Soccorso Rosso Proletario

Soccorso Rosso Proletario

La parola ad Alfredo Cospito

Mentre il tribunale di sorveglianza non scioglie ancora la riserva sul ricorso presentato dalla difesa contro il 41 ad Alfredo Cospito, questa mattina 7 compagni/e anarchici/e sono stati arrestati per terrorismo perché indiziati di aver sabotato la rete ferroviaria dell’Alta Velocità Roma – Firenze in concomitanza con le Olimpiadi Invernali Milano – Cortina, sponsorizzate da Eni, Coca cola e altri complici del genocidio. Tra gli elementi di accusa a loro carico, anche l’antimilitarismo e l’intento di proseguire la mobilitazione in solidarietà ad Alfredo Cospito. Perquisito e sgomberato nell’ambito di questa ennesima operazione repressiva anche il centro sociale romano Bencivenga.

Esprimiamo la piena solidarietà ai compagni e alle compagne arrestate/perquisite e ribadiamo che i veri criminali sono i padroni e gli stati che finanziano con soldi pubblici le guerre imperialiste e il genocidio, mentre ci ammazzano sul lavoro, ci negano tutti i diritti e seppelliscono il dissenso nelle loro galere.

In queste ore, in cui agenzie di stampa irregimentate e politici corrotti e criminali plaudono all’ennesima operazione repressiva, vogliamo dare l’ultima parola ad Alfredo:

Tarek è libero, abbraccia e ringrazia tutt* per la solidarietà

Oggi, 16 giugno, Tarek Dridi torna finalmente in libertà dopo aver scontato una pena tanto severa quanto ingiusta, inflittagli per i fatti contestati in occasione della manifestazione del 5 ottobre 2024 a Roma.
Accogliamo con gioia la notizia della sua liberazione e attendiamo il momento di poterlo riabbracciare di persona. Al tempo stesso, non possiamo dimenticare la sproporzione della condanna che gli è stata comminata: un accanimento che non può essere separato dalla condizione di chi, in una società attraversata da dinamiche di esclusione e razzializzazione, viene troppo spesso considerato colpevole prima ancora di essere giudicato. Un sistema permeato da arabofobia e razzismo continua infatti a colpire con particolare durezza tutte le soggettività ritenute non conformi all’ordine dominante.
Quel 5 ottobre a Roma non si poteva non stare. Contro il genocidio in corso, contro lo stato sionista dell’apartheid e contro la complicità del Governo fascista italiano che quella manifestazione volle vietare, in decine di migliaia scendemmo in piazza per la libertà della palestina, con la resistenza palestinese, sfidando la repressione.
La liberazione di Tarek è motivo di felicità, ma non cancella l’ingiustizia che ha dovuto subire né le responsabilità politiche e sociali che l’hanno resa possibile.
Ciao Tarek!

E’ giusto ribellarsi! Sulla bruttissima morte dei due ragazzi di Torino, una denuncia dell’Avv. Ricci di Taranto

Per F. e C.

Il prezzo del dissenso.

La tragica vicenda di F. e C., due giovani militanti torinesi, impone una riflessione profonda sul rapporto tra esercizio del dissenso, repressione penale e tutela delle libertà fondamentali in uno Stato democratico.

Le loro morti hanno suscitato un diffuso interrogativo sul peso che procedimenti giudiziari, misure cautelari e dispositivi di controllo possano esercitare sulla vita delle persone, specialmente quando colpiscono giovani impegnati nell’attività politica e nei movimenti sociali. La loro storia richiama

l’attenzione sulle conseguenze umane, psicologiche e sociali di un sistema che sempre più frequentemente affronta il conflitto politico e il dissenso attraverso gli strumenti della prevenzione e della repressione.

