Milano: insulti razzisti e percosse da parte delle Forze dell’Ordine in assetto antisommossa su una quindicina di giovani che facevano colazione fuori dal McDonald’s. Ferita una ragazza

da MilanoInMovimento

Razzismo e abuso in divisa in Darsena

Nella mattinata di ieri, intorno alle 6, una quindicina di giovani che facevano colazione ai tavolini esterni del McDonald’s hanno subito un blitz da parte delle Forze dell’Ordine in tenuta antisommossa che si è concluso con un arresto e una denuncia per resistenza a pubblico ufficiale e 12 sanzionamenti per violazione delle misure anti-Covid. Una prima pattuglia si sarebbe fermata sulla strada per placare degli schiamazzi, per la precisione il rumore contestato era il campanello di un monopattino elettrico. Ma trovatasi di fronte ad un gruppo di giovani, per la maggioranza non bianchi e non inclini a prostrarsi di fronte all’autorità in divisa, sono stati chiamati i rinforzi.

L’evidenza dell’accanimento si evince dalla sproporzione di forze schierate. 7 pattuglie e 2 blindati della celere, che hanno prontamente caricato il gruppo che consumava la colazione seduto sui tavolini del Mc. A seguito del pestaggio indiscriminato, una ragazza di circa 18 anni ha avuto bisogno di soccorso medico a causa delle manganellate sulla testa, ma gli agenti si sono rifiutati di chiamare l’ambulanza e hanno negato di averla colpita.

Durante l’identificazione si sono susseguiti numerosi insulti razzisti come “Annientate questo negro” e “Torna al tuo paese”, peraltro rivolto verso giovani con la cittadinanza italiana. Dopo aver rubato il cellulare a un ragazzo che registrava le irregolarità in corso le pattuglie si sono dileguate, senza dare alcuna motivazione circa l’arresto di un ragazzo. Solo quando il gruppo ha protestato bloccando la partenza della volante il cellulare è stato restituito. Le poche notizie pubblicate sui media parlano di una rissa e del lancio di bottiglie. Come al solito gli abusi polizieschi vengono coperti e giustificati nella cronaca come reazioni necessarie. Le bottiglie impugnate da due ragazzi rappresentavano il tentativo di difendersi da uomini che li inseguivano con caschi, scudi e manganelli e che stava picchiando senza ragione una decina di giovani al grido di insulti razzisti. Alle vittime di questo abuso in divisa e della repressione che ne segue va tutta la nostra solidarietà.

Curioso che questo episodio non sia stato cavalcato dalle destre, sempre pronte ad acclamare nuove strette securitarie. Probabilmente perché in questo momento la tolleranza verso la movida rappresenta la possibilità per i bottegai del centro di fatturare, ragione per cui fino ad ora è stato permesso di far festa nelle piazze, in particolare alle Colonne di San Lorenzo, nonostante la difficoltà di gestione della folla. Il disordine delle serate milanesi ha evidentemente turbato l’umore dei tutori della legge, che frustrati, hanno visto nella mattinata di ieri un’occasione di rivalsa. Va anche evidenziato che i recenti interventi di polizia non stanno brillando per lungimiranza. Il colpo di pistola sparato lo scorso mese da un carabiniere contro un cane che ha lievemente ferito una passante è indicativo del livello di inadeguatezza. L’urgenza di contenere una situazione sociale potenzialmente esplosiva dovuto alla crisi pandemica ha messo nelle strade nuovi giovani agenti, esaltati da una fase politica securitaria e xenofoba, come sempre a pagarne il prezzo sono le categorie più discriminate.

Il racconto dettagliato su Instagram

Pestaggi e torture nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, misure cautelari per 52 agenti. “Domate il bestiame”, “Li abbattiamo come vitelli”, queste alcune frasi estratte dalle chat degli agenti

Dai messaggi compiaciuti per come avevano “ristabilito l’ordine” a quelli di paura, quando avevano saputo che gli inquirenti avevano acquisito le immagini della videosorveglianza e che, da quei video, sarebbero arrivati a loro. E che non l’avrebbero passata liscia. Tutto ricostruito nelle indagini che hanno portato oggi all’esecuzione di 52 misure cautelari nei confronti di poliziotti e impiegati del Dipartimento dell’amministrazione Penitenziaria della Campania, firmate dal gip di Santa Maria Capua Vetere dopo la richiesta della Procura locale.

