Capodanno solidale con i detenuti

GIOVEDÌ 31 DICEMBRE 2020 ALLE ORE 10:30
Presidio solidale carcere di Rebibbia
La sanità il carcere è sempre un’emergenza
Con il covid-19 è ancora peggio
Come ogni anno Radio Ondarossa vi dà appuntamento per il 31 dicembre fuori da Rebibbia.
Un appuntamento ancora più importante in un anno in cui le condizioni di vita per chi sta dentro sono sempre più dure: con il numero dei contagi sempre più alto e un isolamento con l’esterno sempre maggiore.
Ci vediamo all’angolo tra via Bartolo Longo e via Raffaele Majetti, dove ci sarà il consueto presidio: troverete le lenticchie propiziatorie, le scarcerande 2021 e il calendario di Radio Ondarossa a 20 anni dal G8 di Genova curato da @Zerocalcare
Ci sposteremo poi al pratone del femminile in modo da poter fare un saluto a chi è reclusa e gridare che l’unica sicurezza è la libertà!
Manteniamo le distanze ma non perdiamo il contatto umano.

Garanti di che? Di fronte all’evidenza della realtà nuda e cruda, denunciata anche dalla caritas, il Garante dei detenuti continua a garantire il diritto di questo stato a seppellire, vivi o morti, i detenuti

Milano. Il Garante dei detenuti: “Nelle carceri situazione di sofferenza, ma diritti rispettati”

Il Garante dei detenuti Francesco Maisto risponde alla denuncia di Caritas Ambrosiana sulle condizioni dei reclusi. I contagi sarebbero sotto controllo e le misure di sicurezza “non sono un paravento e vengono verificate ogni giorno in base alle indicazioni dei referenti sanitari”. “Certamente è un periodo questo di sofferenza per i detenuti degli istituti penitenziari, ma dal nostro punto di vista non risultano nelle carceri milanesi riflessi sulla riduzione dei diritti fondamentali”. Francesco Maisto, Garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Milano, non condivide il quadro della situazione nelle carceri di Bollate, Opera e San Vittore che emerge dal documento che Caritas Ambrosiana ha reso noto, di cui si riporta un estratto:

Diritti sospesi nelle carceri milanesi, sovraffollamento, crisi sanitaria e isolamento

Sovraffollamento ancora oltre i limiti di guardia, un aumento dei positivi al Covid rispetto alla prima ondata, misure coercitive assunte in nome della sicurezza sanitaria, la sospensione di alcune attività risocializzati come la scuola e di servizi essenziali affidati ai volontari, la cui presenza è stata drasticamente ridimensionata in nome della sicurezza sanitaria. È quanto emerge da un documento elaborato dagli operatori dell’area Carcere di Caritas Ambrosiana sulla situazione degli istituti penitenziari di San Vittore, Bollate e Opera

I positivi salgono al 7,7% della popolazione carceraria

Se gli istituti penitenziari milanesi erano riusciti a contenere in maniera abbastanza efficace la ‘prima ondata’ dell’epidemia prodotta dal diffondersi del virus Covid-19 in Lombardia, la ‘seconda ondata’ ha colpito più duramente la popolazione detenuta e chi, in quegli stessi istituti, lavora. Secondo le informazioni raccolte dagli operatori le persone detenute complessivamente positive al virus nelle tre carceri della città metropolitana sarebbero attualmente circa 260 (il 7,7%), una percentuale più elevata di quella che si era registrata durante la primavera che solo in parte si spiega con i trasferimenti di persone contagiate dagli altri istituti della regione nei due reparti sanitari (Covid Hub) che sono stati allestiti nel frattempo a Bollate e San Vittore.

