Libertà per Maher Al-Akhras al suo 100mo giorno di sciopero della fame, libertà per tutti/e prigionieri/e politic* palestinesi

Maher Al-Akhras è al suo 100mo giorno di sciopero della fame per chiedere la fine della detenzione amministrativa che gli è stata imposta per l’ennesima volta dall’occupante illegale della terra di #Palestina. La sua resistenza non è solo per la sua libertà, ma anche a nome di tutti i palestinesi che soffrono di questa politica repressiva. In questo momento Maher Al-Akhras è in ospedale e a causa del suo lungo sciopero della fame la sua situazione sanitaria si aggrava di giorno in giorno.La detenzione amministrativa è una misura di repressione e di punizione illegale, che è stata introdotta dall’esercito britannico e che in seguito è stata applicata dalle forze di occupazione israeliane nei confronti del popolo palestinese. Maher Al-Akhras ha subito questa misura molte volte nella sua vita a causa del suo impegno e del suo sostegno ai prigionieri politici.

solidarietà dal srp L’Aquila

Ieri Maher ha perso i sensi e i medici dicono che potrebbe morire da un momento all’altro.
E’ stato lanciato un flah mob per Maher
, per sostenere il popolo palestinese. Molti, in occasione del suo 100° giorno di sciopero, hanno fatto oggi un giorno di sciopero della fame, ma c’è anche una petizione da sottoscrivere on line e altre iniziative:

➡️ Postare nella propria storia instagram un selfie o video di sé stessi con in mano un cartello con scritto #FreeMaher e taggarci. Se avete il profilo privato non riusciamo a vedere le vostre foto per cui mandatecele per messaggio e postiamo noi.
➡️Pubblicare anche sul proprio profilo Facebook lo stesso contenuto sempre con l’hashtag #FreeMaher. Più postiamo su diverse piattaforme, più persone riusciamo a raggiungere.
➡️Firmare la petizione “Act now to Free Maher Al Akhras” , lanciata dall’organizzazione palestinese “Samidoun, Solidarity with Palestinian prisioners Network”. Qui il link. https://www.change.org/…/amnesty-hrw-icrc-un-ohchr-act…
Coraggio! Uniamoci contro questa enorme ingiustizia. L’indifferenza è complice.
#freemaher
#FreeOurPoliticalPrisoners

Antifascisti modenesi condannati dalla cassazione al pagamento di 3000 euro per concorso morale all’antifascismo militante. Solidarietà da SRP

La Cassazione ha rigettato il ricorso presentato da 4 antifascisti modenesi condannati per l’opposizione al raduno neofascista del 27 ottobre 2011 nella città emiliana.
Di seguito il comunicato della Banda POPolare dell’Emilia Rossa
SOLIDARIETÀ AL NOSTRO BASSISTA E AGLI ALTRI ANTIFASCISTI CONDANNATI!
Uno dei 4 condannati citati in questo articolo dal titolo a dir poco scandaloso è il nostro bassista Matteo.
Ricordiamo che quel giorno non vi fu alcuno scontro tra manifestanti. Infatti i fascisti che celebravano la marcia su Roma erano ben protetti dalla polizia dentro all’Hotel dato che Prfetto e Questore, bontà loro, non avevano ritenuto quella iniziativa un’apologia di fascismo!
Al contrario all’esterno la celere represse brutalmente la manifestazione degli antifascisti tra cui eravamo presenti anche tutti noi. Che le condanne siano prive di qualsiasi fondamento lo dimostra il capo di imputazione. Con il famigerato “concorso morale” è il tribunale stesso ad essere costretto ad ammette che i 4 compagni non hanno messo in atto nessuno scontro ma avrebbero istigato gli altri a farlo anche solo con la loro presenza!! La stessa scusa con cui per esempio anche in Val Susa si tenta di reprimere la lotta #Notav.
Ancora una volta la giustizia borghese protegge i fascisti e condanna gli antifascisti con una sentenza ritorsiva il cui unico fine è lanciare un monito intimidatorio contro chi volesse ancora alzare la testa contro il fascismo!
Una ritorsione che costerà a Matteo ed agli altri compagni 3mila euro. Cifra che per un operaio sono davvero tanti soldi!
In un contesto normale avremmo organizziamo immediatamente un concerto di raccolta fondi in solidarietà come quello del 2016. Stiamo valutando se è possibile organizzare un concerto online.
Matteo e gli altri avranno comunque bisogno di tutta la vostra solidarietà.
Ora e sempre orgogliosamente ANTIFASCISTI!
Banda POPolare dell’Emilia Rossa

