storie di ordinaria repressione Perugia: processo per imbrattamento,

Pochi giorni fa si è tenuta la prima udienza del processo per imbrattamento che vede coinvolto un militante del nostro collettivo politico
Circa un anno fa abbiamo raccontato in maniera approfondita tutta la vicenda: https://bit.ly/3fAPmxY

Il nostro comunicato Fin da subito è apparso chiaro il tentativo di colpire l’attività politica del nostro collettivo, di attaccare non il singolo compagno ma tutta l’esperienza costruita in città a partire dalla vertenza contro Arci passando per lo sportello sociale e le lotte dei lavoratori che abbiamo sostenuto e alimentato.

Nel nostro percorso di lotta abbiamo da sempre denunciato e criticato duramente il sistema consociativo di potere costituito in primis da CGIL – Partito Democratico – mondo della cooperative.

Ci troviamo oggi a dover sostenere le spese legali di un procedimento penale che ha davvero dell’assurdo: perizie grafologiche, biometriche, cefaloscopiche, analisi delle celle telefoniche, delle scarpe, dei post pubblicati sulla nostra pagina facebook e tanto altro ancora.

Il nostro collettivo è composto da precari e disoccupati ed è per questo che non potendoci intimorire diversamente cercano di colpirci nella maniera più vigliacca possibile: ovvero sulla capacità economica di sostenere le elevate spese legali.

Sia ben chiaro, non ci siamo mai fatti spaventare da questo tipo di attacchi e non succederà nemmeno stavolta.

Chiaramente questo attacco repressivo è poca cosa rispetto a quello che stanno subendo tante realtà di lotta in tutta Italia in questi ultimi anni, ma è altrettanto importante non abbassare la guardia e rispondere con l’unica arma che abbiamo a disposizione: la solidarietà!

Chiediamo a tutte e tutti i solidali un piccolo aiuto economico

TOCCANO UNO – TOCCANO TUTTI

storia di ordinario sorpruso poliziesco Napoli. Risvegliato dalla pistola della Digos

Napoli. Risvegliato dalla pistola della Digos

Ho conosciuto Elia Gargiulo il giorno in cui abbiamo occupato il Teatro Stabile Nazionale di Napoli come Coordinamento Arte e Spettacolo Campania. Siamo, dal 27 Marzo, in Assemblea Permanente.

Ci siamo fermati a fare due chiacchiere ed Elia mi ha subito colpito per la sua cultura e la sua sensibilità.

Oltre che per la sua passione politica. Ovviamente, di fede comunista, tendente all’anarchico.

È un ragazzo poco più che ventenne, Elia. Un giovane compagno dai lineamenti dolci e dall’aria tranquilla.

Ma determinato e dal carattere deciso. Già indurito dalla vita e poco incline a fare sconti a quel sistema che vorrebbe rubargli il futuro.

Lui, insieme ai suoi colleghi, studenti dell’Accademia di Belle Arti di Napoli, avevano, 35 giorni orsono, occupato la loro Università.

Rivendicavano non solo il diritto allo studio, oramai penalizzato, quasi fisiologicamente, da un anno di pandemia. Ma soprattutto il diritto alla vita.

Quella vita che il Moloch del mercato, con il volto insanguinato del Profitto, sta sottraendo a tanti, troppi giovani.

Ancor di più, sembrerebbe, agli studenti di quelle Belle Arti che, nel paese di Michelangelo, Brunelleschi, Dante, Eduardo, Paganini, saranno oramai condannati all’invisibilità.

Invisibili in un paese che ha proceduto, negli ultimi quarant’anni, ad una desertificazione culturale tale da portare il livello di maturità emotiva, artistica e intellettuale dei propri cittadini fino all’anoressia del pensiero e della coscienza critica.

Un paese che non legge ma guarda Pornhub. O peggio Non è la Durso…

Un paese che continua sempre più a virare a destra, soprattutto nelle sue frazioni “sinistre”.

Un paese che ha fatto della repressione, della galera e della criminalizzazione del dissenso il suo Credo.

E di questa indegna cultura securitaria e criminalizzante, abbracciata con ardore anche dagli pseudo intellettuali di sinistra, e dai professori dell’Accademia, hanno fatto le spese i giovani studenti che occupavano il complesso universitario.

