Soccorso Rosso Proletario

Soccorso Rosso Proletario

solidarietà ai compagni dei Carc -‘ siamo tutti ‘associazioni con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico’ Soccorso Rosso proletario

 

Napoli e Firenze, perquisizioni all’alba contro i CARC

La Digos esegue sei perquisizioni nell’ambito di un’inchiesta della Procura di Napoli. Nel mirino dirigenti ed esponenti del partito dei Comitati di Appoggio alla Resistenza per il Comunismo. Contestati associazione con finalità di terrorismo e apologia (art. 270 bis)

All’alba di martedì 21 aprile la Digos di Napoli ha eseguito sei perquisizioni tra Napoli e Firenze nell’ambito di un’indagine della Procura partenopea che coinvolge esponenti del Partito dei CARC, i Comitati di Appoggio alla Resistenza per il Comunismo.

Tra le persone raggiunte dai provvedimenti vi sarebbero dirigenti e membri della direzione nazionale del partito. Secondo quanto emerso, tra gli indagati figura anche un minorenne.

L’accusa più grave contestata è quella prevista dall’articolo 270 bis del codice penale, cioè associazione con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico. La Procura sostiene che gli indagati avrebbero promosso o organizzato un’associazione che si richiama all’operatività delle Brigate Rosse e delle Nuove Brigate Rosse.

Vengono inoltre contestati i reati di istigazione e apologia di delitti di terrorismo, con riferimento a presunti richiami pubblici alle organizzazioni armate del passato.

Il ritorno del 270 bis come strumento politico-giudiziario

Il dato politico e giudiziario della vicenda è chiaro: torna ancora una volta al centro l’articolo 270 bis, norma introdotta per contrastare il terrorismo ma da anni utilizzata anche in procedimenti che riguardano ambienti politici, movimenti sociali e organizzazioni radicali.

Si tratta di un reato associativo molto ampio, fondato spesso su interpretazioni preventive di relazioni, testi, parole d’ordine, attività politica e reti organizzative. Proprio per questo è da tempo oggetto di critiche da parte di giuristi e osservatori dei diritti civili.

L’utilizzo di queste contestazioni in assenza di fatti violenti specifici produce un effetto immediato: colpire strutture politiche, delegittimare organizzazioni e costruire un clima emergenziale.

Perquisizioni all’alba e messaggio pubblico

Le perquisizioni domiciliari hanno sempre una doppia funzione. Da un lato servono all’acquisizione di materiali investigativi. Dall’altro rappresentano un messaggio pubblico: mostrare forza repressiva, esporre mediaticamente gli indagati, marchiare un’area politica come pericolosa.

È una dinamica già vista in molte inchieste costruite attorno a reati associativi. Anche in questo caso il ricorso alle operazioni all’alba e alla contestazione del terrorismo produce un impatto politico ben più ampio dei singoli atti giudiziari.

Il clima politico e la repressione del conflitto

L’operazione arriva in un contesto segnato dall’inasprimento delle politiche sicuritarie, dall’espansione dei poteri preventivi di polizia e dalla crescente criminalizzazione del dissenso sociale.

Negli ultimi mesi si sono moltiplicati procedimenti contro attivisti pro Palestina, sindacalisti di base, movimenti ambientalisti, realtà territoriali e opposizioni sociali. Ora il livello si alza ulteriormente con il ritorno dell’etichetta terroristica contro un’organizzazione politica comunista legale e pubblica.

Il punto non riguarda le opinioni che si possono avere sui CARC. Riguarda il significato di uno strumento repressivo che tende a spostare il conflitto politico sul terreno penale. Sarà l’inchiesta a dover dimostrare nel merito accuse così gravi. Ma proprio per questo servono rigore, trasparenza e proporzione. Quando il reato di terrorismo viene evocato con leggerezza, il rischio è di comprimere libertà politiche fondamentali.

Sulla condanna di Ahmed Salem e il reato di «terrorismo della parola»

 