Dissenso radicale = terrorismo?

L‘attivismo politico impostato su una critica anche dura e radicale a istituzioni pubbliche trattato come associazione sovversiva finalizzata al terrorismo. Se ne discute domani (oggi per chi legge) in Cassazione dove sarà esaminata la richiesta degli avvocati di un gruppo di anarchici arrestati a Roma a giugno scorso di annullare le misure cautelari in carcere poi confermate dal tribunale del Riesame.

”Il costante richiamo alla vicinanza ideologica a una determinata area dell’anarchismo diviene l’unico criterio che consente al tribunale di qualificare azioni e finalità delle stesse sotto la nozione di terrorismo tralasciando tutte le altre verifiche che la giurisprudenza costituzionale e quella di legittimità richiede siano svolte con particolare rigore attenzione e cautela” scrive in uno dei ricorsi l’avvocato Ettore Grenci che avverte: “Cosi si verifica esattamente il pericolo da cui ci mette in guardia la Corte Costituzionale ovvero quello di perseguire non il fatto ma il tipo di autore tendenza che è storicamente rappresentata nel concetto di diritto penale del nemico non a caso formatasi proprio sulla criminalizzazione di movimenti e organizzazioni ritenute ‘anti-Stato’”.

Nel motivare le misure cautelari sia il gip sia il Riesame avevano censurati in modo particolare le manifestazioni con sit-in volantinaggi e altro in relazione alle strutture carcerarie e alle condizioni di detenzione aggravate ulteriormente dalla crisi legata al Covid. Insomma domani in Cassazione si parlerà dell’infinità emergenza italiana e di una sorta di democratura che di fatto mette a rischio il dibattito politico fino a eliminarlo del tutto (frank cimini)

Da http://www.giustiziami.it

Lettera di Francesca Cerrone in sciopero del carrello dal carcere di Latina

“Solidarietà tra prigionierx anarchicx”

Le condizioni detentive nelle prigioni italiane continuano a peggiorare; di fronte all’emergenza COVID le richieste dellx prigionierx sono rimaste per lo più inascoltate, facendo nascere rivolte in decine di carceri, seguite poi da una forte repressione, con trasferimenti punitivi e procedimenti penali. In quelle rivolte, molti detenuti sono morti. La responsabilità di quelle morti è dello stato. Le modifiche apportate dai sistemi carcerari dalla primavera scorsa in molti casi hanno significato una riduzione dei contatti con l’esterno, riduzioni delle attività, isolamenti, rendendo le condizioni detentive sempre più invivibili. Ad oggi, non ci sono segnali di miglioramento, nonostante ormai ci sarebbe stato tutto il tempo per agire di conseguenza alla situazione. Le nuove disposizioni non fanno presagire nulla di buono, con misure ancora più restrittive per le sezioni di alta sicurezza ed un ampliamento dell’utilizzo del regime 41 bis di tortura lenta che mira a piegare le strutture basilari delle identità individuali.
A fronte di ciò, chi osa essere contro le prigioni, contro lo stato che le gestisce e la società che le necessita, chi porta avanti pratiche di solidarietà dentro e fuori le mura, viene sempre più spesso rinchiuso al di qua di queste. Le ultime inchieste anti anarchiche sono chiaramente un modo per osteggiare la solidarietà con lx prigionierx, e lx prigionierx anarchichx.

