Ministro della Giustizia Professoressa M. C. Cartabia
Tribunale di Sorveglianza di Torino
Ordine degli Avvocati e Camera Penale di Torino Garante Nazionale dei Detenuti
Mauro Palma
Garante Regionale Bruno Mellano
Garante Comunale Monica C. Gallo
Associazione Antigone Associazione Yairaih
A Tutti coloro che credono nel diritto
Siamo un gruppo di detenute della III sezione femminile del carcere di Torino; scriviamo questa lettera pubblica per far sentire il nostro appello ed arrivare così a più persone possibili consapevoli del fatto che una mobilitazione dal basso debba essere sostenuta da una mobilitazione che parta anche dall’alto.
La stessa motivazione deve essere sostenuta per essere rafforzata a tutti i livelli possibili.
Agli appelli dei detenuti, dei garanti dei detenuti, delle camere penali, dei magistrati di sorveglianza delle associazioni, di senatori a vita, di ex-ministri, di scrittori, artisti, dei nostri parenti e della gente comune per misure di clemenza come amnistia ed indulto e misure deflattive deve conseguire una risposta delle istituzioni. Ora più che mai, ad un anno dall’inizio della pandemia la propaganda deve lasciare spazio all’azione.
Abbiamo deciso di far arrivare là fuori la nostra situazione attuale, per rafforzare tutti gli appelli che abbiamo già divulgato in questo anno, perché se indulto e amnistia non sono attuabili a causa delle diverse visioni politiche, la reintegrazione della liberazione anticipata speciale di 75 giorni estesa a tutta la popolazione detenuta compreso il 4bis, è una strada possibile.
Il Covid-19 ha ufficialmente fatto ingresso nel padiglione femminile, che conta un centinaio di donne ristrette. Al momento ci sono alcuni casi di positività accertata, altre compagne sono in attesa dell’esito del tampone, altre invece sono state preventivamente isolate. Venerdì 26/02/2021 la Direzione ed i coordinatori del PAD F in accordo con l’area sanitaria prontamente hanno messo in campo le misure per contenere e monitorare il contagio dal tampone rapido alla sanificazione di celle e spazi comuni. Viviamo però ore di angoscia e di impotenza rispetto a tutto ciò: poiché agli sforzi del singolo (inteso come le direzioni dei penitenziari) deve rispondere l’istituzione centrale.
Con la nascita di questo Governo di larghissime intese, si è sentito parlare di europeismo, rispetto della costituzione, soprattutto di “discontinuità”. Allora l’antica lotta tra giustizialisti e garantisti deve essere superata con una presa di posizione che evidenzi civiltà e rispetto dei diritti, che la comunità europea stessa chiede all’Italia, che è “maglia nera” per quanto riguarda la giustizia in tutte le sue accezioni.
La richiesta di sostenere l’ampliamento della liberazione anticipata da 45 a 75 giorni, così come fu dal 2010 al 2015 per rispondere al sovraffollamento ed alla sentenza Torreggiani non deve sembrarvi una richiesta “astrusa”, ma dovrebbe riconoscere a tutti noi la dignità di essere cittadini e non solo numeri.
La buona condotta è un dovere per noi detenuti, è richiesta a tutti, quindi i benefici ad essa correlati devono essere concessi a tutti, indistintamente dal 4bis o altri ostativi: perché i gap del sistema carcerario colpiscono tutti indistintamente così come le insidie che ha aggiunto la pandemia. Se questa proposta fosse retroattiva al 2015, data in cui venne sospesa, il sovraffollamento si ridurrebbe permettendo condizioni migliori sia a noi reclusi, sia a chi opera all’interno delle carceri, dando utilità e funzionalità al proprio operato.