Il gip che ha firmato le misure, parlando di raid pianificati e studiati, non usa mezzi termini: “una orribile mattanza”. Le accuse sono gravi: torture pluriaggravate ai danni di numerosi detenuti, maltrattamenti pluriaggravati, lesioni personali pluriaggravate, falso in atto pubblico aggravato, calunnia, favoreggiamento personale, frode processuale e depistaggio.

Le punizioni dopo la rivolta in carcere
La vicenda è collegata alla rivolta che scoppiò nel carcere di Santa Maria Capua Vetere nell’aprile 2020, quando circa 150 detenuti “presero possesso” di sei sezioni della struttura e costrinsero ad allontanarsi gli agenti, inscenando una protesta dopo aver saputo di un contagio Covid dietro le sbarre. Secondo l’ipotesi della Procura dopo quella rivolta, che rientrò con la promessa che venissero effettuati i test, ci furono perquisizioni punitive e ritorsioni. A denunciarlo, pochi giorni dopo, furono i garanti dei detenuti campani.

Precedentemente, nello stesso carcere, c’era stata un’altra protesta. Il 9 marzo un gruppo di 160 detenuti del reparto Tevere si era rifiutato di rientrare in cella dopo l’ora del passaggio, protestando per l’interruzione dei colloqui imposta per le norme anti Covid, ma in quella circostanza non ci furono incidenti, danni o episodi di violenza.

Detenuti picchiati, costretti a strisciare e lasciati senza cure
Dopo la seconda protesta, nella giornata del 6 aprile, ci fu una perquisizione straordinaria nei confronti di quasi tutti i ristretti del reparto Nilo, quello dove c’era stata la protesta. Ma, ricostruiscono i magistrati, il vero intento degli agenti non era di cercare armi: si trattava di violente rappresaglie, a cui avevano partecipato 283 unità, sia interne all’organico del carcere sia provenienti dal Gruppo di Supporto agli Interventi. Erano state perquisite 292 persone.

I video della videosorveglianza, sottolinea in un comunicato il procuratore di Santa Maria Capua Vetere, Maria Antonietta Troncone, dimostrano “l’arbitrarietà delle perquisizioni, disposte oralmente”, e fanno emergere “il reale scopo dimostrativo, preventivo e satisfattivo, finalizzato a recuperare il controllo del carcere e appagare presunte aspettative del personale della Polizia Penitenziaria, essendosi conseguentemente utilizzato un atto di perquisizione”.

Le immagini, prosegue il procuratore, “rendevano una realtà caratterizzata dalla consumazione massificata di condotte violente, degradanti e inumane, contrarie alla dignità ed al pudore delle persone recluse”. Dopo la denuncia dei garanti c’era stata una visita ispettiva del Magistrato di Sorveglianza, durante la quale diversi detenuti avevano riferito delle violenze.

Era emerso che alcuni ristretti erano stati lasciati senza biancheria e che non erano stati visitati nonostante avessero contusioni ed ecchimosi evidenti, e gli fosse impedito qualsiasi contatto telefonico coi familiari. Da qui, la decisione di acquisire i nastri della videosorveglianza, con delega ai carabinieri della Compagnia di Santa Maria Capua Vetere.

I video dell’orrore nel carcere di Santa Maria Capua Vetere
Dai video acquisiti, scrive il Procuratore, “era possibile accertare, in modo inconfutabile, la dinamica violenta, degradante e inumana che aveva caratterizzato l’azione del personale impiegato nelle attività, persone difficilmente riconoscibili perché munite di DPI ed anche, quanto a numerosissimi agenti, di caschi antisommossa, unitamente a manganelli in dotazione, illegalmente portati con sé, ed anche di un bastone”.

I detenuti del reparto Nilo, ricostruiscono i magistrati, erano stati costretti a camminare attraverso un “corridoio umano” formato dai poliziotti e percossi al passaggio con “un numero impressionante di calci, pugni, schiaffi alla nuca e violenti colpi di manganello, che le vittime non riuscivano in alcun modo ad evitare”.

Altri video, che inquadrano le sale della socialità, mostrano detenuti costretti a stare in ginocchio per lungo tempo e picchiati anche quando, ormai esanimi, crollavano a terra. Uno di loro viene ripreso mentre cerca di riparare la testa dai colpi e un agente lo colpisce col manganello sulle nocche delle dita.

