Soccorso Rosso Proletario

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Aggressione armata alla Fedex- Zampieri di Tavazzano (Lodi): un lavoratore è in fin di vita mentre la polizia sta a guardare. Massima solidarietà da SRP ai lavoratori aggrediti

Questa notte alla Zampieri di Tavazzano il presidio dei lavoratori Fedex di Piacenza è stato aggredito a colpi di bastoni. frammenti di bancali, sassi e bottiglie da una cinquantina di bodyguard assoldati dai padroni.
La squadraccia guidata dai capiclan di Zampieri, mimentizzatasi tra i lavoratori e col sostegno di qualche crumiro ha attaccato il presidio, composto da circa 40 lavoratori del SI Cobas a mani nude, e per circa 10 minuti è stato lasciato agire indisturbato dalla polizia che era a pochi passi e non ha mosso un dito.
Il risultato è un lavoratore di Piacenza con la testa fracassata, e attualmente ricoverato in fin di vita!!!
E’ oramai evidente la reale identità di Zampieri: un’organizzazione mafiosa che agisce col sostegno di Fedex e col beneplacito delle forze dell’ordine.
Come accaduto due settimane fa a San Giuliano Milanese, questi criminali hanno teso un agguato in maniera infame e vigliacca, approfittando della presenza meno numerosa del presidio rispetto ad altre sere a causa dell’impegno dei lavoratori su altri fronti di lotta.
La lotta eroica dei lavoratori di Piacenza, oltre ad imprimere pesanti perdite economiche al colosso americano e ai suoi scagnozzi di Zampieri, sta contribuendo a svelare una volta per tutte la reale identità di Fedex: un’associazione a delinquere che si serve della criminalità organizzata per reprimere col sangue le proteste dei lavoratori.
Lo abbiamo promesso tre mesi fa e stiamo mantenendo l’impegno: Fedex e Zampieri non avranno tregua finchè non sarà restituito il posto di lavoro ai facchini di Piacenza!
Le loro aggressioni non fanno altro che rafforzare la lotta dei lavoratori e indebolire e screditare il fronte padronale!
Continueremo a rispondere colpo su colpo alla loro violenza con la forza organizzata dei lavoratori di tutta la filiera e dell’intero settore della logistica.
Denunceremo in tutte le sedi che i complici del tentato omicidio di stasera sono il governo Draghi, il ministro Giorgetti e le forze di polizia che attaccano gli scioperi e assistono inermi alle aggressioni di bande armate contro i lavoratori!
Per questo il 18 giugno invitiamo tutti i lavoratori ad aderire allo sciopero nazionale del Trasporto merci e Logistica, e invitiamo tutti i proletari, i solidali e i movimenti che intendono opporsi alla brutalità di padroni e mazzieri a manifestare sabato 19 giugno a Roma.
Il SI Cobas si stringe al fianco del lavoratore colpito, augurandosi che tutto vada per il meglio, e chiama tutti i propri aderenti alla mobilitazione per far si che questa infame aggressione non resti impunita.
Qui il video integrale dell’aggressione

verso il 19 giugno Turchia – libertà per Ismail Yilmaz e tutti i prigionieri politici in gravi condizioni mediche

Freedom for Ismail Yilmaz and all prisoners with medical conditions!

Turkey has become an open prison as such no difference between prisons and outside. Another case has been added to prisoners with health conditions. Recently, the AKP-MHP alliance passed an amnesty in which nearly 100 thousand murderers and mafia members were released from prison. However, they played the 3 monkeys when the public call was made to release prisoners with health conditions. And the history of fascism has been repeated once again. No opposition prisoners who were on the verge of death released. When it comes to revolutionary prisoners, fascism is quick to step in.

Ismail Yilmaz Shall not be left for dead!

66-year-old male prisoner Ismail Yilmaz, currently in Kandira F-type prison is wanted to be left for dead by fascism. He has been in prison for 16 years now. Enemy law is applied against Yilmaz, who is punished with aggravated life sentence because of his political thoughts.