Tra questx, alcune situazioni di prigionia spiccano per il loro carattere particolarmente punitivo e insostenibile.
Davide Delogu si trova infatti sottoposto a regime di 14 bis, per non aver mai abbassato la testa di fronte all’istituzione carceraria. Nonostante le sue richieste di trasferimento in un’altra prigione, non è stato trasferito ed anzi, la sua situazione si è aggravata.
Giuseppe Bruna si trova nella sezione protetti del carcere di Pavia da più di un anno, nonostante le sue ripetute richieste di trasferimento, il DAP dietro pretesti non l’ha trasferito.
Il sistema patriarcale su cui lo stato e la società si reggono svela nel mondo delle prigioni i suoi aspetti più infimi e acuti: lo vediamo nelle peggiori condizioni in cui versano le prigioniere nelle carceri femminili in generale, negli stereotipi di genere a cui sono costrette, nelle logiche di infantilizzazione e psichiatrizzazione che sono loro imposte. Lo vediamo nel trattamento riservato alle compagne anarchiche, che vengono divise e sparpagliate nelle AS3 d’Italia, perché questa è la prima logica del patriarcato: dividere le donne, perché quando si uniscono fanno tremare il potere. Lo vediamo nel trattamento degli uomini con un orientamento sessuale non normativo, e in quello delle persone che non si riconoscono nel binarismo di genere imposto, a cui è riservato un posto tra infami, pedofili e stupratori.

Come anarchica non sostengo di certo la logica dei circuiti differenziali delle prigioni, come non sostengo la logica stessa della prigione, a cui mi oppongo e contro cui lotto. Perché ogni tipo di prigione venga distrutta.

Nel frattempo non starò immobile e zitta mentre dex compagnx anarchicx vivono delle condizioni insostenibili in altre prigioni.

Davide e Giuseppe lottano per il loro trasferimento in situazioni più vivibili. Io sono con loro.

Per questo, da lunedì 19 ottobre porterò avanti uno sciopero del carrello nel carcere di Latina dove sono rinchiusa.

Per un mondo libero dalle galere.
Per la solidarietà tra e con lx prigionerx.
Per l’Anarchia.

 

Per scriverle:

Francesca Cerrone
Casa Circondariale di Latina
Via Aspromonte 100
04100 Latina
Italia

Dichiarazione di Georges Abdallah -24 ottobre 2020

Cari/e compagni/e, cari/e amici/amiche,

All’alba di questo 37° anno di detenzione, eccovi di nuovo riuniti a pochi metri da queste mura abominevoli! Che emozione e che entusiasmo sapervi così vicini, in questo periodo di pandemia, blocco e coprifuoco! Questa mobilitazione di solidarietà nella diversità del vostro impegno mi apporta oggi molta forza e mi riscalda il cuore. Anzi, lungi dal passare inosservata, questa presenza solidale qui non lascia nessuno indifferente; dietro queste mura, crea un’atmosfera molto speciale di risveglio, entusiasmo e umanità. L’eco dei vostri slogan va oltre questo filo spinato e altre torri di guardia, risuona nelle nostre teste e ci trasporta lontano da questi luoghi sinistri.

Compagni, dopo tanti anni di prigionia e altrettanti anni di mobilitazione solidale, eccoci ancora insieme, fortemente risoluti, con immancabile determinazione, di fronte a questo 37° anno che si preannuncia ricco di lotte e speranze.

Certamente voi Compagni non ignorate che è anche grazie a queste diverse iniziative di solidarietà che possiamo resistere in questi luoghi cupi. Anni, lunghissimi anni di prigionia, mi rafforzano nella convinzione che di fronte alla politica di annientamento cui sono soggette le avanguardie rivoluzionarie prigioniere, sia sempre tramite la mobilitazione di solidarietà sviluppata sul terreno della lotta anticapitalista/antimperialista che possiamo fornire il supporto più significativo ai nostri compagni imprigionati, rafforzando così la loro resistenza.