Ancora sovraffollamento: 3400 detenuti per 2932 posti

Nonostante il calo della popolazione carceraria dell’8% rispetto a quella registrata all’inizio dell’anno, quindi prima dell’emergenza sanitaria, permane, invece, una situazione di sovraffollamento: i posti teoricamente disponibili sono solo 2.923 a fonte dei 3.400 detenuti presenti. Una condizione fortemente aggravata dalla riorganizzazione degli spazi legata alla necessità di predisporre reparti sanitari per gli ammalati e per l’isolamento dei detenuti positivi al Covid-19. Per liberare questi spazi – spiegano gli operatori – molti reclusi sono stati trasferiti in altri reparti, trovandosi così a condividere la cella con più persone di prima. Una scelta che ha provocato persino nel carcere di Milano Bollate situazioni critiche.

Celle sempre chiuse

La condizione di sovraffollamento è resa anche più intollerabile, poi, dalla chiusura dei reparti, dei piani e, in diversi casi, persino delle celle, con una significativa diminuzione, in particolare a San Vittore, dell’applicazione della sorveglianza dinamica, un regime che prevede che, nei reparti di media e bassa sicurezza, le celle restino aperte negli orari diurni, migliorando così la vivibilità degli istituti da parte delle persone detenute.

Niente scuola

Ma uno degli aspetti che più preoccupa gli operatori della Caritas Ambrosiana riguarda la chiusura della scuola e di gran parte delle attività lavorative, culturali, ricreative e di sostegno psicologico, sociale che nei tre istituti erano garantite dalla presenza di operatori esterni all’amministrazione penitenziaria e dei volontari. «Le attività scolastiche sono ferme e non è, a oggi, stata attivata alcuna forma di didattica a distanza, le attività trattamentali sono ridotte al lumicino».

A San Vittore molti detenuti senza abiti adeguati

La presenza dei volontari è stata drasticamente ridimensionata in tutti e tre gli istituti, con evidenti conseguenze peggiorative per la vita delle persone detenute, soprattutto quelle maggiormente vulnerabili, che non possono effettuare i colloqui con i volontari e le volontarie delle diverse associazioni. Non solo. La diminuzione dei volontari ammessi ad entrare in carcere ha anche determinato un calo nell’erogazione di alcuni servizi di aiuto materiale come la distribuzione di indumenti e prodotti per l’igiene personale (che l’amministrazione penitenziaria non riesce a garantire, nemmeno per quei prodotti essenziali previsti dalla normativa). Dalle informazioni raccolte dagli operatori risulta che la situazione sia particolarmente critica nella casa circondariale di San Vittore, dove molti detenuti non hanno ancora ricevuto abiti adatti per proteggersi dal freddo.

Limitazioni nei colloqui con avvocati e familiari

Persino l’accesso degli avvocati è fortemente limitato e non riesce a essere opportunamente sostituito dai colloqui telefonici o dalle video-chiamate, tanto più per le persone straniere che hanno meno dimestichezza con la lingua italiana. Contemporaneamente, l’isolamento è reso ancora più intollerabile dall’impossibilità di svolgere i colloqui con i propri familiari e dalla limitazione, in alcuni casi dalla sospensione, della possibilità di ricevere i ‘pacchi’, con indumenti, prodotti alimentari e altri beni dall’esterno, a volte persino quelli recapitati per posta.

«Nonostante siano chiare le esigenze sanitarie che, in carcere come fuori, suggeriscono di limitare le occasioni di contatto interpersonale, quel che più preoccupa è il protrarsi della durata di questo regime d’eccezione, con il blocco proprio di quelle attività che più di tutte assolvevano alla funzione rieducativa della pena stabilita dalla Costituzione e che dunque sono indispensabili per un corretto funzionamento del sistema penitenziario», osservano gli operatori.

Le richieste

Considerata la situazione delle tre carceri milanesi, queste le principali richieste della Caritas Ambrosiana

Primo: In assenza di misure di clemenza capaci di incidere significativamente sull’affollamento carcerario, siano attivati sul territorio al più presto anche gli interventi di accoglienza abitativa promossi e finanziati dalla Cassa delle Ammende per i quali non si è ancora concluso l’iter amministrativo e che consentirebbero ai detenuti che ne hanno diritto di scontare la pena all’esterno del carcere.

