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Barcellona, scarcerata l’antagonista torinese: non è lei la donna che ha incendiato il furgone della polizia

A scagionare Sara Caterina Casiccia le immagini dei video dei tafferugli avvenuti per la manifestazione contro l’arresto del rapper Pablo Hasel
Torna in libertà Sara Caterina Casiccia, anarchica torinese: non è stata lei a cospargere di acquaragia un furgone della Guardia Urbana, prima che venisse lanciata una molotov per incendiarlo durante le proteste di inizio marzo nel centro di Barcellona contro l’arresto del rapper Pablo Hasel. A scriverlo, secondo quanto riportano i media locali, il tribunale spagnolo.
L’attivista, 35 anni di Ivrea, era stata arrestata insieme ad altre sette persone. Per lei l’accusa più grave: tentato omicidio. Sul furgone, al posto di guida, c’era un agente che riuscì a saltare giù dal mezzo in fiamme. A scagionarla sono state le indagini della polizia scientifica spagnola. I filmati delle telecamere di sorveglianza della Rambla l’hanno ripresa, poco prima dell’arresto, mentre lanciava una bottiglia di vetro contro le forze dell’ordine, ma nel video dell’incendio al furgone compare una donna con stivali marroni, una collana di stoffa lilla e un cappello in testa. «Casiccia – spiega il suo avvocato ai media spagnoli – quella sera indossava stivali neri. Nessuna collana e nessun cappello».

Il suo arresto è stato «un errore», ribadisce il legale. Che fa riferimento anche a un accendino, uno dei tanti che si vendono con il tabacco Horizon: un elemento che, secondo gli investigatori l’avrebbe collegata al gruppo degli arrestati. «Non si può tenere una persona in prigione per una accendino» commenta l’avvocato. La donna resta indagata e deve presentarsi periodicamente in Tribunale. In Italia Casiccia non avrebbe mai partecipato a scontri di piazza. Videomaker underground conosciuta come “Tzara Kasjtcha”, produce film e videoclip in particolare sul mondo circense. Vicina agli squatter e al movimento delle case occupate, nel Canavese ha partecipato a diversi presidi di solidarietà per anarchici arrestati o sottoposti a misura cautelare.

Da qualche anno vive tra il Piemonte e la Spagna. Con lei, quella notte, erano stati arrestati, per «appartenenza a gruppo criminale, disordini pubblici e danni» anche Luca Callegarini, 35 anni di Avigliana, Alberto Frisetti, 25 anni di Torino ed Ermano Cagnassone, 30 anni di Ciriè, dell’area squatter torinese. Nessuno di loro, spiegano le autorità spagnole, è residente a Barcellona. Gli inquirenti, però, sembrano escludere che il gruppo sia andato nella capitale della catalogna appositamente per unirsi alla rivolta.

Migranti: Sgombero poliziesco al rifugio autogestito “Chezjesoul”

Sgombero all’alba di martedì 23 marzo al rifugio autogestito “ChezJesOulx”, l’ex casa cantoniera occupata nel dicembre 2018 a Oulx, in Alta Valle di Susa, che da due anni è l’unico punto di riferimento autorganizzato per i migranti in viaggio lungo i monti che segnano il confine tra Italia e Francia.

Compagne e compagni sono rimasti all’interno, assieme a diversi migranti, bambini compresi, nel sottotetto, mentre all’esterno Carabinieri, Vigili del fuoco e Digos sgomberavano lo stabile, ponendo tutti i presenti in stato di fermo.

La corrispondenza con una compagna del rifugio autogestito “ChezJesOulx”. Ascolta o scarica

da Radio Onda d’Urto

Sante Notarnicola e il carcere – da una sua intervista

Mi chiedete “chi sono stato e chi sono”, sostanzialmente: che tipo di politica ho fin qui vissuto. Da questo punto di vista, ritengo di essere stata una persona particolarmente fortunata nonostante la parte centrale della mia esistenza sia stata caratterizzata da una detenzione comunque vissuta in modo attivo. Una detenzione piuttosto lunga, che non mi ha impedito di vivere avvenimenti importanti, alcuni dei quali centrali nella vita politica del Paese e comunque decisivi per il progresso e l’emancipazione dei proletari. Che è poi la storia dei movimenti. Là dove ci furono accumulazione di esperienze e conoscenze attraverso le lotte che determinarono balzi in avanti, oltre che la crescita di un’avanguardia proletaria capace di attaccare frontalmente il capitale. Questo accumulo di esperienze che si produsse dal Settanta in poi diede vita all’organizzazione proletaria che si misurò frontalmente col capitalismo al punto più alto, con alterne fortune.