Compagni, in questi tempi di crisi è chiaro che i detentori del potere del capitale cercano con tutti i mezzi di distogliere l’attenzione delle masse popolari dai veri interrogativi posti dalla crisi generale che scuote i pilastri del sistema. In questo periodo di pandemia nulla deve farci dimenticare che stiamo conducendo la lotta contro il Covid 19nell’ambito del capitalismo, sotto il regno della borghesia, del valore e del profitto. Sappiamo tutti, Compagni, che questa battaglia non sospende la lotta di classe, loro cercano di coprirla con parole di circostanza ..

Occorre capire che chi critica la gestione di questa “crisi sanitaria”, senza combattere il dominio di classe che la ispira, ne complica la comprensione. Va detto che i propagandisti del sistema fanno sempre quanto occorre per deviare la rabbia delle masse popolari, soprattutto in tempi di crisi. I lavoratori, anche i meno politicizzati, sanno fino a che punto il sistema ospedaliero sia disposto a spendere oggi qui in Francia e forse anche molto più che altrove si attui il dominio della finanza sugli ospedali.

Compagni, come vedete, la crisi del sistema si è diffusa dappertutto molto prima della pandemia e peggiorerà ancora durante e dopo. Non occorre essere un esperto per vedere che stanno facendo di tutto per far sopportare alle masse popolari il peso di questa crisi, gettando nella miseria milioni di uomini e donne.

Da un Paese all’altro, le misure raccomandate al servizio del capitale sono quasi sempre identiche: far sostenere ai lavoratori i costi di mantenimento del loro moribondo sistema operativo. È chiaro, Compagni, che queste misure non fanno che amplificare la portata dei sinistri e accentuare ulteriormente la dinamica della crisi.

Compagni, per avanzare nella costruzione dell’alternativa rivoluzionaria appropriata, la convergenza delle lotte è più che essenziale. Il blocco storico dei lavoratori si costruisce e si struttura nella dinamica globale della lotta in tutte le suecomponenti. Solo insieme, ed esclusivamente insieme, i proletari e le varie componenti delle masse popolari di questo Paese possono arginare e impedire la crescente importanza di tutti i processi di fascistizzazione in corso. Incoraggiamo sempre più Compagni a attivarsi per i vari processi di convergenza delle lotte a livello locale oltre che regionale e ancor di più a livello internazionale.

Come potete vedere, Compagni, la borghesia araba in maggioranza ora mostra in modo impeccabile il suo allineamento nel campo nemico. Ciò non manca, da un lato, di influenzare la lotta delle masse popolari palestinesi e, dall’altro, di affermare il ruolo speciale svolto dalla causa palestinese come una delle principali leve della rivoluzione araba. La Resistenza Palestinese ha e dovrà affrontare il blocco reazionario arabo-sionista diretto dalle potenze imperialiste.

Ogni giorno la Palestina ci fornisce ogni insegnamento in termini di abnegazione e coraggio di eccezionale significato. Più che mai le masse popolari palestinesi, nonostante tutti i tradimenti della borghesia, assumono il ruolo di vero garante della difesa dei propri interessi. Di fronte all’occupazione e alla barbarie dell’occupante, la prima risposta legittima da esprimere sopra ogni altra cosa è la solidarietà, ogni solidarietà, verso coloro che con il loro sangue affrontano la milizia dell’occupazione.

Le condizioni detentive nelle carceri sioniste stanno peggiorando di giorno in giorno, e come sapete Compagni, per affrontarle, la solidarietà internazionale si rivela un’arma essenziale. Naturalmente le masse popolari palestinesi e le loro avanguardie rivoluzionarie possono sempre contare sulla vostra mobilitazione e la vostra attiva solidarietà.

