Un filosofo produce idee, un poeta poesie, un pastore prediche, un professore manuali ecc. Un delinquente produce delitti. Se si esamina più da vicino la connessione che esiste tra quest’ultima branca di produzione e l’insieme della società, ci si ravvede da tanti pregiudizi. Il delinquente non produce soltanto delitti, ma anche il diritto criminale, e con ciò anche il professore che tiene lezioni sul delitto criminale, e inoltre l’inevitabile manuale, in cui questo stesso professore getta i suoi discorsi in quanto “merce” sul mercato generale. Con ciò si verifica un aumento della ricchezza nazionale, senza contare il piacere personale, come [afferma] un testimonio competente, il professor Roscher, che la composizione del manuale procura al suo stesso autore. Il delinquente produce inoltre tutta la polizia e la giustizia criminale, gli sbirri, i giudici, i boia, i giurati ecc.; e tutte queste differenti branche di attività, che formano altrettante categorie della divisione sociale del lavoro, sviluppano differenti facoltà dello spirito umano, creano nuovi bisogni e nuovi modi di soddisfarli. La sola tortura ha dato occasione alle più ingegnose invenzioni meccaniche e ha impiegato, nella produzione dei suoi strumenti, una massa di onesti artefici.
Il delinquente produce un’impressione, sia morale sia tragica, a seconda dei casi, e rende così un “servizio” al moto dei sentimenti morali ed estetici del pubblico. Egli non produce soltanto manuali di diritto criminale, non produce soltanto codici penali, ma anche arte, bella letteratura, romanzi e perfino tragedia, come dimostrano non solo La colpa del Müllner e I masnadieri dello Schiller, ma anche l’Edipo [di Sofocle] e il Riccardo III [di Shakespeare].
Il delinquente rompe la monotonia e la banale sicurezza della vita borghese. Egli preserva cosi questa vita dalla stagnazione e suscita quell’inquieta tensione e quella mobilità, senza la quale anche lo stimolo della concorrenza si smorzerebbe. Egli sprona così le forze produttive. Mentre il delitto sottrae una parte della popolazione in soprannumero al mercato del lavoro, diminuendo in questo modo la concorrenza tra gli operai e impedendo, in una certa misura, la diminuzione del salario al di sotto del minimo indispensabile, la lotta contro il delitto assorbe un’altra parte della stessa popolazione.
Il delinquente appare così come uno di quei naturali "elementi di compensazione" che ristabiliscono un giusto livello e che aprono tutta una prospettiva di "utili" generi di occupazione.
Le influenze del delinquente sullo sviluppo della forza produttiva possono essere indicate fino nei dettagli. Le serrature sarebbero mai giunte alla loro perfezione attuale se non vi fossero stati ladri? La fabbricazione delle banconote sarebbe mai giunta alla perfezione odierna se non vi fossero stati falsari? Il microscopio avrebbe mai trovato impiego nelle comuni sfere commerciali (vedi il Babbage) senza la frode nel commercio? La chimica pratica non deve forse altrettanto alla falsificazione delle merci e allo sforzo di scoprirla quanto all’onesta sollecitudine per il progresso della produzione?
Il delitto, con i mezzi sempre nuovi con cui dà l’assalto alla proprietà, chiama in vita sempre nuovi modi di difesa e così esercita un’influenza altrettanto produttiva quanto quella degli scioperi (‘strikes’) sull’invenzione delle macchine. E abbandoniamo la sfera del delitto privato: senza delitti nazionali sarebbe mai sorto il mercato mondiale? O anche solo le nazioni? E dal tempo di Adamo l’albero del peccato non è forse in pari tempo l’albero della conoscenza? ...
E’ esploso un focolaio di covid anche nel carcere di Taranto, uno dei più sovraffollati della penisola. Circa una settimana fa il SAPPE rappresentò la preoccupante situazione nel carcere, che aveva registrato almeno 36 detenuti positivi. In quell’occasione il SAPPE denunciò le responsabilità sia dell’ASL di Taranto che dell’amministrazione penitenziaria che nonostante la pandemia, continuava a riempire il penitenziario di detenuti che arrivavano da ogni dove.
«Chiedemmo – si legge nella nota diffusa da Federico Pilagatti, a nome della Segreteria Nazionale Puglia del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Puglia (Sappe) – anche l’intervento della magistratura per verificare eventuali comportamenti irresponsabili, poiché è inaccettabile che per situazioni che creano grande pericolo ed allarme sociale non paghi mai nessuno. Purtroppo da allora nessun serio provvedimento è stato adottato, nonostante i positivi al covid nella giornata di giovedi 24 siano arrivati a quota 54, (con circa 300 detenuti in quarantena) e con una previsione di ulteriore innalzamento.