SecondoVenga garantita la continuità degli interventi scolastici, socioeducativi e assistenziali realizzati dagli operatori e dai volontari attivi negli istituti cittadini, sia implementando la possibilità di svolgere le attività a distanza (in primis quelle scolastiche), sia individuando spazi e modalità per una loro maggiore presenza intramuraria in condizioni di sicurezza sanitaria.

TerzoCompatibilmente con le esigenze sanitarie siano tolte le limitazioni, in particolare quelle che ostacolano per le persone detenute la possibilità di mantenere e coltivare i propri affetti, e quelle che riducono l’agibilità degli spazi e delle occasioni di socialità.

MERCOLEDÌ 30 DICEMBRE 2020 ALLE ORE 16:30, PRESIDIO ALLA DOZZA

Nel marzo 2020 a fronte della gestione superficiale della pandemia da coronavirus nelle carceri scoppiano numerose rivolte. Saranno 14 i morti, uno proprio alla Dozza di Bologna, 9 invece a Modena. Morti per overdose ci hanno detto finora. Le testimonianze di alcuni detenuti però ci parlano anche di altro: manganellate e spari di penitenziaria e carabinieri durante la rivolta, pestaggi e umiliazioni dopo. La verità non sembra affatto la semplicistica versione dei giornali, ma qualcosa che ci dice ben di più su quanto faccia schifo il carcere e sul fatto che sempre più sia necessario muoversi per distruggerlo.
Solidarietà con chi non sta zitto di fronte agli abusi ed alza la testa!
30 DICEMBRE 2020
ORE 16.30
SOTTO ALLA DOZZA SALUTO A DETENUTI/E

sulla questione delle carceri, condizioni dei detenuti, familiari ecc. – una maratona telematica a Napoli

 

esiste link registrazione di una ‘maratona per la libertà ,tenutasi il 27 dicembre – disponibile a richiesta da soccorso rosso proletario

in cui sono intervenuti tra gli altri

,

Samuele Ciambriello – Garante campano dei detenuti

, Gabriella Stramaccioni – garante di Roma,

Eleonora Forenza

,

Salvatore Torre

,

Carmelo Musumeci

,

Nicoletta Dosio

,

Pietro Ioia

– garante di Napoli, tanti e tante familiari di detenute e detenuti per dare voce agli ultimi.

è stato detto che un pezzetto della maratona era ripreso da Report che sta facendo uno speciale sulle carceri
a questa assemblea ha partecipato SRP che in seguito farà un report su di essa

 

 

L’impegno sociale non può essere punito. Sostieni Stefano, Sara, Claudio e Matteo

Chi siamo?

Ciao, siamo Sara, Stefano, Claudio e Matteo. Ti chiediamo di leggere il comunicato che racconta quanto ci è accaduto, e di sostenerci.

Cosa è successo?

La mattina del 15 febbraio 2013, nella giornata nazionale di mobilitazione studentesca in vista delle elezioni politiche del 24 e 25 febbraio, si è tenuto a Bologna il corteo #15F CONTRO PARTITI E BANCHE , manifestazione organizzata da studenti medi e universitari che hanno deciso di invadere la città al suono degli slogan “ Que se vayan Todos! ” e “ Non ci rappresenta nessuno ”.

Era chiaro il messaggio da parte del mondo della formazione e del movimento studentesco: nessuna fiducia nella rappresentanza e nella delega del voto per riprendersi il proprio presente e futuro. Durante il corteo, oltre a cartelli elettorali e banche, sono state difatti sanzionate alcune sedi elettorali di partito tramite lancio di uova.

