Da un intervento al presidio davanti al Tribunale di sorveglianza, in udienza per il rinnovo del 41bis ad Alfredo Cospito

Trascrizione dell’audio di questo intervento al presidio, dalla Controinformazione rossoperaia del 12.06.26

Il 41bis è una misura speciale di applicazione dello stato d’emergenza all’interno delle carceri, proprio per questo, quando è stato istituito, è stata promessa una durata limitata. Si tratta di una misura di isolamento totale che può avere un impulso molto grave sullo stato di salute psichico e fisico delle persone a cui viene comminata. Ecco perchè dovrebbe essere data in misura eccezionale per un periodo limitato.

Di fatto, come accade ad Alfredo e accade a tanti (per esempio a Nadia Lioce), questa misura viene costantemente rinnovata. Quindi le persone sottoposte al 41bis subiscono un rinnovo costante, finalizzato ovviamente a procurargli gravi danni psicologici e fisici. Per questo è una misura che noi definiamo di tortura, di “tortura bianca” che è una pratica che è stata pensata dalla CIA, dagli americani, praticata nelle carceri speciali in America, in Germania e poi in Italia. Questa tortura vuole mascherare la classica tortura, quella fisica, cioè le botte, le scosse elettriche, quindi le persone all’esterno non percepiscono la gravità della situazione, ma il livello di aggressione alla salute di una persona è equivalente.

E’ una forma di vendetta dello Stato contro queste persone, come nel caso di Alfredo, finalizzata appunto a danneggiarli.

L’unico modo per uscirne è quello di prostrarsi allo Stato, di pentirsi, di vendersi, di far mettere qualcun altro al posto proprio.

Ce lo spiega abbastanza bene nei pochi documenti, nelle poche dichiarazioni che ha potuto fare, Alfredo, quando ci descrive la situazione interna dei carceri a 41bis, dove ci sono carceri in cui non ci sono feroci boss, ma sono carceri piene di persone anziane e malate. 

Per quanto riguarda la mafia, lo scopo del 41bis è quello della trattativa, dell’eterna trattativa tra lo Stato e la mafia, gestire i rapporti incarcerando alcune persone per avere uno strumento di mediazione che permetta allo Stato di gestire l’economia criminale mafiosa, di avere un rapporto con questa economia che fa girare tanti soldi.

Noi siamo qui oggi, dopo che per anni abbiamo seguito una campagna a sostegno di Alfredo. Quando abbiamo iniziato questa campagna anni fa eravamo in pochi come oggi, però la campagna ha avuto un esito positivo, è stata una fortissima lotta, una lotta che ha permesso a tutti in Italia di capire cos’è il 41bis, una lotta che ha quasi fatto uscire il nostro compagno di prigione, una lotta che ha inciso fortissimamente sul fatto che ad Alfredo non fosse dato l’ergastolo ostativo, quindi una lotta che ha avuto un certo successo.

Noi all’epoca abbiamo detto che saremo come una puntura di spillo, saremo presenti in questa situazione perché i responsabili del 41bis stanno seduti in palazzi come questi e decidono della vita, delle sofferenze di centinaia di persone.

Quindi oggi siamo qui ancora per rinnovare questa dichiarazione: daremo fastidio fino a che Alfredo sarà in 41bis, noi abbiamo detto che la campagna in solidarietà con Alfredo finirà quando Alfredo uscirà dal carcere speciale, quindi la campagna che può avere alti, bassi, periodi di più forte mobilitazione, continua e continuerà fino al raggiungimento del proprio scopo, fino a quando ce ne sarà bisogno.

Concludo dicendo una cosa, quello che abbiamo assistito all’epoca lo ribadiamo ancora oggi, non siamo stati noi tanto a lottare per Alfredo quando è stato Alfredo che, tramite la sciopero della fame, ha lottato per tutti noi, perché quello che stiamo vedendo è un riorientamento di strumenti come il 41bis e di apparati come l’antimafia verso la repressione politica, cioè nelle prospettive del sistema c’è quello dell’aumento della repressione politica contro la conflittualità sociale. Lo vediamo in tantissimi casi a partire dal continuo stillicidio di nuove misure repressive, spesso tramite decretazioni d’emergenza con i vari pacchetti sicurezza che hanno sempre in fondo la volontà di bloccare ogni possibile rivolta, ogni possibile lotta in questo paese; lo vediamo con l’abbassamento della serie dei reati per cui si può finire in 41bis come nel caso di Alfredo, lo vediamo nell’utilizzo del Dipartimento nazionale antimafia e antiterrorismo nella repressione politica come ad esempio è avvenuto in tutti i recenti processi contro i militanti palestinesi dove abbiamo potuto vedere, seguendoli, che c’è sempre la zampina del Dipartimento antimafia locale nella scelta di reprimere i palestinesi, quindi questo è un nuovo ruolo, un nuovo orientamento della repressione.

Siamo convinti che la lotta di Alfredo sia servita per rallentare questo processo, perché quando lo Stato ha messo Alfredo al 41bis ha anche sperimentato cosa voleva dire mettere un compagno del movimento nel 41bis e c’è stata una forte risposta e quindi questo strumento che, come sappiamo, è già utilizzato contro i compagni delle nuove Brigate Rosse che da oltre vent’anni sono rinchiusi in quelle sezioni, estendere l’utilizzo di questo strumento adesso si dimostra difficoltoso perché c’è stata una risposta, e tutto questo lo dobbiamo ad Alfredo.

