La repressione del regime fascista hindutva di Modi contro gli intellettuali non si ferma

 dal blog https://guerrapopolare-india.blogspot.com/

La NIA (National Intelligence Agency) all’opera per annullare la cauzione di Gonsalves e Ferreira nel caso Elgar Parishad

Il giudice speciale Chakor S Baviskar ha ordinato a Gonsalves (68 anni) e Ferreira (53 anni) di presentare le loro risposte alle richieste, che sono state pubblicate per ulteriori considerazioni il 19 giugno.

MUMBAI: Settimane dopo aver chiesto la revoca della cauzione concessa a Varavara Rao e Sudha Bharadwaj, la National Investigation Agency (NIA) si è rivolta mercoledì a un tribunale speciale per chiedere la revoca della cauzione concessa agli attivisti Vernon Gonsalves e Arun Ferreira nel caso Elgar Parishad-Bhima Koregaon, con l’accusa di aver abbiano violato le condizioni del loro rilascio

partecipando a un incontro al Mumbai Press Club all’inizio di quest’anno.

NIA si avvia per annullare la cauzione di Gonsalves e Ferreira nel caso Elgar Parishad (HT PHOTO)

Il giudice speciale Chakor S Baviskar ha ordinato a Gonsalves (68 anni) e Ferreira (53 anni) di presentare le loro risposte alle richieste, che sono state pubblicate per ulteriori considerazioni il 19 giugno. I due sono stati arrestati nell’agosto 2018 e sono rimasti in carcere per quasi cinque anni prima che la Corte Suprema concedesse loro la cauzione regolare nel luglio 2023. La corte suprema ha ordinato il loro rilascio soggettio a condizioni e ha osservato che l’accusa sarebbe stata libera di chiedere la cancellazione della cauzione in caso di violazione.

Le richieste della NIA derivano da un evento del Mumbai Press Club tenutosi il 19 gennaio, a cui hanno partecipato diversi imputati, tra cui Gonsalves, Ferreira, Rao e Bharadwaj, tutti in libertà su cauzione in quel momento. La NIA ha sostenuto che il programma fosse stato convocato per diffondere l’ideologia del PCI (Maoista) messo al bando e per discutere il futuro corso del movimento “Naxalita Urbano”. La NIA ha sostenuto che la loro partecipazione all’evento, in cui hanno interagito tra loro, ha costituito una violazione delle condizioni legate alla loro cauzione.

L’agenzia si era rivolta allo stesso tribunale il 15 maggio chiedendo l’annullamento della cauzione concessa al poeta-attivista telugu Rao (85 anni) e all’avvocato-attivista Bharadwaj (65 anni) per lo stesso episodio. Rao è attualmente in libertà su cauzione per motivi medici concessa dalla Corte Suprema, mentre Bharadwaj ha ottenuto la cauzione per inadempienza dalla Corte Suprema di Bombay nel dicembre 2021.

Durante l’udienza su tali richieste, Rao e Bharadwaj hanno chiesto la pubblicazione del materiale su cui l’agenzia si basava per sostenere la sua accusa di aver violato le condizioni della cauzione. Anche Gonsalves e Ferreira dovrebbero richiedere copie dei documenti e di altri materiali su cui la NIA si basa a sostegno della sua richiesta di annullamento della cauzione quando la questione sarà affrontata il 19 giugno, secondo la difesa.

Il caso Elgar Parishad deriva da una denuncia fatta dopo che è scoppiata una violenza vicino al memoriale di guerra di Bhima Koregaon nel distretto di Pune il 1° gennaio 2018, durante la commemorazione del bicentenario della Battaglia di Bhima Koregaon. Gli investigatori hanno affermato che i discorsi tenuti al conclave dell’Elgar Parishad tenutosi a Shaniwar Wada a Pune il 31 dicembre 2017 hanno contribuito alla violenza e che l’evento avesse legami con il PCI (Maoista) messo al bando. Gli imputati hanno negato le accuse.

Nello stesso procedimento di mercoledì, il tribunale speciale ha anche ordinato l’emissione di mandati di comparizione contro due presunti accusati fuggitivi, Prakash alias Ritupan Goswami e Ganapathy alias Mupalla Laxman Rao, dopo che la NIA ha presentato ricorso per l’avvio di un “processo coercitivo”.