Il SAPPE ritiene che allo stato per evitare situazioni di grande allarme nonchè riportare il tutto in un clima meno pericoloso, bisogna inviare a Taranto almeno 50 poliziotti da reperire con un interpello istantaneo da tutte le carceri della Nazione, nonché sfollare il carcere di Taranto di almeno 200, 250 detenuti che non hanno nulla a che vedere il focolaio, e trasferirli in penitenziari limitrofi della Calabria, Campania ecc.ecc. che non sono certo affollate come il penitenziario del capoluogo Jonico che, conta circa 670 detenuti con 300 posti.
Se ciò non dovesse avvenire con la massima urgenza, non ci saranno scusanti per nessuno, e non ci fermeremo fino a quando i responsabili pagheranno, poiché troppi sono stati gli errori e le disattenzioni commesse che, hanno portato il carcere di Taranto sull’orlo del precipizio».
Situazione critica anche al carcere di Lecce, dove i detenuti, rimasti senza acqua e senza luce, hanno protestato nella notte
Non si può archiviare così.
Non è accettabile che una strage come quella del Sant’Anna venga liquidata in questa maniera, con tre paginette scarse e la volontà palese di mettere la parola “fine” sul “caso carcere”, così come l’ha definita vergognosamente una testata locale lanciando la notizia dell’archiviazione. Il “caso carcere”, 9 morti di cui 8 già archiviate dopo appena un anno da quanto accaduto. Una strage carceraria senza precedenti nella storia repubblicana e alcun paragone a livello europeo seppellita in fretta e furia. Otto vittime, tutte di origine straniera, per le quali verosimilmente non si saprà mai ciò che realmente è accaduto loro. E loro – delle vittime stesse – e di nessun altro è la responsabilità della loro morte per il Tribunale di Modena che nella giornata di oggi è riuscito a scrivere, con questa decisione, una pagina nerissima non solo per la città ma per l’intero Paese. Rimangono la rabbia, il dolore e la consapevolezza che in Italia alcune vite valgono meno di zero, che la giustizia è una chimera e che lo Stato, quando vuole, ha totale licenza d’uccidere. Nell’avallare la richiesta d’archiviazione, il gip Andrea Salvatore Romito è riuscito ad affermare che sia Antigone sia il Garante nazionale dei detenuti sono «soggetti privi della qualifica di persone offese in riferimento ai reati ipotizzati» smentendo senza pudore decisioni analoghe ma di segno opposto prese da altri tribunali. Una volontà d’archiviare che sembra mossa esclusivamente dalla volontà di insabbiare.
Come comitato riteniamo l’archiviazione di oggi non solo vergognosa ma anche pericolosa per la salute complessiva del Paese e delle sue istituzioni cosiddette “democratiche”.
Proprio per questo continueremo a tenere vive le fiammelle della ricerca, della memoria e della verità su quella strage.
Pubblichiamo di seguito 2 articoli sul sequestro dell’archivio storico di Paolo Persichetti, sul quale si continua sin troppo a tacere.
Caso Persichetti, procura e riesame non pervenuti
di Frank Cimini, da Osservatorio repressione
Dopo il sequestro dell’archivio storico di Paolo Persichetti dove tra l’altro ci sono le carte per un nuovo libro sul caso Moro sembra esserci un gioco delle parti tra il Tribunale del Riesame e la procura.
A fronte dell’istanza di dissequestro presentata dall’avvocato Francesco Romeo i giudici non hanno fissato la data dell’udienza perché la procura di Roma non ha depositato atti a supporto del sequestro e delle accuse di associazione sovversiva finalizzata al terrorismo e favoreggiamento di latitanti, reati per i quali Persichetti appare come l’unico indagato.
Insomma chi indaga e chi dovrebbe controllare il lavoro degli inquirenti prendono tempo senza che Persichetti possa avere la possibilità non solo di ribattere alle accuse ma di cercare di riavere a disposizione il principale strumento del suo lavoro di storico. Il procuratore Michele Prestipino, la cui nomina è stata considerata irregolare dal Tribunale amministrativo regionale e dal Consiglio di Stato, e il sostituto Eugenio Albamonte ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati hanno scelto la linea del silenzio, di mantenere le carte coperte puntando sul disinteresse quasi generale per la vicenda appena scalfito a quanto pare dall’appello con 500 firme a tutela della ricerca storica indipendente.
Insomma nulla è possibile sapere di questa fantomatica associazione sovversiva che opererebbe secondo le motivazioni scritte nel decreto di perquisizione da almeno sei anni, divulgando molto presunti atti segreti prodotti e/o elaborati dalla commissione parlamentare di inchiesta sul caso Moro. Una commissione che non è stata ricostituita in questa legislatura ma che continua a pendere con una spada di Damocle sulla vita politica e giudiziaria del paese, nonostante le sue teorie dietrologiche e complottarde non abbiano trovato alcun riscontro, a cominciare dalle tonnellate di atti processuali dove persino “pentiti” e “dissociati” affermino che dietro le Brigate Rosse c’erano solo le Brigate Rosse e non pezzi di servizi segreti di mezzo mondo.
