
LETTERA DI DANA : SIATE SALDI E IN ALTO I CUORI!




Da radio onda rossa trasmissione contro il carcere del 5 febbraio 2021, con contributo dalla Grecia in solidarietà a Dimitris Koufondinas
Dopo i presidi sotto le carceri di Parma, Ferrara e Ancona, nella tarda mattinata di domenica 7 febbraio un’ottantina di persone si sono date appuntamento sul retro del carcere di Reggio Emilia, sistemando l’impianto di amplificazione di fronte alle celle che si affacciano sul prato. Fin da subito i detenuti si sono sbracciati tra le grate sventolando bandiere e magliette, hanno gridato saluti e urlato. Il primo intervento ha comunicato loro solidarietà con chi si è rivoltato di fronte al contagio Covid-19 nel marzo scorso e contro la decisione del governo di sospendere i colloqui. Si è parlato delle verità che stanno emergendo rispetto alle rivolte scoppiate nel marzo scorso in decine di carceri italiane e della responsabilità della polizia penitenziaria e delle forze dell’ordine armate che hanno aperto il fuoco e violentemente picchiato i detenuti, fino a farne morire 14. Si è ricordato che a Reggio Emilia è stato trasferito Ferruccio, uno dei 5 detenuti che con un esposto alla Procura di Ancona hanno raccontato cosa è realmente accaduto l’8 marzo scorso nel carcere di Modena e la verità su Salvatore Piscitelli, brutalmente picchiato e poi lasciato morire dopo il trasferimento nel carcere di Ascoli Piceno. Parte dei partecipanti al presidio si è spostata verso un altro blocco per raggiungere altri detenuti con urla e saluti, e anche qui la risposta da “dentro” è stata immediata e particolarmente rumorosa. Si sono susseguiti interventi e canzoni, dediche e racconti delle proteste che tutt’ora ci sono in diverse carceri. Dopo circa 2 ore in compagnia dei detenuti, sempre affacciati alle finestre e che intonavano cori di libertà e urla di ringraziamento per questa iniziativa, un ultimo intervento ha ricordato come chi resiste e lotta non è mai solo, anche se i muri delle prigioni sono alti e l’isolamento un forte ostacolo. Lo scoppio di prolungati fuochi d’artificio ha accompagnato i saluti finali.
Ci si è quindi spostati sotto il carcere di Piacenza, dove nel primo pomeriggio era in programma un altro presidio. Ad attendere i solidali c’erano già una quindicina di sbirri in antisommossa schierati lungo l’unica stradina per avvicinarsi al carcere. Anche qui i presenti si sono divisi per raggiungere più lati della struttura penitenziaria e gli sbirri sono retrocessi nel tentativo tanto goffo quanto inutile di fermarli. Si è quindi montato l’impianto di amplificazione davanti le celle della sezione maschile e della sezione AS femminile che però è piano terra e rimane quindi invisibile da fuori, coperta alla vista da un alto muro.
Durante il presidio arriva la notizia di una macchina, con dentro 2 compagne e 2 compagni, fermata mentre tentava di raggiungere il presidio.
Un intervento iniziale ha raccontato l’appuntamento della mattina e i presidi del fine settimana precedente e ha salutato Cavazza e tutti i detenuti e le detenute. Si sono susseguiti interventi e musica, si è raccontato quello che sta accadendo nelle altre carceri e si è ribadito l’appoggio e la solidarietà verso i detenuti che non abbassano la testa. Dopo poco si sono iniziate a sentire urla e saluti di risposta da dentro e si è provato a comunicare anche con Natascia, compagna detenuta in Alta Sicurezza, sperando che il caloroso saluto riuscisse a raggiungere lei e le sue compagne di detenzione. Dopo un paio d’ore, ricompattatisi i gruppetti che avevano fatto il giro del perimetro penitenziario e fatti i saluti finali, accompagnati anche qui da rumorosi fuochi d’artificio, ci si è mossi tutti insieme alla volta della caserma dei carabinieri dove, da ormai più di due ore, si trovavano i compagni fermati nel pomeriggio, ufficialmente in attesa di notifiche. Un nuovo presidio, questa volta fuori programma, si è svolto quindi in città, sotto le finestre della caserma in questione. E sono bastati una ventina di minuti di urla e battiture per richiedere il pronto rilascio dei compagni, a convincere i carabinieri a muovere il culo e accelerare le procedure di notifiche. Usciti i fermati, con una multa per essersi spostati al di fuori della propria regione, anche l’ultimo presidio si è sciolto concludendo così questa giornata di mobilitazione.
Al fianco di Mattia, Claudio, Cavazza, Ferruccio e Francesco, al fianco di chi è detenuto.
