G8 di Genova 20 anni dopo: “Non ‘mele marce’ ma un problema strutturale”. La giustizia o è proletaria o non è. Fuori i compagni dalle galere!

Sono passati esattamente 20 anni dai gravi episodi del G8 di Genova, con la violenza brutale e assassina delle forze dell’ordine sia nelle strade, sia alla scuola Diaz, sia alla caserma di Bolzaneto.

Di quella violenza di stato, di quelle torture impunite si è alimentata da un lato l’ideologia della “polizia buona, ingannata dalle mele marce”, dall’altro l’introiezione di gran parte del movimento di  quell’ideologia più subdola, della “divisione in buoni e cattivi”. Entrambe figlie di una morale ipocrita borghese hanno spalancato le porte delle carceri a chi contestava il modo di produzione capitalistico e garantito a chi lo imponeva libertà di azione e impunità.  Quella stessa impunità e libertà di azione di continuare a delinquere in nome e per conto dello Stato invocata ora dai vari Salvini e Meloni sulla pelle dei detenuti, degli immigrati, delle donne, degli operai ribelli.

Non possiamo però dimenticare che gli esecutori di quella mattanza a Genova, i Gom (Gruppo Operativo Mobile), che rispondono direttamente al Capo del Dipartimento della Polizia Penitenziaria, furono voluti nel 1999 da Oliviero Diliberto, allora Ministro di Grazia e Giustizia del governo di centrosinistra D’Alema e sono gli stessi che si sono resi protagonisti della mattanza al carcere di S. M. Capua Vetere e che oggi fanno le vittime perché si sentono minacciati da qualche striscione.

E forse hanno ragione, perché non sarà certo dalle aule dei tribunali borghesi che avremo giustizia. Ma “la legge per i piccoli si applica, per i grandi si interpreta” e quei tribunali noi dobbiamo espugnare anche attraverso le strade perché trionfi la giustizia proletaria.

E come al G8 di Genova devono tutti pagare, dal più piccolo al più grande.

Da genova24.it

Ventennale G8, il pm Zucca: “Non ‘mele marce’ ma un problema strutturale con cui la polizia ancora non ha ancora fatto i conti”

Per il magistrato che indagò sulla violenze alla Diaz “a Bolzaneto successe qualcosa di ancor più grave che ricorda le torture di Abu Ghraib”

di Katia Bonchi

“Trasparenza e consapevolezza”. E’ quello che il sostituto procuratore generale Enrico Zucca chiede ai vertici della polizia di Stato “per dimostrare davvero di aver voltato pagina” a 20 anni dal G8 di Genova.

Per il magistrato che ha condotto il processo contro le violenze all’interno della scuola Diaz “diversi episodi di cronaca di questi anni vedono riproporsi lo schema dell’uso sproporzionato della forza cui segue la copertura con falsità che dimostra come il problema non siano soltanto le responsabilità individuali”.

Lo schema dell’uso sproporzionato della forza e della successiva copertura si ripropone invece come un metodo ben rodato. Per rimanere agli esempi genovesi, Zucca cita l’episodio di piazza Corvetto dove un giornalista di Repubblica è stato picchiato anche quando era a terra da 4 poliziotti del reparto mobile di Genova senza che avesse fatto assolutamente nulla e pochi secondi prima una ragazza riceve una manganellata sulla schiena, anche in quel caso senza aver fatto assolutamente nulla.

Per Zucca c’è quindi un problema “strutturale” con cui la polizia italiana non ha voluto fare i conti: “Visto che certi comportamenti rappresentano l’opposto di quello che viene insegnato ai poliziotti ai corsi o scritto nei manuali di addestramento, dovrebbe essere la stessa polizia a sanzionare chi esce dai binari del rispetto della legge, ben prima dell’ intervento della magistratura che peraltro si scontra con il conflitto di interessi di indagare sui propri collaboratori.

E quella parte della magistratura che decide di approfondire i fatti viene isolata e bollata come ideologica”.

Sono state le sentenze a dimostrare che le tesi della procura di Genova erano fondate, dalla Cassazione alla Corte europea dei diritti dell’uomo che hanno qualificato quelle violenze come tortura.