Questo cosa vuol dire? Che non finirà più nessuno in 41bis? Beh, purtroppo certo che no, è chiaro che lo Stato non arretra nei suoi processi anche se in qualche maniera questo processo è stato rallentato. Dipende oggi da noi qui fuori, dipende da noi mobilitarci, stare in guardia ed essere pronti a rispondere ai nuovi attacchi repressivi.

Per questo siamo qui e continueremo ad esserlo.

Fuori Alfredo dal 41bis – fuori tutti dal 41bis!
Solidarietà a tutti i compagni colpiti dalla repressione!

Sulla retata anti anarchica del 16 giugno. Riceviamo e pubblichiamo

Riceviamo e pubblichiamo

Martedì 16 giugno, a Roma e altrove, un’ennesima retata si è abbattuta sul movimento anarchico, con sette mandati d’arresto per altrettanti compagni e compagne, diversi indagati a piede libero, perquisizioni in mezza Italia e lo sgombero dello spazio occupato romano Bencivenga. Oltre a ciò, due compagni sono stati arrestati con il nuovo reato di “terrorismo della parola” (270-quinquies modificato) per il possesso di alcuni opuscoli trovati durante la perquisizione.
Mentre le informazioni trapelate dai media sono più scarse e lacunose del solito, è abbastanza chiaro che l’indagine ruota attorno ad alcuni sabotaggi delle linee ferroviarie, e in particolare a quello compiuto lo scorso 14 febbraio sulla tratta Roma-Firenze, contro le Olimpiadi di guerra di Cortina 2026.
Se l’opera di mistificazione e diffamazione dei media contro gli anarchici non è certo una novità, non possiamo fare a meno di soffermarci sul livello raggiunto stavolta dalla propaganda di regime (in particolare dall’ineffabile TG1), che appare particolarmente grottesco: “si riunivano in un casolare come la Mafia”, “pianificavano la strategia della tensione”, “intendevano compiere atti di violenza”, “terrorismo anarchico”…
Se giova ricordare a questi signori che per gli anarchici la Mafia è un nemico quanto l’autorità, e che la “strategia della tensione” in questo Paese è stata attuata dallo Stato, non è difficile individuare dietro queste parole immonde un intento ben preciso: quello che ha portato, nel 2015, a trasformare la Direzione Nazionale Antimafia (DNA) in Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo (DNAA). Con il risultato che adesso viene applicata agli anarchici la stessa mostrificazione assoluta, e i relativi trattamenti, riservati fino a ieri a veri o presunti mafiosi (e peraltro inflitti da decenni ai comunisti rivoluzionari).
Con l’aggravante, per i rivoluzionari, di non praticare la violenza per ragioni di profitto o potere, ma come una sorta di fine in sé, per puro gusto della distruzione o per chissà quale oscura pulsione di morte. Come se migliaia di persone non si fossero opposte alle Olimpiadi invernali per ragione chiarissime: la presenza dei militari (per l’occasione senza uniforme) della squadra israeliana, la scorta delle bande assassine dell’ICE, la devastazione dell’ambiente alpino in nome del solito “grande evento”… e come se queste motivazioni non fossero state rivendicate, con prosa inequivocabile, nel comunicato seguìto al sabotaggio.
Quanto alla consueta accusa di “terrorismo”, crediamo che Gaza abbia chiarito a sufficienza la questione – e che non possano esserci più dubbi su chi diffonde il terrore.
In tempi di guerra, diceva un vecchio poeta, la prima vittima è la verità.
Mentre Alfredo Cospito rimane in 41-bis come una sorta di capro espiatorio per le “colpe” di tutto il movimento anarchico, lo Stato arriva a criminalizzare la stessa intenzione di fare qualcosa per sottrarlo alla tortura. Mentre dobbiamo ancora riprendere respiro dalla morte di Sara e Sandro, lo Stato cerca di usarla contro di noi.
Non sappiamo se arrestate e indagati abbiano compiuto le azioni di cui sono accusati. Possiamo solo ripetere ciò che abbiamo scritto tante volte in simili casi: se sono “innocenti” hanno tutta la nostra solidarietà, se sono “colpevoli” ce l’hanno ancora di più.
Solidarietà a Nico, Bibi, Micol, Arnau, Stefano, Giulia, Luna, Pietro, Tony, a tutte le indagate e i perquisiti.

Fuori Alfredo dal 41-bis!

Con Sara e Sandro nel cuore.

[Anarchiche e anarchici di Trento e Rovereto]

Qui gli indirizzi provvisori, che potrebbero cambiare nei prossimi giorni (seguiranno aggiornamenti):

Nico Aurigemma
Arnau Vallet Casadevall
Stefano Marri
Andrea Toniolo

Regina Coeli, via della Lungara 29, 00165, Roma

Micol Marino
C.C. Rebibbia femminile, via Bartolo Longo, 92 00156 Roma

Francesco Benedetti
C.C.Lorusso e Cotugno, via Maria Adelaide Aglietta 35, 10151, Torino

Pietro Rosetti
C.C.di Forlì, via della Rocca 4, 47121, Forlì

 

solidarietà ai compagni della rivista francese supernova

Questa mattina, le loro case sono state perquisite dalle forze dell’ordine, l’ingresso del loro palazzo è stato forzato e sono stati arrestati. Sono stati sequestrati i loro computer, libri politici e opuscoli. La repressione si è ulteriormente estesa con un intervento della polizia presso il Centro Culturale Ghassan Kanafani, dove sono stati confiscati ulteriori materiali e attrezzature. Il loro presunto “crimine” è il sostegno alla causa palestinese e l’impegno politico nella lotta antimperialista in tutto il mondo.