Gli inquirenti hanno ritenuto la gravità indiziaria per il delitto di concorso in tortura nei confronti di 41 detenuti, di maltrattamento aggravato verso 26 detenuti e di lesioni personali volontarie nei confronti di 130 detenuti.

Il gip: “Nel carcere una orribile mattanza”
Il Procuratore ricorda poi le parole del gip, che nell’emettere i provvedimenti aveva parlato di “uno dei più drammatici episodi di violenza di massa perpetrato ai danni dei detenuti in uno dei più importanti istituti penitenziari della Campania”, “un vero e proprio uso diffuso della violenza, intesa da molti ufficiali ed agenti della Penitenziaria come l’unico espediente efficace per ottenere la completa obbedienza dei detenuti” e “una orribile mattanza”.

Le chat tra gli agenti da “Li abbattiamo come vitelli” a “Finisce come la cella zero”
Altri elementi sono emersi dall’analisi delle chat intercorse tra gli agenti della Penitenziaria, i loro dirigenti e altre persone dopo il sequestro dei telefoni cellulari. Il tenore dei messaggi cambia sensibilmente da prima delle perquisizioni, quindi nelle fasi preparative, a quando si diffonde la notizia dell’acquisizione dei video.

“Allora domani chiave e piccone in mano”, “li abbattiamo come vitelli”, “non sempre il mefisto serve ai banditi per fortuna”, “spero che pigliano tante di quelle mazzate che domani li devo trovare tutti malati”, “si deve chiudere il reparto Nilo per sempre, il tempo delle buone azioni è finito”, scrivono prima delle perquisizioni.

Subito dopo gli eventi, altri messaggi che li commentano: “Il sistema Poggioreale”, “quattro ore di inferno per loro”, “qualche ammaccato tra i detenuti… cose normali”; “Abbiamo ristabilito un po’ l’ordine”, “ho visto cose che in sei anni non immaginavo nemmeno”, “c’è stato un carcerato che ha dato addosso a un collega e lo hanno portato giù alle celle e come di rito ha avuto pure la parte sua”, “Dalle 16 alle 18 abbiamo fatto tabula rasa” e “Oggi si sono divertiti al Nilo”.

Dopo l’acquisizione dei video, invece, il tenore cambia. C’è la paura di venire identificati, di pagare le conseguenze. Quindi i messaggi sono del tutto diversi: “Temo che da domani sarà una carneficina”, “Ci andranno pesante”, “mò succede il terremoto”, “pagheremo tutti, 300 agenti e una decina di funzionari”, “decapiteranno mezza regione”, “è stata gestita male e sta finendo peggio” e “finirà come la cella zero”.

I detenuti picchiati accusati di resistenza e lesioni
Nei giorni successivi, già a partire dal 7 aprile 2020, agenti e ufficiali della Penitenziaria avevano inoltrato una informativa di reato nei confronti di 14 detenuti, accusandoli di resistenza e di lesioni. Per la Procura si trattava di accuse false: in realtà quelle ferite “non erano sicuramente state procurate dai detenuti ma risultavano conseguenza delle violenze consumate dagli stessi agenti, mediante pugni, schiaffi, calci e ginocchiate ai danni dei reclusi”.

Inoltre, sempre per coprire le violenze, gli agenti e diversi ufficiali sono accusati di avere prodotto delle false fotografie, scattate ad armi e oggetti atti a offendere sequestrati in altre circostanze, spacciandole per materiale trovato durante e subito dopo la protesta. Tra questi, gli scatti che ritraevano dei pentolini sui fornelli, che nei racconti sarebbero diventati quelli utilizzati per riscaldare olio e acqua da gettare sui poliziotti.

Detenuti picchiati a Santa Maria Capua Vetere, 52 misure cautelari
Delle 52 misure cautelari eseguite oggi, 28 giugno, 8 sono con custodia in carcere, nei riguardi di un ispettore coordinatore del reparto Nilo e di 7 tra assistenti e agenti della Penitenziaria, tutti in servizio nel carcere sammaritano.