La pandemia ha messo a rischio la salute di tutti coloro che sono all’interno: reclusi, poliziotti, personale pedagogico, psicologi e operatori sanitari e ha anche reso la nostra reclusione pesantissima dal punto di vista psicologico e dell’affettività: siamo stati ancora più isolati. Il resoconto sull’anno che è appena trascorso è lo stesso di un bollettino di guerra a livello globale, un’intera generazione di anziani morti, disastri a livello sanitario ed economico. Il divario tra ricchi e poveri e tra primi ed ultimi è aumentato.
Anche noi da qui dentro attraverso i canali d’informazione siamo rimaste basite davanti alle immagini delle code davanti alla Caritas e nessuno meglio di noi può comprendere cosa voglia dire la solitudine obbligata degli anziani nelle Rsa, la distanza forzata, la mancanza di un abbraccio.
Bisogna superare il concetto che il carcere sia un “pianeta a sé”, fortunatamente non è più un argomento tabù, ma rimane comunque argomento divisivo e difficile da trattare in sede parlamentare. Ma la discontinuità va dimostrata a tutto campo. La pena non deve avere un’accezione “vendicativa” e retributiva, ma essere utile sia noi sia alla società che ci riaccoglierà da liberi.
Ognuno può fare qualcosa per migliorare le condizioni sue e dell’altro, sarebbe un bel modo per renderci partecipi tutti nell’attivazione di principi fondamentali della nostra costituzione, che ci vede tutti cittadini allo stesso modo. La realtà però ci divide in quelli di serie A e quelli di serie B…
Il tanto annoverato Art.27 della Costituzione non deve essere usato solo con retorica. Nel paese di Cesare Beccaria, di Primo Levi, di Lilliana Segre constatiamo inefficienza ed indifferenza da parte della politica che, nonostante abbia potere e dovere di cambiare lo stato delle cose, nulla compie.
Rivolte nelle carceri e torture: tutti i fronti aperti
Quattro i procedimenti che riguardano violenze successive alle rivolte esplose un anno fa. Indagini anche su episodi avvenuti tra il 2017 e il 2020 a Torino, Monza e Palermo
Ore 3.30 del mattino, sezione di alta sicurezza del carcere di Melfi. Un gruppo di agenti di polizia penitenziaria entra nelle celle, ammanetta i detenuti, li fa inginocchiare e li picchia. Usa i manganelli e mira alla testa e al volto. Alle botte si affiancano insulti e sputi. Violenze e umiliazioni che per almeno 70 reclusi continueranno anche durante il trasferimento in un altro istituto, dove alcuni di loro saranno costretti a sottoscrivere delle dichiarazioni in cui si dice che ferite ed ematomi sono stati causati da una caduta accidentale. È la notte tra il 16 e il 17 marzo 2020, sono passati sette giorni dalla rivolta che ha scosso il penitenziario ed è culminata con il sequestro di nove persone, tra poliziotti e operatori sanitari. Un lasso di tempo troppo lungo per legittimare l’operato delle forze dell’ordine, denuncia l’associazione Antigone che nel suo XVII rapporto fa il punto su tutti i procedimenti penaliaperti che hanno per oggetto presunti episodi di tortura avvenuti nelle carceri italiane. Quattro sono legati alle sommosse che un anno fa sono esplose in 21 istituti di pena.
7 procedimenti penali aperti che hanno per oggetto presunti episodi di tortura nelle carceri italiane. 4 sono legati alle sommosse di un anno fa
Bilancio di una rivolta collettiva
La miccia viene accesa il 7 marzo in Campania ma la bomba scoppia il giorno dopo a Modena e l’onda d’urto si propaga in tutta Italia. Una rivolta collettiva che ha causato 20 milioni di euro di danni, il ferimento di 80 agenti, e soprattutto la morte di 13 detenuti: uno a Bologna, tre a Rieti, cinque a Modena e altri quattro, trasferiti da Modena, a Verona, Parma, Alessandria e Ascoli Piceno. Le autopsie legano tutti i decessi a un’overdose da metadone o da benzodiazepine, saccheggiati durante l’assalto alle infermerie degli istituti penitenziari, ma molti rimangono i punti da chiarire. Parlando in commissione parlamentare antimafia, il capo dell’amministrazione penitenziaria Dino Petralia ha definito le proteste “terribili”. La magistratura sta ancora indagando su un’eventuale regia criminale esterna. Ma per le associazioni a tutela dei diritti dei detenuti a giocare un ruolo decisivo sarebbe stata la decisione di sospendere i colloqui per prevenire i contagi da Covid-19, non accompagnata da un’adeguata comunicazione. Di una componente psicologica dietro le proteste ha parlato anche il garante dei detenuti Mauro Palma: l’assenza di notizie chiare, la mancanza del supporto della famiglia, nonché la paura di un contagio considerato il tasso di sovraffollamento al 120 percento e le scarse condizioni igienico-sanitarie degli istituti penitenziari, avrebbero alimentato un malessere preesistente e innescato le violenti sommosse.