Sulla condanna di Ahmed Salem e il reato di «terrorismo della parola»
Martedì 14 ottobre il tribunale di Campobasso ha condannato, in primo grado, Ahmed Salem alla pena di 4 anni per le accuse di “terrorismo della parola” e di “ istigazione a delinquere con finalità di terrorismo”. Il processo è stato chiuso sbrigativamente dalla giudice Federica Adele dei Santi, con un’udienza di anticipo rispetto a quanto programmato in precedenza e con una condanna più alta di quanto richiesto dalla accusa sostenuta dalla PM Elisa Sabusco (3 anni e 6 mesi).
Ahmed è un giovane palestinese di 25 anni, cresciuto nel campo profughi di Al Baddawi in Libano, esule in Germania, ed è stato arrestato in Italia dove si trovava per fare una richiesta di protezione internazionale. Proprio al momento della richiesta di asilo la polizia ha preso possesso del suo telefonino dove ha rinvenuto video della resistenza palestinese (video di pubblica diffusione, tanto che la difesa ha fatto notare come siano stati pubblicati anche dai principali media italiani) ed un video su TikTok in cui lo stesso Ahmed incitava i fratelli e le sorelle dei popoli arabi a mobilitarsi contro il massacro a Gaza. Questi sono i fatti per cui Ahmed è stato arrestato, rinchiuso in via preventiva in un carcere di massima sicurezza per oltre un anno, ha subìto un processo grottesco, ed è stato infine condannato.
Il reato di “terrorismo della parola” si riferisce al comma 3 dell’articolo 270 quinques, introdotto dal governo Meloni con il decreto sicurezza dell’aprile 2025. Questo comma recita: «chiunque… consapevolmente si procura materiale contenente istruzioni sulla preparazione o sull’uso di congegni bellici micidiali … di armi da fuoco o di altre armi o sostanze chimiche o batteriologiche nocive o pericolose, nonché su di ogni altra tecnica o metodo per il compimento di atti di violenza ovvero di sabotaggi di servizi pubblici essenziali, con finalità di terrorismo, anche se rivolti ad uno Stato estero, un’istituzione o un organismo internazionale, è punito con la reclusione da due a sei anni». Ahmed è la seconda persona condannata per questo reato.
Ahmed è rinchiuso dal febbraio 2025 nel carcere di Rossano Calabro, all’interno della sezione AS2. Le sezioni di Alta Sicurezza 2 sono riservate a imputati di reati di “terrorismo” e servono per separare la parte più cosciente e politicizzata dei detenuti dal resto, in queste sezioni sono rinchiusi compagni anarchici e comunisti. Negli ultimi anni si sono riempite di detenuti accusati del cosiddetto “terrorismo di matrice islamica”. Si tratta di invisibili nei confronti dei quali non c’è stato l’interesse da parte della società ad approfondire né chi fossero, né su cosa si fondassero le accuse loro rivolte, né con quali metodi si siano svolti i loro processi. Su queste persone si sono così normalizzate quelle pratiche di giustizia sommaria che abbiamo visto riprodurre nelle recenti inchieste contro i palestinesi.
Per l’ennesima volta ci troviamo di fronte una persona “colpevole di Palestina”. In questo processo è emerso in maniera clamorosa il pregiudizio conto i palestinesi e la discriminante etnica: questa condanna è razzista. Ci risulta difficile credere che un italiano di fronte alle stessa situazione sarebbe stato condannato o semplicemente imputato o che, facciamo un esempio a caso, la magistratura possa arrestare un israeliano o un ucraino per le medesime imputazioni. Le cosiddette prove vengono associate al terrorismo unicamente perché sono nella disponibilità di un palestinese, che quindi è colpevole in quanto tale.
Processi come questo non colpiscono solo l’imputato ma un’intera comunità.
Sono punizioni esemplari inflitte intenzionalmente per spaventare e silenziare tutti i palestinesi esuli. Lo Stato dice loro, con un’intimidazione mafiosa, che devono sparire dalla sua vista e stare zitti, perché altrimenti anche a loro può capitare quello che è successo al giovane rifugiato, possono essere inquisiti, arrestati e precipitati in un processo kafkiano. Infatti, è evidente a chiunque voglia vedere la realtà che le opinioni espresse da Ahmed sono condivise dalla grande maggioranza dei palestinesi; che chi proviene da zone di guerre riceve informazioni dettagliate su quello che lì accade (circolano miglia di video della resistenza che mostrano come si preparano gli attacchi agli invasori); che quelle che vengono etichettate come organizzazioni terroristiche (come in questo caso le brigate al Qassam) sono in realtà la legittima resistenza, ed è solo grazie alla resistenza che il popolo palestinese è sopravvissuto fino ad ora ad un tentativo di genocidio; che molti di questi “terroristi” sono semplicemente i parenti, gli amici, i vicini di casa, di chi è stato cacciato dalla sua terra, e che hanno imbracciato le armi per difendersi. In un paese come l’Italia, che ha nella sua storia la lotta di liberazione partigiana, capire questo dovrebbe essere alla portata di tutti.
Quando arriva una allucinante sentenza di condanna in un processo dove il buon senso ti dice che no, non può esserci condanna, qualche domanda te la poni.
I giudici hanno applicato supinamente leggi persecutorie, compiendo quel viatico che nella storia ha sempre condotto i servi dello Stato a riprodurre la banalità del male?
Hanno voluto dare dimostrazione del loro odio di classe accanendosi su Ahmed perché hanno riconosciuto in lui il nemico, il dannato della terra che si solleva fieramente e scuote le fondamenta dell’impero?
Oppure, più prosaicamente, certi processi hanno la sentenza già scritta, ed i giudici non fanno che ubbidire a ordini e pressioni?
In casi come questo porsi delle domande è d’obbligo.