Le perquisizioni, gli arresti e il sequestro di materiale politico non sono misure eccezionali, ma fanno parte di una sistematica campagna di repressione volta a mettere a tacere tutti coloro che sono al fianco del popolo palestinese e si oppongono all’imperialismo. L’accusa di “apologia del terrorismo” non è altro che uno strumento politico, impiegato per criminalizzare l’internazionalismo e soffocare le voci rivoluzionarie.

L’imperialismo francese dimostra ancora una volta la sua collaborazione con il sionismo e le forze reazionarie di tutto il mondo, tentando di intimidire rivoluzionari, comunisti e tutti coloro che si rifiutano di rimanere in silenzio di fronte all’aggressione imperialista.

I  compagni di Supernova sono stati arrestati e trattati come criminali oggi, mentre i veri criminali si stanno radunando in Svizzera. Non siamo noi ad aver assassinato 70.000 palestinesi e migliaia di libanesi. Non siamo noi ad aver ucciso 168 bambini delle elementari nella città iraniana di Minab. Non siamo noi a sostenere i neonazisti ucraini che hanno massacrato bambini e giovani nel Donbass.

Tutti questi crimini sono stati commessi, direttamente o indirettamente, dagli imperialisti statunitensi, tedeschi, francesi e britannici e dai loro collaboratori.

Arresti di compagni anarchici a Roma

Mentre il tribunale di sorveglianza non scioglie ancora la riserva sul ricorso presentato dalla difesa contro il 41 ad Alfredo Cospito, questa mattina 7 compagni/e anarchici/e sono stati arrestati per terrorismo perché indiziati di aver sabotato la rete ferroviaria dell’Alta Velocità Roma – Firenze in concomitanza con le Olimpiadi Invernali Milano – Cortina, sponsorizzate da Eni, Coca cola e altri complici del genocidio. Tra gli elementi di accusa a loro carico, anche l’antimilitarismo e l’intento di proseguire la mobilitazione in solidarietà ad Alfredo Cospito. Perquisito e sgomberato nell’ambito di questa ennesima operazione repressiva anche il centro sociale romano Bencivenga.

Esprimiamo la piena solidarietà ai compagni e alle compagne arrestate/perquisite e ribadiamo che i veri criminali sono i padroni e gli stati che finanziano con soldi pubblici le guerre imperialiste e il genocidio, mentre ci ammazzano sul lavoro, ci negano tutti i diritti e seppelliscono il dissenso nelle loro galere.

In queste ore, in cui agenzie di stampa irregimentate e politici corrotti e criminali plaudono all’ennesima operazione repressiva, vogliamo dare l’ultima parola ad Alfredo:

(da il Rovescio)

Alfredo inizia con la richiesta che gli venga ridato il foglio con i suoi appunti sequestratogli dai secondini prima di entrare in collegamento. La giudice, dopo aver chiesto al secondino se il sequestro fosse dovuto a disposizioni interne connesse al suo trattamento carcerario e ottenendo in risposta un imbarazzante silenzio, accoglie la richiesta di Alfredo e chiede alla guardia in questione di farglielo riavere trattandosi di suoi appunti per la testimonianza. Di fatto però gli appunti non gli verranno ridati.

L’avvocato dei compagnx imputatx spiega ad Alfredo che è stato indicato come testimone della difesa in questo processo, poiché le sue condizioni detentive e la sua protesta hanno creato un acceso dibattito pubblico e i fatti contestati aglx imputatx attengono a manifestazioni di vicinanza e solidarietà nei suoi confronti. Pertanto gli farà alcune domande relative appunto alla sua condizione detentiva e allo sciopero della fame da lui intrapreso.

Da quanto tempo è detenuto e in quale regime?

Sono detenuto dal 2011 ma sono quattro anni, scattati proprio adesso, di 41 bis.

Diciamo che nella mia vita ho fatto varie forme di carcere, dal carcere normale, all’Alta Sicurezza. Il 41 bis è l’ “abiettizzazione” del carcere, qui ne ho visto l’essenza stessa, con il tentativo di annientare l’individuo tagliando ogni tipo di comunicazione.

Nell’Alta Sicurezza sono stato a Ferrara e poi a Terni.

Nel 2022 vengo direttamente trasferito qui a Sassari, in 41 bis.

Decide in quel momento di intraprendere lo sciopero della fame? Per quale motivo?

Certo, quasi immediatamente.

