Napoli e Firenze, perquisizioni all’alba contro i CARC
La Digos esegue sei perquisizioni nell’ambito di un’inchiesta della Procura di Napoli. Nel mirino dirigenti ed esponenti del partito dei Comitati di Appoggio alla Resistenza per il Comunismo. Contestati associazione con finalità di terrorismo e apologia (art. 270 bis)
All’alba di martedì 21 aprile la Digos di Napoli ha eseguito sei perquisizioni tra Napoli e Firenze nell’ambito di un’indagine della Procura partenopea che coinvolge esponenti del Partito dei CARC, i Comitati di Appoggio alla Resistenza per il Comunismo.
Tra le persone raggiunte dai provvedimenti vi sarebbero dirigenti e membri della direzione nazionale del partito. Secondo quanto emerso, tra gli indagati figura anche un minorenne.
L’accusa più grave contestata è quella prevista dall’articolo 270 bis del codice penale, cioè associazione con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico. La Procura sostiene che gli indagati avrebbero promosso o organizzato un’associazione che si richiama all’operatività delle Brigate Rosse e delle Nuove Brigate Rosse.
Vengono inoltre contestati i reati di istigazione e apologia di delitti di terrorismo, con riferimento a presunti richiami pubblici alle organizzazioni armate del passato.
Il ritorno del 270 bis come strumento politico-giudiziario
Il dato politico e giudiziario della vicenda è chiaro: torna ancora una volta al centro l’articolo 270 bis, norma introdotta per contrastare il terrorismo ma da anni utilizzata anche in procedimenti che riguardano ambienti politici, movimenti sociali e organizzazioni radicali.
Si tratta di un reato associativo molto ampio, fondato spesso su interpretazioni preventive di relazioni, testi, parole d’ordine, attività politica e reti organizzative. Proprio per questo è da tempo oggetto di critiche da parte di giuristi e osservatori dei diritti civili.
L’utilizzo di queste contestazioni in assenza di fatti violenti specifici produce un effetto immediato: colpire strutture politiche, delegittimare organizzazioni e costruire un clima emergenziale.
Perquisizioni all’alba e messaggio pubblico
Le perquisizioni domiciliari hanno sempre una doppia funzione. Da un lato servono all’acquisizione di materiali investigativi. Dall’altro rappresentano un messaggio pubblico: mostrare forza repressiva, esporre mediaticamente gli indagati, marchiare un’area politica come pericolosa.
È una dinamica già vista in molte inchieste costruite attorno a reati associativi. Anche in questo caso il ricorso alle operazioni all’alba e alla contestazione del terrorismo produce un impatto politico ben più ampio dei singoli atti giudiziari.
Il clima politico e la repressione del conflitto
L’operazione arriva in un contesto segnato dall’inasprimento delle politiche sicuritarie, dall’espansione dei poteri preventivi di polizia e dalla crescente criminalizzazione del dissenso sociale.
Negli ultimi mesi si sono moltiplicati procedimenti contro attivisti pro Palestina, sindacalisti di base, movimenti ambientalisti, realtà territoriali e opposizioni sociali. Ora il livello si alza ulteriormente con il ritorno dell’etichetta terroristica contro un’organizzazione politica comunista legale e pubblica.
Il punto non riguarda le opinioni che si possono avere sui CARC. Riguarda il significato di uno strumento repressivo che tende a spostare il conflitto politico sul terreno penale. Sarà l’inchiesta a dover dimostrare nel merito accuse così gravi. Ma proprio per questo servono rigore, trasparenza e proporzione. Quando il reato di terrorismo viene evocato con leggerezza, il rischio è di comprimere libertà politiche fondamentali.

Ahmad Salem è stato condannato a 4 anni di reclusione a fronte di una richiesta di 3 anni e 6 mesi avanzata dal pubblico ministero. Una sentenza intollerabile, profondamente razzista e islamofobica, contro la quale è ancora più necessario e urgente tornare a mobilitarsi contro questo governo fasciosionista alleato dei peggiori regimi nazisti, guerrafondai e genocidiari, Israele in primis.
La stessa udienza di oggi al tribunale di Campobasso, si è svolta in un clima intimidatorio da stato di polizia, con la Questura che ha convocato un tavolo tecnico per la “sicurezza” disponendo la chiusura di tutte le strade del centro cittadino per creare un clima artificiale di tensione e paura e criminalizzare la solidarietà verso il popolo palestinese.
Ahmad Salem, giovane palestinese di 24 anni cresciuto nel campo profughi di al-Baddawi in Libano, è detenuto da quasi un anno nel carcere di Rossano Calabro, in regime di alta sicurezza. Era arrivato in Italia in cerca di protezione internazionale e si è presentato a Campobasso per richiedere asilo politico. Durante la sua audizione davanti alla Commissione territoriale, il suo telefono è stato sequestrato e analizzato: da lì è nato un impianto accusatorio fondato sugli articoli 414 (istigazione a delinquere) e 270 quinquies del codice penale.
«Un impianto fragile, costruito su poche frasi decontestualizzate estratte da un video di otto minuti, – fanno sapere dal movimento – in cui Ahmad invitava alla mobilitazione contro il genocidio in corso a Gaza, denunciava il silenzio del mondo arabo e chiamava alla partecipazione popolare. Quelle parole, che rientrano pienamente nel diritto di espressione politica e di solidarietà internazionale, sono state trasformate dalla Digos di Campobasso in “propaganda jihadista”. Ancora più grave è la contestazione relativa ai presunti “materiali istruttivi”: semplici video degli attacchi della resistenza palestinese, diffusi pubblicamente negli ultimi anni anche da testate italiane, tra cui la Rai. Nessuna indicazione tecnica, nessun contenuto addestrativo. Eppure, questo è bastato per sostenere un’accusa di “autoaddestramento con finalità di terrorismo”.