Soprattutto quando hai visto che dietro i processi ai palestinesi c’è spesso lo zampino dei servizi segreti israeliani, o nelle aule noti la presenza ingombrante degli uomini dell’antimafia o dei vertici degli apparati di polizia. In questo caso abbiamo notato il codazzo di polizia attorno ai giudici; la richiesta di utilizzare come consulenti i dirigenti della Digos dell’Aquila che già avevano istruito il processo ad Anan; infine abbiamo assistito alla militarizzazione delle aule del tribunale e del centro cittadino, una messa in scena che ci è parso finalizzata a impressionare la corte, e creare il clima di assedio di un vero processo per “terrorismo”.
La sentenza emessa dal tribunale di Campobasso è un atto politicamente grave, e questo non perché sono stati giudicati fatti gravi: l’accusa rivolta ad Ahmed, infatti, non è quella di avere compiuto azioni armate, né di essere in procinto di farlo e neppure di avere intenzione di attuarle. Questa sentenza è grave perché inserisce nella categoria di terrorismo fatti banali, cioè azioni che chiunque si interessi di quello che accade nel mondo compie o potrebbe compiere, come, appunto, esprimere il proprio dissenso contro l’oppressione coloniale o documentarsi sul web.
Il fine di questa condanna, a nostro avviso, non è solo quello di punire il malcapitato palestinese, ma anche quello di creare un precedente, che normalizzi l’applicazione dello “psico-reato” orwelliano del “terrorismo della parola”, e dare allo Stato la possibilità di arrestare qualsiasi oppositore anche solo per le suo opinioni o per la sua identità politica. Per questa ragione questo processo riguarda tutti.
Oggi, la volontà di introdurre la censura contro i nemici dello Stato è evidente, basti pensare ai recenti tentativi fatti contro gli anarchici, nelle inchieste “Scripta scelera” e “Sibilla” per
“apologia aggravata con la finalità di terrorismo” e “stampa clandestina”.
Per arrivare a reprimere parole e idee le leggi antiterrorismo sono state dilatate fino all’assurdo. Ci chiediamo, dov’è posto il limite per il quale un’azione diventa propedeutica a compiere un atto terroristico, quando si supera perfino il concetto di intenzione? Se seguiamo la linea interpretativa proposta dalla procura di Campobasso qualsiasi processo formativo si potrebbe considerare auto-addestramento, quando attuato da un soggetto considerato in quanto tale eversivo; ad esempio essere iscritti ala facoltà di chimica, praticare arti marziali, guardare uno degli infiniti video sulle armi che il web ci propone senza che neppure ci sforziamo di ricercarli, possono essere considerati atti altrettanto propedeutici all’azione “terrorista” quanto quelli compiuti dal giovane palestinese. Quindi questo processo ci dice chiaramente che “terrorista” è potenzialmente chiunque osi protestare o sia inviso allo Stato, e non vi è alcun bisogno che imbracci le armi.
Come si è arrivati a questo? Originariamente l’articolo 270 bis del codice penale (associazione con finalità di terrorismo) era stato introdotto per contrastare le organizzazioni della lotta armata degli anni 70/80, in tempi più recenti (soprattutto col Decreto Pisanu del 2005/2006) sono state aggiunte varie fattispecie con lo scopo di dilatare il concetto di terrorista ora incarnato da una figura fluida e
generica che si adatta a qualsiasi antagonista (dal No Tav, all’islamista: qualsiasi individuo che agisce al di fuori di un’organizzazione formale e/o non conflittuale).
Questa estensione del concetto di terrorismo ci dimostra come quando il conflitto sociale retrocede la repressione avanza, cioè lo Stato abbassa la soglia di punibilità. E così, lasciando fare, oggi siamo arrivati alle condanne per reati immaginari.
La condanna di Ahmed è un atto di guerra.
La repressione che colpisce i palestinesi in Italia è strettamente collegata a quanto sta accadendo in Asia occidentale, è parte del progetto di colonialismo di insediamento di Israele, del genocidio in corso, del progetto di costruzione di una grande Israele, punta di lancia del imperialismo statunitense nella regione. Tutto questo ci ha condotti ad una catastrofica guerra. Le inchieste giudiziarie contro i palestinesi ne sono una parte, quindi mobilitarsi contro la guerra e in solidarietà ai popoli oppressi, vuol dire anche difendere i palestinesi in Italia dagli attacchi che stanno subendo. La lotta al fianco di Ahmed non è terminata con la condanna di primo grado, ma l’ingiustizia da lui subìta deve essere uno sprone per mobilitarci con ancora più forza e determinazione.
La condanna di Ahmed è un atto di guerra.
Il reato “di terrorismo della parola” è uno strumento della contro-insurrezione che serve a zittire chiunque lotti contro il sistema dominante. Se la sonora batosta subita in Iran ha definitivamente bollito il cervello di Donald Trump, anche i suoi tirapiedi fascistelli che governano in Italia sembrano sull’orlo di una crisi di nervi. Solo in queste ultime settimane abbiamo assistito al divieto di portare un saluto collettivo a due compagni anarchici morti durante un’azione, alla richiesta, da parte della questura di Roma agli organizzatori di un presidio a sostegno del popolo Libanese, di non esporre bandiere della resistenza libanese. Arriviamo fino al prossimo varo del decreto legge “salva sionismo” con il quale chi lotta contro lo Stato sionista (razzista, colonialista, suprematista) rischia di essere arrestato per odio razziale.
Se la guerra proseguirà e la crisi si farà sentire tutti gli sfruttati potrebbero presto subire l’attacco repressivo da parte dello Stato. Mobilitiamoci contro la guerra, conto la censura del “terrorismo della parola”. A sostegno di chi è colpito dalla repressione. Ora più che mai non un passo indietro, trasformiamo la guerra dei padroni in guerra contro i padroni.
Complici e solidali

