L’Aquila, a processo la resistenza palestinese: in tre rischiano 28 anni

Da l’indipendente, di Monica Cillerai

Dodici anni di reclusione per Anan Yaeesh, nove per Alì Irar e sette per Mansour Dogmosh. Queste le richieste del pubblico ministero Roberta D’Avolio per i tre palestinesi a processo a L’Aquila, accusati di associazione a delinquere con finalità di terrorismo per fatti accaduti in Cisgiordania occupata. Alla sbarra, di fatto, non ci sono solo tre uomini, ma la stessa resistenza palestinese, che lo Stato italiano vorrebbe seppellire con quasi trent’anni di carcere cumulativi. I tre palestinesi sono accusati di aver promosso dall’Italia il Gruppo di Risposta Rapida, una delle brigate armate che cercano di resistere all’occupazione israeliana nella città di Tulkarem, territorio martoriato dall’esercito di Tel Aviv e i cui campi profughi sono chiamati “le piccole Gaza” per l’enorme livello di devastazione subita. Ma della realtà che soffrono i palestinesi ogni giorno non si parla in Tribunale. «Hanno escluso tutti gli elementi di contesto», dichiara l’avvocato difensore Flavio Rossi Albertini a L’Indipendente. «L’occupazione della Cisgiordania, i circa 800mila coloni che occupano illegalmente il territorio, le violazioni israeliane provate dalla Corte Internazionale di Giustizia». Su questo, c’è il silenzio. «Eppure il diritto e le convenzioni internazionali assicurano il diritto all’autodifesa, anche armata, di un popolo contro un esercito occupante».

«Stiamo parlando di un processo in cui tutti i ragazzi di Tulkarem in contatto con Anan sono stati sistematicamente assassinati da Israele. Spesso nel corso di esecuzioni extragiudiziali, non in conflitti a fuoco», continua Rossi Albertini. «L’assurdità delle richieste è facilmente comprensibile se paragonate al processo in cui è stato condannato Anan in Cisgiordania dalla Corte Marziale israeliana occupante per i fatti commessi nella Seconda Intifada», ha spiegato l’avvocato. «In quel caso Anan è stato condannato a tre anni e 10 mesi di reclusione e cinque anni di libertà vigilata. Ora, per fatti certamente meno gravi, il PM dell’Aquila ha chiesto una condanna a 12 anni di reclusione. Tra l’altro eludendo tutto il contesto nel quale sarebbero maturati i fatti».

«La PM ha richiesto pene sproporzionate, individuandole in prossimità dei massimi edittali quando, quantomeno per Ali e Mansuor, non si sa neppure quale sia realmente il ruolo che avrebbero rivestito nella brigata e quindi la loro condotta partecipativa». Infatti, contro questi ultimi, le uniche attività provate sono il legame di amicizia con Anan e l’interesse per la tragedia del popolo palestinese. La visione di video, messaggi, foto, commenti tra ragazzi palestinesi vengono criminalizzati; attività e interessi comuni a tutti i giovani della diaspora palestinese, e non solo a loro, che dall’estero guardavano esterrefatti al genocidio compiuto a Gaza, vengono ricondotte a reato. Nessuna azione concreta risulta compiuta. «I fatti sulla quale si richiede la condanna di questi due imputati sono gli stessi che avevano portato la Cassazione a rilasciarli a settembre dell’anno scorso». Il processo è politico e ogni sua fase ha esplicitato e messo in evidenza la stretta alleanza e condivisione di obiettivi tra lo Stato d’Israele e quello italiano.