Sgomberati l’altra mattina dalla Digos. Con i soliti metodi da Dina cilena.

E ne ha fatte le spese Elia. Che rischia di pagare un prezzo troppo alto alla sua giustissima, appassionata, orgogliosa contestazione.

Contestazione collettiva che, ricordiamolo, contemplava anche la denuncia, da parte di tante studentesse – ieri incazzate ed in corteo dopo lo sgombero – delle molestie subite da uno dei docenti. Il regista napoletano Stefano Incerti.

Noto nell’ambiente accademico e cinematografico per questo suo, come dire, vizietto.

Denuncia che s’indirizza anche verso l’ambiguità di gran parte del corpo docente.

Il quale, di fronte alle molestie subite da una studentessa che ha a sua volta denunciato il noto regista/professore, ha tenuto un atteggiamento inaccettabile.

Fino ad arrivare a dichiarare, al momento delle indagini aperte dalla magistratura inquirente – che hanno necessariamente costretto la direzione dell’Accademia a sospendere Incerti – «Abbiamo perso un grande professore».

Una frase che si commenta da sé.

Incerti è stato poi scagionato. Ma è solo la verità giudiziaria. Che va sempre come va….

Orbene, vi lascio al racconto di Elia. Che ci descrive il momento dello sgombero avvenuto l’altro ieri all’alba.

Buona lettura!

*****

Ieri, al 35esimo giorno di occupazione in cui dormivo in Accademia, siamo stati svegliati da 40 Digos che hanno fatto irruzione in accademia, attuando uno sgombero coatto.

Sono stato circondato da 10 Digos attorno al letto dove dormivo, puntandomi telecamere e torce in faccia e chiamandomi per nome e cognome.

Quando ho aperto gli occhi, la prima cosa che ho visto è stata la fondina con la pistola e la telecamera.

Lì ho realizzato che, a differenza delle altre mattine, non erano i compagni a svegliarmi.

Sveglia Gargiulo, mani in alto, spostati.

Mi alzo da letto ed alzando le mani rispondo “sono innocuo, mi sono appena svegliato, proviamo a fare gli artisti qua dentro… E sono in mutande!.

La mia risposta tragicomica non lascia trasparire la crisi che stavo avendo in quel momento: dovermi rivestire con una telecamera addosso, sentire la pressione di 10 Digos che sai benissimo cosa stanno per fare, sei consapevole di quello che sta per succedere e tremi, ti immobilizzi, non riesci a mettere i vestiti.

Gargiulo, il telefono grazie“, mi dice uno degli ufficiali.

Mi viene impedito qualsiasi contatto con l’esterno che in quel momento mi sarebbe stato fondamentale.

Scendo scortato e mi rendo conto che l’Accademia era piena di forze dell’ordine che seguivano i miei compagn* per l’identificazione.

Vengo filmato contro un muro documento alla mano e mi viene fatta firmare la copia della denuncia.

I reati di cui vengo accusato sono gli articoli 633, 635, 639 bis e 170: Occupazione, uso improprio di bene culturale, danneggiamento e vandalismo.

Abbiamo occupato un bene culturale, un bene culturale che dovrebbe essere fruibile e comune, al cui interno vi sono una gipsoteca e la sala Palizzi, chiusi ormai da anni.

Uno spazio chiuso da un anno che veniva negato all* student* a causa di ritardi nella gestione della pandemia.

Uno spazio dove ci è stato detto che il giardino non era agibile, il teatro non era agibile, i laboratori necessitavano di un piano rientri non esistente ed infine aule chiuse non fruibili come aule studio.

La Digos ha anche preteso le chiavi dell’Aula Giuliani, che è stata di fatto sgomberata anch’essa, probabilmente l’unica certezza che avevamo ottenuto in questi 35 giorni di occupazione.

“Uso illecito di un bene culturale” perché abbiamo riaperto un bene culturale per (appunto) farlo tornare ad essere uno spazio in cui si fa arte, cultura, politica ed autoformazione.

Questa accusa è gravissima ed in alcuni casi prevede anni di carcere.