La repressione antipalestinese in Palestina e in Italia – info solidale

…. in Italia continuano gli arresti di solidali con la causa palestinese (è di ieri l’ultimo a Latiano, Abdalmuti Abunada, per “terrorismo della parola”, a tutta prima un nuovo caso Ahmed Salam), arrestato proprio mentre arrivava la vile sentenza del tribunale del riesame di Genova contro Mohammad Hannoun, Riyad Albustanji, Yaser Elasaly e Raed Dawoud, arrestati lo scorso 27 dicembre con l’accusa (in buona sostanza) di essere solidali con la resistenza del popolo palestinese…

Incendio delle moschee a nord di Ramallah

“Non si fermano provocazioni e violenze in Cisgiordania, dove alcuni coloni israeliani hanno dato fuoco all’ingresso di due moschee nei villaggi di Jaljulia e Mazra’a al-Nubani, a nord di Ramallah, e imbrattato i muri con slogan razzisti che incitano all’odio. Abitanti locali li hanno affrontati e i militari dell’esercito israeliano sono intervenuti sparando lacrimogeni e granate stordenti. Non ci sono stati feriti.

“L’attacco si inserisce nel contesto di una pericolosa escalation contro le proprietà palestinesi, e quest’ultimo episodio cade nel giorno in cui il G7, nella dichiarazione finale del vertice di Evian, ha chiesto esplicitamente la fine delle violenze dei coloni. Tre giorni fa in un raid analogo diversi coloni avevano tentato di incendiare un’altra moschea nel villaggio di Burqa, sempre nella zona di Ramallah, mentre i fedeli si trovavano all’interno: si è rischiata una strage.”

https://www.rainews.it/video/2026/06/cisgiordania-coloni-israeliani-incendiano-altre-due-moschee-8e1c7d08-249a-4eb9-82c2-72c8bb0356f8.html

Pulizia etnica in Cisgiordania

La scorsa settimana Amnesty International ha pubblicato un nuovo, ampio rapporto sulla e contro la campagna di pulizia etnica dei beduini palestinesi nella Cisgiordania occupata. Chi conduce questa campagna, però, non sono i coloni più fanatici, spesso presi – nella loro speciale ferocia e infamia – a facile bersaglio di certi critici (a parole) di Israele; è lo stesso stato sionista che procede sistematicamente al trasferimento forzato di intere “comunità beduine palestinesi e di pastori nell’Area C della Cisgiordania occupata”. L’Italia di Meloni-Mattarella e l’Unione europea, naturalmente, non vedono nulla e non sanno nulla.

Beitunia – rapimento di studentesse palestinesi

Scene di ordinario terrorismo dei coloni e delle loro bande: un gruppo di militanti sionisti rapisce delle studentesse palestinesi, che urlano, temendo di non essere mai liberate, vive e incolumi. (la scena è sul canale di Joseph Stern)

La Corte suprema israeliana

I giudici “supremi” sionisti hanno sepolto vivo il pediatra palestinese Hussam Abu Safiya dopo che i suoi carcerieri lo hanno tenuto in ostaggio e torturato per oltre due anni.

Dopo 536 giorni di carcere senza accuse, la Corte suprema israeliana nega il rilascio del medico Abu Safiya

Simone Bianchetta

«L’ultimo medico di Gaza» è detenuto senza accusa in Israele da dicembre 2024, in base alla Legge sui combattenti illegali del 2002, che permette di aggirare le Convenzioni di Ginevra e un regolare processo. Secondo il suo avvocato e diverse ong, durante i quasi due anni di prigionia ha subito pestaggi e torture. Sarebbero 446 i professionisti sanitari palestinesi incarcerati senza prove dal 7 ottobre 2023.

Nessuna accusa, nessun processo. Nella prigione di Nafha, la cella di isolamento del pediatra palestinese Hussam Abu Safiya resta chiusa a chiave. Lo ha deciso la Corte suprema israeliana, che ha respinto il ricorso per la sua scarcerazione, assecondando l’estensione della detenzione per altri sei mesi. Il 27 dicembre 2024, le truppe dell’Idf hanno prelevato nella Striscia di Gaza il dottore 52enne, direttore dell’ospedale di Kamal Adwan, insieme ad altre 350 persone – tra personale medico e pazienti – in nome della lotta ad Hamas.