Per spiegare le mie motivazioni, innanzitutto vorrei dire una cosa, secondo me, inerente alla domanda che mi ha fatto. In questo momento per me è abbastanza emozionante essere qui, perché l’ultima volta che mi hanno tolto la mordacchia, la benda, è stato un anno e mezzo fa, quando ho potuto vedere delle facce amiche di compagni, perché qui l’isolamento è costante. Un anno e mezzo fa da quella parte c’era Sara e c’era Sandrone, che sono morti, e proprio questo isolamento non mi permette neanche di dare la mia solidarietà a tutti quei compagni che amavano Sandrone e Sara quindi do tutta la mia solidarietà a questi compagni. È l’unico modo, per esempio, che ho di esternare questo, perché qui l’isolamento è totale, assolutamente totale. Per esempio nel 41 bis ci sono delle sezioni di quattro persone, di quattro celle isolate. Ci sono persone che hanno ergastoli ostativi qui dentro che, per anni e anni, non vedono più l’erba, un albero, è realmente una cosa abbastanza traumatizzante, ma la cosa che mi ha fatto veramente iniziare lo sciopero della fame è che questa specie di stato di eccezione che è il 41bis sta diventando veramente regola… uno strumento nelle mani dello Stato. Per capire perché ho iniziato lo sciopero della fame, bisogna capire, avere una minima idea di cos’è questo sistema carcerario.

Per farvi un’idea: in questo momento, soltanto per venire in questa cella ho dovuto attraversare dei corridoi, come nel Miglio Verde, dove c’è la guardia che urla “Uomo morto che cammina”. La stessa cosa è qui, mentre cammino nel corridoio che è nello sprofondo, sotto il livello della terra, le guardie che stanno affianco a te urlano “Prima, seconda..” perché tu mentre attraversi il corridoio non devi vedere nessun essere umano, nessuno ti deve parlare. Ci sono sezioni di un isolamento mai viste in vita mia, in tutta l’esperienza carceraria che ho fatto. Ogni sezione è di quattro sole celle e tu puoi avere rapporti soltanto con quattro persone quando vai all’aria. L’aria è una vasca di cemento con delle sbarre di ferro che non vedi neanche il cielo. Di solito le persone che sono al 41 bis dopo tanti anni sono delle persone alienate, non hanno più voglia di parlare, neanche più escono dalla prigione. La cosa che mi ha veramente colpito e mi ha portato a fare lo sciopero è vedere le persone qui dentro per le quali veramente l’ergastolo è ergastolo. Sono persone che da vent’anni, qui dentro, davvero non hanno mai visto un albero, non hanno mai visto un filo di erba. È una sensazione realmente terrificante, la censura è totale; nel mio caso la censura, il senso del 41 bis, è proprio non farti parlare, non farti scrivere e neanche leggere. Ovviamente devo fare processi e processi per avere un libro. Addirittura per sentire la musica ci ho messo due anni ad ottenere, attraverso dei processi, la possibilità di avere un lettore cd. La musica che ascolto tentano di bloccarmela perché dicono che è contro il patriarcato, che sono canzoni che esaltano il femminismo quindi fanno ricorsi e ricorsi per non farmi ascoltare musica o farmi leggere libri.

Senta, quanto è durato il suo sciopero della fame?

Credo il mio sciopero della fame sia durato mesi, esattamente centosessanta giorni [in realtà è durato dal 20 ottobre 202al 19 aprile 2023, quindi circa centottanta giorni].

Dopo un bel po’ sono stato portato a Opera, per le mie condizioni di salute, perché lì c’è un reparto medico. Lì mi sono reso conto della situazione. Era pieno di persone anziane, quasi tutte con l’Alzheimer che non si ricordavano neanche chi erano o dove si trovavano, tutte in 41 bis, che andavano in giro con la carrozzella, con il catetere, si pisciavano e cagavano addosso.

Però capiamoci, se volete realmente sapere le motivazioni dello sciopero io avevo addosso la quasi certezza dell’ergastolo ostativo e grazie alle manifestazioni dei compagni fuori e alla loro mobilitazione in qualche modo sono stati costretti a togliermelo, perché era veramente assurdo.

Mi avevano dato l’ergastolo per una serie di attentati dimostrativi.

La cosa che mi ha più motivato e mi ha fatto rischiare la vita sino quasi alla fine è stato che loro vogliono estendere e rendere questo stato di eccezione una regola. La militarizzazione in questo periodo di guerra veramente si vede in modo lampante qui e la volevano estendere oltre. Già ci sono dei compagni delle Brigate Rosse, tre compagni al 41, però volevano estenderlo al movimento e hanno iniziato con me, con l’anarchico, perché è più facile poi, una volta che mettono me, iniziare ad allargare. Quindi, mi sono detto, “È sopravvivenza”, ho cercato di bloccare questo processo che era iniziato e in quel momento lì mi è sembrato si fosse bloccato, effettivamente lo è.

Adesso il 41bis rimane con le restrizioni che ha, però ultimamente ho visto aumentare il numero delle persone che entrano qua dentro per motivi anche abbastanza futili, ho visto persone entrare perché avevano nell’Alta Sicurezza il telefonino o… non ci sono più quei “boss” che c’erano prima.

Successivamente allo sciopero della fame, ha potuto notare un ulteriore irrigidimento nelle condizioni detentive?

Allora secondo me ci sono state sicuramente delle ritorsioni. Però durante il periodo dello sciopero queste ritorsioni si erano allentate. La posta mi arrivava a frotte, ma lì dipende all’attenzione dei media.

Ci sono stati tanti fenomeni all’interno del 41 bis che ho notato, legati anche alla mia lotta.