Persichetti con la sua attività e i suoi libri ha contribuito enormemente a confutare i dietrologi che però continuano a riscuotere le simpatie delle alte cariche dello Stato perché il più attivo a dire che bisogna ancora cercare “la verità” è il presidente della Repubblica il quale come capo supremo del Csm avrebbe ben diverse e altre trame di cui occuparsi.
A iniziare dalla famosa loggia Ungheria di cui i giornali hanno smesso praticamente di scrivere. La sensazione è che la magistratura e la politica in questo unite nella lotta abbiano un interesse spasmodico a convincere della caratteristica ancora “calda” dell’argomento anni ’70, con l’attenzione rivolta soprattutto a Parigi chiamata a decidere sull’estradizione di nove rifugiati, “la banda dei nonni” per fatti di 40 anni fa. Anzi 50 considerando che ieri nella capitale francese c’è stata l’udienza per Giorgio Pietrostefani, condannato per il delitto Calabresi, 17 maggio 1972.
La scoria armata
di Giovanni Iozzoli, da Carmilla
Con indignazione – ma anche con sincera meraviglia, per la inesauribile follia repressiva che manifestano gli apparati italiani – apprendiamo che Paolo Persichetti è oggetto di indagine per reati pesanti quali favoreggiamento e il famigerato 270 bis, l’associazione a delinquere con finalità di terrorismo. La sua colpa sarebbe il possesso e la divulgazione di materiale “riservato” elaborato dall’ultima Commissione parlamentare d’Inchiesta sul caso Moro, la più sgangherata di quella produzione seriale che dura dal novembre 79. Paolo Persichetti, oltre ad essere un ex militante delle BR, è uno dei più attivi studiosi del fenomeno armato; in particolare, insieme ad una nuova generazione di giovani ricercatori di ambito accademico, si è specializzato nella meritoria opera di debunking circa l’affaire Moro: smentendo e decostruendo le teorie complottiste che da quarant’anni cercano di inquinare la verità storica del conflitto negli anni 70 – operazione di revisionismo di cui le varie commissioni parlamentari sul rapimento Moro sono state uno strumento di punta.
Probabilmente è questo suo rigoroso lavoro di ricerca che ha dato fastidio a qualcuno: un ex brigatista dovrebbe starsene zitto, in un angolo, a scontare i suoi residui di pena e a meditare sui propri peccati; che pretenda di mettersi a fare ricerca storica deve essere sembrato un affronto; che poi contribuisca a smontare minuziosamente le nuove traballanti verità di regime, può risultare un atteggiamento addirittura criminale. Gli sconfitti dovrebbero tacere e lasciarsi cucire addosso gli abiti di scena che in questa o quella stagione, altri provano a imbastire. E poi è meglio non far sapere troppo in giro qual è stato l’esito di questa nuova Commissione di cui Persichetti ha diffuso il prezioso “materiale riservato” e cioè che: “Moro è stato rapito, interrogato e giustiziato dalle BR” – testuale suggello finale del presidente on. Giuseppe Fioroni al termine dei lavori della Commissione medesima. Bella scoperta no? – formulata da chi ha diretto l’illustre team investigativo, che decisamente non lascia dietro di sé rivelazioni epocali, tali da riscrivere la storia d’Italia. Grandi vecchi, agenti infiltrati di ogni nazionalità, motociclisti e ‘ndranghetisti fantasma, covi ballerini e fantascenari globali, hanno riempito solo gli scaffali delle librerie e le carriere tristi di personaggi – di solito ex PCI – che hanno provato a esorcizzare il conflitto col complotto. Mai si è usciti dalla fantanarrativa, anche se probabilmente, tra un paio d’anni, qualcun altro riproporrà l’urgenza di una nuova commissione d’inchiesta sui “misteri del caso Moro”: producendo il solito mix di solennità parlamentari, teoremi paranoici e fuffa, che pare essere ormai l’ultima eccellenza produttiva italiana.
Se promuovere una riflessione storico-politica sugli anni 70 e la lotta di classe in questo paese, può costare l’iscrizione nel registro degli indagati per “associazione sovversiva”, la redazione di Carmilla dovrebbe essere ascritta in blocco a tale sodalizio delinquenziale – basterebbe dare un’occhiata ai nostri archivi. E così per molte altre riviste, siti e centri studi. Siamo tra coloro che hanno continuato a tenere aperta una memoria critica e viva, sulla storia del conflitto – anche armato – senza rimozioni o autocensure. E ci siamo sempre schierati contro il clima fetido di vendetta di Stato che periodicamente riemerge ad ammorbare l’aria. E’ evidente che la storia di quel decennio non è roba vecchia, da soffitta, ma una potente scoria radioattiva mal interrata. Periodicamente qualcuno tenta di ritirarla fuori a proprio uso e consumo, ma i veleni che si liberano da queste operazioni sono imprevedibili. Anche perché disotterandola, quella memoria potrebbe uscire dalle letture mainstream e diventare in qualche modo “contendibile”. E il lavoro di Paolo Persichetti, in tutti questi anni, è andato proprio in questa direzione: un lavoro per il quale merita la solidarietà e la vicinanza di tutti quelli che si schierano sul fronte della verità e della giustizia.