Negli ultimi due anni si è assistito a una progressiva estensione delle misure cautelari e di prevenzione nei confronti di attivisti, studenti, lavoratori e militanti impegnati in mobilitazioni sociali e politiche. Fogli di via, obblighi di firma, divieti di dimora, arresti domiciliari e altre limitazioni della libertà personale vengono spesso presentati come misure intermedie, quasi prive di reale afflittività. In realtà esse incidono profondamente sulla vita quotidiana delle persone, condizionandone le relazioni, il lavoro, lo studio, la partecipazione politica e la stessa percezione della propria dignità e libertà. Esse producono effetti che vanno ben oltre la dimensione strettamente giuridica, investendo la sfera psicologica, affettiva, lavorativa e relazionale degli individui. In particolare, quando colpiscono giovani impegnati in percorsi di partecipazione politica e di mobilitazione sociale, tali provvedimenti rischiano di assumere una funzione deterrente nei confronti dell’esercizio stesso dei diritti democratici, generando isolamento, stigmatizzazione sociale e una percezione di colpevolezza anticipata rispetto a qualsiasi accertamento definitivo.

Molto preoccupante appare la tendenza a ricondurre entro categorie di pericolosità sociale forme di dissenso che rientrano pienamente nell’esercizio dei diritti costituzionalmente garantiti. La partecipazione a manifestazioni, campagne di solidarietà internazionale, iniziative di protesta contro politiche ritenute ingiuste o contro le violazioni dei diritti umani, comprese quelle denunciate in relazione al genocidio che si consuma in Palestina, non può essere trasformata in un fattore di sospetto o in un presupposto per l’applicazione di misure limitative della libertà personale.

Per queste ragioni è necessario respingere con fermezza la narrazione secondo cui si tratterebbe di misure innocue o prive di reale impatto. La loro capacità di condizionare le scelte di vita, limitare le relazioni sociali, ostacolare il lavoro, lo studio e la partecipazione politica dimostra che esse costituiscono strumenti di significativa compressione delle libertà individuali. Proprio per tale ragione il loro utilizzo dovrebbe essere rigorosamente circoscritto, sottoposto a un controllo giurisdizionale effettivo e valutato alla luce dei principi di necessità, proporzionalità e minima lesione dei diritti fondamentali che caratterizzano uno Stato costituzionale di diritto. Dietro la retorica dell’ordine pubblico e della prevenzione si delinea infatti un modello normativo che tende a trasformare il dissenso sociale e politico in un problema di sicurezza, spostando il baricentro dell’intervento pubblico dalla tutela dei diritti alla repressione preventiva.

La memoria di F. e C. impone dunque di interrogarsi criticamente non soltanto sulla legittimità formale di determinati strumenti giuridici, ma anche sul loro impatto concreto sulle esistenze individuali e sulla qualità della vita democratica del Paese. Perché una democrazia si misura anche

dalla capacità di garantire il diritto al dissenso, di proteggere chi esprime posizioni critiche e di evitare che il conflitto politico venga trattato come una questione di ordine pubblico anziché come una componente essenziale del pluralismo costituzionale.

Questa riflessione non può che concludersi con un pensiero di vicinanza e solidarietà a tutti i giovani che continuano a impegnarsi nella vita politica e sociale del Paese, spesso pagando un prezzo personale elevato per la scelta di non rimanere indifferenti di fronte alle ingiustizie, alle disuguaglianze e alle violazioni dei diritti umani. In una democrazia matura, il dissenso non dovrebbe essere temuto né represso, ma riconosciuto come una risorsa essenziale per il progresso civile e per la tutela dei valori costituzionali.

Un pensiero particolare va alle famiglie di F. e C., chiamate a sopportare un dolore che nessuna decisione giudiziaria, nessun procedimento e nessuna ragione di Stato potranno mai cancellare. La memoria di F. e C. richiama tutti, istituzioni e cittadini, alla responsabilità di difendere questo principio fondamentale: nessuna ragione di ordine pubblico può giustificare l’erosione dei diritti che costituiscono il fondamento della convivenza democratica.