La prima cosa di cui mi sono reso conto è l’influenza che questo governo, attraverso Delmastro, ha avuto rispetto sia alla volontà del DAP che alla direzione del carcere. Per esempio sapendo che dovevano venire dei parlamentari a incontrarmi, nella loro ottica miseramente politica, per usare il 41bis come loro strumento, qualche giorno prima che questi parlamentari arrivassero mi hanno trasferito in un’altra sezione dove c’erano dei boss, così poi potevano rinfacciarmi questa cosa, perché dove stavo prima io c’erano persone che avevano una caratura molto molto minore.

Poi grazie all’aver incontrato questi personaggi – tra i primi ad entrare al 41bis – mi sono reso conto che il 41bis, almeno agli inizi, non è servito tanto per non far comunicare i prigionieri con l’esterno, ma per zittire quelle persone che hanno avuto rapporti con lo Stato italiano in passato, con cui hanno fatto accordi, accordi che sono stati spesso non rispettati e adesso li hanno seppelliti qui dentro per non farli parlare.

Ho iniziato lo sciopero della fame quando mi sono reso conto del meccanismo assurdo in cui mi trovavo che, oltre ad essere liberticida, usa le persone come strumenti politici per dare addosso a una corrente o all’altra… insomma il motivo è questo.

Vorrei chiederle se lei attualmente riceve lettere o può scrivere lettere.

In questo momento non ricevo più lettere. Una volta mi venivano notificate, sequestrate e non date, adesso invece non mi vengono neanche più notificate, spariscono. Sono certo che arrivano ma non… eh, sono tipo mesi che non ne ricevo. Adesso ne ho ricevuta una dell’altro anno, dicembre del 2025.

Per quanto riguarda la possibilità di lettura, lei ha fatto delle richieste e le sono stati negati dei libri, anche quelli indicati nella lista da cui potrebbe attingere?

Questo, diciamo, è un fatto che io conosco perché è stato reso pubblico.

Ecco questo non lo sapevo grazie… perché l’isolamento qui dentro è notevole.

Sì i libri ultimamente mi vengono bloccati.

Allora vi spiego, qui c’è la possibilità di avere libri dalla biblioteca, la piccola biblioteca di sezione del 41bis, quelli mi vengono dati.

Poi, dopo qualche anno, sono riuscito a ottenere anche la possibilità di usufruire della biblioteca centrale del carcere. Ho avuto due volte libri da questa biblioteca, dopodiché le mie domande non sono state più soddisfatte, sono state ignorate, infatti ho fatto causa.

Quando compro dei libri ogni tanto mi vengono bloccati, ad esempio ultimamente mi hanno bloccato un libro sulla meccanica quantistica, uno sulle sette eretiche dell’inizio del cristianesimo. Sembrano delle ripicche, però fanno da scarica-barile: il comandante dice che la colpa è della direttrice, la direttrice probabilmente dirà che è il DAP, quindi non si sa. Posso dire che secondo me chiaramente sono ritorsioni, posso dire che non hanno voglia di comprarli, però in realtà i libri qui vengono comprati. L’obiettivo è quello di sfiancarti, di isolarti totalmente, hanno iniziato col tagliarmi totalmente qualunque tipo di comunicazione con l’esterno e adesso addirittura cercano di impedirti di leggere libri. Devi stare lì davanti al televisore come un idiota 24 ore su 24 o usufruire dei libri della biblioteca che sono pochissimi. Anche quando chiedi qualcosa al tribunale di sorveglianza, che poi alla fine dopo tanto, un anno o due riesci a ottenere, certe volte non vengono neanche rispettate le cose del tribunale. Ho dovuto lottare quattro anni per ottenere l’abbonamento a “Le Scienze”. Però questo è parte di quel meccanismo di isolamento che per me è importante, è fondamentale rispetto a questo tipo di carcerazione che ha come obiettivo la tortura.

Qui dentro le persone sono messe semplicemente per farle parlare quindi devono essere torturate in questo modo qui, è una cosa che è riconosciuta anche dall’Unione Europea a quanto pare.

Sono delle leggi speciali fatte in un determinato periodo che adesso stanno diventando regola. E la motivazione è che in determinati momenti una democrazia tenderà a diventare più democratura perché queste leggi stanno iniziando ad essere adottate. L’hanno messa nei miei confronti, l’hanno messa in passato nei confronti dei compagni delle BR, poi inizieranno a portare quelli dell’Alta Sicurezza qui, stanno iniziando a costruire carceri in Sardegna, Sardegna già militarizzata, vogliono costruire altri 41. Quindi è come un cancro all’interno. Anche gli stessi giuristi, io non credo a quel tipo di… però anche gli stessi giuristi lo dicono che il 41bis è un’anomalia che sta dirompendo. E il mio sciopero della fame è stato un modo di attirare l’attenzione. Mi dispiace che molti compagni adesso stanno scontando e rischiano mesi e mesi di galera, anni di galera, però penso realmente ne valga la pena rispetto a quello che lo Stato sta facendo, è un punto veramente importante perché è un’arma micidiale in mano ad uno Stato. Qui dentro per esempio la foglia di fico della Costituzione, della democrazia di diritto, non esiste. Qui cos’è la democrazia, è chiaro, lampante, è una questione di forza, il più forte vince su quello più debole. Qui non hai diritti, hai soltanto proibizioni e anche quei pochi diritti che hai non vengono neanche rispettati perché si attaccano alla burocrazia…

Per esempio adesso per vietarmi la lettura dei libri si stanno inventando che devono controllare i libri, ma sono i libri che vanno a comprare loro, perché qui libri per posta non se ne possono ricevere, quindi sanno benissimo che i libri che comprano loro stessi in libreria non hanno messaggi dentro, semplicemente serve a fiaccare. Poi chiaramente c’è uno scontro tra me e l’istituzione, il DAP e anche questo governo che chiaramente fa in modo che ci siano delle ritorsioni, delle pressioni… Questo governo e sicuramente quello che viene dopo, perché nessuno mette in discussione il 41, perché è fondamentale.