Vendetta di Stato, dicevamo. Cesare Battisti è una specie di incarnazione di questo concetto. Mostrificato per anni quale simbolo di impunità e arroganza radical chic; sequestrato e illegalmente spedito in Italia, a seguito di un decennale accanimento diplomatico ed una meschinissima operazione politico-mediatica; oggi recluso in condizioni di tale durezza, nel carcere di Rossano, da indurlo ad uno sciopero della fame dal quale annuncia di non voler recedere, a costo della vita. Non sta chiedendo condizioni di favore, ma almeno che il Ministero di Grazia e Giustizia rispetti la “propria” legalità. Cesare è un anziano scrittore 66enne, pieno di patologie, che non fa politica da 40 anni: quale accidenti di logica c’è nell’infilarlo in una sezione di Alta Sicurezza – dentro il reparto dei reclusi Isis! –, se non la perversa vocazione alla vendetta verso ogni sia pur lontanissima memoria ribelle? Possibile che a nessun “sincero democratico” ripugni questa condizione pre-moderna di annichilimento del nemico?
E la reclusione al 41 bis di Nadia Desdemona Lioce, 18 anni dopo lo scioglimento della sua organizzazione – a che criteri giuridici o di sicurezza, risponde? E che logica c’è, nella sbandieratissima operazione Ombre Rosse, fortunatamente sgonfiatasi prima di poter distruggere concretamente delle vite? Nei giorni in cui l’operazione furoreggiava sulle prime pagine, Mentana constatò che la ministra Cartabia aveva cominciato a decollare nei sondaggi di gradimento; il vecchio marpione di redazione, non trovando motivazione razionale a tale ascesa, attribuì candidamente “alla cattura dei terroristi latitanti” la ragione di questo consenso. Un ministro anonimo e impotente davanti al disastro delle carceri italiane – fresche di strage –, prova a guadagnare qualche punto, inseguendo fantasmi parigini e vendendoli all’opinione pubblica come “risarcimento morale per le famiglie delle vittime”. Ecco, questo è il nostro paese in estrema sintesi: cinismo di governo, sondaggi, trombonismo giustizialista contro i deboli e disprezzo per le “vite degli altri” – ridotte a copione funzionale a questo o quell’allestimento scenico.
Ma abbiamo anche gli “esuli in patria” – quelli che pur non essendo usciti dal paese, vivono una condizione di minorità, precarietà, ridotta dotazione di diritti – più o meno come i fuoriusciti, ospiti provvisori di uno stato estero. Sono ad esempio i lavoratori della Fedex, rimbalzati negli ultimi giorni tra le pagine della cronaca sindacale e non. In occasione della chiusura del magazzino Fedex di Piacenza – circa 300 famiglie, una grossa azienda, per le dimensioni attuali – non si è vista alcuna mobilitazione civile o istituzionale, come pur avviene (se non altro per motivi di opportunità politico-elettorale) in diverse vertenze aperte sui territori. La chiusura della Fedex piacentina non ha indignato nessuno – a parte i soliti comunicati di rito. Solo i lavoratori, organizzati nel loro comitato di base, stanno tenendo alta la bandiera delle proprie ragioni: da soli, affidandosi alla solidarietà di classe proveniente dagli altri magazzini del gruppo e della filiera. Sono i “brutti, sporchi e cattivi” dell’agire sindacale, quelli che hanno conquistato negli anni qualche elemento concreto di potere operaio: quindi se uno stabilimento infestato da gente così chiude, non è poi una grave perdita per la comunità. Del resto, parecchi di quei lavoratori, in quanto stranieri, non votano neppure – perché preoccuparsi per loro? Frantumare le concentrazioni industriali eccessivamente sindacalizzate è sempre una strategia all’ordine del giorno. All’alba del 10 giugno, ai cancelli di un magazzino Fedex di Lodi, davanti al quale era atteso un presidio di solidarietà ai colleghi piacentini, i padroni hanno allestito una squadraccia antisciopero, spalleggiata dall’eloquente appoggio della polizia in assetto di guerra, pronta a intervenire nel caso i crumiri avessero avuto la peggio. Immagini vergognose che hanno avuto ampia circolazione in rete, che si sommano a mille altri episodi che non hanno goduto di pari visibilità. Nel settore, le teste rotte, le macchine bruciate, le coltellate, le minacce mafiose degli sgherri dei padroncini, sono da anni all’ordine del giorno. Tra un po’ la lotta armata la faranno dall’altra parte, contro gli scioperi e la sindacalizzazione – parallelismi paradossali della vicenda italiana: la vendetta padronale si organizza attivamente contro chi non si dissocia, non si rassegna, non rientra nei ranghi. Quei lavoratori rappresentano un pezzo di Italia “minore” che vuole uscire all’invisibilità: per raccontare la loro condizione di esiliati dalle fasce protette (sempre meno) del mercato del lavoro tradizionale, spediti a produrre ricchezza nei territori ancora non pienamente colonizzati della circolazione frenetica delle merci.