«L’Autorità italiana si è sostituita a Israele», continua Rossi Albertini. «Pur di mantenerlo in carcere, quando è stata negata l’estradizione, ha imbastito un processo posticcio, con la pretesa di conoscere e giudicare dall’Aquila fatti avvenuti in Cisgiordania». La concatenazione degli eventi, dice, «fa oggettivamente pensare che ci sia stato un interesse del nostro Paese ad assecondare le necessità israeliane. A tre mesi dall’inizio del genocidio – gennaio 2024 – sembra che Israele abbia voluto fermare sul nascere l’apertura di un secondo “fronte” di lotta per l’autodeterminazione in Cisgiordania». Anan era nel mirino di Israele: il 29 gennaio 2024 è stato infatti arrestato dietro richiesta di estradizione di Tel Aviv. L’estradizione viene però negata e da qui sorge l’esigenza di intervenire in supplenza di Israele. Assieme a Anan, questa volta, vengono arrestati anche Ali e Mansour per “associazione con finalità di terrorismo”. Gli ultimi due vengono liberati dal Tribunale della Libertà a settembre 2024, Anan è tutt’ora detenuto. Casi simili si sono verificati anche in Francia e nel resto d’Europa.

«Il fatto che pensassero di usare 25 interrogatori compiuti ai danni di cittadini palestinesi dallo Shin Bet e dalla polizia israeliana in Italia, dice tutto». Rossi Albertini ricorda la violazione sistematica di tutti i diritti di difesa da parte di Israele verso i detenuti palestinesi, gli interrogatori senza difensore, i rapporti delle associazioni dei diritti umani sulle pratiche di tortura all’interno delle prigioni e delle sale di interrogatorio di Tel Aviv, confermate anche da un recente rapporto ONU. «Anche l’intervento in videoconferenza di un ufficiale israeliano per il Sud Europa a Parigi, che aveva dietro di sé una enorme bandiera israeliana, mentre in aula sono vietati tutti i simboli a sostegno della lotta palestinese, mostra la direzione processuale». L’Italia si dimostra così, ancora una volta, complice di Israele, non solo sostenendo lo stato sionista nelle sue attività belliche e coloniali, ma anche reprimendo i suoi oppositori all’estero.

Il processo è alle battute conclusive. La prossima udienza si terrà il 19 dicembre alla Corte d’Assise d’Appello dell’Aquila, dove la parola passerà alla difesa e ci sarà la sentenza. I movimenti legati alla Campagna Free Anan e Reti per la Palestina di Basilicata hanno annunciato una mobilitazione in contemporanea a Melfi, dove Yaeesh è attualmente detenuto.

Processo alla Resistenza palestinese: chiesti 12 anni per Anan, 9 per Ali, 7 per Mansour

Una richiesta di pena veramente sproporzionata quella fatta dalla pm Roberta D’Avolio al termine di una requisitoria durata 4 ore.

Quando è stato processato da un tribunale militare israeliano, Anan fu condannato a 3 anni di reclusione e 5 di libertà vigilata per fatti risalenti alla seconda intifada, mentre la pm dell’Aquila ne ha chiesti 12 per fatti certamente meno gravi – e poi quali fatti?

Nella sua requisitoria, oltre a palesi falsità, come il fatto che la richiesta di estradizione di Anan fosse stata avanzata dall’autorità palestinese, l’accusa ha letteralmente LETTO gli atti delle indagini preliminari, senza tenere conto del dibattimento, né delle valutazioni espresse lo scorso anno dalla Corte di Cassazione, che su elementi analoghi non aveva ravvisato neppure la gravità indiziaria iniziale per Alì e Mansour. L’accusa non ha minimamente tenuto in considerazione le testimonianze della difesa, neppure quella odierna, che non ha provato neanche a contestare, come se avesse in mano un copione già scritto, o più semplicemente non era in grado di farlo, o entrambe.

Tantomeno si è sforzata di considerare il contesto politico e materiale in cui gli imputati avrebbero agito, né le attenuanti prospettate.

Di tutt’altro livello la testimonianza, invece, del Prof. Chiodelli. In circa un’ora, non solo ha parlato della connotazione ultra ortodossa di Avnei Hefetz per quanto riguarda l’insediamento civile, ma ha dato tutta una serie di riferimenti e informazioni sui checkpoint, sulle vie di accesso alla colonia e sulle restrizioni della mobilità per i palestinesi, oltre ad acclarare la presenza di una base militare all’ingresso dell’insediamento e di 2 checkpoint a ridosso di essa.