Oggi giornata internazionale di solidarietà con i prigionieri e prigioniere palestinesi -SRP

 

Alle torture che nelle carceri israeliane vengono portate avanti verso i prigionieri palestinesi, oggi il governo israeliano vuole aggiungere una legge che istituzionalizzi la pena di morte per i prigionieri palestinesi. Prigionieri palestinesi che stanno lottando, stanno resistendo contro il genocidio, i massacri di migliaia e migliaia di palestinesi di donne, di tantissimi bambini. Ma Israele non vuole che ci sia questa voce, questa lotta, vuole vuole continuare i massacri, vuole cacciare tutti i palestinesi, vuole fare della terra di Gaza, di Cisgiordania il posto al sole degli israeliani, dei coloni. 

Un appello che ci è stato mandato dalle organizzazioni della resistenza palestinese chiama tutti, ognuno di noi, ogni realtà, ogni forza a scendere in piazza, chiama alla solidarietà, a lottare perché non passi questo ulteriore genocidio che vogliono fare nelle carceri palestinesi. Un genocidio che tutti sanno che continua, anche il nostro governo Meloni lo sa benissimo ed è complice.

E’ necessario che in ogni città noi ci uniamo e diciamo NO alla pena di morte, NO alle orrende torture che vengono fatte nelle carceri contro palestinesi che hanno la sola colpa di volere la libertà, di

volere giustizia, di non voler più essere oppressi, chiusi come in un lager perché Israele deve prendersi tutto il territorio. 

C’è stato recentemente un nuovo rapporto di Francesca Albanese sulla condizione dei prigionieri palestinesi nelle carceri. E’ un rapporto che grida lotta, che fa accapponare la pelle per le cose che denunciano i prigionieri palestinesi: violazione orrende anche verso i bambini, verso le donne. Non si tratta della “normale” repressione, nelle carceri palestinesi sono la normalità gli stupri più violenti che attaccano non solo i corpi dei prigionieri e delle prigioniere, ma vogliono attaccare la dignità, vogliono umiliare i prigionieri e le prigioniere; infilano bastoni, infilano ogni cosa nelle organi genitali sia delle donne che degli uomini e anche dei bambini.

L’imperialismo americano, gli imperialisti europei, il governo italiano vogliono zittire tutte le voci che denunciano i fatti orribili che stanno accadendo. La Meloni giorni fa ha fatto il suo comizio al Parlamento ma chiaramente non ha detto alcuna parola di denuncia di quello che avviene a poche centinaia di chilometri dall’Italia.

