Cinque poliziotti indagati per la morte di Moussa Balde al cpr di Torino

Da Osservatorio repressione

Moussa Balde

L’accusa è di omicidio colposo in concorso con il medico e il direttore della struttura

Si allarga l’indagine per omicidio colposo sulla morte, per suicidio, del giovane Moussa Balde, avvenuta nel Cpr di Torino il 23 maggio scorso. A svelarlo è La Stampa di Torino che, questa mattina, da notizia dell’iscrizione tra gli indagati, nel fascicolo aperto dai magistrati Vincenzo Pacileo e Rossella Salvati – nel quale figuravano già indagati il medico e il direttore della struttura -, di cinque poliziotti della Questura piemontese: tre agenti semplici e due graduati. A loro i pm contesterebbero il medesimo reato in concorso.

A far scattare le indagini non è stato il solo caso del giovane guineano che fu spedito nel Cpr di Torino con un foglio di via dalla provincia di Imperia, dopo essere stato aggredito nel centro di Ventimiglia (e trovato senza permesso di soggiorno), ma una serie di altri fatti anomali – in tutto una cinquantina – di migranti trattenuti nel Centro permanente per il rimpatrio del capoluogo piemontese che hanno tentato di togliersi la vita nell’ultimo periodo. La domanda che si pongono i magistrati è se questi casi sospetti, alcuni finiti in tragedia, potevano essere evitati o prevenuti. Quesiti sostenuti anche dalle associazioni umanitarie e dall’avvocato che sta seguendo il caso Balde.

da riviera24.it

Grecia: Condannato a 142 anni per aver salvato 33 vite

Rifarei tutto da capo“. Condannato a 142 anni carcere per aver salvato 33 vite umane. Quando Hanad Abdi Mohammed, somalo, nel dicembre 2020 sale sul barcone che lo deve trasportare dalla costa turca in Grecia non immagina che cosa sta per succedergli. “Avevo paura di annegare, di morire. Ma non pensavo di finire in una cella“. Al largo dell’isola di Lesbo i trafficanti turchi – come spesso accade – abbandonano il barcone e lo lasciano ai migranti. Così Mohammed, senza pensarci due minuti, afferra il timone e si mette alla guida. Ha paura ma è determinato a salvare se stesso e i suoi compagni di viaggio.

Poi, però, una volta arrivato a terra, Mohammed viene arrestato. L’accusa è di traffico internazionale di esseri umani. E in primo grado viene condannato a 142 anni di cella. “È una sentenza ingiusta e crudele“, spiega  il deputato greco di Syriza Stelios Kouloglou che domenica ha fatto visita a Mohammed in carcere sull’isola di Chios insieme a una delegazione di eurodeputati. “Nonostante la situazione, l’ho trovato calmo e lucido“, spiega ancora.

Per arrivare a questa sentenza “i giudici si sono basati su una legge greca del 2014, articolo 30 della legge 4251/2014 – spiega ancora Kouloglou – chi prende il timone è considerato un contrabbandiere e riceve una condanna a 15 anni per persona trasportata e l’ergastolo per ogni persona morta durante il viaggio“. Ma non solo. “All’imputato sono stati forniti inizialmente avvocati d’ufficio che non hanno studiato il caso e non gli è stata fornita un’appropriata assistenza nella traduzione durante gli interrogatori“, denuncia Kouloglou. Così, dopo un’udienza di circa quarantacinque minuti e di un’ora e mezza di Camera, arriva il verdetto. Uno choc.

Il caso di Mohammad non è l’unico. Secondo un rapporto pubblicato a novembre da Border Monitoring, una ong tedesca, sono stati identificati almeno 48 casi solo a Chios e Lesbo, dove “gli imputati non hanno tratto alcun profitto dal business del contrabbando“. Nella stessa prigione di Chios sono rinchiusi due afghani, di 24 e 26 anni, entrambi condannati a 50 anni sulla base della stessa accusa. “Uno di loro ha viaggiato con la moglie incinta e il figlio, nessun trafficante farebbe una cosa del genere“, dice Kouloglou.