Che fioriscano mille iniziative di solidarietà a favore della Palestina e della sua promettente Resistenza!

Che fioriscano mille iniziative di solidarietà a favore dei “Fiori” e dei “Leoncini” palestinesi!

Solidarietà, ogni solidarietà ai combattenti della resistenza nelle carceri sioniste e nelle celle d’isolamento in Marocco, Turchia, Grecia, Filippine e altrove nel mondo!

Solidarietà, ogni solidarietà verso i giovani proletari dei quartieri popolari!

Solidarietà, ogni solidarietà ai proletari in lotta!

Solidarietà, ogni solidarietà verso le masse popolari yemenite!

Onore ai martiri e alle masse popolari in lotta!

Abbasso l’imperialismo, i suoi cani da guardia sionisti e altri reazionari arabi!

Il capitalismo non è altro che barbarie, onore a tutti coloro che vi si oppongono nella diversità delle loro espressioni!

Insieme compagni e solo insieme vinceremo!

A tutti voi compagni e amici/amiche i miei saluti rivoluzionari

Il vostro compagno Georges Abdallah

Nota a pié di pagina

“Fiori e Leoncini palestinesi”: i/le giovani palestinesi

Libertà per 5000 detenuti? Una fake per coprire con la cenere la brace. Solo la lotta unita e solidale paga

Di seguito un articolo di Francesco Lo Piccolo Giornalista, direttore di “Voci di dentro”

Al di là dei proclami, nulla è stato fatto per le carceri

Impreparati allora, impreparati adesso, con prigioni che con la pandemia sono diventate delle isole tipo Alcatraz

Se poco o nulla è stato fatto per aumentare i posti letto negli ospedali e nelle terapie intensive o per assumere medici e infermieri falcidiati negli anni dalle politiche dei tagli e dalle logiche del profitto là dove il profitto non dovrebbe essere di casa, ancora meno è stato fatto nelle carceri: non sono bastate le rivolte, ancora meno sono bastati i tredici morti di marzo e i tre morti da Covid in primavera. Qualche tenda mobile davanti alle carceri, vetri divisori, colloqui Skype o Zoom e la farsa della liberazione di alcune migliaia di detenuti (subito attaccata e giudicata come liberazione dei boss mafiosi da tanti media, da pezzi di centro destra, dai consueti giustizialisti) sono tutto quello che è stato capace di partorire il nostro esecutivo.

Impreparati allora, impreparati adesso, con carceri diventate delle isole tipo Alcatraz (vietate persino le attività trattamentali) ecco che ci troviamo a contare il primo detenuto morto da Covid in questa seconda ondata (è successo nel carcere di Livorno dove la vittima è un ultraottantenne con patologie pregresse, affetto da ipertensione arteriosa, fibrillazione atriale, calcolosi e varie cisti epatiche), i primi contagiati tra i detenuti (145, due dei quali in terapia intensiva) e tra il personale penitenziario (199).

Un’emergenza nell’emergenza che anche questa volta viene affrontata con i soliti proclami e le solite fake news: “5 mila detenuti con pene sotto i 18 mesi a casa ai domiciliari grazie ai braccialetti elettronici”. Peccato che i braccialetti elettronici non ci sono, peccato che per uscire dal carcere quei 5 mila non devono avere avuto rapporti disciplinari (e per avere un rapporto basta ad esempio contestare un agente) e non avere compiuto reati ostativi (4 bis). Proclami inutili e di facciata: c’è già la 199 (peraltro applicata dai magistrati di sorveglianza con tantissime difficoltà) che prevede che coloro i quali hanno da scontare una pena sotto i 18 mesi possano essere mandati ai domiciliari.