Le forze dell’ordine hanno fatto trovare la celere schierata in tenuta antisommossa davanti alla sede di Fratelli d’Italia in via Farini, a protezione di non si sa chi o cosa, dato che il portone era chiuso, le serrande abbassate, e all’interno non si trovava nessuno. Cosi facendo il reparto celere si frappose tra le uova e la serranda, beccandosi le uova lanciate dal corteo.

Al termine del lancio di uova, e con il corteo che ormai proseguiva per terminare in piazza San Francesco, il capo della celere si è lanciato in un incredibile ‘sfogo’: “Ma secondo voi, ma dove stiamo dai! Fotografate, ditelo, non voglio stare in queste condizioni […]”.

Tutto ciò ovviamente davanti alla stampa che non aspettava altro che un pretesto per fare notizia, sperando in qualche atteggiamento violento o scandaloso da parte del corteo.

Rispondendo poi ad un uomo che replicava “ma sono quattro ragazzini”, il poliziotto proseguiva dicendo “quattro ragazzini sono che devono conciare così una squadra? Ma non sono modi questi […] in queste condizioni io smonto, […] qui c’è tutto un giro, scrivete, fatelo sapere al mondo politico, ci dovete filmare, filmatelo e fatelo sapere […]”.

A La Repubblica ed agli altri organi di (dis) informazione tutto ciò non è parso vero e hanno dato uno spropositato risalto mediatico alle parole del celerino.

Per questo episodio 4 compagn* vengono denunciati per “tentate lesioni personali aggravate”, come se delle uova potessero veramente ferire un celerino in assetto antisommossa, e condannati a pene comprese fra i 4 e i 10 mesi e un risarcimento alla parte offesa di circa 13 mila euro. A questa somma vanno aggiunti 7 mila euro per le spese legali sostenute dalla nostra Avvocata. Per un totale di 20 mila euro !!

Avete capito bene, il reparto celere ha richiesto il risarcimento per DANNI MORALI per delle uova.

In uno stato in cui il riconoscimento dei danni morali avviene a fatica per le donne vittime di violenza di genere, un giudice ha stabilito che delle divise sporche meritino questo risarcimento pecuniario.

Consapevoli del fatto che i tribunali sono parte del meccanismo che criminalizza e condanna le lotte sociali, non siamo stupiti di tale sentenza. Purtroppo il ricatto economico sta diventando sempre più uno strumento utilizzato dalla controparte come deterrente alle iniziative e pratiche di piazza.

Come Associazione Mutuo Soccorso stiamo mettendo in campo alcune iniziative per sostenere i/le compagn* colpiti da questa infame misura repressiva, ma in questo periodo di emergenza sanitaria è sempre più difficile organizzare eventi come cene sociali, concerti ecc.

Nonostante la cifra assurda siamo abituati a non farci scoraggiare e in questo caso abbiamo bisogno di fare appello alla solidarietà collettiva, agli amici, alle amiche ai compagni e alle compagne e in generale a chi riconosce questa ingiustizia, per non piegarci a chi ci ricatta e continuare a lottare.

Partecipa al crowdfunding e alle iniziative di sostegno per i compagni e le compagne coinvolt*.

Questo il link per partecipare: https://www.produzionidalbasso.com/project/l-impegno-sociale-non-puo-essere-punito-sostieni-stefano-sara-claudio-e-matteo/?fbclid=IwAR1mzq7hyeNjm90e3U5eU_04kLeAooT3h53brJJdTkza6BflKUDXa2Lzg1o

Turchia: La deputata Leyla Guven condannata 22 anni per terrorismo.

Erdogan scatena i giudici: 22 anni alla deputata curda Leyla Guven. La Parlamentare dell’Hdp era accusata di «terrorismo» per il suo ruolo al Congresso della società democratica: un’associazione di oppositori, avvocati e difensori dei diritti umani

L’escalation contro Leyla Guven, storica esponente della sinistra curda in Turchia, ieri ha toccato la vetta: una condanna a 22 anni e tre mesi di prigione per terrorismo.

