María: www.presos.org.es

 

Tunisia – Liberta’ per i combattenti solidali con la palestina

Tunisia – Liberta’ per i combattenti solidali con la palestina

Tunisie – Liberté pour les combattants, Wael Nawar, Jawahar Shanna et Nabil Al-Shnoufi en Tunisie

The Joint Action Coordination Committee for Palestine was surprised by the arrest this morning of its members Wael Nouar, Jawhar Chenna, and Sanaa Mesahli, along with members of the Maghreb Flotilla Committee, Nabil Chennoufi and Mohamed Amine Ben Nour, and their transfer to the El Aouina barracks. According to their lawyers, they were charged with financial misconduct related to the Maghreb Flotilla’s efforts to break the siege of Gaza, of which the detainees were members of the steering committee.

The Joint Action Coordination Committee for Palestine:

– condemns this incomprehensible behavior by an authority that has long championed the cause of Palestine, and expresses its full solidarity with its comrades.

– denounces the transformation of a campaign of slander and systematic defamation by dubious voices against these activists, stemming from their prominent activism in support of Palestine, Gaza, and the resistance, into a security investigation.

-We demand the immediate release of the detainees and the cessation of all prosecutions against members of the Global Steadfastness Flotilla Authority, and we hold the political authority responsible for the consequences of this unjust targeting, as we warn of the further tension this targeting will add to the political situation in the country.

Joint Action Coordination Committee for Palestine

? La campagne contre la criminalisation du travail civil se poursuit avec une grande préoccupation pour la suspension des combattants Wael Nawar, Jewahar Shennou et Nabil Al-Shanoufi, membres de la Coordination de l’Action Commune pour la Palestine en Tunisie, et les accusations financières qui l’accompagnent dans un contexte de filtrage grave et continu de militants dans l’espace civil par le moyen de la diffamation. Et le crime.

? Ce que Wael Nawar, Jawahar Shanna et Nabil Al-Shanoufi traversent aujourd’hui n’est pas un cas isolé, mais fait partie de la même marche qui a été utilisée ces dernières années contre un certain nombre de défenseurs des droits humains en Tunisie. Il est devenu évident que le ciblage des activistes suit une voie récurrente qui commence par des campagnes d’incitation organisées et des discours désobligeants dans l’espace public, suivis du pillage électronique et de la remise en question de la crédibilité, avant de se transformer en enquêtes et poursuites souvent basées sur des parallèles financiers ou qui sont destinés à salir les activistes avec de l’argent suspect et de la subversion de l’opinion publique en eux.

? La fabrication d’accusations financières ou d’emplois politiques n’est plus un outil de l’autorité pour intimider et tenter de subjuguer l’espace civil, en diffamant les combattants et en criminalisant leur activité juridique et leur solidarité. Ce sont des pratiques dangereuses qui visent à légitimer les troubles civils et à faire taire les voix qui soutiennent des causes justes.

? Le crime de solidarité en Tunisie a commencé à cibler les militants solidaires des migrants et demandeurs d’asile, beaucoup d’entre eux ont été soumis à des incitations, campagnes de diffamation, accusations liées au financement, poursuites et suspensions qui continuent jusqu’à ce moment. Aujourd’hui, ce mandat s’étend pour étendre la solidarité avec la cause palestinienne, les questions les plus importantes de libération et de justice dans le monde, dans une tentative de détruire la longue histoire de solidarité du peuple tunisien avec le Palestinien.

? La campagne contre la criminalisation du travail civil souligne que les questions justes sont interdépendantes, la défense de la dignité des migrants et des migrants, les droits de l’homme et le droit du peuple palestinien à la liberté et à la justice sont des luttes intégrées issues des mêmes valeurs humanitaires et juridiques. Selon lui, le ciblage des activistes en raison de leur implication dans ces questions représente le ciblage de la valeur de la solidarité elle-même et une tentative d’isoler les conflits les uns des autres et de briser les liens des plus faibles aux plus forts.