Occorre esprimere contemporaneamente solidarietà a Paolo, a Cesare, agli esuli parigini e a questi nuovi esuli “interni” della Fedex – e di tutte le altre mille realtà produttive che vivono lo stesso minaccioso degrado. Che c’entrano, dirà qualcuno, gli anni 70 con i facchini in lotta? C’entrano. C’entrano eccome – per chi cerca di uscire dalle secche del pensiero corto e debole, e prova dare una lettura complessiva, storica e generale della lotta delle classi subalterne e del loro orizzonte di emancipazione. Dalle galere, alle aule di tribunale, ai cancelli degli stabilimenti: nessuno resti solo, davanti al suo carico di repressione.
Era nato il 12 maggio del 1949 e fu arrestato nel 1980. Pur avendo terminato di scontare interamente la sua pena nel 2000, il sindaco di Torino, Piero Fassino, pensò bene di rinunciare a celebrargli le nozze comunali del 23 maggio 2012.
Nicola D’Amore, col megafono in mano, alla testa di un corteo Fiat
Riprendiamo il racconto del suo arresto pubblicato da baruda.net a cui Nicola aveva narrato la sua storia
Quando ho ricevuto il testo che leggerete, da Nicola D’Amore, sono state subito tante le domande che avrei voluto fargli. Per una semplice ragione, perché penso sia necessario -ora, nel 2020- raccontare, per comprendere, perché questi ragazzi o addirittura dei padri di famiglia, sceglievano di entrare a far parte di un’organizzazione armata. Sono stati in migliaia a fare questa scelta, e la domanda che sempre mi son sentita di fare, come quando imparavo da Salvatore era … “da dove provenivi, da che città, che famiglia, che condizione sociale”?
Nicola fa parte di quei compagni che entrano nelle Brigate Rosse dalle linee delle fabbriche, dalle presse, dalle officine: le brigate di fabbrica, nate e cresciute in quel proletariato che ho sempre avuto la curiosità di capire. Nicola nelle fabbriche del nord ci arriva da una storia lontana: nasce a Portici, da un padre ferroviere anch’esso figlio di ferroviere. Ma al quinti figlio maschio che viene al mondo decide di costruire una prospettiva diversa ed emigra verso nord, nel 1959. Sei mesi passa in stazione, con la sua famiglia, e i mobili appoggiati, che nessuno affittava casa ai terroni, che nessuno affittava casa a chi aveva cinque figli.Alla fine casa la trova, ma tre figli rimangono clandestini, perché ne poteva dichiarare solamente due: Nicola vive nascosto per anni, letteralmente nascosto sotto al letto se il padrone di casa era nei paraggi. Scugnizzi clandestini già nei primi anni di vita, esclusi, celati.
A 16 anni è già un operaio Fiat.
La vita di Nicola andrebbe raccontata con calma, per capire quegli anni e la forza di quei proletari che tanto in alto hanno puntato e speriamo di farlo al più presto. Intanto vi lascio col racconto del suo arresto e dei suoi primi mesi di prigionia.
«Da circa sei anni ero un militante delle Brigate Rosse, più precisamente delle Brigate di Fabbrica della Fiat di Torino.
Verso il gennaio del 1980 la situazione non era delle migliori; c’era sempre più difficoltà a prendere contatto con l’organizzazione e a trovare il modo di riunirsi, tutto sembrava congelato.
Ricordo quei momenti con smarrimento, un momento di attesa, in cui mi son sentito molto solo, con un vuoto di rapporti attorno a me.
E’ la metà di gennaio quando si avvicina Lorenzo Betassa, che avevo già conosciuto perché avevamo partecipato insieme ad alcune azioni armate, per dirmi che saremmo dovuti andare ad Asti la settimana successiva per una riunione della direzione strategica.
Perfetto.
Ci diamo appuntamento sul treno proprio la prima settimana di febbraio, e vista la forte sensazione di essere sotto controllo in fabbrica nelle ultime settimane, abbiamo rafforzato di molto le misure di sicurezza. Così quella mattina, salendo sul treno, mi sono accorto subito di una donna che passeggiava facendo l’indifferente, come se nulla fosse. Era una domenica mattina, il treno era quasi vuoto e io e Lorenzo ci trovavamo nella stessa carrozza ma in scompartimenti separati.