E un uomo siriano di 28 anni è in prigione ad Atene dopo aver ricevuto una condanna a 52 anni ad aprile dopo aver attraversato la Turchia con sua moglie e tre figli, mentre un altro afghano è stato accusato per la morte del figlio durante la traversata provocata invece – secondo i testimoni – dallo speronamento della Guardia costiera greca. Una prassi comune, secondo le associazioni per i diritti umani. E proprio la condanna di Mohammad è stata aggravata dal fatto che due donne sono annegate in quella traversata. “Ma otto migranti che erano sulla barca hanno testimoniato come il trafficante turco che li trasportava avesse abbandonato l’imbarcazione dopo che una nave della Guardia costiera turca l’ha spinta a entrare in acque greche”, spiega ancora.

Il meccanismo dunque è chiaro. Accusare i migranti per cercare di fermare il flusso. Una deterrenza che “oltre che a violare i diritti umani non funziona“, concordano gli esperti. La pratica di processare i migranti per traffico di migranti è iniziata nel periodo della crisi del 2015-2016, quando più di 1 milione di rifugiati hanno attraversato la Grecia.

E si è intensificata da quando la Turchia all’inizio del 2019 ha smesso di far rispettare un accordo raggiunto con Bruxelles nel 2016 per fermare il flusso e rimpatriare tutti coloro che riescono a entrare illegalmente in Grecia che non hanno diritto alla protezione dell’UE“, dicono alcuni osservatori. Inoltre “è molto difficile per la Grecia, ma anche per l’UE, cooperare con la Turchia per reprimere il traffico”. La Grecia, dal canto suo, si difende, affermando che i suoi tribunali sono equi e che ha l’obbligo di sorvegliare i propri confini.

Negli ultimi due anni, secondo Dimitris Choulis e Alexandros Georgoulis, gli avvocati che difendono Mohammad e altri come lui, le accuse vengono mosse senza prove reali, come prova il fatto che un uomo afghano sia sotto processo contrabbando semplicemente perché aveva il Gps aperto sul suo cellulare durante un attraversamento. Ma nei confronti dei veri trafficanti non viene fatto nulla. Con il risultato che nulla cambia. Perché, come ha sintetizzato al New York Times Clio Papapadoleon, un importante avvocato per i diritti umani, “processare un rifugiato come contrabbandiere significa trattare un piccolo criminale per droga come Escobar. E forse anche peggio“.

Marta Serafini

da il Corriere della Sera

Solidarietà internazionale contro la campagna militare “prahar” scatenata dal governo fascista indiano

Info: Proletari comunisti

P ARTITO COMUNISTA DELL’INDIA (MAOISTA)

Comitato Centrale

Comunicato stampa

7 novembre 2021

Facciamo della “Giornata internazionale d’azione” del 24 novembre contro la campagna militare “prahar” scatenata dal governo fascista Modi un grande successo!

Nel 2009 le classi dominanti indiane lanciarono la Operazione Green Hunt, una guerra contro popolo agli ordini degli imperialisti allo scopo di sradicare il movimento rivoluzionario. Da allora tante organizzazioni proletarie internazionali, organizzazioni di sinistra, democratiche e rivoluzionarie si sono fatte avanti per opporsi a questa operazione. Poi, nel 2011, in seguito all’assassinio del compagno Kisanji (membro del nostro Ufficio Politico), tante organizzazioni proletarie, e altri organizzazioni e partiti maoisti costituirono insieme a a Milano, Italia, un comitato internazionale a sostegno della guerra popolare in India (ICSPWI) che negli ultimi 10 anni ha sostenuto la Guerra popolare in India da una prospettive di classe, proletaria e internazionale. Questa organizzazione si oppone oggi alla campagna militare Prahar-3, che è una campagna repressiva controrivoluzionaria delle classi dominanti indiane Hindutva. Per opporsi alla campagna Prahar-3 e a sostegni della guerra popolare in India, hanno deciso di tenere il prossimo 24 novembre (decimo giorno del martirio del compagno Kisanji) una Giornata internazionale d’azione. Il Comitato Centrale del nostro partito rivolge il suo saluto rivoluzionario all’ICSPWI. Il Partito fa appello alle organizzazioni di massa rivoluzionarie di tutto il paese, ai Comitati Popolari Rivoluzionari e al EGPL a fare della Giornata internazionale d’azione un grosso successo. Facciamo appello ai simpatizzanti rivoluzionari di tutto il paese, alle organizzazioni di sinistra, democratiche e patriottiche, alle forze laiche anti-Hindutva, ai proletari, contadini, studenti, intellettuali, donne, alle minoranze, ai dalit e agli adivasi a parteciparvi e farne un successo.

