
41 bis = tortura – Conferenza stampa a L’Aquila il 18 maggio



Shireen Abu Akleh, coraggiosa giornalista di Al Jazeera, che descriveva la realtà dell’occupazione israeliana, dei crimini commessi dallo stato terrorista d’Israele, è stata uccisa dai militari nazisionisti. Noi siamo con le masse palestinesi che le hanno reso omaggio in uno dei più grandi funerali degli ultimi decenni. Sotto gli occhi dei popoli del mondo, l’ennesimo crimine dei cani sionisti.

la cronaca della giornata di ieri
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Migliaia di palestinesi hanno partecipato ieri ai funerali di Shireen Abu Akleh La polizia israeliana ha caricato il corteo funebre a Sheikh Jarrah e ha arrestato sei persone. La bara ad un certo punto ha rischiato di cadere.
Contemporaneamente a Hebron, durante le manifestazioni per l’uccisione di Shireen Abu Akleh, alcuni coloni israeliani, approfittando dell’assenza dei proprietari palestinesi, protetti dalle forze d’occupazione nazisionista, occupano l’edificio rubando ogni cosa.
Commando israeliano ucciso e 13 palestinesi feriti a Jenin. A Gerusalemme polizia carica funerale Shireen Abu Akleh
di redazione | 13 Mag 2022
AGGIORNAMENTO ORE 15
Un commando della polizia israeliana, Noam Raz, 47 anni, è stato ucciso e 13 combattenti palestinesi sono rimasti feriti (due sono in condizioni critiche) durante un violento scontro a fuoco a Jenin e nel villaggio di Burin durante incursioni delle forze armate israeliane nel nord della Cisgiordania occupata.
AGGIORNAMENTO ORE 14

Migliaia di palestinesi hanno partecipato oggi ai funerali della giornalista di Al Jazeera Shireen Abu Akleh uccisa due giorni fa a Jenin durante un raid militare israeliano. La polizia ha caricato il corteo funebre alla sua partenza, dall’ospedale S.Joseph a Sheikh Jarrah, nel settore arabo di Gerusalemme, ha lanciato alcune granate stordenti e arrestato almeno sei persone che sventolavano la bandiera palestinese. Ad un certo punto la bara con la salma di Abu Akleh ha rischiato di cadere.
AGGIORNAMENTO ORE 8
Nuova incursione questa mattina dell’esercito israeliano a Jenin dove due giorni fa è stata uccisa la giornalista di Al Jazeera Shireen Abu Akleh. Forte tensione nella città. È stato ferito Daoud Zubeidi, fratello di Zakaria Zubeidi, ex comandante delle Brigate di Al Aqsa a Jenin e protagonista lo scorso anno di una clamorosa evasione dal carcere israeliano di Gilboa assieme ad altri cinque detenuti palestinesi. I fuggitivi furono catturati alcuni giorni dopo.
Nella giornata in cui 11 militanti di Askatasuna sono stati colpiti da misure cautelari da parte della Polizia, a seguito degli incidenti avvenuti lo scorso 18 febbraio all’Unione Industriale di Torino, il centro sociale è al centro di una vasta inchiesta della procura e della Digos per associazione sovversiva.
Un centinaio gli indagati
Nel fascicolo compaiono a vario titolo i nomi di quasi un centinaio di indagati e compaiono anche reati (non meglio specificati) di terrorismo attribuiti a singole persone.
Il caso verrà discusso la prossima settimana davanti al Tribunale del riesame di Torino: una prima richiesta di misure cautelari è stata Infatti respinta da un gip e la procura ha presentato ricorso.
Migliaia di intercettazioni acquisite dal 2019
Il procedimento si innesta su migliaia di intercettazioni eseguite a partire dalla fine del 2019, dalle quali gli inquirenti ricavano, fra l’altro, che gli attivisti parlavano di egemonizzare il movimento No Tav, di infiltrarsi tra gli ambientalisti di Freedom for Future, di prestare aiuto ai migranti a condizione che aderissero alle loro ideologie.