A cui, in alcuni casi, hanno fatto seguito quelle che sembrano spedizioni punitive. Stando agli esposti di Antigone, che lavialibera ha potuto visionare, oltre a Melfi sarebbe successo a Santa Maria Capua Vetere, Milano, e Pavia. Più complesso il quadro al Sant’Anna di Modena, dove pure le violenze ci sono state, denunciano i detenuti. In cinque dicono di aver assistito al pestaggio di reclusi “in palese stato di alterazione psicofisica dovuta al presunto abuso di farmaci”. Poi di essere stati ammanettati e picchiati “selvaggiamente e ripetutamente” nel carcere di Modena, durante il viaggio che li ha portati ad Ascoli Piceno, e infine una volta arrivati a destinazione. Le indagini sono in corso e “se sia configurabile come reato di tortura si capirà solo più avanti, visto che la legge penitenziaria prevede l’utilizzo della forza quando è indispensabile per prevenire o impedire atti di violenza”, precisa Simona Filippi, legale dell’associazione.
Reato di tortura: introduzione, prime condanne e fronti aperti
Il reato di tortura è stato introdotto nel nostro ordinamento nel 2017, dopo un iter travagliato durato quattro anni. Il provvedimento, frutto della sintesi di 11 diverse proposte di legge, ha diviso le forze politiche: promotore ne è stato il Partito democratico, che si è scontrato con l’opposizione della destra. In primis di Lega e Fratelli d’Italia che hanno giudicato la legge punitiva nei confronti delle forze dell’ordine, nonché limitante per il loro operato. La norma prevede la reclusione da quattro a dieci anni per chiunque, con violenze o minacce gravi o con crudeltà, provochi a una persona privata della libertà o affidata alla sua custodia “sofferenze fisiche acute” o un trauma psichico verificabile. La pena sale da cinque a 12 anni se a commettere il reato è un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio. Nel 2021 ci sono state le prime sentenze per gli agenti penitenziari: il 15 gennaio un poliziotto è stato condannato a tre anni di reclusione per aver ammanettato e pestato un detenuto dopo averlo costretto a inginocchiarsi durante una perquisizione. Il 17 febbraio è stata la volta di dieci agenti responsabili di un “brutale pestaggio” a San Gimignano che ha avuto per vittima un tunisino.