Nei giorni scorsi il fantoccio delle multinazionali, il fascista Modi, ha stretto nuovi protocolli di intesa con le aziende imperialiste. Modi ha battuto ogni primato mondiale di svendita del paese e imposizione di un regime fascista in India. Perciò le agenzie internazionali di rating sbandierano Modi come lo statista più popolare al mondo.

Il 26 settembre 2021, i primi ministri dei 10 stati dell’India in cui agisce il movimento maoista e alti funzionari della presidenza del ministro degli Interni centrale, Amit Shaw, hanno concordato, presentandolo come un piano di sviluppo, un piano controrivoluzionario grazie a cui si intensificheranno le campagne oppressive nella parte centrale dell’India. . Più recentemente, il 3 novembre, hanno dichiarato che le loro truppe sono pronte e che in Odisha e Chattisgarh sarebbero arrivati stati creati 24 campi di polizia. Non c’e nessun programma di welfare nel presunto piano di sviluppo dichiarato dal ministro dell’Interno. Il nostro partito che condanna questa offensiva controrivoluzionaria e fa appello al popolo di questo paese, a prepararsi per risolvere i problemi vitali del popolo.

Da una parte, nell’ultimo anno i contadini, con forte determinazione e spirito combattivo, hanno lottato contro le leggi anti-contadine, dall’altra, gli adivasi del Bengala occidentale, Jharkhand, Odisha, Chattisgarh, Andhra Pradesh, Telangana e Maharashtra stanno combattendo per la terra e il controllo su foreste e acque. E allora il governo mobilita le sue truppe e installa campi di polizia, per reprimere il movimento adivasi in Dandakaranya, Jharkhand, AOB e Odisha. Da 6 mesi continua il movimento contro i campi di polizia in Silinger, distretto di Sukma, Chattisgarh, nonostante la dura repressione. Lo scopo della campagna Prahar-3 è sradicare tutti i movimenti di massa, di qualsiasi tipo. Le forze del governo Hindutva definiscono il movimento rivoluzionario diretto dal PCI (maoista) una minaccia alla sicurezza interna. In realtà, sono la cricca dominante fascista di Modi e Amit Shaw la vera minaccia e la più pericolosa per la vita e il benessere della popolo di questo paese. La cricca al potere pianifica l’eliminazione del movimento rivoluzionario senza risolvere i problemi vitali di questo paese. Condanniamo con forza i nefasti piani del governo e facciamo appello al successo della Giornata Internazionale d’Azione del il 24 novembre. La Prahar-3 e le altre campagne repressive non fermeranno i movimenti rivoluzionari. Chiamiamo le masse a intensificare la loro lotta e sollevarsi in massa per la vittoria della rivoluzione di nuova democrazia in India. Combattiamo fino all’ultimo e otterremo la vittoria finale.

 Il 24 novembre organizziamo manifestazioni e assemblee in tutti i villaggi contro la Prahar 3!

 Teniamo iniziative pubbliche nei centri del movimento e opponiamoci alla campagna Prahar 3!

 Facciamo una campagna di propaganda su larga scala, smascheriamo le menzogne delle forze Hindutva e della Operazione Prahar 3!

 Bruciamo ritratti di Modi, Amitshaw, Bhagavath e denunciamo il loro piano repressivo, inviamo rapporti e denunce alle organizzazioni internazionali per i diritti umani, compreso l’ICSPWI!

 Comitato Centrale, PCI (maoista)

Tortura nelle carceri brasiliane: detenuti per 15 giorni nudi per terra e senza bagno

Da Osservatorio repressione

Le denunce di tortura nelle carceri di Goiás e Minas Gerais rivelano condizioni disumane a cui i detenuti, per lo più neri, sono sottoposti dalle autorità.

Nella regione centro-occidentale di MG, le Associazioni per la difesa dei diritti umani e le famiglie dei detenuti del penitenziario di Formiga hanno denunciato violazioni che erano state commesse da agenti criminali all’interno del luogo. Il 22 ottobre, i detenuti sono stati tenuti nudi e seduti nel cortile sporco del carcere per 8 ore e mezza, secondo Maria Tereza dos Santos, presidente dell’Associazione degli amici e delle famiglie delle persone private della libertà di Minas Gerais.

Questa assurdità si sarebbe verificata dopo che i detenuti avevano chiesto condizioni migliori in carcere, come il miglioramento della qualità del cibo offerto, una maggiore disponibilità di acqua e il ritorno al sistema delle visite pre-pandemia.