Ismail Yilmaz suffered a cerebral haemorrhage on 28th of April and was taken to hospital and was operated on the next day fitted with a drainage tube on his head. Ismail has the following, mostly chronic, medical conditions; heart condition, prostate, hypertension, visual impairment and numbing on his right arm.

İsmail Yılmaz was taken out of the hospital before his treatment was completed despite the severe surgery he had undergone and was taken back to prison. Keeping İsmail Yılmaz in prison, who is unable to take care of himself and cannot meet his needs, is against international human rights conventions and is torture.

According to the report from the ministry of justice, 2300 prisoners have lost their lives in the last 13 years. As of now 620 prisoners with health conditions 200 of them with serious medical conditions. During the pandemic, the number of sick prisoners has increased, and the life threats of many prisoners will increase unless precautions are taken.

Prisoners with medical conditions shall be released!

Between the dates 21st May and 1st of June, two revolutionary prisoners with serious medical conditions have lost their lives. Sabri Kaya who was in Osmaniye T-type prison for 10 years and Vefa Kartal who was in Edirne F-type prison for the last 26 years, both with serious health condition we refused to be released, despite countless number of applications,  with the excuse “state is doing what is required”. Sabri Kaya died in intensive care on 21st May and Vefa Kartal died in prison on 1st of June.

As Confederation of Workers from Turkey in Europe; In order not to receive news of new deaths from the prisons, we demand that all the prisoners, especially the sick prisoner İsmail Yılmaz, be released urgently in order to receive the necessary treatment. Also, we call on international social opposition and all democratic forces to be sensitive to the issue and to voice this demand!

Freedom for Ismail Yilmaz and all prisoners with health conditions!

Freedom for All Political Prisoners!

A 20 anni dal G8 Luca torna in carcere

Luca Finotti è stato portato nuovamente in carcere per finire di scontare la sua condanna.

Manca poco più di un mese al ventennale delle tragiche giornate del luglio 2001 e una pessima notizia arriva a riportarci mani e piedi a quella vicenda che sembra non voler finire mai.

In un post di ieri 8 giugno Supporto Legale che in tutti questi anni ha continuato a tenere viva la solidarietà e la vicinanza nei confronti di coloro che hanno visto le proprie vite travolte dalla repressione legata ai fatti di piazza del G8 annuncia che Luca Finotti, uno dei condannati in via definitiva al processo contro i manifestanti, è tornato in carcere.

Queste le parole con cui si annuncia il ritorno in carcere a Cremona di Luca:

Da ormai due settimane a Luca è stato revocato il permesso per stare in comunità. Di conseguenza è rientrato in carcere per terminare di scontare la pena relativa ai fatti del G8 di Genova. A lui va tutta la nostra solidarietà. Tieni duro, presto sarai libero! (…)

Per contattarlo direttamente scrivete a: “Luca Finotti – Casa circondariale di Cremona – Via Palosca, 2, 26100 Cremona CR

Luca aveva scritto un bellissimo racconto della sua vicenda per Zapruder di cui riprendiamo un piccolissimo stralcio:

“Quei tre giorni me li ricordo tutti, per filo e per segno, sono stati raccontati in tutte le salse, nei documentari, nei libri, nelle aule di tribunale e sinceramente, come testimone, non credo di poter aggiungere qualcosa che non sia già stato detto, già visto e rivisto; più interessante può essere sapere cosa è successo dopo e il mio dopo inizia nel febbraio 2002, un venerdì, quando un amico mi chiama la mattina presto e chiede di incontrarmi per discutere a quattrocchi di una questione urgente. Mi vesto ed esco pensando a cosa possa essere successo, arrivato alla fermata del bus sulla locandina del giornale cittadino fuori l’edicola adiacente leggo: «Un pavese in piazza Alimonda». Dalle pagine del giornale non esce nessun nome ma solo il più stretto riserbo degli uffici della Questura, salgo sul bus e incontro l’amico che mi chiede che intenzioni ho trovandomi totalmente impreparato, non so cosa rispondergli, prendo tempo e comincio a guardarmi le spalle quando sono in giro”.