La Cedu nel 2017 ha rilevato anche l’assenza di sanzioni per i poliziotti responsabili e l’assenza di identificazione di gran parte degli stessi. Cinque anni prima, nel 2012, la Cassazione aveva condannato in via definitiva per falso 15 funzionari di polizia per aver coperto gli agenti picchiatori con false prove e false accuse nei confronti dei 93 manifestanti che vennero arrestati (79 dei quali dalla scuola Diaz uscirono feriti) e accusati di associazione a delinquere per devastazione e saccheggio, arresti non convalidati dai gip. I picchiatori sono rimasti senza nome non essendo identificabili ad eccezione dei capisquadra: i reati sono finiti prescritti ma i poliziotti sono stati ritenuti responsabili per i risarcimenti in sede civile.

Chi non uscì in barella dalla Diaz, venne portato alla caserma di Bolzaneto dove per Zucca è accaduto qualcosa di ancor più grave rispetto all’ assalto alla scuola: “C’è un filo conduttore – dice – che porta dal carcere temporaneo istituito all’interno della caserma di Bolzaneto alle immagini raccapriccianti delle torture all’interno dei centri di detenzione di Abu Ghraib”.

Per il magistrato “le tecniche dei carcerieri sono uguali anche se Genova non è uno scenario bellico ma già le forze di polizia, evidentemente così addestrate, si muovono in questo modo dimenticando codici e leggi nella peggiore tradizione delle dittature”. Il processo per le torture di Bolzaneto (così definite anche in questo caso dalla Cedu) ha visto 45 imputati tra poliziotti, carabinieri, agenti penitenziari e medici. Gran parte dei reati si sono prescritti già prima dell’appello e in Cassazione sono rimaste 7 condanne penali ma la Corte ha confermato la colpevolezza di gran parte degli imputati per gli effetti civili.

Accanto ai processi contro le forze dell’ordine il terzo principale filone giudiziario ha riguardato i 25 manifestanti accusati di devastazione e saccheggio: 15 imputati su 25 sono stati assolti fin dal primo grado perché secondo i giudici avevano reagito alla carica illegittima sul corteo delle tute bianche di via Tolemaide. Dieci sono stati invece condannati per devastazione e saccheggio con pene dai 6 ai 14 anni di carcere, pene che “non hanno paragoni nel contesto delle democrazie occidentali – ricorda Zucca – e nemmeno con la Russia di Putin che prevede un massimo di 8 anni”.

Viaggio di Draghi/Cartabia al carcere delle torture – a cosa è servito?

Le dichiarazioni più ipocrite ad uso propagandistico sono proprio nelle misure annunciate di “riforma” carceraria, che dovevano essere attuate indipendentemente dalle violenze/torture contro i detenuti in Santa Maria Capua Vetere; altrimenti si ammette che solo le mattanze hanno posto l’inderogabilità di questi provvedimenti.

Presentate invece come risposta alla mattanza del carcere di Santa Maria Capua Vetere – come di altri carceri, non lo dimentichiamo – servono solo a derubricare la mattanza come uno dei tanti problemi esistenti nelle carceri; non vengono date risposte alle violenze e torture (gli agenti solo sospesi e non arrestati, nessun  provvedimento ancora verso dirigenti dell’amministrazione penitenziaria, nessun Ministro che si è dimesso…) come alle richieste dei detenuti (indulto, amnistia subito…), declassificano le violenze a responsabilità individuali, fino a mettere sulla stessa bilancia “i fatti documentati dalle indagini” e gli agenti penitenziari, verso cui Draghi “manifesta un sentimento di rispetto e fiducia verso il corpo della penitenziaria…”, aggiungendo che i fatti accaduti hanno “scosso nel profondo la coscienza degli agenti della polizia penitenziaria  che lavorano con fedeltà in questo carcere…”, lanciando così un amo a Salvini e alla Lega.

Ma tornando alle proposte di riforma (in sè necessarie e urgenti da tempo), che c’entra la mancanza di agenti con la mattanza? Lì ad aprile c’erano fin troppi agenti e altri corpi repressivi; che c’entrano gli spazi e nuove strutture? I detenuti a Santa Maria Capua Vetere non sono certo stati massacrati perchè stavano in spazi angusti…

Un viaggio, quindi, che per il governo è servito soprattutto a riprendere il controllo politico, a normalizzare, a far rientrare, a rimettere il coperchio, piuttosto che a scoperchiare…

Riportiamo stralci dall’articolo di Domani, condivisibili nella denuncia/smascheramento di questo tour di Draghi/Cartabia nel carcere delle torture.