Non vi sembra assurdo ed anche incoerente accusarci di tutto ciò?

Danneggiamento e vandalismo per aver riaperto un teatro che verte in condizioni strutturali pessime e per aver eseguito un’opera al terzo piano che vede protagonisti i corpi delle studentesse molestate.

Opera eseguita su un muro su cui erano presenti scritte decennali di Casapound, Forza Nuova, frasi goliardiche a sfondo sessuale, insulti sessisti e disegni di vario tipo.

Vi fanno davvero così paura quei corpi? Vi fa davvero così paura l’arte quando non è bella (perché, parliamoci chiaro, smettiamola di dire che l’arte è solo bello perché non lo è)?

Vi fa paura quando vi si incide sulle mura di un’istituzione la violenza che avete perpetuato per 10 anni? Allora beh, siamo tutt* vandal*.

Non saranno le denunce a fermarci, non saranno le intimidazioni subite a farci fare passi indietro, non sarà la direzione che non ci ascolta ma anzi saranno motivo in più per alzare la posta in gioco, per farci sentire e per portare avanti un percorso di lotta che è appena iniziato.

DENUNCIAT* PER AVER DENUNCIATO LA VIOLENZA!

DA CONTROPIANO

Déclaration de Georges Abdallah à l’occasion de la célébration de la Journée de la terre

Cher(e)s Camarades, Cher(e) Ami(e)s,

Le peuple palestinien commémore tous les ans « la journée de la terre ». Ce n’est certainement pas seulement en souvenir d’une grève générale en 1976, réunissant le peuple palestinien des territoires de 48 contre la confiscation de sa terre. Certes, cette grève a suscité une mobilisation solidaire significative aussi bien en Cisjordanie qu’à Gaza ainsi que dans les divers camps palestiniens au Liban. Il n’en demeure pas moins. L’acquisition par tous les moyens à la disposition des envahisseurs sionistes, de la terre de Palestine n’a pas commencé le 19 janvier 1976 avec la décision du gouvernement israélien de confisquer 25 km2 en Galilée tout près de la ville de Sakhnin.

L’expropriation du peuple palestinien de tous ses biens en vu de sa destruction et non seulement la confiscation d’une part importante de sa terre, est consubstantielle à l’existence même de l’entité sioniste. Elle ne s’est jamais arrêtée et elle ne s’arrêtera qu’avec la dissolution / la destruction de cette entité qui, en réalité, n’est qu’un prolongement organique de l’impérialisme occidental.

La grève générale dont il est question et que l’on commémore aujourd’hui, s’inscrit dans un long processus de lutte dont le centre de gravité se déplaçait au gré des rapports de force à l’œuvre dans le monde arabe et dans ce Machrek arabe en particulier. Peut-être faut-il rappeler que moins de dix ans auparavant, à savoir en 1968, il y a eu la bataille d’Al Karamé et juste un an après la révolte des camps au Liban et les accords du Caire entre le gouvernement libanais et la Résistance palestinienne et deux ans plus tard Septembre Noir et les massacres en Jordanie…

C’est dans cette dynamique révolutionnaire à l’œuvre dans cet espace géopolitique de la Palestine que se recrée et se restructure l’identité et l’unité des masses populaires palestiniennes. Il a fallu du temps (1948 -1976) pour les Palestinen(ne)s du territoire de 48 pour émerger du gouffre de la Nakba et commencer à occuper une part du devant de la scène politique. Certainement aborder la question de la lutte des masses populaires palestiniennes du territoire de 1948 n’est pas du tout facile pour quiconque ne vivant pas en Palestine directement.

C’est bien pourquoi, je suppose, que le Camarade Adel Samara peut nous être d’une précieuse aide à ce propos. Nous expliquer quelque peu ce que l’on entend ces jours-ci quant au poids du « gangstérisme » et des gangs des trafiquants de tout genre, entre autres à la solde des sionistes et qui impacteraient apparemment les principales localités et villes comme Umm-Al-Fahm par exemple.