Sono passati 536 giorni, tra fame, assenza di cure mediche e denunce di maltrattamenti e torture, ma Hussam Abu Safiya è ancora dietro le sbarre. Anzi, per aver fatto appello, 13 giorni fa è stato trasferito dalle autorità israeliane dal carcere del Naqab a quello di Nafha, in totale isolamento. Israele lo considera arbitrariamente un «combattente illegale» e, in base a una legge del 2002, può privare i detenuti dei diritti sanciti dalle Convenzioni di Ginevra e trattenerli senza accuse formali o regolare processo.

Da pungolo rosso

Torino: otto condanne nel processo di primo grado per il corteo del 9 gennaio 2025 dopo l’omicidio di Ramy

8 condanne oggi a Torino nel processo di primo grado per il corteo del 9 gennaio 2025, dopo l’omicidio poliziesco nella vicina Milano di Ramy Elgamy, con duri scontri al Commissariato di polizia Dora Vanchiglia e al Comando regionale dei carabinieri.

Da Radio Onda d’Urto

Le pene vanno dai 10 ai 16 mesi, solo in 5 casi con sospensione condizionale. L’accusa aveva chiesto fino a 3 anni di carcere. A Viminale e Ministero della difesa riconosciute provvisionali per 17mila euro. Gli avvocati difensori Gianluca Vitale, Claudio Novaro e Valentina Colletta, invece, chiedevano assoluzioni per non aver commesso il fatto o perché il fatto non costituisce reato.

VIVA IL 19 GIUGNO, GIORNATA DEL RIVOLUZIONARIO PRIGIONIERO

Oggi, 19 giugno, il tribunale del riesame di Genova ha confermato gli arresti cautelari di Hannoun, Dawoud, Yasser e Ryad.

E ieri un altro palestinese è stato arrestato nel brindisino per “terrorismo della parola”, mentre un suo concittadino è stato perquisito e indagato per le medesime ipotesi di reato.

Le prove ostentate dai ROS sono magliette con su scritto: “Palestina libera dal fiume al mare”, e la retorica è sempre la stessa: islamofobica.

Ma oggi è anche il “Giorno dell’Eroismo”, una giornata dedicata ai prigionieri politici e di guerra rinchiusi nelle carceri dell’imperialismo e dei paesi oppressi dall’imperialismo.

Il 19 giugno del 1986, nelle carceri peruviane del Fronton, Lurigancho e Callao, centinaia di prigionieri politici e di guerra del Partito Comunista del Perù in rivolta contro i piani di trasferimento e concentramento portati avanti dal regime peruviano furono massacrati dalle forze armate peruviane.

In 300 morirono dopo aver rifiutato ogni falsa proposta di accordo, consapevoli del costo che il nemico gli avrebbe fatto pagare per la loro fermezza. Scelsero di dare la vita per il loro popolo, il partito e la rivoluzione, resistendo e combattendo fino all’ultimo, trasformando le tetre prigioni dell’imperialismo in “luminose trincee di combattimento”.

Anche nelle carceri dei paesi imperialisti la borghesia coltiva lo stesso spirito e illusione di “soluzione finale” contro i prigionieri rivoluzionari, che muove la mano genocida di Israele e dei regimi servi dell’imperialismo.

La caccia al palestinese o al filo palestinese che dissente, l’accusa di terrorismo fondata sul sospetto, l’inasprimento delle condizioni di detenzione dei prigionieri politici con l’applicazione del 41 bis in Italia, la dispersione dei prigionieri, l’allontanamento dalle loro famiglie e dai loro affetti sono parte delle tecniche di annientamento psicofisico, teso a piegare e cancellare l’identità rivoluzionaria dei detenuti.

Le carceri dell’imperialismo annientano e uccidono tutti i giorni proletari e immigrati che riempiono penitenziari e CPR, dove sono realtà quotidiana condizioni di detenzione subumane, sovraffollamento inverosimile, abusi, razzismo, suicidi.

Dopo l’annuncio della falsa tregua di Trump, le grandi lotte dello scorso autunno si sono spente, ma il genocidio continua e si estende e la repressione e la prigionia politica stanno assumendo sempre più dimensioni di massa e sempre più è necessario e urgente uscire dal torpore.

In Italia abbiamo avuto 2 giovani suicidati da questo stato di polizia per aver lottato contro il genocidio del popolo palestinese; ci sono 4 palestinesi colpevoli di solidarietà a Gaza; c’è Ahmad Salem, in carcere da oltre un anno per 2 video e ora Abunada Abdalmuti, colpevole anche lui di Palestina. E c’è Anan Yaeesh, colpevole di Resistenza al genocidio palestinese, di cui più nessuno parla: il tribunale di L’Aquila ha chiesto e ottenuto una proroga per il deposito delle motivazioni della sentenza, di conseguenza l’appello potrebbe slittare all’anno prossimo.