Era gennaio quando la notizia di Lorenzo Parelli morto durante uno stage in alternanza scuola-lavoro squarciò il velo della normalità alla quale dovremmo essere abituati secondo chi comanda. Lorenzo aveva 18 anni e quel giorno invece di andare a scuola morì schiacciato da una putrella, sul posto di lavoro deciso dal suo istituto scolastico. Da quel momento in tantissime città d’Italia tantissimi giovani sono scesi in strada, hanno occupato le scuole, hanno preso in mano il loro presente per costruire un futuro più giusto e vivibile. È nato un movimento, un’agitazione viva e trasversale, che ha reso palpabile la richiesta chiara e semplice di voler vivere bene, di non essere costretti a lavorare invece che studiare, di farlo in condizioni umane. Dopo due anni di pandemia i bisogni e i desideri di una vita bella si sono fatti sempre più dirompenti, alimentati dalla dura e violenta risposta delle istituzioni sia scolastiche che cittadine.
A Torino la prima manifestazione indetta in ricordo di Lorenzo venne brutalmente repressa impedendo fisicamente agli studenti e alle studentesse presenti in piazza Arbarello di partire in corteo. Dita, braccia, teste rotte per silenziare un grido di rabbia giusta. Successivamente numerosissime furono leoccupazioni delle scuole nella nostra città e in tantissime città d’Italia, qui ci siamo ripresi il tempo negato, lo spazio chiuso e asettico degli istituti scolastici è stato riempito dai nostri bisogni, dalle nostre volontà, dalla nostra voglia di stare al mondo come lo decidiamo noi. Davanti a tutto questo il Ministro Bianchi, le istituzioni scolastiche, i responsabili dell’introduzione dell’alternanza scuola-lavoro non hanno preso parola né hanno mosso un dito per ascoltare le rivendicazioni che hanno attraversato le scuole di tutta Italia. Anzi, hanno lasciato fare ad altre istituzioni, quelle poliziesche e giudiziarie, che nulla hanno a che spartire con il mondo della formazione, hanno lasciato che gestissero le manifestazioni di migliaia di giovani e giovanissimi trattandoli alla stregua di pericolosissimi criminali. Hanno lasciato agire indisturbate le forze dell’ordine come guardia privata di Confindustria, prontamente difesa dalla ministra degli interni Lamorgese, fracassando di botte chi non ha accettato la morte di Lorenzo e di Giuseppe, coetanei uccisi dal governo e dagli interessi degli industriali di questo paese. Ricordiamo la richiesta degli studenti e delle studentesse davanti al MIUR, a seguito dei tentativi di dividere il movimento tra buoni e cattivi, di prendere posizione e ascoltare finalmente le rivendicazioni di migliaia di giovani.
È evidente il tentativo di silenziare una voce forte e determinata e di negare l’autonomia e la capacità di movimento dei giovani che non vedono più possibilità per il futuro e che considerano insopportabili le condizioni di scuola, di lavoro e di vita a cui sono sottoposti. È evidente come funzioni il sistema politico di questo paese, i suoi interessi e le sue priorità: davanti a due studenti uccisi dall’alternanza scuola-lavoro, davanti a centinaia di migliaia di giovani inascoltati, davanti a decine di studenti e studentesse ferite l’unica risposta è stata preservare il profitto e la strenua volontà di perpetrare un sistema atto a produrre e guadagnare sulla pelle delle persone. Oggi arriviamo al nuovo vergognoso capitolo di questa storia: 11 misure cautelari di cui tre arresti in carcere e quattro ai domiciliari, oltre a obblighi di firma giornalieri. Un’operazione indegna nei confronti di poco più che maggiorenni per delle manifestazioni studentesche crea un precedente inaccettabile, da rifiutare con tutte le nostre forze.