Certainement les masses populaires ici ne sont pas, et ne peuvent pas être, indifférentes à ce qui se passe aussi en Cisjordanie et à Gaza. Les protagonistes de la lutte révolutionnaire ne peuvent plus faire abstraction de la dégénérescence de cette direction bourgeoise à la tête de ladite « Autorité Palestinienne », sous prétexte de la nécessité de la sauvegarde de « l’unité nationale ». Il faut sans cesse rappeler que le « Bloc Social » appelé à assumer les tâches de la révolution se construit et se structure dans la dynamique de la lutte et non pas dans les considérations qui s’apparentent de plus en plus à la compromission…

Rejetons les compromissions et toutes les manœuvres de camouflage.

Ensemble, Camarades, et seulement ensemble, nous vaincrons.

A vous tous, Camarades, mes salutations communistes !

Votre camarade Georges Abdallah

Lannemezan, le 30/03/2021

solidali con i detenuti che resistono e si ribellano nel carcere

Ciao,
vi mandiamo un manifesto chiedendo di dargli visibilità con le seguenti righe di presentazione. Grazie.

Dopo il marzo 2020 se la situazione nelle carceri non è migliorata, nemmeno il fermento e la rabbia sono cessati. Episodi in cui singoli o gruppi di detenuti e detenute alzano la testa e prendono coraggio contro i loro aguzzini si sono susseguiti numerosi in quest’anno. Fra questi c’è Paolo.
Paolo è un compagno sardo che vive e lotta a Cagliari da molti anni, il 31 ottobre 2017 è stato arrestato immediatamente dopo aver rapinato un ufficio postale insieme a due altri complici. In secondo grado è stato condannato a 5 anni di reclusione. In qesti primi tre anni e mezzo di carcerazione a Uta non è riuscito a godere nenache una volta del beneficio dei 45 giorni di sconto di pena previsti per ogni sei mesi senza rapporti. La sua instancabile tenacia a non voltare lo sguardo di fronte ai soprusi delle guardie oltre ai rapporti gli è costata anche la denuncia per cui il 12 aprile verrà portato a giudizio.
Pochi giorni fa il direttore del carcere ha sottoposto la sua corrispondenza a censura perché “corrisponde con anarchici e organizzatori di presidi al carcere”.
Non abbiamo intenzione di lasciarlo solo. Storie simili alla sua nelle galere sono il quotidiano. Se qualcuno, un compagno questa volta, ha deciso di non lasciar correre e lottare avrà allora tutto il nostro sostegno. Alzare la testa contro l’abominio carcerario è un atto di coraggio. Sostenere questo coraggio è il minimo che chi sta fuori può fare per riconoscerlo.
Paolo libero!

Solidali contro il carcere

Ambra è stata uccisa dal carcere – Presidio solidale a Spini

Da oltre il ponte

Domenica 14 marzo nel carcere di Spini di Gardolo è morta, in circostanze ancora da chiarire, una ragazza di Bolzano di soli 28 anni. Si chiamava Ambra, ed era madre di due figli.

La notizia – come spesso accade quando si apprende di persone morte fra le mura dei penitenziari a meno che non ci siano delle rivolte – è stata accolta nella pressoché generale indifferenza. Si sa solo che, secondo quanto riportato dalla testata online IlDolomiti, la Procura ha disposto gli accertamenti medico-legali di routine per capire ciò che è accaduto. Al di là di cosa possa emergere da tali “accertamenti” è evidente come la sua morte sia strutturale ad un’istituzione totale che – soprattutto in tempi di pandemia – fa esasperare contraddizioni e malessere di chi è detenuto e privato dei propri contatti diretti con amici e parenti. Sappiamo che Ambra veniva da una storia personale molto difficile e che nell’ultimo periodo era particolarmente provata per la sua condizione. Una cosa non difficile da immaginare e comprendere, in un luogo di sofferenza dove ogni malessere viene “risolto” con abbondanti prescrizioni di psicofarmaci, punizioni e dove nell’ultimo anno i contatti sociali erano stati annullati o limitati.

La sua carcerazione, così come la sua morte, sono la tragica dimostrazione di come il carcere sia un’istituzione riservata ai poveri, a chi non può permettersi avvocati di fiducia oppure a chi non ha una casa in cui eventualmente scontare la pena.