Lunedì 1 Febbraio, le detenute del Coroneo di Trieste, insieme ai solidali presenti sotto le mura del carcere, hanno portato avanti una battitura di poco più di un’ora. Da dentro il grido di indulto e libertà si sentiva chiaro anche nel mezzo del frastuono di pentole e arnesi. La presenza dei giornalisti era massiccia, così come richiesto dalle detenute al fine di far conoscere la loro lotta. Ma la stampa ufficiale, a quanto pare, non può rinunciare a “formare le opinioni”, in modo funzionale al potere vigente, piuttosto che informare. Infatti il giorno dopo sul giornale locale Il Piccolo si leggevano frasi come questa: “La ventina abbondante di detenute oggi nelle celle del Coroneo, forse anche per un informazione sul tema non sufficiente all’interno dell’istituto, tenendo conto che molti dei reclusi sono anche stranieri, mostrano infatti diffidenza nei confronti del vaccini”.
Queste quattro righe riassumono bene i preconcetti che lo Stato vuole mantenere saldi attraverso la lettura della sua stampa.
Reclusi e anche stranieri ? Ben due colpe in una!! Non solo “criminali” anche stranieri!! In quanto stranieri non dovrebbero capire a cosa serve o cos’è un vaccino? Sta di fatto che, al di là delle ignoranti e razziste dichiarazioni della giornalista de Il Piccolo, le detenute che ci hanno manifestato la loro contrarietà al ricatto dei vaccini e la rivendicazione di maggior tutela sanitaria, sono chiaramente nostre compaesane o quanto meno dei dintorni. Qui non si pone un problema di nazionalità ma di autodeterminazione sul proprio corpo. I loro dubbi e la loro contrarietà al vaccino e all’essere di fatto obbligate ad assumerlo in quanto detenute, evidenziano due problematiche: la prima è l’efficacia reale e la possibile nocività del vaccino – aspetto questo che ci coinvolge tutti anche fuori – la seconda è l’obbligo per i detenuti di vaccinarsi. Basta guardare al curriculum criminale della multinazionale Pfizer e ai dubbi che un vaccino di tipo genico legittimamente pone, per capire che forse le detenute sono più informate di quanto lo Stato vorrebbe!
Il rumore e i disordini che da ormai quasi un anno prendono vita nelle carceri italiane trovano questa risposta da parte dello Stato: “Ora siete vaccinati, non potete più chiedere sanità, indulto o libertà, ora il carcere è sicuro”. Ma la questione della pandemia è solo la punta dell’iceberg di una condizione carceraria sempre più pesante.
Le detenute parlano di 150 detenuti su circa 187 risultati negli ultimi mesi positivi al covid, momento di massimo livello di contagi all’interno del carcere, tanto da costringere la direzione a non far più entrare nuovi detenuti, trasferendoli in altre carceri della regione.
Le detenute della sezione femminile per due settimane non potevano fare lavatrici, non ricevevano la posta, nessuna visita medica, e per curare il covid c’erano solo psicofarmaci e tachipirina. Sostanze usate solitamente per ogni male quando si è detenuti.
Dopo un mese la situazione non è cambiata di molto, i contagi sono diminuiti in maniera evidente, ma nonostante ciò nessun medico o psicologo si presenta nel carcere da 4 mesi. Le detenute lamentano l’impossibilità – a causa delle regole per evitare il contagio, in qualsiasi caso inattuabili all’interno della struttura – di fare socialità o poter intrattenere altri tipi di attività. Per questo motivo il consumo della cosiddetta “terapia psichiatrica’’ all’interno della sezione è aumentato.
Visto tutto questo, le detenute chiedono di avere esami del sangue sierologici e tamponi piuttosto che esser vaccinate, chiedono i domiciliari per chi ha il residuo di pena e l’indulto!
Le detenute del Coroneo vogliono continuare a ribellarsi ad un carcere che oggi più che mai non ti dà che la sicurezza di ammalarti o di morire. Un carcere in cui la sanità è cosa sconosciuta, e in cui sicuramente non si può affrontare una pandemia!
Per tutto ciò ripropongono una battitura lunedì 15 febbraio alle 15.30. Noi saremo di nuovo fuori dal carcere di Trieste, in via Coroneo, a sostenerle.
Assemblea permanente contro il carcere e la repressione
Sabato scorso più di 100 detenuti nel carcere di St. Louis hanno protestato per le misure di isolamento imposte per la pandemia e la mancanza di misure di sicurezza e prevenzione. Mentre la folla si raccoglieva, i detenuti mostravano cartelli che chiedevano libertà.