Tuttavia, l’impegno più importante da me vissuto è stato quello all’interno del carcere, verso la fine degli anni Sessanta.
Di fronte ad un carcere inaccettabile, un carcere fortemente autoritario, dove accanto ai mille doveri che segnavano la mia giornata non c’era un solo diritto, la ribellione  fu immediata e totale. E sulla “cartella biografica”, i carcerieri stamparono la definizione che mi avrebbe accompagnato per tutti gli anni della detenzione: “sobillatore”.
In realtà feci parte di una generazione di detenuti che furono dei rivoluzionari e che partendo dal nulla conquistarono attraverso lotte durissime tutto il possibile. Lotte inimmaginabili, che costarono celle punitive- lunghe anche anni- processi, linciaggi, morti.
Aiutati dal momento storico particolare (quello che doveva poi passare alla storia come il “movimento della contestazione” , allorquando operai e studenti operarono una saldatura sul terreno delle lotte e delle rivendicazioni), il mondo del carcere si inserì in modo naturale,  anche perché, di quei fermenti, di quelle lotte diventò il contenitore delle avanguardie più generose. Infatti “fuori”, ad ogni manifestazione, seguivano scontri durissimi; e furono centinaia i giovani arrestati che, sia pure per brevi periodi, vissero a stretto contatto con i detenuti nelle prigioni. I primi approcci con gli arrestati politici puntarono sulla solidarietà. I detenuti “comuni”dividevano con loro il poco che avevano: sigarette, cibo, indumenti. Una solidarietà che servì a conoscerci. A stabilire tra i gruppi una istintiva simpatia. Presto si passò ad un rapporto più produttivo, un vero e proprio rapporto politico. Perché, se nella società “esterna” si contestava soprattutto l’autoritarismo presente in ogni piega dell’organizzazione sociale, il carcere, per sua natura, di questo autoritarismo era il punto più alto.
Nelle fasi precedenti, alla prigione si “resisteva” individualmente. Chi lottava lo faceva da solo e , alla lunga, ne usciva a pezzi,  nel morale e spesso nel fisico. Erano tempi in cui non si andava per il sottile. La resistenza costava mesi di celle punitive, a pane e acqua, letteralmente. Ed era alto il numero dei detenuti che, dopo un trattamento simile, venivano colpiti dalla tubercolosi. La nostra lotta invece ebbe subito carattere di collettività e a tutt’oggi ritengo sia stata la stagione più felice, più creativa di tutta la storia carceraria. E questo anche sul piano culturale. Molti libri sono stati scritti e montagne di documenti prodotti. Cominciò in quel periodo la lotta per cambiare il carcere, una lotta collettiva e non disperata, non più isolata.
Gli organismi politici esterni, quelli che andavano organizzandosi al di fuori e in contraddizione coi partiti tradizionali, intuirono la portata di quella lotta e per prima Lotta Continua e poi altri organismi stabilirono con il mondo carcerario un rapporto politico duraturo e organico con le avanguardie che andavano formandosi all’interno delle prigioni.
Questi brevi cenni storici servono a far capire quanto sia stato gravoso il percorso che i detenuti fecero per migliorare le loro condizioni di vita. Oggi, chiunque abbia la sventura di varcare la soglia di un carcere, non deve dimenticare che ogni spazio, ogni oggetto che può possedere, anche il più banale, non è stato frutto di una benevola concessione dei “superiori” ma il risultato di una lotta lunga nel tempo. E che tanto, ma veramente tanto, è costata alla generazione precedente. Quella generazione che nulla aveva e che tutto ha conquistato. È stato un compito gravoso, ma pure esaltante. All’interno di quella lotta sono stati centinaia i detenuti che, puntando sulla solidarietà e sulla conoscenza, hanno maturato una coscienza collettiva.