Secondo Ristretti orizzonti solo nel 2020 ci sono state 154 morti (mancate insufficienti cure, ecc.) nelle carceri italiane e 61 suicidi, il numero più alto dell’ultimo ventennio. Nel 2021 sono già 32 i morti e almeno 7 i suicidi.

Invitiamo tutti e tutte a partecipare al presidio che ci sarà sabato 3 aprile dalle ore 16 sotto le mura del carcere di Spini di Gardolo per rompere il silenzio e l’indifferenza intorno alla morte di Ambra. Per sapere cosa è successo, smascherare le responsabilità di chi non è intervenuto e per denunciare le condizioni di detenuti e detenute che negli ultimi anni nel carcere trentino più volte si sono suicidati mentre numerosi altri sono stati i tentativi non riusciti.

Per ricordarla e per far sentire a chi soffre dietro le sbarre che non sono soli e sole. Perché le morti in carcere non sono mai “casuali” o “naturali”.

Repressione permanente? Azione resistente! Appello alla mobilitazione il 17 Aprile 2021

Carpi 26 antifascistə che nel 2017 contestarono pacificamente un presidio di Forza Nuova sono investitə da un processo che vedrà la sentenza di primo grado il 23 Aprile, col rischio concreto di essere condannatə dal Tribunale di Modena per aver intonato canti della Resistenza in una riunione pubblica non autorizzata.

Da questa vicenda sono scaturite domande e riflessioni all’interno della rete solidale costruitasi negli anni intorno a chi quella sera si mobilitò spontaneamente per dimostrare il proprio dissenso verso la presenza sgradita ed estranea in città di un’organizzazione neofascista e razzista.

Questo processo politico si inserisce in un quadro repressivo molto più ampio volto a criminalizzare le pratiche dell’antifascismo militante e di quei movimenti che si oppongono allo stato di cose presente, a delegittimare chiunque osi mettere in discussione un sistema che produce enormi ingiustizie e disuguaglianze sociali, guerre e miseria, devastazione ambientale e migrazioni forzate, sdoganamento del fascismo e del razzismo.

Un processo politico che fa emergere tutte le contraddizioni di un’Italia repubblicana che, se da una parte ha cercato di tagliare i ponti con il suo passato fascista, dotandosi di una Costituzione che poggia le basi sugli insegnamenti di quella tragica esperienza, sugli ideali e sui valori della Resistenza e della lotta di Liberazione dal nazifascismo, dall’altra parte si ritrova ancora in corpo capisaldi e radici di quel passato, visibili e tangibili in un Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza (TULPS) e in un Codice Penale in cui permangono misure repressive ereditate rispettivamente dal regio decreto del 1931 e dal Codice Rocco di epoca fascista, nonostante le numerose modifiche apportate sia attraverso riforme parziali da parte del Parlamento sia mediante pronunce di illegittimità da parte della Corte Costituzionale.

Una piaga che puntualmente si riapre nel momento in cui ci sia da reprimere chi si mobiliti dal basso, in modo spontaneo o autorganizzato, contro ogni ingiustizia e contro ogni forma di discriminazione.

Pensiamo ai maxi processi e alle accuse di “pericolosità sociale” che investono i lavoratori e le lavoratrici in lotta contro sfruttamento, paghe da fame, turni massacranti e precarietà o le generose militanti che si oppongono a grandi opere inutili e imposte che devastano natura e territori compromettendo salute e futuro di chi li abita.

Pensiamo alle accuse di “adunata sediziosa” o “devastazione e saccheggio” che pendono come una spada di Damocle sulle teste di coloro che, dal G8 di Genova del 2001 in poi, partecipino a proteste di piazza o di coloro che non siano disposti a rimanere indifferenti di fronte a becere manifestazioni d’odio razziale e xenofobo, omofobo e sessista, spesso inscenate da gruppi o partiti dichiaratamente neofascisti con il beneplacito di Questure e Prefetture.

Con l’applicazione delle vecchie leggi fasciste ancora in vigore e dei Decreti Sicurezza di Minniti e Salvini, mai modificati nelle parti relative alla limitazione del diritto di manifestare e delle libertà sindacali, nelle ultime settimane stiamo assistendo a un’ulteriore recrudescenza della repressione, con uno stillicidio quotidiano di provvedimenti cautelari e punitivi ai danni di coloro che si oppongono a politiche sempre meno rispettose dei diritti e della dignità di noi tuttə, che ci consegnano una democrazia svuotata di contenuti e riempita di autoritarismo.