Et pour lui, la campagne contre la criminalisation du travail civil :

? Exigeant la libération immédiate et sans condition des combattants Wael Nawar, Jawahar Shanna et Nabil Al-Shanoufi.

? Appelle à mettre fin au jeu d’accusations financières pour perturber les activistes et les activités.

? Regrette la voie de l’incitation, de la distorsion et de la tromperie électronique visant les activistes et les activités en Tunisie

? Renouvelle son refus flagrant de toute forme de criminalisation de la solidarité et du travail civil.

Liberté pour les camarades Wael Nawar, Jawahar Shanna et Nabil Al-Shanoufi ✌ ✌

Campagne contre la criminalisation du travail civil

 

Alla vigilia dell’8 marzo, la risposta repressiva dello Stato allo sciopero delle donne

APPELLO DELLE LAVORATRICI SLAI COBAS PER IL SINDACATO DI CLASSE

Proprio in questi giorni, in cui stiamo organizzando a livello nazionale lo sciopero delle donne per l’8 marzo – che quest’anno si tiene il 9/3 – è giunta alle lavoratrici Slai cobas per il sindacato di classe, che ogni anno proclama lo sciopero delle donne, assumendosi la responsabilità legale della copertura sindacale di tutte le lavoratrici, la notifica di una pesante sanzione (2.514 euro della Commissione Garanzia scioperi + 700 euro dal Tribunale), per lo sciopero delle donne indetto nel 2020.
In quella occasione, era periodo di Covid, la CGS pose un divieto generale allo sciopero, che non aveva alcuna incidenza sulla tutela della salute delle lavoratrici per il Covid – per lo Stato durante il covid le lavoratrici potevano andare a lavorare, pure fianco e fianco, mentre non potevano scioperare.
Un divieto della CGS che fu contestato da vari giuristi.
Noi ci opponemmo subito a questa violazione costituzionale del diritto di sciopero. Per non decidere da sole, facemmo una inchiesta ampia, nazionale verso le lavoratrici per chiedere se dovevamo rinunciare allo sciopero delle donne (senza peraltro manifestazioni) o mantenerlo. La risposta in grande maggioranza fu di mantenerlo. E lo Slai cobas, nel rispetto di questa decisione, lo confermò. Purtroppo tutti gli altri sindacati di base che avevano anche proclamato lo sciopero, lo revocarono, lasciando noi da soli.
Le lavoratrici Slai cobas sc hanno chiaramente fatto ricorso alla sanzione, ma è stato rigettato.
E ora dobbiamo pagare allo Stato, per il tramite dell’Ispettorato del lavoro, 3.200 euro. Per noi che siamo “piccoli” una cifra enorme, che può mettere in discussione la nostra attività, proprio ora che vogliamo organizzare le giornate e lo sciopero con presidi, iniziative pubbliche per l’8 e il 9 marzo.
Crediamo che tutte e tutti comprendano la gravità politica di questa sanzione, che è un attacco non solo allo Slai cobas sc, ma al diritto di sciopero, e in particolare alle donne, alle lavoratrici che subiscono tutto. A questo attacco repressivo ci dobbiamo opporre, prima di tutto partecipando e rendendo forti le giornate del 8 e 9 marzo prossimi.
Facciamo nello stesso tempo un grosso appello alle lavoratrici, alle compagne di Nudm e del movimento femminista in genere, ai sindacati di base, alle avvocate e avvocati ad aiutarci, a pagare la sanzione.
Chiediamo a tutte/tutti un contributo economico, anche piccolo, che ci permetta di non farci frenare nel nostro lavoro.
Chiunque vuole e può, mandi il contributo a c/c bancario UNICREDIT BANCA ROMA agenzia Taranto via Marche, 52 intestato a SLAI COBAS PER IL SINDACATO DI CLASSE, avente le seguenti coordinate bancarie: IT 49 W – ABI 02008 – CAB 15807 n. conto 000011056357. – con la motivazione: contributo per sanzione sciopero della CGS.
Nei prossimi giorni pubblicheremo le prese di posizioni dei giuristi, avvocati contro quel divieto della CGS.
UN FORTE GRAZIE A TUTTE E TUTTI!
 