A 40 anni dal 19 giugno 1986 ci sono ancora 1000 ragioni per lottare al fianco dei prigionieri politici rivoluzionari, perché ognuno di loro continua a combattere come può, resistendo e non rinnegando la propria identità e dignità politica. Perchè il “Giorno dell’ Eroismo” è soprattutto questo, la memoria di una vittoria morale e politica conquistata con il sangue di alcuni per il bene di tutti. Non dimentichiamoli e non dimentichiamo Anan Yaeesh, che ancora oggi incarna quei principi.

Da un intervento al presidio davanti al Tribunale di sorveglianza, in udienza per il rinnovo del 41bis ad Alfredo Cospito

Trascrizione dell’audio di questo intervento al presidio, dalla Controinformazione rossoperaia del 12.06.26

Il 41bis è una misura speciale di applicazione dello stato d’emergenza all’interno delle carceri, proprio per questo, quando è stato istituito, è stata promessa una durata limitata. Si tratta di una misura di isolamento totale che può avere un impulso molto grave sullo stato di salute psichico e fisico delle persone a cui viene comminata. Ecco perchè dovrebbe essere data in misura eccezionale per un periodo limitato.

Di fatto, come accade ad Alfredo e accade a tanti (per esempio a Nadia Lioce), questa misura viene costantemente rinnovata. Quindi le persone sottoposte al 41bis subiscono un rinnovo costante, finalizzato ovviamente a procurargli gravi danni psicologici e fisici. Per questo è una misura che noi definiamo di tortura, di “tortura bianca” che è una pratica che è stata pensata dalla CIA, dagli americani, praticata nelle carceri speciali in America, in Germania e poi in Italia. Questa tortura vuole mascherare la classica tortura, quella fisica, cioè le botte, le scosse elettriche, quindi le persone all’esterno non percepiscono la gravità della situazione, ma il livello di aggressione alla salute di una persona è equivalente.

E’ una forma di vendetta dello Stato contro queste persone, come nel caso di Alfredo, finalizzata appunto a danneggiarli.

L’unico modo per uscirne è quello di prostrarsi allo Stato, di pentirsi, di vendersi, di far mettere qualcun altro al posto proprio.

Ce lo spiega abbastanza bene nei pochi documenti, nelle poche dichiarazioni che ha potuto fare, Alfredo, quando ci descrive la situazione interna dei carceri a 41bis, dove ci sono carceri in cui non ci sono feroci boss, ma sono carceri piene di persone anziane e malate. 

Per quanto riguarda la mafia, lo scopo del 41bis è quello della trattativa, dell’eterna trattativa tra lo Stato e la mafia, gestire i rapporti incarcerando alcune persone per avere uno strumento di mediazione che permetta allo Stato di gestire l’economia criminale mafiosa, di avere un rapporto con questa economia che fa girare tanti soldi.

Noi siamo qui oggi, dopo che per anni abbiamo seguito una campagna a sostegno di Alfredo. Quando abbiamo iniziato questa campagna anni fa eravamo in pochi come oggi, però la campagna ha avuto un esito positivo, è stata una fortissima lotta, una lotta che ha permesso a tutti in Italia di capire cos’è il 41bis, una lotta che ha quasi fatto uscire il nostro compagno di prigione, una lotta che ha inciso fortissimamente sul fatto che ad Alfredo non fosse dato l’ergastolo ostativo, quindi una lotta che ha avuto un certo successo.

Noi all’epoca abbiamo detto che saremo come una puntura di spillo, saremo presenti in questa situazione perché i responsabili del 41bis stanno seduti in palazzi come questi e decidono della vita, delle sofferenze di centinaia di persone.

Quindi oggi siamo qui ancora per rinnovare questa dichiarazione: daremo fastidio fino a che Alfredo sarà in 41bis, noi abbiamo detto che la campagna in solidarietà con Alfredo finirà quando Alfredo uscirà dal carcere speciale, quindi la campagna che può avere alti, bassi, periodi di più forte mobilitazione, continua e continuerà fino al raggiungimento del proprio scopo, fino a quando ce ne sarà bisogno.