Scusate la confusione però non avendo il foglio… che dopo un po’ il 41 ti rincoglionisce, perché l’isolamento dopo un po’… parli sempre delle stesse cose…

Lei ha percepito che le manifestazioni di solidarietà dall’esterno abbiano portato in qualche modo un contributo anche all’interno e anche alla sua condizione?

Sì, nel mio caso posso dire tranquillamente che mi ha salvato la vita. Adesso ho un fine pena che sarà quando avrò 72 anni. Se non c’era tutta quella pressione fuori mi avrebbero tranquillamente confermato l’ergastolo ostativo che era una roba assolutamente certa, l’attenzione ha fatto in modo che non potessero giocare così sporco. La situazione dentro il carcere è rimasta esattamente la stessa, però va bene, non è che me ne lamento, nel senso qui comunque ho deciso di combattere anche per gli altri che stanno qui dentro che non hanno voce, che non riescono neanche a esprimere dei concetti. La vita di un prigioniero anarchico è sempre quella di cercare di cambiare le cose anche per gli altri e io non faccio distinzioni tra un mafioso o uno spacciatore… per me un prigioniero è un prigioniero. Quindi secondo me è un problema che riguarda un po’ tutti perché, se questa cosa si estende, l’obiettivo è usarla poi quando servirà, per reprimere i movimenti sociali, questo è talmente lampante.

E comunque saluto tutti i compagni che mi stanno vicino.

Attualmente le è stato riconfermato il 41 bis. Come si sente e che tipo di comunicazione a riguardo ha ricevuto e rispetto al fuori, che notizie – anche tramite quotidiani o altro – è riuscito a ricevere?

La cosa strana è che il 41 mi è stato riconfermato con un mappazzo di quasi novanta fogli, anche ai “super boss” di solito lo riconfermano con due paginette. Qui sono tutti sorpresi perché è la più grande riconferma della storia del 41bis, neanche a Totò Riina hanno fatto ottanta pagine… Praticamente lo Stato italiano mi ha aggiornato con questi fogli di tutte le lotte che ci son state nel mondo di cui non sapevo niente. Perché lo scopo del 41bis è l’isolamento, mentre invece grazie a Piantedosi, a Nordio c’è proprio un aggiornamento fitto di tutte le azioni successe, in Indonesia, la solidarietà data me… un po’ tutto, il compagno in Grecia che è morto, a cui do la solidarietà, come a tutti i compagni greci. Cose di cui qui dentro ero assolutamente all’oscuro.

Questo per far capire le contraddizioni di questo sistema. Nel mio caso, invece di isolarmi dal contesto, in qualche modo mi hanno reso ancor più pericoloso, credo, rispetto al sistema. Hanno esaltato la mia figura, mi hanno fatto da cassa di risonanza. Perché quando stavo in AS avevo i contatti con i compagni però non avevo un’influenza così forte. Da quando sono al 41bis invece… beh questa è una cosa buona del 41, le mie parole comunque poi sono girate di più, quindi nel mio caso c’è un po’ questo paradosso. Paradosso che è addirittura scritto nei fogli che ho letto. L’ultima volta che avevano discusso il 41 avevano dato pareri positivi perché uscissi, dopo è stato riconfermato secondo me come ritorsione e adesso che le mie parole girano dicono che ho un’influenza maggiore, non so loro cosa intendono con influenza rispetto agli anarchici dato che noi ragioniamo individualmente… comunque dicono che ho un’influenza maggiore quindi anche se prima non ero pericoloso adesso il 41 mi ha reso pericoloso… insomma il cane che si morde la coda.

Comunque rispetto a tutti quelli che sono al 41 adesso e anche in passato, ho avuto il più grande fascicolo informativo mai visto, l’ha detto sia chi me l’ha consegnato, sia gli altri detenuti con cui ho parlato, sia gli avvocati. È una cosa abbastanza indicativa di quello che è diventato il 41, una specie di involucro vuoto che non sanno neanche più a cosa serve… Serve, sì, serve come un’arma a disposizione quando le condizioni sociali muteranno e allora potranno censurare qualunque tipo di dissenso. Perché nel mio caso è indubbio che sto qui dentro semplicemente per quello che dico, non per quello che faccio, quindi per le mie parole.