Gli esposti di Santa Maria Capua Vetere raccontano di un pestaggio di massa ad opera di 300 agenti in tenuta anti-sommossa
I fronti aperti rimangono sette. A Torino si indaga per tortura su 25 poliziotti, accusati di decine di episodi di violenza avvenuti nel 2017. A Monza sono in cinque a dover rispondere di un’aggressione nel corridoio dell’istituto. A Palermo un detenuto ha denunciato di essere stato vittima di un pestaggio al suo arrivo in carcere. Poi ci sono le azioni post rivolte. Gli esposti di Santa Maria Capua Vetere raccontano di un pestaggio di massa ad opera di una squadra di circa 300 agenti che ha fatto ingresso in una sezione del carcere in tenuta anti-sommossa. Il tutto sarebbe avvenuto il giorno dopo una protesta causata dalla notizia della positività al Covid-19 di un detenuto. Una protesta che sembra sia stata pacifica, senza feriti né danni. Il 5 aprile 2020 i detenuti hanno occupato la sezione, bloccando l’ingresso con delle brande, e hanno chiesto adeguati dispositivi di protezione anti-contagio: mascherine, guanti e igienizzanti. L’indomani, quando la situazione era ormai tornata alla normalità e si era conclusa la visita del magistrato di sorveglianza Marco Puglia, è avvenuta l’irruzione della truppa punitiva. Erano circa le cinque del pomeriggio e i reclusi sono stati colti di sorpresa nelle celle da uomini con il volto coperto e guanti alle mani: fatti spogliare, hanno incassato calci, pugni e manganellate. Il massacro è proseguito nei corridoi, dove chi fuggiva veniva pestato con ancor più violenza. Come umiliazione finale, in molti sarebbero stati costretti a rasare a zero barba e capelli. Una brutalità documentata dai video delle telecamere di sorveglianza, ora agli atti dell’inchiesta della procura di Santa Maria Capua Vetere. Non solo: nei giorni successivi alla rappresaglia, ad alcune vittime sarebbe stato impedito di parlare con i familiari e altre sarebbero state minacciate di ritorsioni in caso di denuncia. Botte e imposizione del silenzio ricorrono anche a Pavia, dove i detenuti sarebbero stati lasciati senza cibo, e a Milano, dove a un primo intervento fatto per fermare la rivolta ne è seguito un altro definito “puramente punitivo”: preceduti “dall’interruzione dell’illuminazione”, gli agenti sarebbero entrati nelle celle e avrebbero colpito pure chi non aveva partecipato alla rivolta.
Il caso Modena
Un discorso a parte merita quanto avvenuto al Sant’Anna di Modena, dove i procedimenti in corso sono tre. Uno riguarda le violenze commesse dai detenuti, un altro la morte di nove reclusi: cinque al Sant’Anna e altri quattro nelle carceri in cui sono stati trasferiti subito dopo i tafferugli. Il terzo filone di inchiesta nasce dall’esposto di cinque detenuti che denunciano sia le violenze sia l’omissione di soccorso nei confronti di Salvatore Piscitelli, 40enne poi morto nell’istituto di Ascoli Piceno. Nei giorni scorsi è stata chiesta l’archiviazione dell’indagine per omicidio colposo che riguarda otto dei nove morti. Viene escluso il decesso di Piscitelli, il cui procedimento è stato rimandato ad Ascoli. Sul suo caso pesa quanto raccontato dai reclusi che parlano di una persona “brutalmente picchiata” sia a Modena sia durante il trasferimento, e arrivata ad Ascoli in “evidente stato di alterazione da farmaci, tanto da non riuscire a camminare e da dover essere sorretto da altri detenuti”. “Era visibile a chiunque la sua condizione di overdose da farmaci”, scrivono nell’esposto, aggiungendo che: “Tutti ci chiedemmo come mai il dirigente sanitario o il medico che ci aveva visitato all’ingresso (del carcere di Ascoli, ndr) non ne avesse disposto l’immediato ricovero in ospedale”. Agli agenti sarebbe stato chiesto più volte di intervenire: appelli caduti nel vuoto. Piscitelli è stato trovato morto sulla sua brandina la mattina del nove marzo.