Alla stazione di Asti arriviamo intorno alle 9 del mattino e subito, una volta scesi, ho chiesto a Lorenzo se aveva notato la tipa e se aveva avuto le mie stesse sensazioni, “Sì”, mi risponde.
Continuiamo a fare dei giri, acquistiamo sicurezza dopo quell’incontro, e andiamo al bar dell’appuntamento.
Ci troviamo Rocco Micaletto che ci spiega la situazione e ci propone il passaggio alla clandestinità, visto che eravamo i più anziani e avevamo già costituito un nucleo in grado di portare avanti le istanze dell’organizzazione.
Io, come responsabile delle brigate delle presse mi sono subito proposto, mentre Lorenzo ha tentato di farmi dissuadere, dicendomi di aspettare, che avrei potuto stare ancora un po’ con mia moglie e mio figlio e casomai entrare il mese successivo.
E così andò, lui partì per primo. Siamo alla fine di febbraio, ed io sono in attesa della partenza.
Il corpo di Lorenzo Betassa, nell’appartamento di Via Fracchia
Il giorno maledetto arriva, sento la radio, comprendo tutta la drammaticità della situazione, è tremendo pensare che sarei dovuto essere io al posto di Lorenzo Betassa, dentro l’appartamento di Via Fracchia. Il primo impulso è quello di scendere in strada e tirare giù il primo carabiniere che incontro.
L’arresto
Prosegue un periodo tremendo, in cui sono solo e in attesa di un contatto che continua a non arrivare: il 9 aprile alle 4 del mattino sento un rumore sordo alla porta, un brusio di voci.
Apro la porta in mutande e si buttano in tanti dentro casa, armati di mitra.
Non ho il tempo di dire nulla, che già sono ammanettato, al centro di una situazione di confusione totale: siamo in una casa operaia di settanta metri quadri dove si ritrovano improvvisamente una ventina di bisonti armati fino ai denti.
Cerco di ritrovare un secondo di razionalità e rivolgendomi al responsabile dell’operazione chiedo di smettere di fare quel casino, che nell’altra camera ci sono mia moglie e mio figlio Ciro, di sei anni. Proseguono perquisendo la cucina, i balconi, la stanza dove dormivo quando facevo il primo turno, per non svegliare Teresa e Ciro alle cinque del mattino, e poi di dicono di vestirmi per andare, dopo nemmeno dieci minuti, che la perquisizione sarebbe continuata con la sola presenza di mia moglie.
Sarà lei poi a raccontarmi che hanno proseguito per un’altra ora, con modalità decenti.
Appena uscito dall’atrio del portone ho avuto la sensazione che tutto fosse un sogno: il buio delle mattinate torinesi assomigliava a quello delle tante mattine in cui uscivo per andare in fabbrica.
Ma ecco che appena ci avviciniamo ad una macchina, di cui ricordo solo il colore scuro, vengo incappucciato e fatto salire: rimaniamo a bordo circa un’ora.
Tempo dopo ho scoperto che la caserma dove son stato portato è quella di Rivoli, nella periferia della città, a meno di un quarto d’ora da casa mia: chissà quanti giri hanno fatto ! Mi ritrovo così in una stanza completamente vuota e bianca, senza sedie e alcun tipo di suppellettile: appena mi chiudono mi guardo attorno e mi siedo a terra, con una sensazione di debolezza ma anche di tranquillità, come se il pericolo fosse scampato. Quella stanza bianca e vuota sarà la mia cella per circa un mese: ogni tanto le guardie entravano un po’ alticce e con le pistole senza caricatori volevano giocare alla roulette russa.
Capitava a volte che lasciassero socchiusa la porta, con in bella vista le armi sistemate in armeria, anch’essa lasciata appositamente socchiusa: speravano probabilmente in qualche mia cazzata, ti spingevano a far qualche mossa falsa e poi se ci provavi il risultato era prevedibile.
Un mese dopo mi ritrovai di nuovo in viaggio dentro una macchina in borghese, per essere trasferito nei sotterranei del carcere di Chiavari.
Sette celle davanti ad un muro, in un corridoio cieco appositamente ristrutturato per noi: ho trascorso lì dentro più di sei mesi durante i quali ho ricevuto la visita di Caselli due volte. Veniva a ricordarmi che se non avessi collaborato, la sola prospettiva era quella dell’isolamento per il resto della mia vita: un trattamento di meschino terrorismo psicologico.
Ho ricevuto la visita di mia moglie verso settembre: era bello sapere che lei e Ciro stavano bene e trovai stupefacente quando mi raccontò che prima di entrare in carcere per il colloquio, entrando in un bar, gli avevano chiesto se era parente di uno degli arrestati delle Brigate Rosse; alla sua conferma le chiesero di attendere per tornare solo dopo mezzora con una borsa piena di cibo e un risotto alla pescatora buonissimo.