“Il tour conoscitivo nell’istituto del pestaggio di stato si chiude con la condanna delle violenze, la denuncia del sovraffollamento, la necessità di pene alternative e altre osservazioni generali che avrebbe potuto fare anche in assenza della mattanza. Un magro epilogo per un evento preparato in ogni dettaglio.

Per l’occasione l’istituto è stato tirato a lucido. Il carcere profumato, hanno lavato pavimenti, pulito i parti, abbellito il giardino. «L’istituto di pena sembra un villaggio turistico, lindo e pinto, per il grande evento. I problemi c’erano ieri e ricominciano domani», dice la garante dei detenuti di Caserta, non invitata.

Il presidente del Consiglio e la ministra arrivano a metà pomeriggio. Il governo ha così scelto di andare a vedere il carcere prima di riferire in parlamento sulle violenze. L’evento è stato curato nei dettagli. A partire dal tenore comunicativo, ispirato a una regola aurea dichiarata fin dall’inizio: nessuna domanda. I cronisti vengono catechizzati preventivamente al telefono. «Alla fine non ci sarà spazio per quesiti, ma solo per comunicazioni del presidente e della ministra», chiariscono gli uffici stampa. E le domande? «Oggi è la giornata dell’ascolto», rispondono. Non vogliono sbavature, polemiche, spettacolarizzazioni salviniane. Il canovaccio è scritto per evitare sorprese e prevede, per il finale, annunci importanti della ministra. La stampa viene sistemata sotto gazebo da campeggio a 15 metri dal palchetto dove parlano i rappresentanti del governo…

La strada che conduce al penitenziario è lastricata non di buoni propositi, ma di buche. Prima dell’ingresso, sulla sinistra, svetta l’impianto di trattamento dei rifiuti che porta sciami di zanzare e un lezzo insopportabile quando si alza il vento. Sulla destra c’è la superstrada che costeggia il muro con il filo spinato, dietro una discarica di pattume. Dentro il carcere l’acqua non c’è, perché non c’è mai stata la rete idrica. «Ogni anno promettono l’avvio di una gara di appalto, ma poi non cambia niente», dice Pietro Ioia, garante dei detenuti di Napoli e conferimento delle prime denunce da parte dei familiari dopo il pestaggio di massa del 6 aprile del 2020…

Nelle parole di chi attende i colloqui c’è lo stupore per quelle immagini e la paura che nessuno paghi. Il 6 aprile dello scorso anno 300 agenti della penitenziaria sono entrati in carcere, molti muniti di casco e non identificabili, e hanno massacrato di botte, per oltre quattro ore, i detenuti del reparto Nilo, che ospita per buona parte tossicodipendenti e anche una sezione di pazienti con problemi di salute mentale…

Quando inizia la visita all’istituto dai gazebo si sente qualche applauso e le urla dei detenuti. «Fuori, fuori», gridano, e poi «Draghi, Draghi», ma non è possibile avvicinarsi. Il presidente e la ministra entrano anche nel reparto Nilo, il teatro dell’orribile mattanza. I detenuti dalle celle chiedono pene alternative, gli agenti penitenziari di non processare l’intero corpo. La visita dura circa un’ora, poi ministra e presidente escono per le attese comunicazioni…

La presentazione delle autorità spetta alla direttrice dell’istituto, Elisabetta Palmieri, che sale sul palco e parla di speranza e di «giornata speciale». È la stessa direttrice che non c’era il giorno del pestaggio, che non è indagata ma ha continuato a difendere la catena di comando, a credere alla tesi dei depistatori e a dire di Lamine Hakimi che «era strafatto». Lamine è morto dopo il pestaggio, che è stato seguito da un periodo di isolamento ingiustificato e accompagnato dall’assunzione di un mix di oppiacei. Ma lo scorso ottobre la direttrice ha raccontato a Domani un’altra storia, evocando «bastoni e olio bollente» usati dai detenuti contro gli agenti. I bastoni e l’olio erano soltanto false prove costruite per giustificare la spedizione punitiva.

Palmieri lascia la parola a Draghi e poi a Cartabia. Finite le comunicazioni i giornalisti provano ad avvicinarci, ma un cordone di sicurezza proibisce ogni tipo di contatto. Cosa ne pensa il governo dell’introduzione del codice identificativo? Perché non ha riferito in parlamento? E perché nulla è stato fatto prima degli arresti disposti dal giudice? Ancora una volta il governo ha scelto di non rispondere.”