TORINO, DUE MORTI E IL PESO DELLA REPRESSIONE

Di Alfredo Facchini
Si sono tolti la vita a poche settimane di distanza l’uno dall’altro. Due giovani compagni denunciati a Torino nell’ambito delle indagini sulle manifestazioni a sostegno della Palestina.
Le loro storie non sono identiche. Le ragioni che li hanno portati a quel gesto appartengono a una sfera che nessun articolo potrà mai ricostruire fino in fondo. Ma esiste un fatto che non può essere cancellato: entrambi erano finiti dentro il dispositivo repressivo costruito attorno alle mobilitazioni pro Palestina degli ultimi mesi.
Il primo si chiamava F. Nato a Savona. Viveva a Torino da anni. Lì aveva studiato. Lì aveva costruito amicizie, relazioni, affetti. Lì aveva lottato. Nel febbraio scorso gli viene notificato il divieto di dimora nel capoluogo piemontese. Deve andarsene dalla città che considera casa. Il Tribunale del Riesame conferma la misura.
Secondo il racconto dell’avvocato Claudio Novaro, quel provvedimento lo aveva gettato nello sconforto. Gli viene spiegato che si tratta di una misura temporanea, destinata a essere rivalutata nel giro di qualche mese. Non basta. Pochi giorni dopo F. lascia un biglietto e si getta da un dirupo.
Nessuno può stabilire una catena automatica tra una misura cautelare e una morte volontaria. Sarebbe intellettualmente disonesto. Ma altrettanto disonesto sarebbe fingere che il potere esercitato dalle istituzioni sulle vite concrete delle persone non produca conseguenze. Soprattutto quando colpisce giovani militanti che vedono improvvisamente restringersi il proprio orizzonte esistenziale, le relazioni, i luoghi della quotidianità.
Poi c’è C. Anche lui denunciato per le manifestazioni a sostegno della Palestina. Anche lui morto per sua stessa mano. La sua scomparsa produce una scena che meriterebbe da sola una riflessione collettiva sullo stato della giustizia nel nostro Paese.
Alcuni compagni sottoposti all’obbligo di dimora nello stesso procedimento chiedono di partecipare al funerale. Non chiedono la revoca della misura. Non chiedono privilegi. Chiedono di salutare un amico, un compagno morto. Il funerale si svolge a Settimo Torinese, pochi chilometri più in là. Per partecipare serve l’autorizzazione del giudice. L’autorizzazione non arriva. La richiesta viene respinta perché manca un «legame parentale» e perché non esistono ragioni rilevanti, come quelle di salute.
Dentro quella formula burocratica c’è un intero modo di guardare gli esseri umani. Per la macchina giudiziaria il dolore sembra esistere soltanto se certificato da un vincolo di sangue, da un certificato medico, da una categoria prevista dal codice. L’amicizia, la condivisione politica, l’affetto, il lutto di una comunità vengono espulsi dal campo del cosiddetto rilevante.
Eppure chiunque abbia vissuto davvero sa che non sempre i legami più profondi coincidono con quelli anagrafici. La questione non riguarda soltanto quei ragazzi. Riguarda un clima, una stagione in cui il dissenso politico viene affrontato solo come un problema di ordine pubblico.
Riguarda la facilità con cui si emettono misure cautelari che incidono pesantemente sulle vite delle persone. Due giovani sono morti. Non sappiamo tutto delle loro sofferenze, e forse non lo sapremo mai. Ma proprio per questo sarebbe opportuno non archiviare tutto come una tragica coincidenza.
Restano delle domande: quanto pesa oggi – non siamo negli anni Settanta – una misura cautelare nella vita di un ragazzo di vent’anni che si batte per la causa di un popolo sottoposto a genocidio? Che cosa sta accadendo a una società che risponde al dissenso quasi esclusivamente con il linguaggio della sicurezza?
Gli studenti diventano soggetti da identificare. I picchetti diventano problemi di viabilità. Le occupazioni diventano emergenze criminali. Le manifestazioni diventano fascicoli. I movimenti diventano bersagli di misure cautelari. L’avversario politico scompare. Al suo posto compare: il soggetto pericoloso. È dentro questa trasformazione che vanno collocate le vicende di F. e C.
Non perché esista un rapporto automatico tra una misura giudiziaria e una morte volontaria, ma perché esiste un clima. Un clima in cui migliaia di giovani vengono educati a considerare normale l’irruzione del diritto penale dentro ogni forma di conflitto sociale.
Un clima in cui l’allontanamento da una città, il foglio di via, il divieto di dimora, l’obbligo di firma, le denunce, gli avvisi di garanzia, le multe salatissime vengono raccontati come semplici pratiche amministrative, prive di conseguenze umane. Così il dissenso viene progressivamente separato dalla sua dimensione politica e trattato come una patologia dell’ordine pubblico.
È la logica che attraversa i decreti sicurezza degli ultimi anni. Non si discute ciò che i movimenti dicono; si costruiscono strumenti per renderli meno rumorosi, più costosi, più rischiosi, più soli.