L’ultima volta che si era parlato delle condanne inflitte ai manifestanti che sfidarono gli otto potenti a Genova era stato per la vicenda di Vincenzo Vecchi, arrestato in Francia con un’operazione poliziesca congiunta in grande stile l’8 agosto 2019 sulla cui testa pendeva un mandato di cattura europeo (utilizzato anche per i manifestanti greci indagati per i fatto del Primo Maggio NoExpo 2015 a Milano) successivamente annullato e sulla cui posizione si esprimerà la Corte di Giustizia europea visto che l’Italia continua a pretendere la sua estradizione.

Luca era invece stato arrestato in Svizzera nell’ottobre 2017 e si trovava in comunità dal settembre 2019 come racconta il suo avvocato Laura Tartarini, figura storica della difesa degli imputati per i fatti di strada di quei giorni. I motivi della revoca del permesso di scontare la condanna in comunità sono tuttora piuttosto vaghi e nebulosi.Manifesto affisso a Milano in occasione delle sentenze sui fatti del G8 nel 2012

Ogni volta che si parla dei fatti del G8 va ricordata la sostanziale disparità di trattamento tra i manifestanti e i responsabili delle Forze dell’Ordine.

I primi, nel luglio 2012 (con successive riformulazioni che però non hanno cambiato la sostanza della sentenza) sono stati condannati a pene durissime per il famigerato reato di devastazione e saccheggio che prevede pene tra gli 8 e i 15 anni di carcere. Tra loro Marina Cugnaschi, Vincenzo Vecchi, Francesco Puglisi, Alberto Funaro e appunto Luca Finotti a pene tra i 10 e i 14 anni di reclusione che hanno aperto a tutti, in periodi diversi, le porte del carcere.

I secondi, nonostante le gravissime responsabilità dimostrate in sede giudiziaria per la mattanza della scuola Diaz e per le torture della Caserma di Bolzaneto a pene ridotte che hanno garantito una sostanziale impunità generalizzata.

Il che fa dire, come recitava una celebre scritta su un muro: “Vale più una vetrina rotta che una vita spezzata”.

da MilanoInMovimento

Chiudere i CPR – manifestazione a Torino e intervista all’avv. Gianluca Vitale

l CPR di Torino è illegale, va chiuso”. A dirlo sono alcuni legali torinese che venerdì 4 giugno si sono radunati in Piazza Castello, davanti alla Prefettura. La manifestazione è nata a pochi giorni dalla morte di Moussa Balde, 23enne della Guinea, che si è tolto la vita all’interno della struttura di corso Brunelleschi a Torino.

Alla manifestazione hanno partecipato alcune centinaia di persone, tra queste anche diversi politici torinesi dell’area di centrosinistra. “Siamo qua perché il mondo del Diritto ha deciso di dire basta a questo vero e proprio lager”, spiega Gianluca Vitale, avvocato del Legal Team.

“Il CPR è centro di detenzione dove ci sono gabbie per animali. Un luogo dove è morto Moussa e altri migranti. Non vengono rispettato i diritti fondamentali delle persone, non sono rispettati i diritti procedurali di queste persone. Chiediamo con forza di chiudere questo centro”, ha concluso l’avvocato.

verso il 19 giugno – Parigi. No all’estradizione, solidarietà con gli esuli politici italiani  

 

6 Giugno 2021

Quarant’anni fa, la Francia ha accolto militanti italiani in esilio sfuggiti ad un apparato giudiziario d’eccezione. Durante tutti questi anni, salvo rare eccezioni, la protezione dello Stato francese è stata riconosciuta dai governi che si sono succeduti, creando così per tutti questi esuli una situazione di asilo de facto.


Nonostante quello che alcuni pretendono di credere, il tempo non si è fermato e tutte queste persone sono inevitabilmente cambiate. Questi esuli hanno da tempo ricostruito le loro vite e, nonostante la precarietà delle loro situazioni di esilio, si sono integrati sia personalmente che professionalmente nel paese ospitante.

Il loro insediamento in Francia è stato riconosciuto con il rilascio di permessi di soggiorno. Alcuni di loro si sono sposati e molti di loro hanno figli francesi. Oggi, alcuni hanno anche dei nipoti.

Non possiamo accettare che un tale accanimento politico-giudiziario continui quarant’anni dopo i fatti avvenuti nel secolo scorso in un contesto storico e politico senza precedenti.