Disposti i domiciliari per 18 persone: per il comandante del Nucleo Operativo Traduzioni e Piantonamenti del carcere di Secondigliano /comandante del Gruppo di Supporto agli interventi, del comandante dirigente della Penitenziaria di Santa Maria Capua Vetere, della commissaria capo responsabile del reparto Nilo dello stesso carcere, di un sostituto commissario, di 3 ispettori coordinatori Sorveglianza Generale e di 11 tra assistenti e agenti della Penitenziaria, sempre in servizio a Santa Maria Capua Vetere.

Tre misure di obbligo di dimora sono state notificate a 3 ispettori della Penitenziaria, tutti in servizio a Santa Maria Capua Vetere. Infine, sono state disposte 23 misure cautelari interdittive della sospensione dall’esercizio del pubblico ufficio, per un periodo tra i 5 e i 9 mesi, nei confronti della comandante del Nucleo Investigativo Centrale della polizia Penitenziaria, Nucleo Regionale Napoli, del Provveditore Regionale per la Campania, Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, e per 21 tra assistenti e agenti della Penitenziaria, questi ultimi quasi tutti in servizio nel carcere di Santa Maria Capua Vetere.

Qui le testimonianze dei pestaggi raccolti da il Dubbio

Svuotare le carceri a tutela della salute dei detenuti. Chiacchiere e niente fatti dalla ministra Cartabia. E intanto nel carcere di Taranto, il più sovraffollato, aumentano ancora i contagiati da Covid 19.

In tre giorni i casi positivi tra i detenuti sono passati da 40 a 46. Uno è in ospedale

Tentò di uccidere la ex a Ginosa si suicida nel carcere di Taranto

Taranto – Aumentano ancora i contagiati nel carcere di Taranto, dove in tre giorni i casi positivi tra i detenuti sono passati da 40 a 46, uno dei quali ricoverato in ospedale.

E’ quanto emerge dal report nazionale del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, aggiornato al 24 giugno.

Rivolta del Sant’Anna e morti archiviate «le indagini si possono riaprire»

Cercare nuovi elementi per riaprire le indagini: è l’obiettivo che si è dato il comitato “Verità e Giustizia” per le morti durante la rivolta al Sant’Anna. Davanti al carcere modenese, ieri mattina, circa quindici persone hanno contestano l’archiviazione disposta dal giudice per le udienze preliminari Andrea Salvatore Romito.

«S’è deciso di insabbiare la più grande strage a Modena dal dopoguerra a oggi – esordisce Alice Miglioli a nome del comitato – Inoltre, le due opposizioni all’archiviazione dell’associazione Antigone (l’autrice dei report sulle carceri) e dal Garante nazionale dei detenuti non sono state prese in considerazione. Non sappiamo cosa sia successo, ma crediamo ci siano tanti “buchi” nella vicenda».

Il comitato ha redatto un dossier a partire dalla rivolta dell’8 marzo 2020 e il testo sarà presentato in varie città. Oggi alle 15 una delegazione andrà, ad esempio, al campo No Tav di Acquaviva (Trento); mercoledì, alle 18.30, lo Spazio Nuovo ospiterà “8 marzo 2020: Modena è diversa”. Tra gli avvocati ospiti ci saranno Mario Marcuz (difensore dei firmatari degli esposti di Ascoli) e Luca Sebastiani (difensore dei familiari dell’8 marzo), Mariachiara Gentile e Filomena Chiarelli di Antigone. Sono attese testimonianze anche del Gruppo Carcere e Città. «Non staremo in casa a piangere in un angolo – ribatte Miglioli – ma cercheremo nuovi dati e testimonianze nella tutela di tutti i testimoni: le indagini si possono riaprire».

E mentre Giovanni Iozzoli accusa («In tribunale si liquida spesso la verità»), Miglioli invita a riflettere sulle origini delle otto vittime archiviate: Slim Agrebi, Ali Bakili, Hafedh Chouchane, Erial Ahmadi, Ben Mesmia Lofti, Ghazi Hadidi, Abdellah Rouan e Artur Iuzu. «L’unica persona inserita in una rete sociale era Sasà Piscitelli – evidenzia Miglioli – e il suo fascicolo resta aperto».

Accanto a “Verità e Giustizia” si sono schierati anche i Si Cobas («Il nostro interesse sull’eccidio è immutato», avverte il coordinatore provinciale Enrico Semprini) e il gruppo di Castelfranco, Idee in Movimento, rappresentato da Paolo Malvone: «Non ci fermeremo davanti all’archiviazione e in Consiglio portiamo un ordine del giorno sulle carceri». «Occorre lottare per avere la verità – è l’appello di Sara De Nunzio – e un modello di giustizia non repressiva». —

G.F.