Il responsabile di ciò era il Gruppo di Intervento Rapido (GIR) della Polizia Criminale, legato al Dipartimento di Stato di Giustizia e Pubblica Sicurezza (Sejusp), che ha confermato quanto accaduto e ha dichiarato che l’allontanamento di prigionieri ed effetti personali dalle celle è avvenuto” dopo movimenti di eversione dell’ordine». Gli agenti hanno anche raccolto il cibo inviato dalle famiglie tramite Sedex, poiché a molti è impedito l’ingresso nelle carceri a causa delle restrizioni legate alla pandemia.

I detenuti si lamentano spesso della mancanza di acqua e cibo. Secondo la segreteria, gli agenti di pronto intervento sono stati chiamati dopo che i prigionieri hanno bruciato pezzi di materassi e, da allora, il direttore regionale della Polizia criminale della 7° Regione Integrata di Pubblica Sicurezza (Risp) ha assunto temporaneamente la direzione del reparto penitenziario. Il gruppo di intervento rapido è entrato nella cella, ha fatto spogliare tutti i detenuti, uscire nudi nel cortile e sedersi sul pavimento freddo e sporco. Coloro che si sono lamentati sono stati ancora ammanettati e picchiati.

A Goiás, presso l’unità carceraria di Caldas Novas, 99 detenuti hanno firmato una lettera in cui denunciavano una routine di tortura all’interno del carcere. Oltre alle torture, la lettera racconta le minacce del direttore del reparto di detenuto Gabriel Vilela, il cui padre aveva denunciato gli attacchi: “Siamo stati più volte torturati con spray al peperoncino negli occhi, acqua fredda, calci nelle costole, allo stomaco, schiaffi nell’orecchio e diverse aggressioni, sono rimasti da 10 a 15 giorni senza lavarsi i denti e senza fare il bagno con il sapone, solo inzuppandosi con l’acqua del tubo, dormendo sulla pietra, senza materasso, hanno rimosso i fan da alcune celle, molti di loro erano ammalati di caldo, ritiravano parte del loro cibo, senza materasso per punizione”, si legge nella dichiarazione resa da Wender e consegnata al Pubblico Ministero per evitare che Gabriel venisse assassinato.

Secondo gli intervistati da Jornal Metamorfose, responsabile della pubblicazione della lettera, dopo le denunce ci sono state ancora ritorsioni: i prigionieri sono stati picchiati e i familiari hanno ricevuto minacce di morte e umiliazioni.

La moglie di uno dei detenuti ha anche raccontato a Jornal Metamorfose di aver visto di recente un giovane essere picchiato durante la sua visita e che: “quando arriviamo sono tutti spaventati, con la paura negli occhi che chiedono aiuto, ma la polizia nasconde gli infortuni, non ce lo fanno vedere”.

Mentre la fame e la miseria affliggono milioni di famiglie brasiliane colpite dalla pandemia, dalla disoccupazione, dalla precarietà della vita imposta dai governi regolatori, mentre nel nostro Paese ci sono 15 milioni di disoccupati e 30 milioni di persone che vivono con uno stipendio come minimo, tra questi milioni di persone, 20 milioni sono neri e neri, che sono quelli che soffrono maggiormente il lavoro precario e sono vittime della violenza razzista dello Stato. All’interno delle carceri, che sono per lo più composte da neri, queste persone, molte delle quali incarcerate senza un giusto processo, sono sottoposte a condizioni disumane e torture, alle quali si risponde con crescente violenza.

da Esquerda Diario

Il governo prende a pretesto le manifestazioni Novax-Nogreen pass per limitare fortemente i cortei sindacali, di opposizione sociale e politica proletaria

NESSUN DIVIETO A MANIFESTAZIONI/CORTEI SINDACALI E SOCIALI per gli interessi di commercianti, ristoratori e padroni!

Il governo con le ultime disposizioni alle Prefetture del Ministero degli Interni pone una pesante restrizione, divieto di fatto, a tutti i cortei e manifestazioni. Prende a pretesto le manifestazioni Novax-Nogreen pass (che invece continuano ad essere permesse sia pur con un formale ed inutile “non autorizzazione” e minacce di sanzioni), per, in realtà, limitare fortemente i cortei sindacali, di opposizione sociale e politica proletaria a padroni e governo, in un momento in cui le lotte e le manifestazioni per il lavoro, per il salario, per la sicurezza/salute, per i diritti sono quanto mai in corso, necessarie e urgenti.