tarek esce il 16 giugno – accogliamolo

Tarek Dridi uscirà dal carcere di Frosinone il 16 Giugno 2026, dopo 1 anno e 8 mesi di detenzione per aver scelto di stare dalla parte della Palestina durante il corteo del 5 Ottobre del 2024, dove avevano partecipato migliaia e migliaia di persone

Stiamo organizzando macchine per accoglierlo all’uscita del carcere di Frosinone, se qualcunx si vuole unire faccia sapere (purtroppo Leonardo(l’avvocato) ci ha detto che l’orario non è molto prevedibile quindi proviamo a darci un cambio il pomeriggio. Sarebbe importante esserci anche per scongiurare l’eventualità del cpr…

liberta’ per Hannoun, Dawoud, Yasser e Ryad ! 16 giugno a genova – massimo sostegno Soccorso Rosso proletario

Non lasciamoli soli il 16 giugno!

Ci sono attese che pesano più di ogni altra cosa. Attese che si trascinano giorno dopo giorno, notte dopo notte, senza sapere cosa il futuro vorrà riservarci.

Dal 27 dicembre 2025, quattro famiglie vivono questa attesa sospesa: Hannoun, Dawoud, Yasser e Ryad sono rinchiusi in carcere in custodia cautelare e per chi li ama, ogni mattina è una lotta.

Il 16 giugno 2026, davanti al Tribunale di Genova, si aprirà un capitolo decisivo per questi quattro eroi. 
Un’udienza che inizierà alle 9 del mattino e durerà fino al pomeriggio. Ore lunghe, dense, pesanti. Ore in cui ogni minuto può sembrare un’eternità per chi aspetta dentro l’aula – e per chi aspetta fuori.

Oggi chiediamo qualcosa di semplice: presenza.
Chiediamo a chiunque possa esserci, di aggregarsi davanti a quel tribunale. 
Per questo rivolgiamo un appello ad associazioni, gruppi, movimenti, a tutte le realtà e a tutte le persone che credono nella dignità umana e nella vicinanza concreta: portate la vostra presenza, la vostra voce, il vostro simbolo di solidarietà. Unitevi a noi davanti al Tribunale di Genova il 16 giugno, per trasformare la paura in comunità e l’attesa in resistenza condivisa.

L’udienza sarà lunga, e le famiglie avranno bisogno di sentire che qualcuno resta accanto a loro per tutta quella durata.

Hannoun, Dawoud, Yasser e Ryad hanno bisogno di sentire che fuori da quelle mura qualcuno li aspetta davvero. Che non sono un numero, non sono un fascicolo. Sono figli, fratelli, compagni, amici. Sono pezzi di vita di qualcuno.

Se non puoi essere lì fisicamente, allora sii lì con un pensiero, con un gesto, con un messaggio alle famiglie. Fai sapere loro che questa attesa la state portando insieme.
Perché quando l’attesa diventa insostenibile, l’unica cosa che salva è sapere che non si é soli ad aspettare

Con un augurio che il 16 giugno verrà fatta giustizia e che verranno scarcerati i nostri quattro eroi!