Noi dobbiamo sostenere la resistenza che c’è e continua in Palestina. Non dobbiamo farci ingannare, non c’è nessuna tregua, non c’è nessuna cessazione del genocidio, questo continua negando il cibo, continuando ad affamare, continuando a negare le medicine, le cure e con la morte che ora si vuole fare verso i prigionieri palestinesi, una legge orribile che vuole mandare a morte chiunque sia, anche solo con le parole, contro lo Stato di Israele.

Per questo è necessario che invece le voci democratiche, le nostre voci, le voci dei lavoratori, dei giovani si alzino forti. Anche perché, altro che cessate il fuoco, il problema è che le guerre invece di fermarsi si stanno estendendo in tanti altri paesi, ora con l’aggressione verso l’Iran, la guerra in Libano. Anche lì stanno causando migliaia e migliaia di morti, per la maggior parte si tratta di civili, si tratta anche lì di donne e bambini.

E’ contro i popoli che vengono fatte queste guerre degli imperialisti, le guerre per cacciare, massacrare i popoli, per mettere su regimi loro amici fidati, per mettere le mani sulle fonti energetiche, sui mercati, sulle materie prime; e per questo sono disposti a tutto, sono disposti ai genocidi, sono disposti a fare leggi sempre più orribili.

Come donne, come lavoratori, come giovani dobbiamo essere sempre dalla parte dei popoli che vengono oppressi, che vengono schiacciati, che vengono cacciati. Noi sappiamo da che parte stare, si dice nelle manifestazioni, siamo con la Palestina dal fiume al mare, siamo con la resistenza del popolo palestinese.
Noi sappiamo che cos’è la resistenza. Tra alcuni giorni c’è il 25 aprile che ricorda la nostra resistenza, la giusta resistenza armata che hanno fatto i nostri partigiani. E quindi siamo dalla parte di chi oggi porta avanti questa resistenza.

Anche in Italia occorre una nuova resistenza perché il nostro governo è fino in fondo complice, partecipante di quello che succede in Palestina, come è complice delle aggressioni in Iran, delle aggressioni in Libano. Questi sono fascisti!

Noi il 25 aprile ricordiamo la vittoria sul fascismo e sul nazismo ma oggi i fascisti tornano ancora più agguerriti, tornano nel legame con i mostri che stanno anche ora al potere come prima c’era Hitler, oggi abbiamo Trump e abbiamo tutti gli altri capi di Stato, di governo, anche quelli che si mascherano come democratici ma poi anche loro, sono complici di quello che sta avvenendo

Cosa dicono davvero i dati sulla repressione delle manifestazioni in Italia

Cosa dicono davvero i dati sulla repressione delle manifestazioni in Italia

Osservatorio Repressione | osservatoriorepressione.info

10/04/2026

Nel 2025 le denunce contro chi manifesta aumentano del 58% senza un corrispondente aumento della violenza: il segno di uno spostamento dalla repressione dei reati alla gestione preventiva del dissenso.

Quando si parla di sicurezza in Italia, il dibattito pubblico si concentra quasi sempre sull’andamento generale dei reati. È un riflesso automatico: numeri complessivi, classifiche, città più o meno “pericolose”. Eppure, proprio dentro i dati ufficiali, esiste un altro indicatore molto meno discusso, ma forse ancora più rivelatore: quello che riguarda le manifestazioni e chi vi partecipa.

Il bilancio 2025 della Polizia di Stato, pubblicato il 10 aprile 2026, segnala un aumento netto e difficilmente ignorabile: le denunce contro attivisti, attiviste e partecipanti alle manifestazioni sono passate da 2.051 nel 2024 a 3.243 nel 2025. Un incremento del 58,12% in un solo anno. Un dato che, preso da solo, potrebbe suggerire un aumento della conflittualità sociale o una maggiore diffusione della violenza nelle piazze.

Ma è proprio qui che i numeri smettono di essere lineari e iniziano a raccontare un’altra storia.

Se si guarda al numero complessivo delle manifestazioni, non si registra alcuna crescita significativa, anzi. Nel 2025 si sono svolte 11.250 manifestazioni, contro le 12.302 del 2024. Anche gli episodi di “turbativa dell’ordine pubblico” restano una minoranza: 390 casi nel 2025, pari al 3,4% del totale, contro i 302 del 2024, cioè il 2,4%. In altre parole, oltre il 96% delle manifestazioni continua a svolgersi senza particolari criticità.

Il quadro che emerge è quindi paradossale solo in apparenza: le piazze non sono più conflittuali di prima, ma le denunce aumentano in modo esponenziale. Non c’è proporzione tra i due fenomeni. E questo scarto è il punto centrale.