Il messaggio era chiaro: sappiamo che sei lì, e ci siamo.
I primi mesi, l’isolamento
I primi mesi di prigionia furono tremendi per me.
Ero terrorizzato dal fatto che potessi parlare, che potessero mettermi qualcosa nel cibo per farmi parlare, proprio a me che nemmeno le mie generalità avevo voluto dire a Caselli.
Così buttavo la casanza, tutto quello che arrivava, mangiavo solo le bucce della frutta, bevevo l’acqua dello sciacquone con il terrore: starete immaginando che ero pazzo, ma io avevo il terrore di poter dire qualcosa che potesse arrecare danno ai miei compagni e all’organizzazione, non avrei mai potuto accettarlo.
La maggior parte del tempo la passavo con qualche scarafaggio che, malgrado la luce accesa h24, usciva per cercare cibo ad una certa ora. Uno lo adottai proprio: legato al filo della coperta, lo nutrivo con delle briciole e ingrassava, fortificandosi, col suo fiocchettino rosso.
La prima volta che son riuscito ad ottenere un foglio di giornale ho ricavato delle palline per giocare da solo a bocce, per mantenere attiva la testa e il corpo, vista l’impossibilità di movimento se non per una doccia a settimana, veloce.
Per non impazzire ripetevo poesie a memoria, facevo calcoli, tentavo di pensare il meno possibile e di tenere la mente occupata: questo facevo, questo era. Non se se questo è normalità o tortura, so solo che ogni aspetto di un uomo solo nel ventre del potere è tortura e la sola forza interiore che puoi trovare per sopravvivere è il pensiero dei compagni, della collettività.
La fine dell’isolamento
Passati questi sei mesi, verso metà novembre, faccio conoscenza con il furgone blindato usato per il trasferimento detenuto: Chiavari – Trani, ammanettato in quel piccolo spazio. Ricordo i polsi addormentati per una settimana, grazie ai maledetti schiavettoni chiusi con troppo zelo. Giunti nel carcere speciale di Trani, arriva il maresciallo Campanale e mi spiega che quei rumori che sento sono proprio i compagni, che vogliono sapere in che condizioni sono e chiedono di essere portato in sezione insieme a loro. Penso sia stata la prima volta che ho rivolto parola ad una guardia dopo mesi “cosa aspetta allora a farmi andare?”. “Domani mattina sarà trasferito in sezione, ora non si può. Però scriva un biglietto in cui dice che sta bene, che non è stato toccato e se vuole qualcosa da mangiare”.Lo scrissi e mangiai parecchio di quello che i compagni mi mandarono.
Finalmente il cibo dei compagni.
Non avevo preso nemmeno uno schiaffo in questo lungo periodo di detenzione in solitudine, prima di raggiungere le sezioni: non sapevo cosa volesse dire pestaggio, agguato, squadretta.
Ma non ci fu bisogno di aspettare molto.
Nemmeno un mese dopo il mio arrivo a Trani iniziò “la battaglia”; poi ci furono Palmi, Fossombrone, le Molinette, Le Vallette …»
Due anni fa una forte repressione poliziesca ha portato alla morte di un ragazzo Steve Maia Canico scomparso nella Loira. Anche quest’anno la polizia è intervenuta pesantemente ad un rave party in ricordo di Steve in Bretagna a Redon.
Il rave è stato caricato pesantemente per 7 ore con granate e lacrimogeni. Il bilancio è di numerosi feriti e arresti. A un ragazzo è stata strappata una mano.
IL GIORNO DELL’EROISMO. PERU’, 19 GIUGNO 1986 / 19 GIUGNO 2021
Il 19 giugno del 1986, nelle carceri peruviane del Fronton, Lurigancho e Callao, centinaia di prigionieri politici e di guerra del Partito Comunista del Perù in rivolta contro i piani di trasferimento e concentramento portati avanti dal regime peruviano furono massacrati dalle forze armate peruviane.
Truppe d’assalto di tutte e tre le armi con armamento e mezzi da guerra assaltarono le carceri, bombardarono dall’alto i padiglioni in cui si erano asserragliati i prigionieri in rivolta, falciarono con mitraglia e granate i prigionieri.
In 300 morirono dopo aver rifiutato ogni falsa proposta di accordo, consapevoli del costo che il nemico gli avrebbe fatto pagare per la loro fermezza. Scelsero di dare la vita per il loro popolo, il partito e la rivoluzione, resistendo e combattendo fino all’ultimo, come poterono, con le armi rudimentali che erno riusciti a costruirsi in cella.
Da allora il Partito Comunista del Perù ha chiamato il 19 giugno “Giorno dell’eroismo” e, a livello internazionale, si è andata affermando la tradizione di rivivere in questa giornata la memoria di quella battaglia e sacrificio eroici in unità coi prigionieri che lottano oggi per trasformare le galere dell’imperialismo in “luminose trincee di combattimento”.