Tarek è libero, abbraccia e ringrazia tutt* per la solidarietà

Oggi, 16 giugno, Tarek Dridi torna finalmente in libertà dopo aver scontato una pena tanto severa quanto ingiusta, inflittagli per i fatti contestati in occasione della manifestazione del 5 ottobre 2024 a Roma.
Accogliamo con gioia la notizia della sua liberazione e attendiamo il momento di poterlo riabbracciare di persona. Al tempo stesso, non possiamo dimenticare la sproporzione della condanna che gli è stata comminata: un accanimento che non può essere separato dalla condizione di chi, in una società attraversata da dinamiche di esclusione e razzializzazione, viene troppo spesso considerato colpevole prima ancora di essere giudicato. Un sistema permeato da arabofobia e razzismo continua infatti a colpire con particolare durezza tutte le soggettività ritenute non conformi all’ordine dominante.
Quel 5 ottobre a Roma non si poteva non stare. Contro il genocidio in corso, contro lo stato sionista dell’apartheid e contro la complicità del Governo fascista italiano che quella manifestazione volle vietare, in decine di migliaia scendemmo in piazza per la libertà della palestina, con la resistenza palestinese, sfidando la repressione.
La liberazione di Tarek è motivo di felicità, ma non cancella l’ingiustizia che ha dovuto subire né le responsabilità politiche e sociali che l’hanno resa possibile.
Ciao Tarek!

E’ giusto ribellarsi! Sulla bruttissima morte dei due ragazzi di Torino, una denuncia dell’Avv. Ricci di Taranto

Per F. e C.

Il prezzo del dissenso.

La tragica vicenda di F. e C., due giovani militanti torinesi, impone una riflessione profonda sul rapporto tra esercizio del dissenso, repressione penale e tutela delle libertà fondamentali in uno Stato democratico.

Le loro morti hanno suscitato un diffuso interrogativo sul peso che procedimenti giudiziari, misure cautelari e dispositivi di controllo possano esercitare sulla vita delle persone, specialmente quando colpiscono giovani impegnati nell’attività politica e nei movimenti sociali. La loro storia richiama

l’attenzione sulle conseguenze umane, psicologiche e sociali di un sistema che sempre più frequentemente affronta il conflitto politico e il dissenso attraverso gli strumenti della prevenzione e della repressione.

Negli ultimi due anni si è assistito a una progressiva estensione delle misure cautelari e di prevenzione nei confronti di attivisti, studenti, lavoratori e militanti impegnati in mobilitazioni sociali e politiche. Fogli di via, obblighi di firma, divieti di dimora, arresti domiciliari e altre limitazioni della libertà personale vengono spesso presentati come misure intermedie, quasi prive di reale afflittività. In realtà esse incidono profondamente sulla vita quotidiana delle persone, condizionandone le relazioni, il lavoro, lo studio, la partecipazione politica e la stessa percezione della propria dignità e libertà. Esse producono effetti che vanno ben oltre la dimensione strettamente giuridica, investendo la sfera psicologica, affettiva, lavorativa e relazionale degli individui. In particolare, quando colpiscono giovani impegnati in percorsi di partecipazione politica e di mobilitazione sociale, tali provvedimenti rischiano di assumere una funzione deterrente nei confronti dell’esercizio stesso dei diritti democratici, generando isolamento, stigmatizzazione sociale e una percezione di colpevolezza anticipata rispetto a qualsiasi accertamento definitivo.

Molto preoccupante appare la tendenza a ricondurre entro categorie di pericolosità sociale forme di dissenso che rientrano pienamente nell’esercizio dei diritti costituzionalmente garantiti. La partecipazione a manifestazioni, campagne di solidarietà internazionale, iniziative di protesta contro politiche ritenute ingiuste o contro le violazioni dei diritti umani, comprese quelle denunciate in relazione al genocidio che si consuma in Palestina, non può essere trasformata in un fattore di sospetto o in un presupposto per l’applicazione di misure limitative della libertà personale.

Per queste ragioni è necessario respingere con fermezza la narrazione secondo cui si tratterebbe di misure innocue o prive di reale impatto. La loro capacità di condizionare le scelte di vita, limitare le relazioni sociali, ostacolare il lavoro, lo studio e la partecipazione politica dimostra che esse costituiscono strumenti di significativa compressione delle libertà individuali. Proprio per tale ragione il loro utilizzo dovrebbe essere rigorosamente circoscritto, sottoposto a un controllo giurisdizionale effettivo e valutato alla luce dei principi di necessità, proporzionalità e minima lesione dei diritti fondamentali che caratterizzano uno Stato costituzionale di diritto. Dietro la retorica dell’ordine pubblico e della prevenzione si delinea infatti un modello normativo che tende a trasformare il dissenso sociale e politico in un problema di sicurezza, spostando il baricentro dell’intervento pubblico dalla tutela dei diritti alla repressione preventiva.

La memoria di F. e C. impone dunque di interrogarsi criticamente non soltanto sulla legittimità formale di determinati strumenti giuridici, ma anche sul loro impatto concreto sulle esistenze individuali e sulla qualità della vita democratica del Paese. Perché una democrazia si misura anche

dalla capacità di garantire il diritto al dissenso, di proteggere chi esprime posizioni critiche e di evitare che il conflitto politico venga trattato come una questione di ordine pubblico anziché come una componente essenziale del pluralismo costituzionale.

Questa riflessione non può che concludersi con un pensiero di vicinanza e solidarietà a tutti i giovani che continuano a impegnarsi nella vita politica e sociale del Paese, spesso pagando un prezzo personale elevato per la scelta di non rimanere indifferenti di fronte alle ingiustizie, alle disuguaglianze e alle violazioni dei diritti umani. In una democrazia matura, il dissenso non dovrebbe essere temuto né represso, ma riconosciuto come una risorsa essenziale per il progresso civile e per la tutela dei valori costituzionali.