Perché se non è la violenza a crescere, allora bisogna chiedersi cos’è che sta cambiando davvero. La risposta sta nel modo in cui il conflitto sociale viene gestito.

Negli ultimi anni, e in particolare con i decreti sicurezza più recenti, si è assistito a un progressivo spostamento di paradigma. Il sistema non si limita più a intervenire dopo che un reato è stato commesso. Sempre più spesso interviene prima, o comunque abbassa la soglia che separa ciò che è lecito da ciò che diventa perseguibile.

Un esempio evidente è la trasformazione del blocco stradale in reato penale. Si tratta di una pratica storicamente legata alla protesta sociale, utilizzata in contesti molto diversi — dai movimenti ambientalisti alle mobilitazioni studentesche — che oggi entra più facilmente nella sfera penale. A questo si aggiunge l’estensione della flagranza differita, che consente di denunciare una persona anche giorni dopo una manifestazione, sulla base di immagini o video, e l’introduzione di strumenti come il fermo preventivo fino a 12 ore.

Ma il cambiamento più profondo avviene forse fuori dal codice penale, in quell’area meno visibile delle misure amministrative. Il Daspo urbano, il foglio di via, l’avviso orale sono strumenti che non richiedono una condanna, ma una valutazione di “pericolosità” da parte dell’autorità di pubblica sicurezza. Possono limitare concretamente la libertà di movimento, impedire la partecipazione a manifestazioni, escludere una persona da determinati spazi urbani.

In questo quadro, il numero delle denunce racconta solo una parte del fenomeno. Le 3.243 persone denunciate nel 2025 sono la superficie di un sistema molto più ampio, che include sanzioni amministrative, multe, restrizioni e provvedimenti preventivi che spesso non vengono nemmeno contabilizzati in modo sistematico.

Le mobilitazioni degli ultimi mesi per la Palestina offrono un esempio concreto di questo meccanismo. In diverse città italiane, da Bologna a Genova, da Cagliari ad altri contesti, si sono registrati centinaia di denunciati legati a proteste, spesso per blocchi stradali o iniziative simboliche. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di pratiche non violente: cortei, presidi, azioni dimostrative. Eppure, nel nuovo quadro normativo, queste forme di protesta vengono sempre più frequentemente tradotte in reati o colpite da sanzioni.

Non si tratta di un’anomalia, ma di un effetto coerente del sistema che si è costruito negli ultimi anni. Un sistema in cui la risposta al conflitto non passa più soltanto dal processo penale, ma si articola attraverso una molteplicità di strumenti preventivi, più rapidi e meno garantiti.

A questo punto, la questione si sposta inevitabilmente dal terreno della sicurezza a quello della democrazia. Perché se le piazze restano in larga parte pacifiche, ma cresce in modo significativo il numero delle persone colpite da denunce e provvedimenti, allora il problema non è l’aumento della violenza, ma il modo in cui il dissenso viene governato.

I dati del 2025 non raccontano un paese più pericoloso. Raccontano piuttosto un paese in cui cambia la relazione tra Stato e conflitto sociale. Un paese in cui, a fronte di una sostanziale stabilità delle manifestazioni e dei livelli di tensione, si espandono gli strumenti repressivi a disposizione delle autorità.

E in cui la linea che separa la tutela della sicurezza dalla limitazione dei diritti diventa sempre più sottile.


Bruxelles : Journée des prisonnier·e·s palestinien·ne·s ce 17 avril

Le Secours Rouge appelle à se rejoindre le vendredi 17 avril à 19h à gare centrale, en l’honneur de la journée internationale pour les prisonnier·e·s palestinien·ne·s.

Il y a quelques jours, l’entité sioniste a adopté une loi autorisant l’exécution des prisonnier·e·s palestinien·ne·s. Celle-ci s’inscrit dans un continuum de violences de la part d’une entité fondée sur la mort. Une entité qui ne cesse de montrer au monde ses intentions coloniales et génocidaires. Les choses n’auront jamais été aussi claires que ces dernières années, avec l’accélération et l’intensification de ces violences. Le 2 avril, à Khan Younes, des milliers de Palestinien·ne·s se sont rassemblé·e·s pour dénoncer la détérioration des conditions de détention, citant privations de nourriture et soins, restrictions sur la propreté et les visites, et multiples abus quotidiens.

La tentative de légitimer l’exécution des prisonnier·e·s n’est pas anodine : les prisonnier·e·s tiennent un rôle majeur dans la résistance, en matière d’organisation, d’éducation politique mais aussi de survivance de la vie, d’ingéniosité et d’espoir.