Concludo dicendo una cosa, quello che abbiamo assistito all’epoca lo ribadiamo ancora oggi, non siamo stati noi tanto a lottare per Alfredo quando è stato Alfredo che, tramite la sciopero della fame, ha lottato per tutti noi, perché quello che stiamo vedendo è un riorientamento di strumenti come il 41bis e di apparati come l’antimafia verso la repressione politica, cioè nelle prospettive del sistema c’è quello dell’aumento della repressione politica contro la conflittualità sociale. Lo vediamo in tantissimi casi a partire dal continuo stillicidio di nuove misure repressive, spesso tramite decretazioni d’emergenza con i vari pacchetti sicurezza che hanno sempre in fondo la volontà di bloccare ogni possibile rivolta, ogni possibile lotta in questo paese; lo vediamo con l’abbassamento della serie dei reati per cui si può finire in 41bis come nel caso di Alfredo, lo vediamo nell’utilizzo del Dipartimento nazionale antimafia e antiterrorismo nella repressione politica come ad esempio è avvenuto in tutti i recenti processi contro i militanti palestinesi dove abbiamo potuto vedere, seguendoli, che c’è sempre la zampina del Dipartimento antimafia locale nella scelta di reprimere i palestinesi, quindi questo è un nuovo ruolo, un nuovo orientamento della repressione.

Siamo convinti che la lotta di Alfredo sia servita per rallentare questo processo, perché quando lo Stato ha messo Alfredo al 41bis ha anche sperimentato cosa voleva dire mettere un compagno del movimento nel 41bis e c’è stata una forte risposta e quindi questo strumento che, come sappiamo, è già utilizzato contro i compagni delle nuove Brigate Rosse che da oltre vent’anni sono rinchiusi in quelle sezioni, estendere l’utilizzo di questo strumento adesso si dimostra difficoltoso perché c’è stata una risposta, e tutto questo lo dobbiamo ad Alfredo.

Questo cosa vuol dire? Che non finirà più nessuno in 41bis? Beh, purtroppo certo che no, è chiaro che lo Stato non arretra nei suoi processi anche se in qualche maniera questo processo è stato rallentato. Dipende oggi da noi qui fuori, dipende da noi mobilitarci, stare in guardia ed essere pronti a rispondere ai nuovi attacchi repressivi.

Per questo siamo qui e continueremo ad esserlo.

Fuori Alfredo dal 41bis – fuori tutti dal 41bis!
Solidarietà a tutti i compagni colpiti dalla repressione!

Sulla retata anti anarchica del 16 giugno. Riceviamo e pubblichiamo

Riceviamo e pubblichiamo

Martedì 16 giugno, a Roma e altrove, un’ennesima retata si è abbattuta sul movimento anarchico, con sette mandati d’arresto per altrettanti compagni e compagne, diversi indagati a piede libero, perquisizioni in mezza Italia e lo sgombero dello spazio occupato romano Bencivenga. Oltre a ciò, due compagni sono stati arrestati con il nuovo reato di “terrorismo della parola” (270-quinquies modificato) per il possesso di alcuni opuscoli trovati durante la perquisizione.
Mentre le informazioni trapelate dai media sono più scarse e lacunose del solito, è abbastanza chiaro che l’indagine ruota attorno ad alcuni sabotaggi delle linee ferroviarie, e in particolare a quello compiuto lo scorso 14 febbraio sulla tratta Roma-Firenze, contro le Olimpiadi di guerra di Cortina 2026.
Se l’opera di mistificazione e diffamazione dei media contro gli anarchici non è certo una novità, non possiamo fare a meno di soffermarci sul livello raggiunto stavolta dalla propaganda di regime (in particolare dall’ineffabile TG1), che appare particolarmente grottesco: “si riunivano in un casolare come la Mafia”, “pianificavano la strategia della tensione”, “intendevano compiere atti di violenza”, “terrorismo anarchico”…
Se giova ricordare a questi signori che per gli anarchici la Mafia è un nemico quanto l’autorità, e che la “strategia della tensione” in questo Paese è stata attuata dallo Stato, non è difficile individuare dietro queste parole immonde un intento ben preciso: quello che ha portato, nel 2015, a trasformare la Direzione Nazionale Antimafia (DNA) in Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo (DNAA). Con il risultato che adesso viene applicata agli anarchici la stessa mostrificazione assoluta, e i relativi trattamenti, riservati fino a ieri a veri o presunti mafiosi (e peraltro inflitti da decenni ai comunisti rivoluzionari).
Con l’aggravante, per i rivoluzionari, di non praticare la violenza per ragioni di profitto o potere, ma come una sorta di fine in sé, per puro gusto della distruzione o per chissà quale oscura pulsione di morte. Come se migliaia di persone non si fossero opposte alle Olimpiadi invernali per ragione chiarissime: la presenza dei militari (per l’occasione senza uniforme) della squadra israeliana, la scorta delle bande assassine dell’ICE, la devastazione dell’ambiente alpino in nome del solito “grande evento”… e come se queste motivazioni non fossero state rivendicate, con prosa inequivocabile, nel comunicato seguìto al sabotaggio.
Quanto alla consueta accusa di “terrorismo”, crediamo che Gaza abbia chiarito a sufficienza la questione – e che non possano esserci più dubbi su chi diffonde il terrore.
In tempi di guerra, diceva un vecchio poeta, la prima vittima è la verità.
Mentre Alfredo Cospito rimane in 41-bis come una sorta di capro espiatorio per le “colpe” di tutto il movimento anarchico, lo Stato arriva a criminalizzare la stessa intenzione di fare qualcosa per sottrarlo alla tortura. Mentre dobbiamo ancora riprendere respiro dalla morte di Sara e Sandro, lo Stato cerca di usarla contro di noi.
Non sappiamo se arrestate e indagati abbiano compiuto le azioni di cui sono accusati. Possiamo solo ripetere ciò che abbiamo scritto tante volte in simili casi: se sono “innocenti” hanno tutta la nostra solidarietà, se sono “colpevoli” ce l’hanno ancora di più.
Solidarietà a Nico, Bibi, Micol, Arnau, Stefano, Giulia, Luna, Pietro, Tony, a tutte le indagate e i perquisiti.