Il Ministero degli Interni ha permesso ignobili iniziative reazionarie dei novax, come l’attacco alla Cgil e ad un Ospedale di Roma – che non si sarebbero potute fare senza il “lasciapassare” della polizia (piena di novax) – e ora pretende in nome di queste manifestazioni di imporre restrizioni a tutte le manifestazioni, in particolare quelle proletarie, di studenti, donne, disoccupati, attaccando diritti costituzionali.

Ma la cosa più inaccettabile è che queste restrizioni vengono fatte in realtà per difendere gli interessi economici di commercianti, ristoratori.

Scrive infatti la Direttiva ai prefetti del Ministero degli Interni (che riportiamo sotto integrale)

Quindi, mettendo sullo stesso piano i diritti di lotta, di manifestazione con il “diritto” al profitto dei padroni di negozi ed esercizi – anzi questo viene messi su un piano più elevato, visto che il “diritto” al profitto si difende mentre i diritti delle masse si contraggono.

Prima il governo ha permesso le manifestazioni di protesta di commercianti, ristoratori per i loro mancati utili – a cui i mass media hanno dato largo e immeritato spazio, come ora per i novax -, ora sempre in nome di questi padroni e padroncini, per non disturbare le loro vendite/entrate, vuole confinare i cortei in zone periferiche in cui non siano visibili e non diano fastidio agli affari dei commercianti.

Nello stesso tempo, la Direttiva parla della nuova ondata pandemica, ma ancora una volta il governo, in questa situazione aggira il vero problema, la sua responsabilità di fare la vaccinazione per tutti, obbligatoria, e invece “si impegna” sul fronte della repressione.

Questo non deve passare!

Il diritto di manifestazione si difende esercitandolo!

Giro di vite del governo: dalla Valsusa ai centri cittadini il diritto a manifestare viene calpestato

Di ieri è la notizia che saranno vietati i cortei nei centri cittadini per i prossimi tempi da parte del governo Draghi. Tutti i cortei. Chiunque voglia manifestare il proprio sdegno per qualcosa non potrà farlo nei centri delle città, né sotto i cosiddetti obbiettivi sensibili (cioè gli eventuali responsabili delle situazioni per cui si manifesta).
Tutto ciò perché secondo le stime di non si capisce bene chi, fatte non si capisce bene come, i commercianti dei centri storici avrebbero subito un’inflessione del 30% nelle vendite a causa dei cortei, dunque visto che si avvicina il periodo natalizio il consumo non va disturbato e se a qualcuno rode il culo (perdonate il francesismo) per qualcosa che faccia un sit in fuori dalle mura della città. Che poi chissà se questa inflessione è dovuta veramente veramente ai cortei o forse al fatto che le piattaforme multinazionali durante la pandemia hanno distrutto il commercio di prossimità e continuano a farlo, al fatto che il reddito delle persone si sta contraendo ecc… ecc… Ma si sa lo stereotipo del commerciante terrorizzato dalle manifestazioni piace sempre.
In Val di Susa sono anni che tra divieti, zone rosse, zone d’interesse strategico, reti e filo spinato e camionette in intere aree del nostro territorio ci vengono impediti il diritto di circolazione e quello di manifestazione. Tutto ciò per difendere il profitto di pochi contro un’intera popolazione che si oppone ad un’opera inutile ed inquinante.
Quanto sta succedendo nei centri cittadini risponde alla stessa logica. Era iniziata ieri con i decreti antiaccattonaggio, con i daspo urbani e adesso con i divieti a manifestare, ahinoi, spesso approvati tra gli applausi da una parte degli stessi che oggi scendono in piazza contro il green pass (l’indesiderabile è sempre l’altro… fino a che non diventi tu). Oggi si vuole continuare a imporre che nei centri vetrina delle città non succeda nulla, questa volta dietro la scusa grottesca di un possibile aumento dei contagi dovuti alla manifestazioni all’aria aperta mentre sui luoghi di lavoro, sui mezzi pubblici e nei templi del consumo ci si stipa come prima a far arricchire i soliti noti che passano il loro tempo a piangere miseria sulle pagine dei giornali.
PD, Movimento 5 Stelle e la varia “sinistra” governista plaudono delle misure che neanche nella peggiore democratura sarebbero applicate a cuor leggero. I sindacati confederali? Assenti. Il diritto a manifestare diventa un privilegio di concessione reale.
Questa misura non ha nulla a che vedere col fatto di essere a favore o meno del green pass o del vaccino. Quanto avviene è la misura di una crisi di legittimità dello Stato senza precedenti, che indica quanto politici ed imprenditori siano consapevoli che il consenso nei confronti della loro gestione dello stato di cose presenti sia al minimo storico e si trincerano dietro autoritarismo, imposizioni e filo spinato, reale e metaforico. E ciò dà il senso di quanto la vera “emergenza democratica” siano loro.