Chiodelli ha descritto la colonia come una struttura territoriale a tre cerchi, presidiata nel cerchio più esterno dall’esercito israeliano, che può intervenire in forze anche con i carri armati, il cerchio intermedio è presidiato dalle brigate, ossia unità dell’esercito che presidiano le colonie dentro i territori occupati, il cerchio più interno è presidiato dalle unità territoriali, formate da coloni residenti armati che possono svolgere funzioni di polizia insieme all’esercito. Queste squadre paramilitari sono composte da ex soldati e spesso sono anche all’interno della base militare, sono strettamente collegate con l’esercito da un coordinatore civile per la sicurezza nominato dall’esercito.

Chiodelli ha anche mostrato una foto del cancello di ingresso della base militare in cui si vede un cartello con il logo del battaglione che ha stazionato nella base di Avnei Hefetz fino al 2023, Il battaglione Netzah Yehuda.

L’unità Netzah Yehuda, che fa parte della brigata Kfir, è stata istituita nel 1999 per accogliere israeliani provenienti da comunità ultraortodosse e nazionaliste che non erano accettate da nessuna altra unità delle Idf. Nel corso degli anni è così diventata meta per molti “Hilltop youth”, cioè i giovani coloni di estrema destra, provenienti degli insediamenti illegali israeliani in Cisgiordania. L’unità è composta da soli uomini ed è stata impiegata per anni proprio in Cisgiordania, guadagnando fama per la brutalità riservata ai palestinesi.

Nel 2023 il battaglione è stato spostato nelle alture del Golan, per poi essere impiegato nel nord della Striscia di Gaza.

Anche questa volta la solidarietà non è mancata, una sessantina di persone hanno presidiato il Tribunale, soprattutto all’interno dell’aula, per salutare Anan e mostrare tutto il proprio schifo nei confronti dell’accusa.
“Vergogna” è stato urlato al termine dell’udienza, “Israele fascista stato terrorista”. E una bandiera palestinese è spuntata per salutare Anan, nonostante i controlli all’ingresso del tribunale fossero elevatissimi, tanto da non fare entrare neanche le borracce di acqua.
Ma bisogna fare di più. L’udienza finale del processo è prevista per il 19 dicembre, con l’arringa della difesa, eventuali dichiarazioni degli imputati e, forse, sentenza. Per allora bisognerà fare il massimo sforzo possibile, anche in termini di opinione pubblica, per spostare la giuria sul giusto binario.

La resistenza non si processa – Il 28 novembre presidio a L’Aquila

Venerdì 28 novembre, dalle ore 9:30, Presidio al Tribunale dell’Aquila in solidarietà con Anan, Ali e Mansour

Dopo la farsesca udienza del 21, con il colpo di scena di Israele che testimoniava da remoto, fuori dall’Italia e in assenza di un pubblico ufficiale italiano che ne certificasse l’identità, il 28 novembre sarà ascoltato il teste della difesa, Professor Francesco Chiodelli, docente di geografia economico-politica all’Università di Torino, che riferirà sulla reale natura e caratteristiche della colonia di Avnei Hefetz. Nell’udienza del 21, infatti, lo Stato occupante non è riuscito a negare la presenza di una base militare in questo insediamento e a smentire le parole di Anan nella dichiarazione spontanea contestuale: “Avnei Hefetz non è solo una postazione militare. Dentro c’è la stanza delle operazioni speciali”, ossia la sala in cui vengono decise, organizzate e gestite le operazioni di eliminazione dei resistenti palestinesi. Dentro la città di Ṭūlkarm gli agenti coordinati da Avnei Hefetz si aggirano in borghese ogni giorno per individuare i loro bersagli e colpirli. Il martire Amir Abu Khadijeh è stato ucciso con un colpo alla testa da questi agenti in borghese il 23 marzo 2023, e quella è stata solo una delle loro “operazioni speciali” più famose.
Non solo, Anan aveva anche chiesto che in aula non apparisse la bandiera di Israele, così come all’udienza del 31 è stato imposto di non mostrare quella palestinese.
Ma con la scusa di non ben precisati “motivi di urgenza”, la rappresentante di Israele ha potuto testimoniare da remoto da un’ambasciata israeliana in Francia, e tutti e tutte in aula hanno dovuto vedere la bandiera israeliana svettare dietro le spalle della diplomatica, che intanto, incalzata dalle domande della difesa, maneggiava una pallina antistress, anch’essa con i colori della bandiera israeliana.
Anan non ha con sé una bandiera palestinese da mostrare da remoto (non ancora), ma è sufficiente l’essere palestinesi per poter essere privati di tutti i diritti anche in un Tribunale italiano?
Perché il pubblico non può indossare neanche una Kefiah, mentre da un’ambasciata israeliana si può fare sfoggio in un’aula di giustizia italiana di tutti i simboli di uno stato occupante e genocida?
Perché il Tribunale di L’Aquila viola le nostre leggi per essere al servizio di Israele?
Perché abbiamo dovuto ascoltare la testimonianza di uno Stato che occupa illegalmente i territori palestinesi e pratica la pulizia etnica contro il popolo palestinese?
“Chiedo se Israele ha davvero tutto questo potere in Italia” ha concluso ingenuamente Anan.
Purtroppo conosciamo la risposta.
Domani, dopo la testimonianza di Chiodelli, ci sarà la requisitoria della PM.
E’ quindi indispensabile continuare a presidiare il Tribunale e sostenere Anan e gli altri due palestinesi sotto processo.