Appello sugli arresti dei sindacalisti di Piacenza, con invito a sottoscrivere

Il 10 marzo a Piacenza 29 persone sono finite sotto processo per uno sciopero in un magazzino della logistica, due di loro sono tutt’ora agli arresti domiciliari, cinque sono state allontanate dalle loro famiglie con il divieto di dimora, ad altre persone migranti è stata minacciata la revoca del permesso di soggiorno.

Questi sindacalisti e questi lavoratori appartengono al sindacato S.I.Cobas, uno dei più attivi e da anni e anni impegnato nel concreto miglioramento delle condizioni di lavoro nel mondo della logistica, un settore strategico dove tuttavia sussistono altissimi livelli di sfruttamento che arrivano spesso a ledere la dignità di chi vi lavora. Alle lotte che sono state portate avanti in questi anni a Piacenza (e non solo) si deve l’emergere di un “mondo di sotto” fatto di caporalato e sfruttamento che fa da contraltare all’ascesa di poteri economici e politici globali dei grandi marchi dell’e-commerce e delle piattaforme digitali.

La logistica è di fatto il terreno in cui si è andata realizzando la nuova rivoluzione industriale, quella appunto del commercio on line e del just-in-time. Piacenza è da sempre una delle capitali della logistica, e ne è stata capofila sia nella ristrutturazione territoriale e produttiva che in termini di percorsi di vertenzialità operaia sin dal 2011.
Per lo stato italiano, ciò ha significato il recupero di centinaia di milioni di euro ogni anno in termini di fiscalità e di contribuzione. Soldi che vanno quindi a pagare le opere pubbliche e le pensioni, e che prima dell’intervento del S.I.Cobas venivano spesso eluse tramite le condizioni di nero o semi-nero nelle quali erano intrappolati i lavoratori.

Carlo Pallavicini e Mohamed Arafat, i due sindacalisti arrestati, sono tra le persone che da oltre dieci anni costruiscono questo percorso di riscatto sociale, equità e dignità. Hanno giocato un ruolo fondamentale sia nell’organizzazione delle singole vertenze quanto nel far conoscere al grande pubblico questo lato sommerso del capitalismo 4.0. E proprio per questo sono stati colpiti. I loro avvocati sostengono che l’operazione coordinata fra Procura e Questura di Piacenza, che ne determina ora la condizione di arresto domiciliare, presenta una lunghissima serie di macroscopiche contraddizioni di merito e di metodo. Sottolineano come sia del tutto inusuale che la procuratrice di Piacenza abbia sostenuto l’assenza di reali motivazioni sindacali all’origine degli scioperi incriminati. È infatti materia ben nota in tutta Europa il tentativo di ristrutturazione messo in atto da Fedex-TNT, che avrebbe avuto, senza lo sciopero del S.I.Cobas, una pesantissima ricaduta in termini occupazionali anche nel piacentino. Questa vertenza è stata coordinata con altre sigle sindacali in 7 paesi europei, e questa accusa della procura risulta pertanto destituita di ogni fondamento logico.

L’operazione che coinvolge queste 29 persone è inoltre avvenuta a pochi giorni di distanza dalle manifestazioni promosse a Piacenza per i lavoratori dello spettacolo e di fronte ai cancelli di Amazon in occasione dello sciopero femminista dell’8 marzo. Questi ultimi fatti fanno propendere un occhio attento a cogliere una malcelata volontà di stroncare la grande capacità di catalizzazione che il lavoro del sindacato aveva in città anche all’infuori della logistica e soprattutto, cosa ancora più grave, per un ruolo di “esecutori” nel contrasto alla sindacalizzazione svolto dalle istituzioni per conto di poteri economici multinazionali ed esteri (la stessa Fedex-TNT, alla quale si riferisce l’impianto accusatorio, è come Amazon una multinazionale statunitense, la seconda dopo il colosso di Jeff Bezos per dimensioni).