Udine: Iniziative contro il carcere l’11 e 13 Novembre

Riceviamo e diffondiamo:

Giovedì 11 novembre, dalle 8.30, saremo ancora una volta fuori dal Distretto sanitario di Udine per informare utenti, pazienti e passanti che in quella struttura i funzionari e le autorità promuovono i trattamenti e gli abusi che, nel carcere di questa città, negli ultimi anni hanno portato sofferenza, abbandono, disperazione… e, ultimamente, alla morte del detenuto Ziad Kritz, di soli 22 anni, avvenuta per azioni e scelte deliberate – che lo stesso garante Corleone ha definito pubblicamente «discutibili».

Saremo in strada, fuori dal Distretto sanitario, perché quella mattina due nostr* compagn*avranno l’udienza al processo intentato dallo Stato con l’accusa di istigazione a delinquere e diffamazione nei confronti di funzionari pubblici: ovvero i responsabili della gestione sanitaria (scellerata) del carcere di Udine. In altre parole, pare che la Digos e la procura di Udine vogliano farci pesare penalmente ogni nostra parola che, superando la sterile libertà di indignarsi, rivendichi la libertà di lottare. E così, tanto per fare degli esempi dei nostri capi di accusa, affermare che è giusto colpire con l’azione diretta chi (veramente) istiga al razzismo e alla guerra tra poveri, come la Lega, diventa istigazione a delinquere. Dire che la malasanità in carcere è tortura e dunque denunciare come torturatori i medici che se ne fregano dei/delle detenut*, diventa diffamazione.

La farsa giudiziaria nasconde impercettibilmente una violenza sottile ma precisa. Contrariamente a quanto ritengono alcuni, indossare un’uniforme o utilizzare un distintivo non sono atteggiamenti professionali, come se si trattasse di un indumento o un utensile di lavoro. Attraverso essi viene perseguito l’obbiettivo di esprimere la legittimità di una funzione. Quale? Individuare gesti di ostilità, resistenza, refrattarietà al patriarcato e al capitale, inserirli nella logica del diritto penale per screditarli, sminuirli, trasformarli in banali comportamenti personali diretti contro altre persone (i funzionari), per oscurare le reali condizioni sociali e per consolidare i rapporti di dominazione.

Sabato 13 novembre, dalle h 8.30, contesteremo garanti, direttori di carcere, funzionari dell’amministrazione penitenziaria, magistrati, preti, scienziati sociali, esponenti del terzo settore,… in convegno presso la sala Ajace di Palazzo D’Aronco, sede municipale cittadina. Saremo là, perché non diamo nessun credito alla capacità delle istituzioni di assumersi la responsabilità collettiva dei problemi causati da privilegi e differenze strutturali di questa società, problemi per i quali i reietti sono rinchiusi dietro le sbarre, così da fare sparire tali problemi dallo sguardo di chi invece, in virtù delle decisioni del sistema giudiziario, può vivere fuori dalle mura. Queste iniziative possono concorrere a produrre solo nuove figure di operatori penitenziari, del tutto ideologiche, mettendo al riparo i dipendenti pubblici dalle loro concrete responsabilità.

GLI APPUNTAMENTI A UDINE SONO DUNQUE:

GIOVEDì 11 NOVEMBRE h 8.30, IN VIA S.VALENTINO, DAVANTI ALL’INGRESSO DEGLI AMBULATORI DEL DISTRETTO SANITARIO;

SABATO 13 NOVEMBRE h 8.30, IN PIAZZA LIBERTÀ ANGOLO VIA CAVOUR, PRESSO L’ACCESSO ALLA SALA AJACE

Assemblea permanente
contro il carcere e la repressione FVG