Francia – dopo la manifestazione nazionale del 19 giugno – ora piano di iniziative verso la manifestazione al Carcere di Lannemezan del 23 ottobre

Plusieurs centaines de personnes se sont mobilisés, ce samedi 19 juin, à l’occasion de la journée internationale des prisonniers révolutionnaires pour scander l’exigence de la libération de Georges Abdallah.

Après la lecture de la déclaration de Georges Abdallah, de celle de la Campagne Unitaire pour la libération de Georges Abdallah et les prises de parole, le cortège dense, dynamique, rouge et combatif a

parcouru les rues des quartiers populaires du 19e, 20e et 11 arrondissements, de Place des Fêtes à République et a reçu un accueil enthousiaste de la population, en ces temps de terrasses pleines. Plus de 1000 tracts ont été distribués et des centaines de cartes signées. Puis est venu le temps d’une rencontre solidaire où la fête a continué autour d’un verre de l’amitié et de chants révolutionnaires internationaux.

Cette 5éme manifestation nationale, au franc succès cette année encore, vient clore une semaine d’actions internationales qui a été l’occasion d’initiatives organisées dans plusieurs villes de France et au niveau international (en Belgique, Italie, Canada, Tunisie, Suisse, Palestine occupée, Espagne, Angleterre).

Continuons le combat, avec les prochaines échéances de mobilisation:

– le 03 September: repas solidaire de rentrée militante

– les 10, 11 et 12 Septembre: fête de l’Huma dont la grande manifestation pour la libération de Georges Abdallah le samedi 11.

– le 24 September:  repas solidaire “Un car pour Lannemezan”

– du 24 septembre au 23 Octobre: mois international d’actions pour la libération de Georges Abdallah.

Georges Abdallah, tes camarades sont là !

De Paris à Gaza, résistance, résistance !

Salutations rouges, internationalistes et solidaires

Il Tribunale di Modena apre gli occhi sulle torture ma punisce i detenuti che le denunciano: Belmonte Cavazza è stato ancora una volta trasferito pur essendo a fine pena.

Modena, pestaggio in carcere dopo la rivolta: s’indaga per tortura

Fascicolo contro ignoti per un’altra denuncia: viene da un detenuto che racconta le presunte brutalità dopo la tragica rivolta a Sant’Anna dell’8 marzo 2020. «Calci, pugni e manganellate. Dicevano: “Taci e stai a testa bassa!”»

La ricostruzione farsesca del festino al metadone come causa della morte di 9 detenuti appare ancora più inverosimile alla luce delle inchieste in corso nelle altre carceri del paese, e quindi il Comitato Verità e Giustizia per la strage del Sant’Anna accoglie con soddisfazione l’apertura di un fascicolo di indagini sulle violenze contro i carcerati.
Ci auguriamo che le approfondite indagini che hanno portato alla verità sul carcere di Santa Maria Capua Vetere siano il modello a cui riferirsi anche per altre carceri, dove ben si sa che la violenza è all’ordine del giorno

Le indagini sui pestaggi avrebbero risvolti pesanti anche per chi ha sollevato il velo del silenzio: uno dei testimoni che le ha portate alla luce è stato trasferito dalla casa di lavoro di Castelfranco al carcere di Vasto. Senza motivo: aveva già finito di scontare la pena. Lo afferma pubblicamente il Comitato verità e giustizia per la strage di Modena con un documento in cui si racconta di questo caso collaterale al filone di indagini sulle presunte brutalità e pestaggi commessi dopo che la rivolta era stata sedata. In alcuni casi esposti, come quello recente di un detenuto oggi a Forlì, prevedono accertamenti anche per il reato di tortura. «dobbiamo segnalare un nuovo abuso – scrive il comitato nella nota – commesso dallo stesso tribunale di Modena, che colpisce uno dei firmatari degli esposti, Belmonte Cavazza. Cavazza – che dopo aver scontato una lunga detenzione, invece di essere finalmente scarcerato alla fine della pena, era stato internato presso la casa lavoro di Castelfranco Emilia – è stato trasferito presso la colonia penale di Vasto, in Abruzzo. Belmonte Cavazza non è accusato di alcunché, non ha pendenze con la giustizia, ha terminato di espiare la sua condanna. Perché allora è stato nuovamente incarcerato? Perché adesso viene trasferito a centinaia di chilometri dal proprio avvocato e dalla rete di solidarietà modenese che lo sostiene?»