Insomma, proclami e fake news contraddetti dalla realtà. Basta l’esempio accaduto due giorni fa a Chieti, ma sono certo che un episodio analoga possa essere accaduto in qualunque altro istituto penitenziario: ore 11, un’auto dei carabinieri si ferma all’ingresso, viene fatta scendere una persona in manette, questa persona viene consegnata alla matricola per le procedure di rito (identificazione, impronte, foto, denudamento, perquisizione e invio in cella). E sapete chi era? Era un uomo con una condanna alla pena del carcere di 4 mesi. Vi sembra normale in questi tempi? Vi sembra logico non aver applicato una misura diversa dal carcere per un individuo che ha compiuto un reato punibile con 4 mesi? Eppure è scritto chiaro nella nostra Costituzione: le pene devono tendere alla rieducazione. Pene…non pena del carcere è scritto all’articolo 27, terzo comma.

Parlo ancora per conoscenza diretta: sempre due giorni fa in carcere a Chieti, in un veloce giro tra i detenuti che seguono il laboratorio di Voci di dentro e di In carta libera (qui l’ultimo numero della rivista https://ita.calameo.com/read/0003421545e99ba86a1a6 ) scopro che c’è un ragazzo che deve scontare ancora 5 mesi dopo aver fatto 4 anni, un altro deve fare ancora due mesi dopo essersi fatto un anno e 4 mesi e un terzo ha già fatto 5 anni e gli resta un anno e mezzo. Domani usciranno, ho pensato. La loro risposta: “Nessuno di noi potrà uscire, per una cosa o per un’altra, per una sintesi che non viene chiusa o perché manca la relazione della psicologa…o per altro, alla fine resteremo qui, dimenticati, soprattutto soli e con il concreto rischio di prenderci il virus, di contagiarci e contagiare gli altri”.

Mi sono andato a guardare le statistiche pubblicate sul sito del ministero della Giustizia. Ho scoperto così che nella stessa situazione che ho verificato e visto con i miei occhi si trovano migliaia di persone in tutti i 188 istituti del nostro Paese: al 30 giugno di quest’anno si trovano detenuti 18.856 persone che hanno da scontare ancora tre anni di carcere, di questi 6.883 hanno un residuo che è inferiore a un anno, 6.850 fra uno e due anni e 5.173 con una pena ancora da scontare tra i due e i tre anni.

Ecco, se davvero si volesse fare qualcosa, ridurre il sovraffollamento e fare spazio per aree detentive per i detenuti scoperti positivi, si potrebbe agire veramente con i fatti, senza delegare ai giudici scelte che sono prima di tutto scelte di chi fa le leggi, e mandare sul serio a casa, ai domiciliari, quelle 18.856 persone che hanno scontato gran parte della pena e poi i malati e gli anziani.

Facendo sul serio, cioè con una legge e non propagandando ai giornali le solite fake per paura, per incapacità di uscire dalla logica della punizione a tutti i costi, della logica della vendetta, detto in altri termini. Quella vendetta che ha fatto sì, ed è solo un esempio, che questa estate venisse incarcerato (ancora a Chieti) per il furto di una tronchese un uomo di 44 anni, con gravi problemi di salute, ulcere sanguinolente alle gambe per trombosi, invalido, costretto un giorno sì e un giorno no ad essere portato in ospedale per cure specifiche, addirittura tossicodipendente al punto che ogni giorno – come mi dicono i suoi compagni di cella – si prende 100 ml di metadone, 150 di rivotril, oltre ad altri farmaci al bisogno. Quella logica della vendetta che tiene in carcere in attesa di giudizio (innocenti fino a prova contraria) oltre il 30 per cento delle persone detenute. E poi una cinquantina di mamme con i loro figli sotto i tre anni.

E questo in una situazione di emergenza come quella attuale. Ignorando le paure dei detenuti e il loro diritto alla salute che non può essere da meno di quello delle persone libere. Disattendendo le preoccupazioni degli stessi agenti di polizia penitenziaria e dei direttori delle carceri.