Invece di dare la caccia a vecchi militanti in esilio, che sono anche nostri amici e vicini, gli Stati che si dichiarano “legali” e “democratici” dovrebbero guardare se stessi e fermare questa caccia all’esule senza fine ed ingiustificabile in termini di princìpi del diritto.

Per manifestare la nostra solidarietà, la Campagne Non à la extradition des exilé·e·s italien·ne·s organizza e invita a partecipare ad un incontro politico-festivo domenica 6 giugno dalle 15:00 alle 20:00 nel 20° arrondissement di Parigi. Qui l’evento Fb: https://www.facebook.com/events/972081033595523.

Programma di interventi, letture e canzoni:

– 15:00: Musica popolare con I Carbonari

– 15.30: Presentazione dei comitati di sostegno agli esuli politici italiani

– 16:00: Canti di “Si bémol et 14 demis”, “Barbues Mignonnes” e il coro del 20ème

– 16:15: interventi con contestualizzazione storica di Ludivine Bantigny e Patrick Braouezec per il legame con la lotta del 2008, il contesto giuridico di Michel Tubiana, l’intervento di un rappresentante eletto del 20ème

– 17:30: ripresa dei canti

– 17:45: interventi dei firmatari dell’appello su Le Monde e testimonianze teatrali

– a partire dalle 18:15: musica con Tonino Cavallo & Cosimo Lisi, tarantella e danza popolare

verso il 19 giugno – libertà per i prigionieri politici palestinesi – giù le mani dalle organizzazioni solidali

Samidoun: Non saremo messi a tacere dal fatto che Israele ci chiama « terroristi »

In risposta alla designazione di Samidoun come “organizzazione terroristica” da parte del ministro della Difesa israeliano e criminale di guerra Benny Gantz, il Palestinian Prisoner Solidarity Network Samidoun afferma che continueremo a organizzarci e a mobilitarci a livello internazionale per difendere i diritti e la liberazione dei Palestinesi. È l’ultima espressione di una campagna diffamatoria volta a mettere a tacere il sostegno internazionale al popolo palestinese e in particolare ai 5.000 palestinesi imprigionati/e dall’occupazione israeliana. Questo rappresenta un attacco al movimento dei prigionieri e delle prigioniere palestinesi, nonché al diritto di organizzarsi dei e delle palestinesi in esilio e alla diaspora. Affermiamo che non saremo messi a tacere o scoraggiati dalle campagne diffamatorie di Israele.

Le accuse israeliane sono totalmente false e bugiarde, a cominciare dall’indicazione di una data errata per la fondazione di Samidoun (stiamo infatti festeggiando il nostro decimo anniversario quest’anno, nel 2021, come si può facilmente apprendere dal nostro sito). Lo scrittore palestinese Khaled Barakat ha espresso il suo sostegno al lavoro di Samidoun in più occasioni e siamo orgogliosi di condividere i suoi scritti e pensieri. Tuttavia, qui entra in gioco il totale disprezzo di Israele per i fatti: Khaled Barakat non è, e non è mai stato, un leader o un “coordinatore capo” di Samidoun.

Siamo un’organizzazione di base, senza personale retribuito a tempo pieno, che non raccoglie fondi per nessuna organizzazione se non per supportare le nostre campagne di sensibilizzazione. Abbiamo delle sezioni negli Stati Uniti, in Canada, in Germania, nei Paesi Bassi, in Spagna, in Svezia, in Brasile, in Grecia e in Palestina occupata, e una rete di organizzazioni membri tra cui il Collectif Palestine Vaincra in Francia. Questo è un palese tentativo di perturbare e minare questa crescente mobilitazione di sostegno alla Palestina in tutto il mondo.

Conduciamo il nostro lavoro apertamente, visibilmente e pubblicamente, come mostrato sul nostro sito web, samidoun.net, e siamo orgogliosi di chiedere il rilascio di prigionieri politici palestinesi come Ahmad Sa’adat, Khalida Jarrar e migliaia di palestinesi di orizzonti politici differenti. L’intera campagna israeliana si basa su un totale disprezzo per i fatti e la realtà.