I temi che sollevano gli scioperi come quello in questione ci pare che non possano essere oggetto delle aule di tribunale, ma in primo luogo di un dibattito pubblico e politico. Ci auguriamo che Pallavicini, Arafat e gli altri lavoratori incriminati possano al più presto tornare alle loro attività, poiché il loro lavoro sindacale che svolgono parla non solo della società presente ma anche di quella futura. Parla di cos’è il mondo del lavoro oggi, di cosa può essere il nuovo paradigma digitale per chi lavora, parla della ricerca di una strada che ponga in primo luogo al centro l’umanità, l’ambiente e un equilibrio ecologico dai tratti umani piuttosto che lo sfruttamento e la distruzione dell’ecosistema.

Per aderire all’appello scrivere il proprio nome, cognome (e affiliazione) nel form sottostante

Per contatti: appelloperpiacenza@gmail.com

Francesca è libera, dopo 9 mesi di carcere per 30 euro!

Nove mesi di carcere per 30 euro, l’assurda storia di Francesca Cerrone

Ha fatto nove mesi di galera gratis tra Spagna e Italia, Francesca Cerrone, anarchica accusata di associazione sovversiva finalizzata al terrorismo. Lunedì sera la corte di assise di Roma l’ha scarcerata dopo che la Cassazione, ribaltando le decisioni del gip e del Riesame, aveva spiegato che non c’era motivo di far scattare le manette perché non c’erano gravi indizi e perché l’imputazione faceva acqua da tutte le parti. La Cassazione rimandava indietro le carte al Riesame per una nuova udienza. Cerrone restava in cella per un cosiddetto reato fine, il furto di tre sacchi di cemento, valore complessivo trenta euro.

A quel punto l’avvocato difensore Ettore Grenci si rivolgeva alla corte di assise ottenendo la liberazione senza nessun obbligo cautelare. Ma non è questa l’unica decisione che ridimensiona l’operazione Bystrock sfociata negli arresti del giugno dell’anno scorso. La Suprema Corte infatti ha rimandato al Riesame annullando con rinvio le ordinanze di custodia cautelare in carcere per altri quattro militanti che restano detenuti in attesa del giudizio bis. «L’atteggiamento antagonista e di esacerbata contrapposizione all’autorità costituita non è anche idoneo a concretare la finalità di terrorismo» Continua a leggere

L’Italia pronta a rifinanziare l’accademia di polizia del dittatore Al-Sisi

Dal blog di Antonio Mazzeo

Il Ministero dell’Interno e la Polizia di Stato continueranno a fornire le risorse umane e finanziarie all’Accademia di Polizia egiziana per formare e addestrare le forze dell’ordine dei regimi africani partner della crociata contro il “terrorismo” e l’immigrazione “illegale”. Nonostante le schiaccianti prove sul coinvolgimento diretto nel sequestro e assassinio del giovane ricercatore Giulio Regeni e la lunghissima lista di crimini e violazioni dei diritti umani commessi dalla polizia del dittatore al-Sisi, le autorità italiane si apprestano a presentare alla Commissione europea una richiesta di contributo economico per prorogare almeno per un altro biennio il progetto ITEPA (International Training Centre at the Egyptian Police Academy), la cui prima tappa si è conclusa a Roma il 27 novembre 2019 con una conferenza presso la Scuola Superiore di Polizia.

Il 18 febbraio 2021, rispondendo a due distinte interrogazioni degli europarlamentari del GUE/NGL, Miguel Urbán Crespo e Özlem Demirel, Ylva Johansson (responsabile per gli Affari Interni della Commissione europea) ha confermato che il Dipartimento della Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno sta lavorando in vista del prolungamento delle attività del Centro di addestramento dell’Accademia di polizia dell‘Egitto, nell’ambito del nuovo piano finanziario pluriannuale Ue. “Le autorità italiane hanno beneficiato di un finanziamento europeo di 1.073.521 euro (Fondo Interno per la Sicurezza Internal Security Fund – ISF National Programme) per l’ITEPA 1”, scrive la commissaria Johansson. “Sulla seconda fase del progetto (ITEPA 2), in via di formulazione e il cui programma non è stato ancora sottoposto al vaglio della Commissione, non si è in grado di fornire tutti i dettagli richiesti dagli interroganti. Sulla base delle informazioni in nostro possesso, le autorità italiane intendono finanziare il progetto tramite l’Internal Security Fund Borders and Visa (ISF-BV), previsto dal nuovo piano finanziario 2021-2027”.