Riporto qui una storia raccontata da Riccardo Radi nel suo filodiritto: “Nell’estate del 2003, un ragazzo tossicodipendente di 22 anni commette tre rapine armato di un taglierino. All’epoca dei fatti, vive per strada di espedienti e reati per procurarsi i soldi per la droga. Viene arrestato e dopo circa 5 mesi liberato in attesa di giudizio. Nel maggio del 2006, il Gup del tribunale di Roma lo rinvia a giudizio: la prima udienza è fissata per il 19 settembre 2066. Il processo, dopo numerose udienze e rinvii, si conclude con una sentenza il 7 luglio 2014: sono trascorsi 8 anni dall’inizio del processo e 11 anni dai fatti. Viene interposto appello, la Corte di appello di Roma pronuncia la sentenza il 16 febbraio 2018, condanna ad anni 5 di reclusione per una delle rapine ed assoluzione per le altre due in contestazione. La sentenza diviene definitiva nel febbraio del 2020, a distanza di 17 anni dalla data di commissione del reato. Il ragazzo di allora è oramai un uomo maturo e viene arrestato e condotto in carcere per scontare la sua pena. Quest’uomo oggi è un’altra persona, ha risolto i suoi problemi di tossicodipendenza, lavora come fornaio, è sposato con due figli minori e conduce una vita regolare. Per usare un lessico sociologico-giuridico, si è perfettamente “integrato nella comunità sociale”. Ma tutto ciò verrà vanificato e spazzato via, dal nostro sistema punitivo-afflittivo che prevede la pena quale unico strumento di risposta al reato”.

Proprio in questi giorni Laterza ha mandato in libreria “Vendetta pubblica. Il carcere in Italia” scritto a quattro mani dal presidente del tribunale di Sorveglianza di Firenze, Marcello Bortolato, e dal giornalista del Corriere della Sera, Edoardo Vigna. Ho assistito alla presentazione fatta on line a cura della Camera penale di Padova. L’incontro lo trovate qui https://fb.watch/1r7xvyX-JL/ . Consiglio il libro, anche per uscire dalla vecchia idea, specie oggi in tempo di Covid, che il carcere serva a qualcosa. Dice bene Mauro Palma, garante dei detenuti: “La pena perde la funzione preventiva perché non ha capacità di intimidire, giacché porzioni di tempo da trascorrere nella reclusione sono soltanto segmenti periodici di vite segnate dalla marginalità sociale; perde la funzione di utilità sociale perché non rappresenta una effettiva tendenza rieducativa, in quanto non ricorre a quegli strumenti di modulazione dell’esecuzione che gradualmente avviino verso un diverso ritorno alla realtà sociale esterna; perde la stessa fisionomia retributiva, da molti attualmente auspicata e strillata come unica risposta al reato, perché in realtà si limita a una funzione simbolica volta a ottenere consenso politico e non a determinare effettiva capacità di riannodare quei fili che la commissione del reato stesso ha reciso”.

Mentre l’epidemia da Covid avanza, mentre fuori si invita, anzi si obbliga alla distanza, in cella si continuano a tenere anche dieci detenuti in una stanza.

“Amnistia e indulto” è lo slogan che comincia a girare tra le carceri. Lo faccio mio.

Continua a leggere

30 ottobre a Napoli per chiedere amnistia/indulto

Oggi, insieme a tantissimi e tantissime parenti/e siamo scesi in piazza per rivendicare il diritto alla salute di tutti/e. I detenuti e le detenute non possono essere trattati/e peggio degli anamali. È da criminali, dopo le numerose morti di marzo (per malasanità e repressione) continuare a lasciare 10 persone in cella in condizioni inumane già normalmente, figuriamoci in una situazione di pandemia. Abbiamo chiesto, per questo, amnistia e indulto per tutti i detenuti e le detenute. E lo continueremo a chiedere fino a che non otterremo questo risultato.
Il 3 novembre saremo nuovamente fuori al carcere alle 10.00!
Tutti e tutte liberi!