L’esposto dei cinque detenuti sul caso Piscitelli
Richiesta di archiviazione e incongruenze
“Il razzismo è diffuso anche tra le forze dell’ordine che godono di una certa protezione politica” Sandra Berardi – associazione Yairaiha
Per quel che riguarda gli altri otto deceduti – stando alla ricostruzione di Repubblica, che ha avuto modo di leggere la richiesta – i procuratori sostengono che “polizia penitenziaria, medici e infermieri della struttura e sanitari del 118 avrebbero fatto del loro meglio per soccorrere, assistere e curare ‘tutti’ i detenuti. E se qualche smagliatura ci fu, quella domenica e nella notte successiva, lo si dovrebbe ‘solo’ all’eccezionalità della situazione, alle condizioni di caos e di emergenza, alle limitazioni imposte dal Covid. Discorso analogo per il personale dei penitenziari di Parma, Alessandria e Verona”. Ma “queste persone non dovevano essere trasferite, bensì ricoverate e curate in un pronto soccorso”, ribatte Filippi che per Antigone ha già presentato opposizione alla richiesta di archiviazione, come faranno altre associazioni e i legali dei detenuti. “Questo è il cuore della vicenda, tanto più visto che la legge penitenziaria impone l’ok sanitario di un medico per effettuare un trasferimento: in genere viaggi di molte ore, in cui i detenuti sono ammanettati e stipati all’interno delle camionette. Una condizione insostenibile in stato di palese overdose”. Il rispetto o meno di sottoporre i reclusi trasferiti a visita medica è un punto centrale della storia. La procura sostiene che la visita c’è stata, ma per via dello scenario “estremamente complesso” non è stato possibile registrare tutto: non è rimasta alcuna prova degli accertamenti sulle condizioni di salute effettuati nelle prime ore, così come non esistono nulla osta sanitari scritti per i trasferimenti.
Ma non è la sola incongruenza. La giornalista Lorenza Pleuteri ricorda che dopo un primo esame dei cadaveri, fonti istituzionali dissero che sui corpi non erano presenti segni di ferite. Invece delle lesioni sono state trovate, anche se – assicurano – non hanno avuto alcuna influenza sui decessi, avvenuti per overdose. “Ci sono troppi lati oscuri, troppe domande rimaste senza risposte”, dice Sandra Berardi, presidente dell’associazione Yairaiha. Quanti medici sono stati impiegati per visitare gli oltre 400 detenuti trasferiti? I reclusi deceduti potevano viaggiare? Perché non sono stati portati in ospedale?, sono alcune delle questioni irrisolte. La ricerca della verità è resa ancora più complessa dal fatto che la maggior parte dei morti ha origine straniera e i parenti fuori dall’Italia. Forse alcuni non conoscono nemmeno il destino toccato al loro familiare. Luca Sebastiani, avvocato di uno dei deceduti, il tunisino Hafedh Chouchane, racconta di essere stato lui ad avvisare il padre del ragazzo. Per giorni, i morti non hanno avuto un volto. “Il silenzio sull’identità ci ha fatto subito sospettare che si trattasse prevalentemente di migranti”, prosegue Berardi aggiungendo che nel carcere “si ripropongono in scala le stesse dinamiche della società libera e il razzismo è elemento, purtroppo, diffuso anche tra le forze dell’ordine che godono di una certa protezione politica. Il certificato di morte per metadone di queste persone è come se fosse stato redatto prima ancora dell’esecuzione dell’autopsia”. Oggi delle 13 vittime delle rivolte, uno dei capitoli più bui della storia penitenziaria italiana, sappiamo solo qualcosa di più dei loro nomi: Carlos Samir Perez Alvarez, Haitem Kedri, Salvatore Piscitelli, Ante Culic, Hafedh Chouchane, Erial Ahmadi, Slim Agrebi, Ali Bakili, Lofti Ben Mesmia, Abdellah Rouan, Artur Iuzu, Ghazi Hadidi, e Marco Boattini.
la criminalizzazione di stampa e procura è figlia di una gestione reazionaria della pandemia e dei ‘lockdown scaricata sui 37 giovani proletari e tra di loro numerosi migranti
TORINO. Devastazione e saccheggio. Ieri le prime udienze di fronte al gip Agostino Pasquariello per le convalide dei fermi disposti dalla Procura per i ventiquattro maggiorenni accusati di aver scatenato la guerriglia urbana nel centro città la sera del 26 ottobre, in occasione delle manifestazioni anti-lockdown. Nel frattempo anche nel Tribunale dei minori si stanno svolgendo gli interrogatori di garanzia per i tredici ragazzini fermati per gli stessi reati. Quella sera, nel centro città, hanno agito più bande allo scopo di saccheggiare i negozi del lusso. Ragazzi delle periferie di Torino, arrivati da Barriera di Milano, Mirafiori e dalla provincia.