LA RESISTENZA NON SI ARRESTA
LA RESISTENZA NON SI PROCESSA
ANAN LIBERO!
LIBERTÀ PER TUTTI I PARTIGIANI DELLA RESISTENZA PALESTINESE!

Soccorso rosso proletario

Mobilitazione urgente per Mohamed Shahin, rischia l’espulsione in Egitto per aver lottato contro il genocidio

Torino: decreto di espulsione per Mohamed Shahin da sempre impegnato nella lotta per la liberazione della Palestina

Torino Mohamed Shahin, volto noto delle mobilitazioni contro genocidio e occupazione di Israele contro il popolo palestinese in città, è stato colpito da un decreto di espulsione per presunti motivi di sicurezza. La sua colpa; avere partecipato in prima fila, mettendoci spesso la faccia e la voce, a 2 anni di mobilitazione per la Palestina. Nato in Egitto, vive in Italia da un quarto di secolo, dove tra le altre cose è imam della moschea di via Saluzzo.

Da ieri, lunedì 24 novembre, a causa della revoca del permesso di soggiorno di lunga durata che aveva è stato trasferito subito al CPR di Caltanissetta, senza che né famiglia né avvocati fossero stati avvisati. La notizia si è saputa in mattinata dopo che il parlamentare di Avs Grimaldi ha interrogato il ministero degli interni.

Come denuncia Torino per Gaza, “nonostante la richiesta di asilo politico, il giudice ha confermato l’espatrio in Egitto di Mohammed, ignorando ogni evidenza del pericolo reale e documentato di una deportazione in Egitto, viste le sue continue denunce contro Al Sisi”. In mattinata, ore 11.30, presidio e conferenza stampa di denuncia sotto la Prefettura di Torino.

FIRMA LA PETIZIONE

https://c.org/sywRTv4J9V

 

Su Radio Onda d’Urto Hafza, di Torino per Gaza. Ascolta o scarica

Di seguito, il comunicato di Torino Per Gaza:

“Abbiamo appreso poche ore fa dell’arresto di Mohamed Shahin, amico e compagno da sempre impegnato nella lotta per la liberazione della Palestina. Questa mattina Mohamed è stato prelevato, arrestato e condotto al Centro di Permanenza per il Rimpatrio di Torino. Mohamed è stato arrestato dopo due anni di mobilitazioni in cui non ha mai smesso di esporsi pubblicamente contro il genocidio in corso in Palestina.

A Mohamed è stato revocato il permesso di soggiorno di lunga durata e imposta una deportazione immediata verso l’Egitto: un paese in cui non può tornare, dove il regime dittatoriale di al-Sisi – da lui ripetutamente denunciato per corruzione e per il suo esplicito sostegno allo Stato colonialista di Israele – lo esporrebbe a rischio concreto di arresto, tortura e detenzione a vita. Nonostante la sua richiesta di asilo politico, il giudice ha confermato la deportazione, ignorando ogni evidenza del pericolo reale e documentato che Mohammad correrebbe.