Nous pensons à Walid Daqqah, symbôle de cette ingéniosité pour faire perdurer la vie, mort il y a maintenant 2 ans, le 7 avril 2024, après 38 années d’enfermement.

Des geôles de l’entité sioniste aux geôles britanniques, en passant par la Belgique, la France ou encore l’Italie, nous pensons aux camarades enfermé·e·s, libérez les Brize Norton 5, libérez Ali en France, libérez Ali en Belgique, libérez tous les prisonnier·e·s.

Répondons présent·e·s aux appels de nos camarades en Palestine, organisons-nous, soutenons toutes les formes de lutte qui tente de faire dérailler la machine impérialiste.
Gloire à la resistance, gloire aux prisonnier·e·s !
Construisons la solidarité !

Padova, attivisti del csoa Pedro aggrediti e processati per direttissima. Massima solidarietà e diffusione

I fatti denunciati dagli attivisti sono avvenuti nella sera di ieri, 15 aprile. Secondo la versione dei membri del CSO Pedro, gli attivisti saerbbero stati fermati mentre si trovavano in Via Annibale da Bassano, davanti a un tabacchi, di rientro da una assemblea cittadina, tenutasi proprio presso il centro sociale per lo svolgimento dell’imminente manifestazione della Liberazione. Gli attivisti sarebbero stati approcciati da due pattuglie, che avrebbero sin da subito mostrato «atteggiamenti intimidatori», costringendoli fisicamente a uscire dal veicolo dopo avere aperto violentemente le portieree strattonandoli «anche nel momento in cui avevano già consegnato le carte di identità». Dopo avere identificato i presenti, avrebbero perquisito la macchina, senza alcun esito; le forze dell’ordine avrebbero poi immobilizzato a terra e ammanettato uno dei giovani, poi spinto all’interno della volante. Nel mentre, sul posto sarebbero arrivati altri militanti dal CSO e – analogamente – numerose squadre di carabinieri, per un totale di circa 15 agenti. I carabinieri avrebbero scagliato calci e pugni contro gli attivisti radunatisi nella zonausato spray al peperoncino e minacciato i presenti con teaser e manganelli. Avrebbero poi arrestato i quattro fermati senza rilasciare per tutta la notte alcuna comunicazione ai legali.

La versione degli agenti, ripresa dai media locali, è diametralmente opposta: i carabinieri avrebbero notato «atteggiamenti sospetti» della conducente del veicolo, e si sarebbero avvicinati. «Gli occupanti del mezzo hanno assunto un atteggiamento ostile ed oltraggioso, tentando di eludere il controllo allontanandosi», si legge su Padova Oggi, che aggiunge che sul posto sarebbero arrivato una quarantina di attivisti dal CSO Pedro. «Il gruppo ha creato una barriera fisica attorno ai militari nel tentativo di delegittimarne l’operato ed opponendosi ai controlli in corso in modo da agevolare la fuga dei fermati». All’arrivo degli agenti di supporto, gli attivisti sarebbero stati arrestati; la conducente è stata denunciata per avere violato un foglio di via, mentre un quinto individuo è stato denunciato per porto di oggetti atti ad offendere. Sette carabinieri sarebbero rimasti feriti.

Questa mattina è stato indetto il processo per direttissimainiziato alle 13.30 presso il Tribunale di Padova. Gli attivisti del CSO Pedro hanno organizzato un presidio di solidarietà davanti all’aula di tribunale, cominciato alle 13 di oggi. Parallelamente, a Roma, la senatrice Ilaria Cucchi – vice presidente della Seconda Commissione Giustizia del Senato – e il deputato Marco Grimaldi, entrambi di AVS, hanno presentato una interrogazione parlamentare per discutere della vicenda. Gli attivisti denunciano «l’inconsistenza delle accuse rivolte» e denunciano la presunta sistematicità degli abusi di potere da parte delle forze dell’ordine. «Non è la prima volta che a Padova succedono fatti del genere», scrivono, «in particolare a seguito di controlli dei carabinieri, spesso perpetrati a danni di persone marginalizzate e razzializzate e con esiti anche peggiori». Mentre il processo è ancora in corso, così anche il presidio, che chiede «il rilascio immediato» delle persone arrestate e «di iniziare una campagna contro gli abusi in divisa dei carabinieri di Padova».