Quaranta negozi colpiti
Le loro gesta predatorie le hanno celebrate sui social, con indosso i trofei delle razzie. Borse, zaini, pantaloni, scarpe da centinaia di euro prese infrangendo le vetrine di Gucci, Luis Vuitton, Geox e tanti altri. Una quarantina i negozi colpiti. «Erano alla ricerca del bene prezioso da portare a casa» spiega il Questore Giuseppe De Matteis. Che per questi ragazzi, tutti giovanissimi, tra i 15 e i 24 anni, perlopiù figli di migranti marocchini o egiziani, significa vestiti e borse griffate. Hanno colpito il centro, simbolo di una ricchezza negata.
Soccorso rosso proletario esprime la massima solidarietà agli operai della Fedex-TNT e ai coordinatori del Si Cobas di Piacenza per le perquisizioni e gli arresti subiti in queste ore.
L’attacco repressivo subito stamattina da decine di lavoratori è stato pesantissimo: 5 divieti di dimora nel comune di Piacenza, almeno 6 avvisi di revoca dei permessi di soggiorno, 21 indagati con possibili misure di sorveglianza speciale, sequestro dei PC, 13.200 euro complessivi di multa per presunta violazione delle misure di contenimento dai contagi (per lo stato gli assembramenti sul posto di lavoro vanno bene, fuori ai cancelli di un magazzino sono un crimine…), e soprattutto 2 compagni, Arafat e Carlo, agli arresti domiciliari.
Sono accusati di resistenza aggravata per avere respinto nelle scorse settimane un attacco della multinazionale ai loro posti di lavoro, con uno sciopero durato 13 giorni, conclusosi con un accordo favorevole agli operai.
La vendetta del governo Draghi è scattata, non a caso, dopo l’imponente manifestazione dell’8 marzo davanti ad Amazon ed è espressione di un attacco a 360° dello stato borghese non solo alle lotte di lavoratrici e lavoratori, ma a tutta l’opposizione proletaria e popolare, sia nella sua forma esistente, sia nella sua forma potenziale
Lo abbiamo visto lo scorso 18 febbraio, quando ai lavoratori è stata negata Piazza Montecitorio per manifestare contro il governo del capitale e dei banchieri; lo abbiamo visto l’8 marzo scorso, con il divieto di sciopero per tutto il settore scolastico, lo stiamo vedendo in queste ore a Prato, dove è in corso un attacco poliziesco di violenza inaudita contro i lavoratori della Texprint in sciopero contro turni di lavoro massacranti.
Questa repressione mette subito in chiaro la vera natura del nuovo governo Draghi: fermi, perquisizioni e arresti domiciliari per chi difende i lavoratori dai soprusi padronali, in continuità con i decreti-sicurezza dei governi precedenti; difesa manu militari verso chi sfrutta, licenzia, affama e utilizza la crisi pandemica come alibi per continuare a moltiplicare i profitti sulla pelle degli operai e della collettività
Un governo “tecnico” quanto uno specchietto per le allodole, in realtà governo politico di destra, da stato di polizia e moderno fascista, appoggiato da tutti i partiti in parlamento e dai sindacati confederali. E’ il governo della Confindustria e dell’alta finanza, dei poteri forti legati anche alla criminalità organizzata mafiosa e ndranghetista, che in nome dell’unità nazionale e dell’emergenza pandemica non ammette un’opposizione politica reale e reprime, anche in forma preventiva, la conflittualità sociale.
Contro questo stato di polizia, contro questo governo dell’unità dei padroni contro la classe proletaria dobbiamo rispondere con la solidarietà proletaria, pretendendo la scarcerazione immediata dei compagni e l’abolizione di tutti i decreti sicurezza.