E, cioè, non solo trincee di resistenza contro la toruta, l’isolamento e annientamento dei rivoluzionari ad opera degli aguzzini al servizio degli imperialisti, ma avamposti di lotta contro gli stati dell’imperialismo per la rivoluzione proletaria, parte della lotta di classe, fusa e non separata da esse.
Il “Giorno dell’ Eroismo” non è la denuncia di uno dei più efferati crimini contro i rivoluzionari prigionieri da rinnovare nella solidarietà con chi ancor oggi vive la prigionia politica, ma la memoria di una vittoria morale, politica e militare che i comunisti in Perù conquistarono sul campo, incarnando il principio per cui, quale che sia il costo da pagare, i comunisti non smettono di combattare e di colpire come possono il nemico.
Anche nelle carceri dei paesi imperialisti la borghesia coltiva lo stesso spirito e illusione di “soluzione finale” contro i prigionieri rivoluzionari che muove la mano genocida dei regimi servi dell’imperialismo nei paesi oppressi. L’inasprimento delle condizioni di detenzione dei prigionieri politici con l’applicazione del 41 bis in Italia, la dispersione dei prigionieri, l’allontanamento dalle loro famiglie sono parte delle tecniche di annientamento psicofisico, teso a piegare e cancellare l’identità
Viva il 19 giugno, Giorno dell’ Eroismo!
Viva la lotta internazionale dei prigionieri politici e di guerra!
Il 17 giugno, nel tribunale di Treviso, si è tenuta l’udienza preliminare del processo contro Amadou, Abdourahmane e Mohammed, accusati di “aver guidato” a giugno 2020 la protesta dentro al centro di accoglienza ex caserma Serena di Treviso (1). Le accuse sono pesanti: devastazione e saccheggio e sequestro di persona, reati che prevedono pene che vanno fino a 15 anni di prigione.
Devastazione e saccheggio è un reato di stampo fascista, nato per reprimere chi si ribella e chi sceglie di lottare, da sempre utilizzato in questo senso. Un reato, questo, che ha già strappato la libertà a moltissime persone, in importanti momenti di piazza, alle frontiere (non ultimo il processo per il corteo contro le frontiere al Brennero), nei centri di accoglienza per richiedenti asilo (ad esempio la rivolta del 29 dicembre 2015 nel CARA di Mineo, quella nel CARA di Borgo Mezzanone nel 2017, quella a Bari nel2014) e nei centri di permanenza per il rimpatrio (come le rivolte che distrussero il CIE di Crotone nel 2012 o quello di Caltanissetta nel 2017) (2). E non stupisce infatti che sia stato usato anche nell’ultimo anno contro gli immigrati che hanno lottato nel centro di accoglienza di Treviso, ma anche contro chi ha partecipato alle coraggiose rivolte nelle carceri di tutta italia a partire da marzo 2020. Decine e decine di detenuti di diverse carceri, come quelle di Milano, Pavia, Roma, Frosinone, per citarne alcune, sono indagate con queste accuse. Di qualche giorno fa è la notizia che i 21 detenuti accusati di devastazione e saccheggio per la rivolta nel carcere di Frosinone l’8 marzo 2020 sono stati assolti. I rivoltosi di Rebibbia avranno l’udienza invece il prossimo 30 giugno. La stessa accusa è rivolta anche contro ragazzi giovanissimi per le proteste inerenti la mancanza di reddito (come quelle a Torino nell’ottobre del 2020) (3). Un reato utilizzato contro tanti e tante che lottano, screditandone ogni forma di rivendicazione politica, come se dietro delle carceri o dei centri di accoglienza danneggiati non ci fosse un rifiuto delle proprie condizioni di vita e detenzione e la volontà di tutelare la propria vita e la propria salute da una quotidianità fatta di segregazione e soprusi.
E di pari passo con la dura rappresaglia contro chi lotta, tutte le responsabilità dei massacri che lo Stato e i suoi apparati hanno compiuto vengono negate e nascoste. Messo in isolamento nel carcere di Verona, Chaka Ouattara, uno dei quattro arrestati dell’ex caserma Serena di Treviso, viene trovato morto nella sua cella. Si parlerà di suicidio e poi più niente. Così come per gli 8 morti, tutti immigrati, nel carcere di Sant’Anna. Nonostante le numerose testimonianze di pestaggi, di violenze, della strage avvenuta, il 17 giugno scorso le indagini su queste morti sono state archiviate. Un massacro mascherato da suicidio di massa per impedire che sia fatta verità.
Al coraggio di chi, in un campo o in un carcere, ha lottato contro le leggi razziste, contro lo sfruttamento, contro la detenzione, deve corrispondere la nostra solidarietà concreta. Di fronte a tutte queste morti e davanti alla repressione che in tanti e tante devono affrontare, non possiamo restare in silenzio.
Contro la repressione e il razzismo, solidarietà agli imputati!