Sul motivo di questa decisione il Comitato non ha dubbi: «la risposta è chiara: il tribunale modenese lo punisce per aver denunciato i pestaggi, lo punisce per dare un esempio a tutti gli altri detenuti che potrebbero parlare. Invitiamo la società civile, le associazioni e i sindacati a continuare nella campagna di pressione per ottenere verità e giustizia, e chiediamo l’immediata liberazione di Belmonte Cavazza».

Ancora una volta il Comitato denuncia il comportamento delle autorità giudiziarie a suo avviso in netto contrasto con ciò che sta emergendo: «lo ripetiamo ancora una volta: la strage del carcere di Sant’Anna non doveva essere archiviata. Sono tantissime le testimonianze e gli esposti raccolti che raccontano di pestaggi, torture e abusi da parte della polizia penitenziaria al carcere di Modena, proseguiti nelle settimane e nei mesi seguenti anche negli istituti dove i detenuti sono stati trasferiti».

La notizia stessa del fascicolo aperto dopo la nuova denuncia ad opera di un detenuto ora libero, presentata il 20 febbraio scorso, non ha trovato né conferme né smentite in procura, chiusa a ogni contatto con la società civile.

L’avvocato Luca Sebastiani, che segue anche uno dei nove morti, conferma: l’esposto è stato depositato direttamente dal detenuto. «il procedimento è nella fase delle indagini preliminari, pertanto da parte mia è doveroso mantenere il riserbo istruttorio», aggiunge. «confidiamo che, ancor più dopo le immagini di Santa Maria Capua Vetere, la procura modenese presterà massima attenzione a questi esposti. i fatti denunciati sono gravi, come le lesioni».

Sotto il nuovo indirizzo per scrivere a Belmonte Cavazza:

Casa Lavoro con sezione Circondariale Vasto

Via Torre Sinello, 23, 66054 Vasto CH

Roma, stazione Tiburtina: installate “fioriere antiuomo” per cacciare poveri e senza tetto. Sgomberato Baobab

La risposta di Grandi Stazioni e dell’amministrazione comunale a chi non ha né soldi né casa.

Arrivano “le fioriere antiuomo”, installate con grande soddisfazione della sindaca Virginia Raggi per allontanare poveri e senza tetto. Protestano associazioni e opposizione:i cittadini potranno andare a piantare zucchine e pomodori alla stazione Tiburtina, ma uomini e donne continueranno a vivere per strada.

Dopo le sbarre sulle panchine e gli spuntoni sui gradini, l’ultima frontiera dell’architettura ostile arriva da Roma, più precisamente dalla Stazione Tiburtina, presentandosi con una veste solo apparentemente più colorata e gentile. Più precisamente nell’area dove trovano rifugio tutte le notti poveri, senza tetto, migranti in transito per Roma, un punto di riferimento per chi non ha una casa né da mangiare grazie all’intervento dell’associazione Baobab Experience, sono state installate delle fioriere.

Per i migranti che trovano rifugio nei pressi della Stazione Tiburtina di Roma è il quarantunesimo sgombero in sei anni. Questa volta però è diverso. Lo racconta Andrea Costa di Baobab Experience. «Hanno sigillato l’area, hanno buttato i tavoli che utilizzavamo per i pasti e rimarrà un presidio della polizia – dice Costa –Ultimamente arrivavamo ad assistere quotidianamente quasi 150 persone, di cui circa cinquanta stanziali e un centinaio in transito, dando loro due pasti al giorno».

Per di più, lo sgombero è servito a lasciare spazio all’installazione di inquietanti fioriere anti-uomo: delle piattaforme pensate ad arte per evitare che qualche sfortunato possa illudersi di trovare un riparo momentaneo. «Grandi Stazioni ci manda un messaggio inequivocabile – denunciano quelli di Baobab – Non ama che esistano i senzatetto o meglio non ama che i senzatetto si vedano o, meglio ancora, non ama che i senzatetto si vedano all’ingresso delle sue proprietà».

Gli attivisti riferiscono di aver cercato il dialogo con Federica Angeli, la giornalista che da qualche mese Virginia Raggi ha delegato al rapporto con le periferie e che svolge la sua funzione con notevole attaccamento alla dimensione mediatica della faccenda (verrà ricordata per aver tentato di fermare le piazze di spaccio con dei bus scoperti dai quali si suonavano stornelli).