Sappiamo che Mohamed non è un caso, ma una chiara volontà politica: fermare chi in questi anni si è mobilitato contro il genocidio in Palestina. Mohamed è stato preso di mira non solo per il suo impegno politico ma anche perché Imam di una moschea di Torino. Ancora una volta, la propaganda islamofoba diventa strumento per zittire chi alza la voce e rifiuta di abbassare la testa. Mohamed non ha mai accettato di restare in silenzio di fronte a oltre due anni di massacri. Per questo oggi viene arrestato e minacciato di espulsione verso un regime dittatoriale. Il suo unico “reato” è aver gridato insieme a tutti noi la libertà per la Palestina, aver denunciato la brutalità del colonialismo israeliano, la complicità internazionale e la corruzione dei governi arabi.

Come coordinamento Torino per Gaza denunciamo apertamente questo atto vile, islamofobo e razzista, che si inserisce in un clima politico sempre più ostile verso chiunque non sia disposto a essere docile e silente. L’obiettivo è chiaro: fermare il grosso ed eterogeneo movimento per la Palestina. Noi non accettiamo nulla di tutto questo, non fermeranno la voce di Mohamed e non fermeranno nemmeno le nostre voci, noi siamo con Mohamed.

Per questo oggi siamo in piazza, sotto la Prefettura di Torino alle ore 11:30, per esprimere massima solidarietà a Mohamed e per impedire che questa vergognosa azione venga portata a termine.

un giovane palestinese imprigionato da 6 mesi in Italia – Soccorso Rosso Proletario

Italie : Le jeune palestinien Ahmad Salem emprisonné depuis 6 mois

 

Ahmad Salem, Palestinien de 24 ans né dans le camp de réfugiés d’al-Baddawi au Liban, est emprisonné en Italie depuis plus de six mois après avoir appelé, dans une vidéo de huit minutes, à la mobilisation contre le génocide à Gaza, à un soulèvement en Cisjordanie et à des manifestations au Liban. Arrivé en Italie pour demander l’asile, son téléphone a été saisi lors de son audition, et il a été accusé d’« incitation à commettre un crime » et d’« auto-formation en vue du terrorisme ». Les autorités italiennes l’ont présenté comme un « jihadiste », en s’appuyant sur quelques phrases sorties de leur contexte et sur des vidéos de la résistance palestinienne déjà largement diffusées par les médias italiens et ne contenant aucun contenu technique. Malgré cela, Ahmad est détenu en régime de haute sécurité à Rossano Calabro dans l’attente de son procès ; ses avocats ont saisi la Cour de cassation et contestent la constitutionnalité de l’article 270 qui étend la criminalisation des discours. Ce cas n’est pas isolé, comme en témoigne la situation d’Anan Yaeesh, Ali Irar et Mansour Doghmosh (voir notre article).

da secours rouge

5 compagni anarchici italiani fermati in germania poi rispediti in Italia- informazione solidale

Allemagne: Cinq anarchistes italiens refoulés à Hambourg avant une rencontre antimilitariste

 

Un second échange international antimilitariste s’est tenu à Hambourg en novembre 2025, réunissant des militants de plusieurs pays pour réfléchir aux luttes contre la militarisation et le service militaire. Vendredi 21 novembre, cinq militant·e·s anarchistes arrivant de Milan ont été arrêtés par la police fédérale allemande dès leur sortie de l’avion à l’aéroport de Hambourg. Ils ont été contrôlés, interrogés sur la rencontre et sur leurs activités anarchistes. Face à leur refus de coopérer, et après plusieurs heures, il leur a été notifié qu’ils seraient refoulés. Après avoir passé la nuit au poste de police, la police fédérale a modifié leur réservation de vol pour le lendemain matin. Leurs documents ont été remis au pilote et ils ont été renvoyés en Italie, où ils ont été accueillis par la police italienne et relâchés. Les documents remis aux militants justifiaient leur interpellation par leur échange contre un service militaire et leur rejet du militarisme au cours de l’année précédente.