Un pensiero particolare va alle famiglie di F. e C., chiamate a sopportare un dolore che nessuna decisione giudiziaria, nessun procedimento e nessuna ragione di Stato potranno mai cancellare. La memoria di F. e C. richiama tutti, istituzioni e cittadini, alla responsabilità di difendere questo principio fondamentale: nessuna ragione di ordine pubblico può giustificare l’erosione dei diritti che costituiscono il fondamento della convivenza democratica.

TORINO, DUE MORTI E IL PESO DELLA REPRESSIONE

Di Alfredo Facchini
Si sono tolti la vita a poche settimane di distanza l’uno dall’altro. Due giovani compagni denunciati a Torino nell’ambito delle indagini sulle manifestazioni a sostegno della Palestina.
Le loro storie non sono identiche. Le ragioni che li hanno portati a quel gesto appartengono a una sfera che nessun articolo potrà mai ricostruire fino in fondo. Ma esiste un fatto che non può essere cancellato: entrambi erano finiti dentro il dispositivo repressivo costruito attorno alle mobilitazioni pro Palestina degli ultimi mesi.
Il primo si chiamava F. Nato a Savona. Viveva a Torino da anni. Lì aveva studiato. Lì aveva costruito amicizie, relazioni, affetti. Lì aveva lottato. Nel febbraio scorso gli viene notificato il divieto di dimora nel capoluogo piemontese. Deve andarsene dalla città che considera casa. Il Tribunale del Riesame conferma la misura.
Secondo il racconto dell’avvocato Claudio Novaro, quel provvedimento lo aveva gettato nello sconforto. Gli viene spiegato che si tratta di una misura temporanea, destinata a essere rivalutata nel giro di qualche mese. Non basta. Pochi giorni dopo F. lascia un biglietto e si getta da un dirupo.
Nessuno può stabilire una catena automatica tra una misura cautelare e una morte volontaria. Sarebbe intellettualmente disonesto. Ma altrettanto disonesto sarebbe fingere che il potere esercitato dalle istituzioni sulle vite concrete delle persone non produca conseguenze. Soprattutto quando colpisce giovani militanti che vedono improvvisamente restringersi il proprio orizzonte esistenziale, le relazioni, i luoghi della quotidianità.
Poi c’è C. Anche lui denunciato per le manifestazioni a sostegno della Palestina. Anche lui morto per sua stessa mano. La sua scomparsa produce una scena che meriterebbe da sola una riflessione collettiva sullo stato della giustizia nel nostro Paese.
Alcuni compagni sottoposti all’obbligo di dimora nello stesso procedimento chiedono di partecipare al funerale. Non chiedono la revoca della misura. Non chiedono privilegi. Chiedono di salutare un amico, un compagno morto. Il funerale si svolge a Settimo Torinese, pochi chilometri più in là. Per partecipare serve l’autorizzazione del giudice. L’autorizzazione non arriva. La richiesta viene respinta perché manca un «legame parentale» e perché non esistono ragioni rilevanti, come quelle di salute.
Dentro quella formula burocratica c’è un intero modo di guardare gli esseri umani. Per la macchina giudiziaria il dolore sembra esistere soltanto se certificato da un vincolo di sangue, da un certificato medico, da una categoria prevista dal codice. L’amicizia, la condivisione politica, l’affetto, il lutto di una comunità vengono espulsi dal campo del cosiddetto rilevante.
Eppure chiunque abbia vissuto davvero sa che non sempre i legami più profondi coincidono con quelli anagrafici. La questione non riguarda soltanto quei ragazzi. Riguarda un clima, una stagione in cui il dissenso politico viene affrontato solo come un problema di ordine pubblico.
Riguarda la facilità con cui si emettono misure cautelari che incidono pesantemente sulle vite delle persone. Due giovani sono morti. Non sappiamo tutto delle loro sofferenze, e forse non lo sapremo mai. Ma proprio per questo sarebbe opportuno non archiviare tutto come una tragica coincidenza.
Restano delle domande: quanto pesa oggi – non siamo negli anni Settanta – una misura cautelare nella vita di un ragazzo di vent’anni che si batte per la causa di un popolo sottoposto a genocidio? Che cosa sta accadendo a una società che risponde al dissenso quasi esclusivamente con il linguaggio della sicurezza?
Gli studenti diventano soggetti da identificare. I picchetti diventano problemi di viabilità. Le occupazioni diventano emergenze criminali. Le manifestazioni diventano fascicoli. I movimenti diventano bersagli di misure cautelari. L’avversario politico scompare. Al suo posto compare: il soggetto pericoloso. È dentro questa trasformazione che vanno collocate le vicende di F. e C.
Non perché esista un rapporto automatico tra una misura giudiziaria e una morte volontaria, ma perché esiste un clima. Un clima in cui migliaia di giovani vengono educati a considerare normale l’irruzione del diritto penale dentro ogni forma di conflitto sociale.
Un clima in cui l’allontanamento da una città, il foglio di via, il divieto di dimora, l’obbligo di firma, le denunce, gli avvisi di garanzia, le multe salatissime vengono raccontati come semplici pratiche amministrative, prive di conseguenze umane. Così il dissenso viene progressivamente separato dalla sua dimensione politica e trattato come una patologia dell’ordine pubblico.
È la logica che attraversa i decreti sicurezza degli ultimi anni. Non si discute ciò che i movimenti dicono; si costruiscono strumenti per renderli meno rumorosi, più costosi, più rischiosi, più soli.