Caro Operai Contro, l’ex senatore Denis Verdini esce da Rebibbia e si accende una sigaretta, nonostante la direzione carceraria l’abbia rimesso in libertà proprio per le sue “condizioni croniche già compromesse”, che lo rendono un soggetto fragile a rischio del focolaio Covid a Rebibbia.
Mentre Verdini va agli arresti domiciliari nella sua villa patrizia sui colli fiorentini, restano in galera una massa di prigionieri “sconosciuti”, ma con gravi problemi di salute anch’essi a rischio del focolaio Covid. Una semplice ma doverosa constatazione di come funziona la giustizia dei padroni.
La scarcerazione di Verdini ha fatto sobbalzare il Garante dei detenuti di Roma, Gabriella Stramaccioni che intervistata dal Fatto Quotidiano si chiede: “Perché solo lui e non anche gli altri?”. Come mai solo a lui le pratiche burocratiche sono state “espletate con una velocità che normalmente non è consuetudine all’interno del carcere?”
Nel marzo 2020 i prigionieri nelle carceri italiane hanno dovuto ribellarsi, 14 di loro morirono negli scontri con un numero imprecisato di feriti, seguirono misure punitive e trasferimenti in condizioni peggiori. Tra le 189 carceri in Italia, fu necessaria la rivolta in 70 istituti penitenziari e una forte mobilitazione in altre 30, con le quali i prigionieri ottennero che l’emergenza Covid venisse riconosciuta anche nelle carceri, seppur con grossi limiti.
Un provvedimento del governo Conte bis apriva le porte del carcere per 7.711 detenuti mandandogli agli arresti domiciliari. Il totale nelle patrie galere scese da 61.235 detenuti a 53.524. I domiciliari furono riconosciuti a tutti i detenuti con residuo di pena inferiore a 18 mesi, esclusi i condannati per delitti gravi. Un provvedimento che col passare dei mesi viene applicato in modo discriminatorio dall’autorità carceraria che usa 2 pesi e 2 misure.
Verdini non è un condannato comune. Non rientra nella schiera dei detenuti che sono stati costretti a delinquere, perché schiacciati da una condizione sociale insostenibile, e che nelle rivolte delle carceri hanno pagato con la vita il prezzo più alto: “Sono morti quelli del terzo letto, i detenuti più poveri che nei letti a castello stanno nella parte superiore quella più scomoda”, come constatò il magistrato Catello Maresca.
A trovare Verdini in carcere c’era la processione di parlamentari di centrodestra ma anche di centrosinistra, e non mancavano imprenditori famosi come Antonio Angelucci, noto come il “re delle cliniche romane”.
Verdini è finito in galera dove è rimasto 85 giorni, dopo una condanna per bancarotta a 9 anni in primo grado, ridotti prima in appello poi in cassazione a 6 anni e mezzo, per il crac del Credito cooperativo fiorentino.
Ma la sua notorietà risale al 2014 quando Renzi allora segretario del Pd e capo del governo, lo ingaggiò come anello di congiunzione tra il Pd e Forza Italia. Organizzò gli incontri tra Renzi e Berlusconi dalle cui trattative nacque il “Patto del Nazareno”. Già allora Renzi cercava un consenso parlamentare più ampio, dopo che d’accordo con gli industriali aumentò di 80 euro i salari, escludendo le fasce più basse di operai e lavoratori. 80 euro usati come vaselina non solo per i percettori degli 80 euro, ma per tutti gli operai e lavoratori dipendenti del settore privato, per i quali abolì l’articolo 18, varò il Jobs act, ecc. ecc.
Oggi a rievocare Verdini con il “Patto del Nazareno” è proprio il via vai di politici che gli han fatto visita in carcere. Soprattutto Renzi proprio nei giorni che alzava il tiro per far cadere il governo Conte bis.
Tornando all’intervista la Stramaccioni precisa che: “Ci sono detenuti che dopo 5 o 6 mesi ancora devono ottenere le visite mediche. Molte istanze sono state rigettate negando la presenza del Covid”.
“Nell’ultimo mese 30 istanze di sollecito per visite mediche per altrettanti pazienti in carcere, con patologie incompatibili con l’emergenza Covid, sono state respinte”. Esempio un serbo di 69 anni Miodrag Miletic con “la metà del polmone fuori uso e gravi problemi cardiovascolari”.
Non mandando ai domiciliari i detenuti con fragilità a rischio Covid, si condannano a morte sicura tramite contagio. Una situazione in cui la responsabilità delle direzioni carcerarie, si divide con la complicità del parlamento della repubblica italiana che, troppo preso dalla crisi di governo, finge di non vedere.
La giustizia dei ricchi non ha nemmeno il sentimento della vergogna e merita solo la rivolta. I carcerati hanno dimostrato pochi mesi fa, che si può fare.
Saluti Oxervator