Inizia il 30 giugno il processo di primo grado contro i detenuti accusati per la rivolta a Rebibbia del marzo 2020

Il 17 giugno un giudice di Modena ha deciso di archiviare il fascicolo delle indagini aperte sui responsabili della strage avvenuta durante la rivolta dell’8 marzo 2020: 9 i morti tra i detenuti rinchiusi in quel carcere. 14 in totale in Italia.
Lo Stato non processa chi gli è fedele.
Nel frattempo, tanti i processi iniziati contro i detenuti ritenuti responsabili dei seri danneggiamenti all’interno delle galere. Per questi processi nessuna richiesta di archiviazione è stata mai avanzata dalle procure.

Come dimenticare quel marzo 2020? Quel costante susseguirsi di notizie di contagi, ammalati e morti da Covid. Chi è detenuto/a, conosceva bene le gravi mancanze già esistenti del sistema sanitario penitenziario e sapeva che nessun governante avrebbe mosso un dito per mettere in salvo dal contagio chi è rinchiuso dentro le galere. In quei giorni, l’unica decisione presa dal Ministero di Giustizia e dal DAP è stata quella di chiudere l’ingresso del carcere a tutti coloro che non lavorano all’interno. Decisione che come si è visto, e come era ovvio, non ha certo fermato i contagi.
Alla notizia della chiusura dei colloqui con i familiari, la miccia si è accesa.
Chi ha deciso di ribellarsi ha avanzato richieste a difesa della propria e altrui salute, all’interno di un luogo già di per sé malsano e sovraffollato. Ha deciso di agire per far sì che qualcuno si accorgesse della drammatica situazione degli istituti carcerari di questo Paese. E, infatti, qualcosa seppur minima è stata ottenuta. C’è chi è riuscito ad ottenere delle misure alternative, di detenzione domiciliare e prolungamento di permessi e licenze. Nulla di risolutivo, certo. Ma chi rinuncia a lottare ha già perso.

Il 30 giugno nell’aula bunker a pochi passi da qui si aprirà il processo di primo grado contro i 46 detenuti di Rebibbia accusati di devastazione e saccheggio, violenza, sequestro e altro. Tutti reati che prevedono pene molto pesanti.
È la necessità di scongiurare nuove proteste a scatenare questa pesante vendetta dello Stato. Le giuste rivendicazioni vengono messe a tacere con la violenza più feroce. E le morti durante le rivolte parlano chiaro. Raccontano quello che lo Stato è disposto a farci: governare con la paura, ribadire la sua arroganza se alziamo la testa, impedire la solidarietà e vicinanza.
Sì, lo Stato non rinuncia alle sue galere, a quelle mura e a quelle sbarre così alte che hanno un effetto su milioni di esistenze, anche quelle “libere”. Le condizioni di vita di ognuno di noi, se non reagiremo, peggioreranno di giorno in giorno, fatta eccezione per quella strettissima minoranza che continua a far profitto speculando e passando sopra i corpi di tantissime persone. Questo, ad oggi, dovrebbe essere chiaro a tutte e tutti.
E quelle galere sono lì apposta, perché servono da avvertimento: “Abbassa la testa e tira avanti”.
Lo dicono a noi qui fuori, utilizzando come monito migliaia di vite isolate dal resto del quartiere.
Per questo il carcere non può restare un qualcosa di distante dalle nostre vite, una bolla separata da chi abita la città.
Per questo non possiamo permetterci di girare le spalle a chi è imprigionato/a.
Per noi le accuse per cui saranno a processo i 46 detenuti non sono reati ma atti di dignitosa rabbia.

Sempre il 30 giugno, alle 18:30, nel Parco di Aguzzano (entrata alla fine di via Bartolo Longo) davanti il carcere, ci sarà la presentazione del fumetto di Zerocalcare “Lontano dagli occhi – Lontano dal cuore”, sulle rivolte dei prigionieri di Rebibbia lo scorso marzo, con la presenza dell’autore. Sarà un altro momento per incontrarci, conoscerci e parlare di carcere.

L’UNICA SICUREZZA E’ LA LIBERTA’!