Dall’indipende

Ahmad Salem condannato a 4 anni per essere palestinese ed aver chiamato a mobilitarsi contro il genocidio

Ahmad Salem è stato condannato a 4 anni di reclusione a fronte di una richiesta di 3 anni e 6 mesi avanzata dal pubblico ministero. Una sentenza intollerabile, profondamente razzista e islamofobica, contro la quale è ancora più necessario e urgente tornare a mobilitarsi contro questo governo fasciosionista alleato dei peggiori regimi nazisti, guerrafondai e genocidiari, Israele in primis.

La stessa udienza di oggi al tribunale di Campobasso, si è svolta in un clima intimidatorio da stato di polizia, con la Questura che ha convocato un tavolo tecnico per la “sicurezza” disponendo la chiusura di tutte le strade del centro cittadino per creare un clima artificiale di tensione e paura e criminalizzare la solidarietà verso il popolo palestinese.

È la stessa logica con cui si colpisce Ahmad Salem, “colpevole” di aver invitato alla mobilitazione popolare contro il genocidio in corso a Gaza che ha ucciso, tra l’altro, 76 componenti della sua famiglia.

Ahmad Salem, giovane palestinese di 24 anni cresciuto nel campo profughi di al-Baddawi in Libano, è detenuto da quasi un anno nel carcere di Rossano Calabro, in regime di alta sicurezza. Era arrivato in Italia in cerca di protezione internazionale e si è presentato a Campobasso per richiedere asilo politico. Durante la sua audizione davanti alla Commissione territoriale, il suo telefono è stato sequestrato e analizzato: da lì è nato un impianto accusatorio fondato sugli articoli 414 (istigazione a delinquere) e 270 quinquies del codice penale.

«Un impianto fragile, costruito su poche frasi decontestualizzate estratte da un video di otto minuti, – fanno sapere dal movimento – in cui Ahmad invitava alla mobilitazione contro il genocidio in corso a Gaza, denunciava il silenzio del mondo arabo e chiamava alla partecipazione popolare. Quelle parole, che rientrano pienamente nel diritto di espressione politica e di solidarietà internazionale, sono state trasformate dalla Digos di Campobasso in “propaganda jihadista”. Ancora più grave è la contestazione relativa ai presunti “materiali istruttivi”: semplici video degli attacchi della resistenza palestinese, diffusi pubblicamente negli ultimi anni anche da testate italiane, tra cui la Rai. Nessuna indicazione tecnica, nessun contenuto addestrativo. Eppure, questo è bastato per sostenere un’accusa di “autoaddestramento con finalità di terrorismo”.

Questo caso non è un’eccezione: è il prodotto diretto di un quadro normativo sempre più pericoloso. – continua la nota stampa del Movimento 4 settembre – Con il DL Sicurezza (legge 80/2025), lo Stato italiano ha introdotto e ampliato dispositivi repressivi che spingono il diritto penale dentro il terreno delle opinioni, delle parole, delle espressioni politiche. L’articolo 270 quinquies, così come riformulato, rappresenta concretamente quello che possiamo definire “terrorismo della parola”: la possibilità di punire non atti, ma discorsi, non comportamenti materiali, ma prese di posizione.

Siamo di fronte a una soglia estremamente pericolosa. Quando diventa reato esprimere solidarietà a un popolo sotto occupazione, quando la denuncia di un genocidio viene trasformata in istigazione al terrorismo, quando la parola viene equiparata all’azione, allora non è più solo un singolo imputato a essere sotto processo: è il dissenso in quanto tale. Il “terrorismo della parola” apre la strada a una criminalizzazione generalizzata: colpisce attivisti, studenti, lavoratori, chiunque si mobiliti, chiunque prenda posizione, chiunque rompa il silenzio. È uno strumento che non mira alla sicurezza, ma alla neutralizzazione del conflitto e alla repressione preventiva della solidarietà.

Ahmad Salem è oggi in carcere per aver parlato. Per aver preso parola contro il genocidio. Per aver rivendicato il diritto di un popolo alla libertà. Per questo (il 14 aprile) saremo davanti al Tribunale di Campobasso: per Ahmad, per la Palestina, ma anche contro un impianto giuridico che trasforma la parola in reato, contro la criminalizzazione del dissenso, contro il tentativo di spegnere ogni forma di solidarietà.

Difendere Ahmad Salem significa difendere la possibilità stessa di parlare, di schierarsi, di lottare. – termina il movimento 4 settembre Campobasso –La solidarietà non è un crimine. Il dissenso non è terrorismo».

Oggi pomeriggio è prevista all’Università la proiezione di “Corto alla catena”, a seguire dibattito su Decreto sicurezza e Ddl Romeo.