Carcere di Melfi, il Dap esclude i cristiani dalla festa musulmana

Nel carcere di Melfi cristiani e musulmani non possono mangiare insieme. Un mese fa, il 27 maggio, in occasione della festività di al-Adha, i detenuti di fede musulmana del circuito di alta sicurezza numero 2 avevano organizzato un momento conviviale nella saletta della sezione. La direzione aveva dato il suo assenso e tutto sembrava pronto per una classica situazione di socialità dietro le sbarre, come a Natale e a Pasqua. Niente di eccezionale, in teoria: piccoli momenti di vita comuni a tutti gli «ospiti dello stato».
E PERÒ, la mattina del giorno di al-Adha è arrivata una comunicazione: divieto di partecipazione per gli unici due detenuti cristiani della sezione, che pure erano stati invitati e avevano accettato di buon grado di prendere parte alla cosa. Di più, i due non avrebbero potuto nemmeno avvicinarsi alla saletta «fin quando i detenuti musulmani non avessero finito il convivio». Inutili le proteste: la decisione era discesa direttamente dal Dap, quindi dal ministero della Giustizia, e non c’era alcuna possibilità di opporsi. Anzi, alle richieste di spiegazioni è stata opposta la minaccia di vietare la celebrazione di qualsiasi attività da lì in avanti.
A rendere nota la vicenda è Anan Yaeesh, il rifugiato e attivista politico palestinese condannato in primo grado dalla Corte d’assise dell’Aquila a 5 anni e 6 mesi per l’accusa di aver finanziato un gruppo armato a Tulkarem, nella Cisgiordania assediata dalle colonie illegali di Israele.
«Quale diritto e quale legge vietano alle persone di mangiare con i propri amici?», si domanda Yaeesh in una lettera. «Mi è stato impedito per lunghi anni di vedere la mia famiglia da parte dell’occupazione israeliana – si legge ancora -. Quando sono stato recluso nelle carceri italiane, ho pensato di essere solo qui. Invece ho scoperto di avere centinaia di famiglie, migliaia di fratelli e sorelle italiani, cristiani, che mi sono stati più vicini della mia vera famiglia e non mi hanno lasciato solo neanche un attimo durante il periodo della mia detenzione. Nessuno mi ha mai chiesto quale fosse la mia fede religiosa».
Così come, prosegue il palestinese, non si sono mai posti domande di natura religiosa gli attivisti della Flotilla, «spinti solo dalla loro umanità e dalla convinzione di difendere la libertà e fermare le stragi». A Melfi sì. O meglio, a Melfi il Dap ha deciso che la questione della fede è fondamentale per decidere chi può accedere e chi no alla saletta dove si sta tutti insieme per qualche momento, fuori dalla propria cella.
DA QUI la conclusione: «Quale diritto e quale legge vietano alle persone di mangiare con i propri amici? Questo razzismo è estremamente chiaro. Per noi non ci sono bianchi né neri, né occidentali né orientali. Siamo tutti nati su un’unica terra e tutti nati liberi. Siete voi ad aver deciso di essere dei servi, noi abbiamo deciso di essere liberi».
Attraverso il suo avvocato Flavio Rossi Albertini, Yaeesh ha anche deciso di denunciare alla procura di Potenza per violenza privata aggravata dalla finalità discriminatoria i responsabili del Dap che hanno preso la decisione di vietare ai detenuti cristiani di partecipare alla festa di al-Adha. Una decisione «fondata su un’evidente discriminazione religiosa». Perché non c’era alcun dissapore tra i detenuti, perché in passato i carcerati di qualsiasi confessione avevano già potuto festeggiare insieme senza che si ponessero problemi, perché la saletta della sezione è un luogo di socialità e non di culto.
Da un articolo di Mario Di Vito su Il manifesto
Isolamento, apartheid e razzismo quindi, non solo in Israele ma anche in un carcere italiano, dove fino a poco tempo fa, le mobilitazioni in sostegno del partigiano palestinese Anan Yaeesh hanno scandito, fin dal suo trasferimento a Melfi, le varie fasi del processo alla resistenza palestinese che lo ha condannato, e le cui motivazioni non è dato sapere, perché il tribunale dell’Aquila ha chiesto e ottenuto la proroga di altri 90 giorni per il deposito in Cassazione, ostacolando e ritardando di fatto l’azione legale avverso la sentenza.
Dopo di essa calma piatta intorno ad Anan Yaeesh. Oltre a lui altri 6 palestinesi sono detenuti attualmente nelle carceri dell’imperialismo italiano, colpevoli di solidarietà con il popolo palestinese e con la sua Resistenza, ma solo lui ne ha rivendicato fino in fondo e con orgoglio l’appartenenza.
Anan non ha mai smesso di lottare con il suo stesso corpo contro discriminazioni e abusi, anche all’interno del carcere. Il 4 ottobre scorso iniziò uno sciopero della fame in solidarietà alla grande mobilitazione dell’autunno. Poco dopo praticò dei tagli sul suo corpo per denunciare le difficili condizioni del carcere e rivendicare i propri diritti violati. E ora abbiamo appreso da suoi familiari che Anan sarebbe in sciopero della fame per protestare contro l’isolamento che gli sarebbe stato inflitto in seguito a questa denuncia, dove peraltro vengono chiamati in causa gli stessi responsabili del DAP, per violenza privata aggravata dalla finalità discriminatoria.
Di seguito il comunicato di Anan diffuso dai familiari:
Io sono il detenuto Anan Yaeesh.
Sono stato condannato a 15 giorni di isolamento.
Mi è stato vietato di uscire dalla cella.
Mi è stata privata l’esposizione al sole.
Mi è stata vietata la partecipazione a qualsiasi attività con gli altri detenuti.
E questo per aver bloccato una decisione razzista che vietava ai nostri fratelli cristiani italiani di mangiare con me perché sono un musulmano palestinese.
Attualmente sto rifiutando il cibo fornito dall’amministrazione penitenziaria fino a quando non sarà fatta giustizia, e chiedo l’istituzione di una commissione d’inchiesta esterna al carcere.
Il mio messaggio è:
Anche se mi condannassero a più della mia pena per altri 100 anni, non rinuncerò alla giustizia e non abbandonerò il popolo italiano, perché per me sono esattamente come il popolo palestinese.
Viva la Palestina libera e no al razzismo.
Anan Yaeesh
Carcere di Melfi