Centinaia e centinaia di processi imbastiti su giudizi politici ancora prima che penali. Centinaia e centinaia di processi politici in cui compagne e compagni sono processatə e condannatə NON per quello che abbiano eventualmente fatto ma per quello che sono (antifascistə e antirazzistə, lavoratori in lotta per rivendicare i propri diritti, militanti in prima linea contro la devastazione dell’ambiente e lo sperpero di risorse pubbliche) e per quello che rappresentano (i valori dell’antifascismo, di giustizia sociale e ambientale, libertà e uguaglianza).

Siamo dell’idea che sia oggi più che mai necessario riconquistare lo spazio pubblico, uno spazio reale, per chiedere con forza e determinazione:

  • l’assoluzione di tutte e tutti coloro sotto processo per reati d’opinione, reati politici o sociali;
  • la cancellazione degli articoli del TULPS, del Codice Penale e dei Decreti Sicurezza usati per reprimere il diritto al dissenso e le libertà sindacali, a partire dai residuati giuridici del regio decreto del 1931 e del Codice Rocco di epoca fascista;
  • la fine dell’accanimento giudiziario nei confronti di chi si batte per un mondo radicalmente diverso, più giusto, più equo, libero dallo sfruttamento e dall’oppressione.

Sulla base di queste rivendicazioni, lanciamo una prima giornata di mobilitazione con un presidio in piazza a Carpi sabato 17 Aprile.

In considerazione della fase pandemica che stiamo attraversando e delle limitazioni agli spostamenti tra Regioni e/o Comuni, proponiamo a quelle realtà territoriali impossibilitate a partecipare che vivano sulla propria pelle l’urto della repressione o che abbiano a cuore queste tematiche di mobilitarsi a loro volta nelle piazze e nelle strade delle rispettive città, ciascuna con le proprie modalità e con i propri contenuti.

Avanziamo questa proposta con la massima umiltà, assumendoci fin da ora l’impegno a fare in modo che la data del 17 Aprile diventi solo una tappa di un percorso volto alla costruzione di un ampio fronte comune di lotta contro la repressione e all’apertura di spazi di cooperazione tra le Nuove Resistenze allo stato di cose presente radicate sui territori.

Ne va della forza e incisività delle lotte sociali e della lotta contro il fascismo che, ovunque e sotto qualunque veste si presenti, è oggi come ieri il nemico.

Per info e adesionilantifascismononsiarresta@gmail.com

Assemblea #lantifascismononsiarresta

Il processo agli antifascistə di Carpi

La sera del 4 agosto 2017, a Carpi si tiene una manifestazione autorizzata di Forza Nuova davanti a una palazzina che di lì a poco avrebbe ospitato alcuni richiedenti asilo. Decine e decine di cittadinə si mobilitano spontaneamente per dimostrare il proprio dissenso nei confronti di quell’azione ritenuta intimidatoria e squadrista e verso la presenza sgradita ed estranea in città di un’organizzazione neofascista e razzista. Recatisi sul luogo del presidio, lanciano slogan e intonano canti della Resistenza fino alla partenza dei militanti di Forza Nuova, giunti da tutta la regione, scortati dalla polizia.

A distanza di 9 mesi, a ben 26 tra le decine di persone che quella sera avevano contestato i forzanovisti sono recapitati dal Tribunale di Modena decreti penali di condanna “inaudita altera parte”, ovvero condanne in assenza delle parti e senza processo, per manifestazione non autorizzata.

La scelta delle 26 persone coinvolte di opporsi ai decreti penali di condanna ha portato all’apertura di un processo che vedrà la sentenza di primo grado il 23 Aprile. Il rischio concreto è che il Tribunale confermi le condanne emesse nel 2018 tramite decreti penali in base al comma 3 dell’articolo 18 del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza (TULPS), legge emanata con regio decreto nel 1931 durante il regime fascista in un quadro di generale repressione del dissenso. Questo comma punisce chi “prenda parola” – o, secondo l’interpretazione della Procura di Modena, chi intoni canti della Resistenza – come se fosse l’organizzatore di una riunione pubblica non autorizzata.