Ma Angeli non ha mai risposto, negando ogni tentativo di interlocuzione. Dal canto suo, la delegata di Raggi rivendica l’operazione dalla sua pagina Facebook, utile a «prevenire il riemergere di fenomeni di bivacco soprattutto nella prospettiva dei prossimi mesi invernali».

«Noi continueremo a farci trovare qui a Tiburtina per dare assistenza sanitaria, legale e informativa a donne, uomini e bambini che arrivando trovano il vuoto istituzionale», assicurano gli antirazzisti.

Monza, Foa Boccaccio in corteo dopo lo sgombero: “Non vi lasceremo in pace”

Una prima risposta allo sgombero del csoa Foa Boccaccio è stato un riuscito corteo con centinaia di compagne e compagni che è partito dal retro della stazione di Monza.

Attualmente siamo impegnati/e nel recupero dei nostri materiali – scrivevano in mattinata compagne e compagni monzesi – ma a brevissimo seguiranno aggiornamenti sugli appuntamenti in risposta all’infame attacco che Cai Monza e Moss s.r.l. hanno portato alla storica esperienza autogestita monzese”.

Lo stabile, che era stato occupato nel 2011, è stato infatti comprato dalla locale sezione del Club Alpino Italiano nonostante ospiti da dieci anni l’esperienza di autogestione. La prima occupazione del Boccaccio risale al 2003, negli anni – tra sgomberi e ri-occupazioni – il centro sociale brianzolo ha cambiato numerose sedi.

“Non vi lasceremo in pace” sono le parole con cui il Foa Boccaccio chiude il volantino distribuito durante il corteo organizzato nella serata di mercoledì 13 luglio.

“Uno sgombero è solo un contrattempo – scrive il Boccaccio – tra un’occupazione e quella successiva. E quello di oggi non diminuisce la nostra forza: la forza di un collettivo numeroso e deciso con alle spalle due decenni di esperienze e lotte, dentro un’ampia collettività di individui e spazi complici e solidali”. Tra i temi messi sotto accusa dal Foa ci sono le politiche urbanistiche di Monza e la cementificazione della città.

I taser del governo contro il contagio dell’opposizione sociale: con Salvini e Gabrielli i poliziotti saranno dotati di pistole a impulsi elettrici

Il governo ha comprato 4.482 pistole a impulsi elettrici Taser, che nei prossimi mesi saranno distribuiti a Polizia, Carabinieri e agenti della Guardia di Finanza. 

Oggi, con il ruolo in esso di Salvini e del capo della polizia, Gabrielli, il governo ha comprato 4.482 pistole elettriche Taser contro le lotte dei lavoratori, dell’opposizione sociale e popolare, contro le proteste nelle carceri e nei lager antimmigrati in Italia. Lo ha comunicato Axon, una multinazionale che si occupa di sicurezza, che ha vinto il bando e ha firmato il contratto di fornitura. 

Le leggi repressive, anticostituzionali e liberticide, le hanno messe in campo -i decreti sicurezza su tutti- la polizia e la magistratura attaccano e criminalizzano le lotte dei lavoratori, il compagno sindacalista Adil è stato ammazzato da un crumiro durante uno sciopero senza che la polizia intervenisse, i lavoratori vengono aggrediti ai picchetti dalla violenza fascista dei padroni e dalla polizia, fogli di via ai sindacalisti…. e il governo che fa? come risposta acquista nuove armi in funzione antisommossa! 

I governi di questa borghesia sempre più reazionaria e fascista avevano già pensato di introdurle ai tempi della preparazione del G8 del 2001 ma forse erano risultati inutili rispetto ai piani repressivi del governo Berlusconi con torture e violenze, con la “macelleria messicana”, con l’uccisione per mano di un carabiniere di Carlo Giuliani. D’allora il moderno fascismo è il programma in formazione dei governi dei padroni e il potenziamento della repressione delle lotte dei lavoratori, delle lotte sociali, è sempre più il cuore della volontà del padronato e delle politiche dei governi a cui bisogna rispondere. Di recente i Taser sono già stati usati nella notte tra il 23 e il 24 luglio, quando i padroni della Fedex hanno utilizzato il loro piccolo esercito privato di guardioni armati di taser, coordinandosi con i carabinieri per aggredire violentemente i lavoratori.