Costruire un fronte unito di solidarietà proletaria!
Questa mattina i reparti antisommossa sono intervenuti per tre volte per sgomberare i lavoratori in presidio permanente da ormai quasi 60 giorno davanti ai cancelli della Texprint. Le immagini testimoniano un utilizzo vergognoso della violenza contro lavoratori che protestano contro condizioni disumane di sfruttamento e richiedo di lavorare nel rispetto del contratto nazionale per otto ore e cinque giorni (contro le attuali 12 ore per 7 giorni la settimana).
Due operai sono stati trasportati in condizioni gravi al pronto soccorso. Uno dei lavoratori ha perso coscienza dopo aver ricevuto un pugno in testa da un agente. Sono molti i feriti più lievi per i colpi ricevuti dalla polizia e dopo essere stati trascinati sull’asfalto per metri.
Che questo intervento arrivi nel giorno in cui è diventata di pubblico dominio la notizia dell’interdizione per Mafia dell’azienda dagli appalti e bandi pubblici (dopo aver incassato 340mila euro nel 2020 per la produzione di mascherine) e a 24 ore di distanza dal tavolo con l’Unita di Crisi della Regione lascia senza parole.
Da quasi 60 giorni denunciamo l’intreccio tra Texprint e clan della ‘ndrangheta, e la figura di Zhang Yu Sang (detto Valerio), arrestato in luglio dalla FDA di Milano insieme a mebri del clan Greco con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata alla frode fiscale aggravata dal metodo mafioso e dalla disponibilità di armi, autoriciclaggio, intestazione fittizia di beni e bancarotta.
La politica e le istituzioni devono assolutamente condannare l’operato della Questura senza giri di parole. Contro lo sfruttamento e gli intrecci tra mafie e imprenditoria non bastano le dichiarazioni di circostanza. Serve il coraggio politico di dire da che parte si sta e agire di conseguenza.
La vertenza TEXPRINT ha scoperchiato un vaso di Pandora. Il distretto tessile pratese è territorio di illegalità e sfruttamento da almeno due decenni. I lavoratori che denunciano si ritrovano trattati come pericolosi criminali.
Non è difficile immaginare che, dopo oggi, una azienda già sprezzante delle leggi e dei diritti (l’ispettorato ha rilevato uso di manodopera a nero anche durante il corso dello sciopero) si senta ancora più “tutelata” da chi, in teoria, dovrebbe contrastare sfruttamento e criminalità organizzata.
Oggi si è scritta una pagina buia i diritti e nella dignità del lavoro sul nostro territorio.
Lo sciopero continua insieme al presidio permanente ai cancelli.
In questi giorni invece inizieranno le iniziative sindacali di protesta ai negozi dei marchi della moda che in questi anni si sono servite della Texprint come terzista. Anche loro, che hanno goduto di tariffe “competitive” garantite dallo sfruttamento, sono responsabili di questa realtà. La campagna di denuncia inizierà dai punti vendita del marchio DIXIE.
E’ scattata alle 6 di questa mattina a Piacenza una operazione di polizia contro gli operai della TNT-FedEx e i responsabili del SI Cobas, colpevoli di avere respinto nelle scorse settimane un attacco della multinazionale ai loro posti di lavoro, come a quelli di altri magazzini in tutta Europa, con uno sciopero durato 13 giorni, conclusosi con un accordo favorevole agli operai.
Rapida la vendetta del governo Draghi con questa intimidazione di massa (le abitazioni dei 25 operai sono state perquisite), scattata non a caso dopo l’importante dimostrazione dell’8 marzo davanti ad Amazon. Al momento (ore 9.30) si sa che ad Arafat e a Carlo sono stati dati gli arresti domiciliari. L’accusa è di “resistenza aggravata” nei confronti dell’azione della polizia determinata, senza riuscirci, a spezzare il picchetto.