Associazione dei Palestinesi in Italia - API.ITALIA
12 Giugno 2026

 

Martedi al Tribunale di Genova udienza decisiva per Mohammed Hannoun e i palestinesi detenuti in Italia
Il 16 giugno 2026, davanti al Tribunale di Genova, si aprirà un capitolo decisivo sulla montatura che ha portato in carcere Mohammed Hannoun ed altri rappresentanti palestinesi in Italia.
Dal 27 dicembre 2025, quattro famiglie vivono questa attesa sospesa: Hannoun, Dawoud, Yasser e Ryad sono ancora rinchiusi in carcere in custodia cautelare.
Corte di cassazione, in accoglimento di uno dei motivi di ricorso sollevati dalle difese, ha annullato con rinvio le ordinanze del Tribunale del riesame di Genova sulla custodia cautelare degli indagati nell’inchiesta genovese sui presunti finanziamenti ad Hamas attraverso enti di solidarietà con il popolo palestinese.


La Corte ha in sostanza affermato che il giudice può fondare la decisione solo su materiale acquisito in contraddittorio e di provenienza accertata: le “fonti aperte” indeterminate, prive di indicazione dell’origine e di vaglio di attendibilità, non equivalgono al “fatto notorio” e sono inutilizzabili (al pari del materiale proveniente dai servizi israeliani). La mancata specificazione della fonte e della sua qualità ed attendibilità ne preclude l’utilizzabilità.
Contestualmente, la Corte ha depositato le motivazioni con cui ha dichiarato inammissibile il ricorso della Procura, che insisteva per l’utilizzabilità del materiale di provenienza bellica.
L’udienza è prevista alle 9 del mattino e durerà fino al pomeriggio. “Chiediamo a chiunque possa esserci, di aggregarsi davanti a quel tribunale” afferma l’API (Associazione dei Palestinesi in Italia) – “Per questo rivolgiamo un appello ad associazioni, gruppi, movimenti, a tutte le realtà e a tutte le persone che credono nella dignità umana e nella vicinanza concreta: portate la vostra presenza, la vostra voce, il vostro simbolo di solidarietà. Unitevi a noi davanti al Tribunale di Genova il 16 giugno, per trasformare la paura in comunità e l’attesa in resistenza condivisa”.
Hannoun, Dawoud, Yasser e Ryad hanno bisogno di sentire che fuori da quelle mura qualcuno li aspetta davvero. Che non sono un numero, non sono un fascicolo. Sono figli, fratelli, compagni, amici. Sono pezzi di vita di qualcuno. “A chi non potrà essere lì fisicamente, lo sia con un pensiero, con un gesto, con un messaggio alle famiglie”.
Ci auguriamo che il 16 giugno venga fatta giustizia e siano scarcerati Hannoun, Dawoud, Yasser e Ryad

Italie : Rassemblements de solidarité avec Alfredo Cospito contre le régime carcéral du 41 bis

da secours rouge

Des militants se sont rassemblés devant les tribunaux de Rome et de Turin en soutien à Alfredo Cospito, militant anarchiste détenu sous le régime d’isolement renforcé du 41 bis, dont la prolongation de deux années supplémentaires a été décidée en avril. Cette initiative était organisée à l’occasion de l’examen de l’appel déposé par son avocat, dont la décision sera connue dans quelques jours. Les participants ont dénoncé un dispositif de torture et un symbole de la répression politique exercée par l’État italien contre les prisonniers révolutionnaires et les détenus refusant de collaborer avec les autorités, comme les BR-PCC (Brigades rouges – Parti communiste combattant).

Les manifestants ont également exprimé leur solidarité avec d’autres prisonniers soumis au 41 bis ou à des régimes de haute sécurité, ainsi qu’avec des militants poursuivis en raison de leur engagement politique, notamment plusieurs prisonniers palestiniens. Dans un communiqué, les sections de Rome, Milan et Turin du Secours Rouge International ont rappelé que « leur vie défend l’idée révolutionnaire ; ils et elles soutiennent la possibilité et la nécessité de la révolution dans l’intérêt de tous les mouvements de classe, du prolétariat et des peuples opprimés. Au-delà des différences, il ne s’agit pas de prendre parti pour les prisonniers anarchistes et/ou communistes : nous devons reconnaître qu’ils et elles sont des combattants, une partie vivante et vibrante de la tendance à la libération sociale des chaînes de cet immonde système d’exploitation ».