Per restare in contatto, potete scrivere a dulceri211@gmail.com

Da rete evasioni

Covid, nel carcere di Taranto più contagiati dell’intera Puglia. Proteste al carcere di Lecce per la mancaza di acqua e luce

E’ esploso un focolaio di covid anche nel carcere di Taranto, uno dei più sovraffollati della penisola. Circa una settimana fa il SAPPE rappresentò la preoccupante situazione nel carcere, che aveva registrato almeno 36 detenuti positivi. In quell’occasione il SAPPE denunciò le responsabilità sia dell’ASL di Taranto che dell’amministrazione penitenziaria che nonostante la pandemia, continuava a riempire il penitenziario di detenuti che arrivavano da ogni dove.
«Chiedemmo – si legge nella nota diffusa da Federico Pilagatti, a nome della Segreteria Nazionale Puglia del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Puglia (Sappe) – anche l’intervento della magistratura per verificare eventuali comportamenti irresponsabili, poiché è inaccettabile che per situazioni che creano grande pericolo ed allarme sociale non paghi mai nessuno. Purtroppo da allora nessun serio provvedimento è stato adottato, nonostante i positivi al covid nella giornata di giovedi 24 siano arrivati a quota 54, (con circa 300 detenuti in quarantena) e con una previsione di ulteriore innalzamento.

Il SAPPE ritiene che allo stato per evitare situazioni di grande allarme nonchè riportare il tutto in un clima meno pericoloso, bisogna inviare a Taranto almeno 50 poliziotti da reperire con un interpello istantaneo da tutte le carceri della Nazione, nonché sfollare il carcere di Taranto di almeno 200, 250 detenuti che non hanno nulla a che vedere il focolaio, e trasferirli in penitenziari limitrofi della Calabria, Campania ecc.ecc. che non sono certo affollate come il penitenziario del capoluogo Jonico che, conta circa 670 detenuti con 300 posti.
Se ciò non dovesse avvenire con la massima urgenza, non ci saranno scusanti per nessuno, e non ci fermeremo fino a quando i responsabili pagheranno, poiché troppi sono stati gli errori e le disattenzioni commesse che, hanno portato il carcere di Taranto sull’orlo del precipizio».

Situazione critica anche al carcere di Lecce, dove i detenuti, rimasti senza acqua e senza luce, hanno protestato nella notte

NO ALLE ARCHIVIAZIONI : oggi, 26 giugno davanti al Sant’Anna. SRP sostiene e invita a partecipare

Non si può archiviare così.
Non è accettabile che una strage come quella del Sant’Anna venga liquidata in questa maniera, con tre paginette scarse e la volontà palese di mettere la parola “fine” sul “caso carcere”, così come l’ha definita vergognosamente una testata locale lanciando la notizia dell’archiviazione. Il “caso carcere”, 9 morti di cui 8 già archiviate dopo appena un anno da quanto accaduto. Una strage carceraria senza precedenti nella storia repubblicana e alcun paragone a livello europeo seppellita in fretta e furia. Otto vittime, tutte di origine straniera, per le quali verosimilmente non si saprà mai ciò che realmente è accaduto loro. E loro – delle vittime stesse – e di nessun altro è la responsabilità della loro morte per il Tribunale di Modena che nella giornata di oggi è riuscito a scrivere, con questa decisione, una pagina nerissima non solo per la città ma per l’intero Paese. Rimangono la rabbia, il dolore e la consapevolezza che in Italia alcune vite valgono meno di zero, che la giustizia è una chimera e che lo Stato, quando vuole, ha totale licenza d’uccidere. Nell’avallare la richiesta d’archiviazione, il gip Andrea Salvatore Romito è riuscito ad affermare che sia Antigone sia il Garante nazionale dei detenuti sono «soggetti privi della qualifica di persone offese in riferimento ai reati ipotizzati» smentendo senza pudore decisioni analoghe ma di segno opposto prese da altri tribunali. Una volontà d’archiviare che sembra mossa esclusivamente dalla volontà di insabbiare.
Come comitato riteniamo l’archiviazione di oggi non solo vergognosa ma anche pericolosa per la salute complessiva del Paese e delle sue istituzioni cosiddette “democratiche”.
Proprio per questo continueremo a tenere vive le fiammelle della ricerca, della memoria e della verità su quella strage.
SAB 26 GIUGNO ORE 10.00 DAVANTI AL SANT’ANNA