Dal ricorso fatto nel 2020 alla CGS – stralci

1) E’ la prima volta nella storia della Repubblica che viene bloccato uno sciopero a livello nazionale.

2) L’iniziativa del Garante va oltre le competenze di codesta CGS che riguardano, come dalla Legge 146/90 e successive modificazioni, il rispetto delle norme di autoregolamentazione dello sciopero nei servizi pubblici essenziali, non certo il divieto di sciopero in ogni attività e in ogni settore lavorativo non previsti nell’elenco dei servizi pubblici essenziali.

La Commissione di garanzia si chiama così perché ad essa spetta garantire il contemperamento dell’esercizio del diritto di sciopero con il godimento dei diritti della persona costituzionalmente garantitialla cui tutela i servizi pubblici sono funzionali. “Contemperare”, quindi, e non “vietare”, dal momento che qualsiasi regolazione dello sciopero dovrebbe tener conto della sua dimensione di diritto costituzionale, cioè di valore costitutivo dell’ordine democratico.
La scrivente O.S nella proclamazione e nell’attuazione dello sciopero ha rispettato la legge 146/90, preservando i servizi pubblici essenziali.

3) Vietando tutti gli scioperi, la CGS ha violato sia lo Statuto dei Lavoratori che la norma costituzionale che tutela il diritto di sciopero, art.40 Cost., così subordinando (non “contemperando”) il diritto di sciopero agli altri diritti. Atteso che tale diritto (sia pur regolamentato nei servizi pubblici essenziali) è parte delle libertà fondamentali delle persone.

4) Codesta CGS motiva il divieto di sciopero in tutti i settori lavorativi (mettendo insieme “essenziali” e non “essenziali”  – e anche questo, a conoscenza della scrivente e di giuristi, avviene per la prima volta) richiamando un regolamento contenuto nelle discipline dei vari settori lavorativi che recita che gli scioperi vanno sospesi in caso di “avvenimenti eccezionali di particolare gravità o di calamità naturale“. Ma la clausola in questione è però fondamentalmente invocabile solo quando uno sciopero è in grado, in qualsiasi modo, di influire sulla situazione emergenziale, e non per sospenderne l’esercizio prescindendo da qualsiasi valutazione nel merito dei suoi effetti concreti.
D’altra parte nei settori che non fanno parte dei servizi pubblici essenziali, e come poi è stato stabilito dai Dpcm e dal protocolli Governo/OOSS, gli interessi delle persone, nel caso concreto della salute) andavano più tutelati nel non lavorare e stare a casa (come in effetti hanno fatto le lavoratrici in sciopero il 9 marzo – dato che non si sono tenute manifestazioni) che nel lavorare. 

Ed è paradossale che in tante realtà lavorative le lavoratrici potevano lavorare, con tutti i rischi di mancata distanze, mancate protezioni individuali, e invece non potevano scioperare!

La CGS pone un arbitrario rapporto tra l’emergenza coronavirus, i suoi rischi e il divieto di astenersi dal lavoro, ma a parte i servizi essenziali (in primis in questo caso la sanità) in cui si è assolutamente rispettata la legge 146/90, tutti gli altri scioperi non incidono sull’attività di “prevenzione e contenimento della diffusione del virus”.

Se si considera, come la stessa Costituzione prevede, che l’arma dello sciopero costituisce uno strumento di difesa dei lavoratori, in questo caso lo sciopero aveva una doppia valenza, sia rispetto alla condizione generale delle donne, delle lavoratrici, sia rispetto alla condizione particolare in cui agli inizi di marzo sui posti di lavoro non erano state adottate neanche quelle minime misure di tutela della salute, e le lavoratrici e i lavoratori hanno scioperato anche per rivendicarle.

Questo sciopero, pertanto, è stato pienamente legittimo e non ha assolutamente violato le disposizioni della Legge 146/90 e successive modifiche

SLAI COBAS per il sindacato di classe

15.4.20

Continua a leggere