Non possiamo stare zitti di fronte a un attacco simile atto ancora una volta a disgregare la solidarietà e gli esperimenti di comunità, a distruggere legami basati su altri principi, volti a costruire un presente e un futuro a misura delle nostre aspettative e dei nostri desideri. Vogliamo libertà, la libertà per i nostri amici e le nostre amiche, vogliamo risposte e vogliamo chiedere conto di tutto questo.

Ieri a Torino sono state emesse diverse misure cautelari contro giovanissimi e studenti in riferimento ai fatti del 18 febbraio a Torino quando un partecipatissimo corteo studentesco ha portato le proteste contro l’alternanza scuola-lavoro sotto Confindustria dopo la morte di Lorenzo e Giuseppe.Le mobilitazioni erano nate in risposta alla morte dei due giovani durante uno stage in alternanza scuola-lavoro, a Torino la prima manifestazione era stata duramente repressa da parte della violenta gestione di piazza con il risultato di decine di feriti tra studenti e studentesse. Nei mesi successivi si sono susseguite occupazioni di istituti scolastici e cortei con la rivendicazione chiara di abolire l’alternanza scuola-lavoro e per una scuola più vivibile. Oggi tre studenti sono stati tradotti in carcere, quattro ai domiciliari tra cui una studentessa per il solo fatto di aver parlato al megafono e altri quattro con l’obbligo di firma giornaliero.
La persecuzione giudiziaria nei confronti di chi si oppone al modello di scuola esistente non ha colpito solo a Torino ma anche a Roma ed in altre città del nostro paese. Questo è il modo in cui le istituzioni affrontano ormai da tempo le richieste dei giovani che si trovano un presente devastato ed un futuro incerto a causa di una classe politica ed imprenditoriale che ha messo al primo posto il profitto sopra ogni cosa.
La capacità di movimento, l’autonomia e la forza espressa da studenti e studentesse in occasione delle mobilitazioni di febbraio è stato un segnale importante in mezzo alla rassegnazione ed alla fatica che si vive ogni giorno sulla propria pelle tra la pandemia e l’esplosione della guerra in Ucraina.
Un segnale che vuole essere ad ogni costo silenziato, con un’operazione invocata a gran voce dalla Ministra Lamorgese per provare a spaccare l’unità studentesca e scomporre quella volontà di cambiare le traiettorie delle proprie esistenze verso una vita più dignitosa e una formazione che risponda alle esigenze dei giovani finalmente.
Il clima a Torino ormai da anni è sempre più militarizzato e securitario e i temi sociali vengono ridotte costantemente a questioni di ordine pubblico. A tal punto da mandare in carcere e ai domiciliari giovani appena maggiorenni. Ma la rabbia di una generazione non disposta a piegarsi tracima da ogni fessura di questa città asfittica.
da infoaut


Nel marzo 2015 dopo un lungo ciclo di scioperi davanti ai cancelli della DHL – colosso della logistica nazionale e internazionale – di Settala e Liscate, in concomitanza dello sciopero generale della logistica indetto dal SiCobas, venne organizzata una presenza di massa alla DHL di Settala. Una giornata di lotta importante che coniugava una piattaforma nazionale di rivendicazioni per tutti i lavoratori della logistica ad una dura vertenza interna per migliori condizioni di lavoro e di agibilità sindacale. Quel ciclo di lotte portò alla firma di un accordo sindacale che ha migliorato le condizioni di vita per centinaia di lavoratori e lavoratrici, ottenendo il risultato non secondario di far emergere il modus operandi di questa (come di tutte) multinazionale della logistica che sarà in seguito indagata per una frode milionaria ai danni dei lavoratori.