Dicono di averle sperimentate negli anni scorsi ma l’esperimento dello scorso anno non era andato bene e le armi erano state ritirate ma il governo Draghi, con Salvini e Gabrielli, ha scelto comunque di avallare la richiesta della polizia. 

il post 

VENERDÌ 24 LUGLIO 2020

La sperimentazione dei taser non è andata bene

Il ministero dell’Interno con una circolare ha ordinato l’immediato ritiro delle armi che dopo le prove balistiche si sono dimostrate non sicure

Secondo quanto scrive La Stampa, il 21 luglio il ministero dell’Interno con una circolare avrebbe comunicato che si può considerare terminata la sperimentazione delle pistole elettriche conosciute come taser date in dotazione alle forze dell’ordine. La sperimentazione era stata avviata dal primo governo Conte nel 2018 per Carabinieri, Guardia di Finanza e Polizia di Stato in 6 città: Milano, Padova, Caserta, Reggio Emilia, Catania e Brindisi. Il decreto che ne aveva introdotto la sperimentazione prevedeva che al termine del periodo di prova l’arma fosse fornita a tutte le pattuglie delle forze dell’ordine, comprese quelle locali di alcune città.

Ora però il ministero avrebbe deciso la «non aggiudicazione» delle pistole elettriche dell’azienda Axon Public Safety Germany, ex Taser International, che lo scorso anno aveva vinto la gara per la fornitura delle stesse pistole, modello TX2. L’ordinanza inoltre ha disposto il ritiro delle armi, in totale 32, fornite gratuitamente dall’azienda, che erano state date in via sperimentale alle forze dell’ordine.

Le pistole elettriche, considerate in Italia armi proprie, ma non armi da fuoco, anche se possono essere vendute esclusivamente a chi possiede un porto d’armi e non possono essere portate in giro, secondo la circolare riportata dalla Stampa non avrebbero superato le prove balistiche, ultimo passaggio della sperimentazione prima dell’autorizzazione alla dotazione alle forze dell’ordine. Il ministero ha quindi imposto ai questori delle città in cui era in corso la sperimentazione di «dar corso all’immediato ritiro e alla custodia, presso le rispettive armerie, dei dispositivi».

Secondo La Stampa le prove balistiche effettuate al centro di tiro della Polizia di Nettuno, in provincia di Roma, dove solitamente si fanno i collaudi per le armi in dotazione alle forze dell’ordine, hanno rivelato alcuni malfunzionamenti delle stesse armi, che sarebbero potute diventare pericolose sia per i cittadini che per gli agenti a causa della mancanza di precisione dei “dardi”, che in alcune occasioni si sarebbero anche staccati dal cavo elettrico. Secondo una nota diffusa dall’Ufficio coordinamento e pianificazione delle forze di polizia, sarebbe stato certificato che «in merito alla prova di sparo fuori bersaglio, sono state riscontrate delle criticità relative alla fuoriuscita dei dardi, che hanno dato risultanze non conformi alle previsioni del Capitolato tecnico».

L’azienda fornitrice dei taser con una nota si è opposta alla decisione del ministero di fermare la sperimentazione, spiegando che le prove balistiche effettuate prima della fornitura «avevano dimostrato piena aderenza alle specifiche tecniche previste dal Bando di gara in oggetto». Axon quindi ha chiesto che i test balistici vengano ripetuti. La gara d’appalto potrebbe essere annullata, anche se a giorni le prove balistiche dovrebbero essere ripetute. Comunque il Capo della Polizia Franco Gabrielli, scrive La Stampa, avrebbe fatto sapere che «resta l’intendimento di dotare le forze di polizia di un’arma a impulsi elettrici».

Il taser – il cui nome deriva da quello del marchio più famoso di pistole che usano impulsi elettrici, e che è poi diventato il nome comune per indicare questo tipo di arma – è un’arma non letale che utilizza una scarica a intensità di corrente variabile per paralizzare i movimenti di chi viene colpito, facendogli contrarre i muscoli. È stato inventato alla fine degli anni Sessanta, ma i modelli che permettono l’immobilizzazione totale di una persona sono stati progettati a partire dalla fine degli anni Novanta. Dall’ONU, nel 2007, l’arma è stata giudicata uno strumento di tortura: secondo Amnesty International ha causato centinaia di morti negli Stati Uniti (più di 800 dal 2001) dove infatti l’azienda Taser International – che ha associato le morti anche ai problemi cardiaci dei soggetti colpiti – ha deciso di cambiare nome, per modificare la propria immagine associata sempre più spesso alle morti delle persone su cui era stato usato un taser.