Fuori Alfredo dal 41-bis!

Con Sara e Sandro nel cuore.

[Anarchiche e anarchici di Trento e Rovereto]

Qui gli indirizzi provvisori, che potrebbero cambiare nei prossimi giorni (seguiranno aggiornamenti):

Nico Aurigemma
Arnau Vallet Casadevall
Stefano Marri
Andrea Toniolo

Regina Coeli, via della Lungara 29, 00165, Roma

Micol Marino
C.C. Rebibbia femminile, via Bartolo Longo, 92 00156 Roma

Francesco Benedetti
C.C.Lorusso e Cotugno, via Maria Adelaide Aglietta 35, 10151, Torino

Pietro Rosetti
C.C.di Forlì, via della Rocca 4, 47121, Forlì

 

solidarietà ai compagni della rivista francese supernova

Questa mattina, le loro case sono state perquisite dalle forze dell’ordine, l’ingresso del loro palazzo è stato forzato e sono stati arrestati. Sono stati sequestrati i loro computer, libri politici e opuscoli. La repressione si è ulteriormente estesa con un intervento della polizia presso il Centro Culturale Ghassan Kanafani, dove sono stati confiscati ulteriori materiali e attrezzature. Il loro presunto “crimine” è il sostegno alla causa palestinese e l’impegno politico nella lotta antimperialista in tutto il mondo.

Le perquisizioni, gli arresti e il sequestro di materiale politico non sono misure eccezionali, ma fanno parte di una sistematica campagna di repressione volta a mettere a tacere tutti coloro che sono al fianco del popolo palestinese e si oppongono all’imperialismo. L’accusa di “apologia del terrorismo” non è altro che uno strumento politico, impiegato per criminalizzare l’internazionalismo e soffocare le voci rivoluzionarie.

L’imperialismo francese dimostra ancora una volta la sua collaborazione con il sionismo e le forze reazionarie di tutto il mondo, tentando di intimidire rivoluzionari, comunisti e tutti coloro che si rifiutano di rimanere in silenzio di fronte all’aggressione imperialista.

I  compagni di Supernova sono stati arrestati e trattati come criminali oggi, mentre i veri criminali si stanno radunando in Svizzera. Non siamo noi ad aver assassinato 70.000 palestinesi e migliaia di libanesi. Non siamo noi ad aver ucciso 168 bambini delle elementari nella città iraniana di Minab. Non siamo noi a sostenere i neonazisti ucraini che hanno massacrato bambini e giovani nel Donbass.

Tutti questi crimini sono stati commessi, direttamente o indirettamente, dagli imperialisti statunitensi, tedeschi, francesi e britannici e dai loro collaboratori.