Eravamo in tantissimi davanti a quei cancelli, sbarrati durante la notte per una serrata dei padroni; lavoratori, studenti, compagni e compagne accorsi in solidarietà alla lotta degli operai e delle operaie della DHL per un’assemblea operaia di massa sulle motivazioni dello sciopero, inquadrando la giornata in una prospettiva di classe e per il ribaltamento dei rapporti di forza all’interno dei luoghi di lavoro e della società nel suo insieme. Per quella bella e combattiva assemblea di lotta, diversi compagni solidali e lavoratori sono stati condannati in primo grado a pesanti pene da 1 anno e 8 mesi fino a 2 anni 3 mesi e 2 anni 6 mesi evidenziando cosi un salto qualitativo e importante della repressione nei confronti del movimento di lotta sindacale politico dei lavoratori della logistica come elemento qualificante e avanzato della lotta di classe in Italia. II prossimo 25 maggio si svolgerà il processo di secondo grado per 7 compagni del Csa Vittoria e del SI Cobas incluso il coordinatore nazionale.
Crediamo importante sollecitare una presenza in tribunale per sostenere gli imputati e rivendicare il diritto di sciopero e che la repressione non fermerà, come non ha infatti fermato, le lotte dei lavoratori. Dopo anni di attacco alle lotte operaie con cariche davanti ai cancelli e fogli di via e arresti e processi contro i militanti dell’ opposizione di classe, i venti di guerra e l’escalation guerrafondaia del governo Draghi diventano il quadro di contesto che servono a motivare e a spingere per un irrigidimento repressivo nei confronti dell’espressione del dissenso e della resistenza di classe alla ristrutturazione in corso. Ma la repressione non ferma la lotta di classe.
MERCOLEDI 25 MAGGIO ORE 8,30 presenza davanti ai cancelli del Palazzo di Giustizia – ORE 9,00 presenza in aula in solidarietà agli imputati.Csa Vittoria – SiCobas
Il 18 maggio 2022 al Tribunale di L’Aquila, si terrà l’udienza, con giudizio immediato, nei confronti di 31 attiviste e attivisti raggiunti da un decreto penale di condanna, per aver manifestato, il 24 novembre 2017, contro la tortura del 41 bis e l’accanimento vessatorio dell’amministrazione penitenziaria nei confronti della prigioniera politica Nadia Lioce.
Quel giorno infatti si teneva la terza udienza di un processo alla detenuta, accusata di aver turbato la quiete di un carcere che l’ha sepolta viva, attraverso una serie di “battiture” delle sbarre con una bottiglietta di plastica.
La protesta della Lioce ebbe luogo da marzo a settembre 2015, in seguito alla sottrazione di documenti e atti giudiziari dalla sua cella, e si interruppe quando questi le vennero restituiti. Oltre a comminarle una settantina di provvedimenti disciplinari, fu trascinata a processo per essersi opposta a un decreto penale di condanna con cui si pretendeva il risarcimento dei “danni” arrecati al blindo da una bottiglietta di plastica.
Quel processo, e la mobilitazione conseguente, scoperchiarono un vero e proprio vaso di Pandora, da cui fuoriuscirono prepotentemente tutti i mali del regime speciale. Un regime che vieta l’uso della parola, lo studio, la lettura, la scrittura, il confronto con gli altri, cosicché lo stesso reato per cui Nadia Lioce veniva perseguita si configurava come un reato impossibile. E infatti fu assolta.
Ma Nadia Lioce è ancora in 41 bis e chi aveva protestato contro un regime indegno di uno stato di diritto, viene oggi trascinato a processo, sulla base di una legge fascista e politica (art. 18 comma V del RD del 18 giugno 1931), come politico è il silenzio assordante sulle torture e i massacri nelle carceri, usate come vere e proprie discariche sociali e soprattutto come deterrente delle lotte sociali.
Per questo anche il nostro processo sarà un processo politico, e in occasione dell’inizio dell’udienza, invitiamo tutte e tutti a partecipare alla conferenza stampa al Bistrò L’altra Elodia, di fronte al Tribunale dell’Aquila, il 18 maggio alle ore 10:00, per riprendere la parola e la critica contro un sistema politico che fa della repressione poliziesca e della barbarie del carcere, gli strumenti principali per il controllo sociale.
Nodo aquilano del Movimento Femminista Proletario Rivoluzionario e del Soccorso rosso proletario