A Piacenza i compagni si stanno radunando sotto la questura – ma è evidente il significato nazionale di questa operazione repressiva. In osservanza ai decreti-Salvini, mai toccati realmente dal Conte-bis, si vuole mettere fuori legge, con il picchetto, la possibilità stessa di esercitare in concreto, con efficacia, il diritto di sciopero, a cui Cgil-Cisl-Uil hanno progressivamente abdicato. Ma è anche qualcosa di più: un segnale che, attraverso il governo, la FedEx e i padroni della logistica vogliono dare a tutti i lavoratori del comparto in Italia e in Europa: il comando padronale nei luoghi di lavoro deve essere assoluto e incondizionato.
Di qui l’importanza di una risposta la più immediata, larga e forte possibile che denunci l’accaduto e imponga l’immediata libertà di Arafat e Carlo.
ore 10.54 – “Il Piacenza” pubblica una velina della questura in cui si parla di 21 perquisizioni e 7 misure cautelari, di cui due arresti domiciliari e cinque divieti di dimora “nei confronti di esponenti del sindacato SI Cobas e del collettivo Controtendenza, ritenuti responsabili, a vario titolo, in concorso tra loro, dei reati di resistenza aggravata a pubblico ufficiale, lesione personale aggravata e violenza privata” (!). Si parla anche di un fantomatico “ferimento di tre agenti”, si dà notizia di una pesante, tutt’altro che fantomatica, multa da 13.200 euro per “violazione della normativa anti-covid”, e cosa ancora più pesante, di “cinque avvii di procedimento per altrettante revoche del permesso di soggiorno”. Sempre grazie alle norme varate da Lega e Cinquestelle (inclusi i presunti dissidenti “di sinistra”) ai tempi del Conte-1 e mantenute in piedi da Pd-Leu-SI e i soliti Cinquestelle ai tempi del Conte-2.
Manifestazione non autorizzata davanti alla caserma “Biselli”: 50 denunciati
Cinquanta persone, militanti dell’area anarchica tutte con precedenti specifici – sono state denunciate alla Procura della Repubblica di Piacenza dal Nucleo Informativo del Comando Provinciale Carabinieri di Piacenza perché ritenute responsabili in concorso tra loro, di organizzazione di manifestazione non autorizzata, interruzione aggravata di pubblico servizio, vilipendio delle forze armate, radunata sediziosa e violazione delle norme di contenimento in materia di emergenza epidemiologica da covid-19.
Ifatti risalgono al 7 febbraio scorso, quando, per tutto il pomeriggio, davanti al carcere di Piacenza era stato inscenato un “sit-in” di protesta da circa 60 compagni per manifestare solidarietà in favore di un detenuto, da poco trasferito alle Novate, che in precedenza era ristretto presso il carcere di Ascoli Piceno, dove dopo una rivolta alcuni detenuti erano deceduti. Una pattuglia del Radiomobile di Piacenza, collocata all’altezza della strada che porta all’ingresso principale del carcere di Piacenza, aveva controllato un furgoncino con a bordo quattro compagni, due dei quali destinatari di notifiche atti e contestazione di reati e violazioni amministrative e per questo portati presso il comando di via Beverora per le formalità di rito.
I manifestanti davanti al carcere, una volta appreso che i quattro giovani erano stati fermati e condotti in via Beverora, nel tardo pomeriggio avevano raggiunto la caserma di via Beverora per dare vita a una manifestazione di protesta improvvisata, chiedendo la liberazione giovani trattenuti in quel momento ancora in caserma. Una situazione che aveva costretto alla chiusura al pubblico – per motivi di sicurezza – di tutti gli uffici del Comando provinciale e l’utilizzo davanti all’ingresso principale della caserma dell’intero contingente che si trovava in servizio presso il carcere. Per circa mezz’ora, inoltre, la strada era stata chiusa al traffico.
Per tutti, inoltre, è stata avanzata alla questura di Piacenza la proposta di foglio di via obbligatorio dal Comune di Piacenza.