Il percorso compiuto fino alla sentenza di ieri contro l’ex parlamentare 56enne del partito di sinistra Hdp e co-leader del Dtk (Democratic Society Congress) ha occupato tutti gli ultimi 10 anni, per inasprirsi a partire dal 2015 con l’esplosione del consenso per la formazione filo-curda, la ripresa della campagna militare turca contro il sud est e poi nel Rojava, il nord-est siriano: prima l’arresto, poi un lungo sciopero della fame, il rilascio in attesa del processo, una prima condanna a sei anni non concretizzata perché protetta dallo status di deputata e infine (lo scorso giugno) il ritiro dell’immunità parlamentare.

Una cancellazione che ha aperto alla sentenza più dura, quella comminata ieri dalla corte penale di Diyarbakir: 14 anni e tre mesi per l’accusa di appartenenza a organizzazione terroristica (il Pkk) e altri 8 anni per due diverse accuse di propaganda terroristica (il riferimento è a due discorsi pubblici che Guven ha tenuto a Batman e Diyarbakir).

Nello specifico, la procura ha chiesto condanne per fondazione, guida e appartenenza a organizzazione terroristica, incitamento a proteste illegali e partecipazione disarmata a riunioni illegali. Subito è stato spiccato un mandato d’arresto, ma mentre scriviamo non è ancora chiaro dove l’ex deputata si trovi: ieri in tribunale erano presenti solo i suoi due legali, Serdar Celebi e Cemile Turhalli Balsak.

Immediata è giunta la condanna dell’Hdp: «La magistratura ha mostrato ancora una volta di agire in linea con gli interessi del partito di governo – si legge in una nota – Non riconosciamo questa punizione illegittima e dannosa». «Questa decisione ostile – prosegue il comunicato – non va solo contro Leyla Guven e non solo contro il Dtk, ma contro tutti i curdi e tutta l’opposizione. Né lei né noi ci arrenderemo a causa di punizioni e arresti».

Guven è considerata un simbolo della lotta all’autoritarismo che oggi caratterizza la Turchia. Ex sindaca, ex deputata, prigioniera politica tra il 2009 e il 2014, riarrestata a gennaio 2018 per aver criticato l’operazione militare di Ankara nel cantone curdo-siriano di Afrin, nel novembre dello stesso anno ha iniziato uno sciopero della fame durato fino al 26 maggio 2019, sostenuto da migliaia di prigionieri e prigioniere curde nelle carceri turche ma anche da donne esponenti della sinistra mondiale, da Angela Davis a Leila Khaled: 200 giorni a digiuno contro l’isolamento a cui è sottoposto il leader del Pkk Abdullah Ocalan.

Ridotta pelle e ossa, era stata rilasciata a gennaio 2019 ma aveva proseguito la protesta nella sua casa di Baglar, a Diyarbakir. Con la mascherina al volto, gli organi vicini al collasso, continuava a chiedere «democrazia, diritti umani e giustizia».

Nulla di nuovo sotto il sole a strisce turco: le accuse mosse sono sempre le stesse, tutte derivazioni varie ed eventuali del reato “terrorismo”, con cui in cinque anni una magistratura sempre più erdoganizzata e un ministero degli interni campione di commissariamento di enti locali hanno devastato l’Hdp.

Tanti piccoli golpe Akp-diretti: il Partito democratico dei Popoli ha visto imprigionare i propri leader nazionali, Selahattin Demirtas e Fiden Yukesdag, insieme a una decina di altri parlamentari; arrestate migliaia di amministratori locali, membri di partito e semplici sostenitori; commissariare quasi ogni comune vinto nelle due ultime tornate elettorali municipali. E stracciare l’immunità parlamentare solo al fine di poter procedere contro l’espressione della partecipazione politica curda e di sinistra alla vita nazionale, talmente ristretta da accogliere ben poche forme di espressione politica al di fuori dell’erdoganismo.

di: Chiara Cruciati – il Manifesto

da: nena-news.it