Per maggiori informazioni sulla vicenda rimandiamo alla petizione lanciata su Change.org: http://chng.it/TrKRyFJ2Pg

Piacenza: Tutti sapevano degli abusi nella caserma degli “orrori” dei Carabinieri

Allora, io ammetto tutto. Ne ho fatte cavolate dottore, però se mi devo prendere le colpe degli altri no! Dentro la caserma tutti sapevano, non potevi non sapere perché ci si stava dalla mattina alla sera insieme. Si finiva gli arresti e si andava a mangiare insieme, quindi tutti dovevano sapere… fino al comandante“.

E’ il j’accuse nei confronti di colleghi e superiori messo a verbale da Giuseppe Montella, l’appuntato della caserma Levante di Piacenza arrestato insieme ad altri cinque carabinieri per gravi reati come traffico di droga, tortura e estorsione nell’estate del 2020.

Era l’inchiesta ‘Odysseus’ che ha portato anche al sequestro dell’intera stazione dell’Arma, mai successo prima in Italia.

Oggi è in calendario un’udienza per gli imputati che hanno scelto il rito abbreviato e Montella, ritenuto il capo del gruppo, potrebbe fare nuove dichiarazioni. Ma non è escluso che le difese aderiscano all’astensione proclamata dei penalisti e dunque la testimonianza slitterebbe.

Tutto quello che si faceva là dentro – dice Montella, in un’interrogatorio del 20 agosto 2020, pubblicato da Repubblica.it – tutti lo si sapeva. Cioè nella mia mente preferivo prendermi io le colpe per non scaricare i miei colleghi, però a questo punto penso che voi sapete tutto“. Il racconto quindi prosegue e diventa un atto d’accusa contro altri quattro carabinieri, Salvatore Cappellano, Angelo Esposito (l’unico che ha scelto il rito ordinario), Giacomo Falanga e Daniele Spagnolo e, soprattutto, contro il comandante di stazione Marco Orlando.

Tutti lo sapevano – ribadisce l’appuntato 37enne originario di Pomigliano d’Arco – nel senso che non c’è nessuno che non lo sa a partire dall’ultimo fino al comandante, dalla testa ai piedi, tutti sapevamo che ogni tanto davamo una canna… qualcosa. Sapevano che quando si facevano arresti grossi si diceva, ‘teniamo due grammi, tre grammi da dare …“.

Sulle violenze agli arrestati, Montella racconta invece di schiaffi e botte, ma respinge l’accusa di pestaggi sistematici. Ma proprio le presunte torture sono tra gli episodi più pesanti finiti a processo e sui quali difese e accusa dovranno confrontarsi non appena entrerà nel vivo la discussione. Parti civili ammesse sono l’Arma dei carabinieri, due sindacati (Silca e Nsc) e l’associazione Pdm (Partito per la tutela dei diritti dei militari), oltre ad altre nove persone, tra cui proprio alcuni pusher che hanno denunciato le violenze che accadevano all’interno della caserma.

E non è tutto finito qui, perché le accuse emerse dalle indagini della Guardia di Finanza e della Polizia Locale e finite contestate nell’ordinanza cautelare di fine giugno saranno chiarite nel processo, ma c’è ancora un fascicolo in corso di indagine da parte della Procura piacentina guidata dalla procuratrice Grazia Pradella.

Un filone significativo, che ha raccolto ulteriori denunce di vittime degli ex militari della Levante e gli accertamenti sulle eventuali omissioni dei superiori dell’epoca, su cui si stanno ancora facendo verifiche.

Intanto la storica caserma di via Cacciadilupo, dopo il dissequestro, è stata riaperta e regolarmente funzionante da metà novembre, con altri carabinieri. E proprio ieri è stato eseguito il primo arresto per droga da quando il nuovo gruppo di militari si è insediato negli uffici. A finire in manette, un giovane piacentino trovato con mezzo kg di marijuana e pochi grammi di cocaina. La normalità, dopo la tempesta estiva, passa anche per questo.