Sulla base di una nota emessa dalla Polizia di Stato a fine 2019 relativa alla firma di un memorandum che estende la validità del protocollo di cooperazione tra Italia ed Egitto sottoscritto nel 2017 per implementare le attività di addestramento internazionale presso l’Accademia di Polizia del Cairo, gli europarlamentari Miguel Urbán Crespo e Özlem Demirel avevano chiesto alla Commissione di conoscere i contenuti e i termini contrattuali dei programmi ITEPA 1 e ITEPA 2, i responsabili e i beneficiari diretti della formazione e soprattutto se la stessa rispettasse gli standard internazionali in tema di difesa dei diritti umani e protezione dei migranti.

“La Commissione è pienamente consapevole del cambiamento della situazione dei diritti umani in Egitto e queste questioni sono regolarmente poste dall’Unione Europea nei contatti bilaterali con le autorità egiziane e nei forum internazionali”, la controversa risposta di Ylva Johansson. “Pertanto, la protezione dei diritti umani è stato un elemento trasversale in ogni settore addestrativo in quanto ITEPA era finalizzato a fornire modelli operativi per gestire il fenomeno migratorio assicurando la piena protezione dei diritti dei migranti (…) La qualità dei formatori è stata assicurata con il coinvolgimento di persone provenienti dalle maggiori organizzazioni internazionali responsabili dei diritti umani dei migranti e dei rifugiati (UNHCR e OIM). I risultati e le lezioni di ITEPA sono stati presentati nel corso dell’evento conclusivo e saranno utilizzati per ITEPA 2”.

Lodevoli intenti quelli delle autorità di polizia italiana e della Commissione Ue, peccato che i più recenti report delle maggiori organizzazioni non governative e di alcuni degli stessi governi Ue abbiano documentato il completo fallimento della formazione italo-egiziana a favore delle polizie africane partner. Le operazioni di contrasto dei flussi migratori sono state realizzate infatti violando i più elementari diritti umani ed è lunghissimo l’elenco di crimini, abusi, torture, deportazioni, detenzioni, sparizioni forzate perpetrate in tutto il continente. Basta un’occhiata ai paesi le cui forze di polizia hanno “beneficiato” delle attività addestrative presso l’Accademia di Polizia del Cairo nell’ambito di ITEPA per documentare l’insostenibilità e l’immoralità del progetto Italia-Ue: oltre all’Egitto, compaiono infatti Algeria, Burkina Faso, Ciad, Costa d’Avorio, Eritrea, Etiopia, Gambia, Gibuti, Ghana, Guinea, Kenya, Libia, Mali, Marocco, Niger, Nigeria, Senegal, Somalia, Sudan, Sudan del Sud, Tunisia.

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Strage di stato nelle carceri: i familiari si oppongono all’archiviazione

I familiari di Chouchane Hafedh, uno dei detenuti morti durante la rivolta scoppiata un anno fa in carcere a Modena, si sono opposti alla richiesta di archiviazione presentata dalla Procura.
A spiegarlo è l’avvocato Luca Sebastiani, che li assiste. “E’ un atto complesso, frutto di un lavoro lungo e copioso dove abbiamo avuto modo di affrontare ogni singolo aspetto che la Procura non ha considerato. Siamo fiduciosi che le nostre perplessità, che sono tante ed anche molto rilevanti, possano essere considerate dal Giudice per le indagini preliminari”.
Secondo il pm tutti gli otto decessi sarebbero da ricondurre a un’overdose di metadone e benzodiazepine dopo il saccheggio della farmacia del Sant’Anna.
Per l’avvocato, che dice di condividere la causa della morte individuata dai pm, ci sono però altre questioni: “Oltre al tema della responsabilità omissiva, che andava esplorato con maggiore dovizia come avviene ogni giorno quando tragedie come queste accadono in posti di lavoro, in ospedali o in altre strutture, vi è un tema molto rilevante relativo al ritardo nei soccorsi, così come segnalato dal nostro consulente medico legale specializzato proprio in tossicologia”. (ANSA).