In effetti, la maggior parte dei punti elencati sembra provenire direttamente dall’organizzazione di propaganda di destra NGO Monitor, che mira a proteggere Israele dalla responsabilità internazionale per crimini di guerra denigrando i difensori dei diritti umani in Palestina e in tutto il mondo. Le “affermazioni infondate e le inesattezze fattuali” di NGO Monitor sono una caratteristica di lunga data della loro difesa dell’apartheid israeliano, delle esecuzioni extragiudiziali, della confisca della terra, della detenzione arbitraria, dell’occupazione militare, dell’embargo e del colonialismo.

Samidoun è un’organizzazione internazionale, araba e palestinese indipendente che si mobilita per il rilascio dei quasi 5.000 prigionieri e prigioniere politici/politiche palestinesi nelle carceri israeliane. Sosteniamo il boicottaggio di Israele e difendiamo il diritto dei palestinesi a resistere all’occupazione, all’apartheid e all’oppressione, così come il diritto di tutti i profughi palestinesi di tornare alle loro case e sulla loro terra. Difendiamo una Palestina libera dal mare al Giordano!

È per questo e solo per queste ragioni che il ministero della Difesa israeliano, che perpetra quotidianamente crimini di guerra e crimini contro l’umanità, contro il popolo palestinese sotto occupazione, sta attaccando l’opera di Samidoun. Questo è l’ennesimo tentativo di usare la repressione e le minacce contro il popolo palestinese e i suoi alleati internazionali come attività di campagna per il partito di Benny Gantz alle elezioni israeliane. È anche un tentativo di distrarre dal grave problema che devono affrontare centinaia di funzionari sionisti – incluso lo stesso Gantz – che temono i prossimi passi nelle indagini della Corte Penale Internazionale (CPI) dopo il suo ultimo annuncio del 5 febbraio 2021 affermando che ha l’autorità per indagare sui crimini di guerra nei territori palestinesi occupati.

Inoltre, non sorprende che questo annuncio pubblico giunga pochi giorni dopo che 300 organizzazioni internazionali hanno aderito a una campagna collettiva per liberare gli studenti palestinesi incarcerati.

In realtà, questo non dovrebbe essere visto come un attacco solo a Samidoun: al contrario, fa parte di una serie di campagne diffamatorie dirette contro i difensori dei diritti umani palestinesi e coloro che difendono i diritti dei palestinesi nel mondo – i prigionieri e le prigioniere palestinesi e lo stesso popolo palestinese. La stessa designazione è stata imposta a numerose organizzazioni internazionali impegnate nella difesa pubblica dei diritti e delle libertà dei palestinesi. Questo attacco è un tentativo di isolare i prigionieri e le prigioniere palestinesi, non solo dietro le sbarre, ma anche dalla loro base di sostegno e solidarietà internazionale. È anche un tentativo di mettere a tacere il sostegno alla legittima resistenza del popolo palestinese, prendendo di mira chi si oppone alle guerre imperialiste, al processo di Oslo e alla colonizzazione della Palestina.

Siamo tra i tanti attivisti e organizzazioni che sono stati attaccati da Israele – molti dei quali hanno pagato un prezzo molto più alto, compresi palestinesi, arabi e internazionalisti che sono stati imprigionati, torturati e assassinati da Israele. L’obiettivo è sempre lo stesso: un tentativo di minare il crescente sostegno internazionale al popolo palestinese e alla sua giusta causa.

Quasi tutte le organizzazioni, i movimenti e persino i/le singoli/e militanti che difendono la libertà palestinese sono presi/e di mira dall’occupazione israeliana e dai suoi principali criminali di guerra attraverso molestie, minacce e tentativi di mobilitare il potere statale per far sparire un movimento anticoloniale e antirazzista a favore della giustizia e la liberazione. Siamo orgogliosi di essere al fianco di tutti coloro che affrontano tali campagne diffamatorie e attacchi repressivi, intensificando il nostro lavoro e unendoci per affrontare l’apartheid, l’occupazione, i crimini di guerra e la colonizzazione israeliana, e organizzandoci per la liberazione della Palestina.