Informazioni su soccorso rosso proletario

Un filosofo produce idee, un poeta poesie, un pastore prediche, un professore manuali ecc. Un delinquente produce delitti. Se si esamina più da vicino la connessione che esiste tra quest’ultima branca di produzione e l’insieme della società, ci si ravvede da tanti pregiudizi. Il delinquente non produce soltanto delitti, ma anche il diritto criminale, e con ciò anche il professore che tiene lezioni sul delitto criminale, e inoltre l’inevitabile manuale, in cui questo stesso professore getta i suoi discorsi in quanto “merce” sul mercato generale. Con ciò si verifica un aumento della ricchezza nazionale, senza contare il piacere personale, come [afferma] un testimonio competente, il professor Roscher, che la composizione del manuale procura al suo stesso autore. Il delinquente produce inoltre tutta la polizia e la giustizia criminale, gli sbirri, i giudici, i boia, i giurati ecc.; e tutte queste differenti branche di attività, che formano altrettante categorie della divisione sociale del lavoro, sviluppano differenti facoltà dello spirito umano, creano nuovi bisogni e nuovi modi di soddisfarli. La sola tortura ha dato occasione alle più ingegnose invenzioni meccaniche e ha impiegato, nella produzione dei suoi strumenti, una massa di onesti artefici. Il delinquente produce un’impressione, sia morale sia tragica, a seconda dei casi, e rende così un “servizio” al moto dei sentimenti morali ed estetici del pubblico. Egli non produce soltanto manuali di diritto criminale, non produce soltanto codici penali, ma anche arte, bella letteratura, romanzi e perfino tragedia, come dimostrano non solo La colpa del Müllner e I masnadieri dello Schiller, ma anche l’Edipo [di Sofocle] e il Riccardo III [di Shakespeare]. Il delinquente rompe la monotonia e la banale sicurezza della vita borghese. Egli preserva cosi questa vita dalla stagnazione e suscita quell’inquieta tensione e quella mobilità, senza la quale anche lo stimolo della concorrenza si smorzerebbe. Egli sprona così le forze produttive. Mentre il delitto sottrae una parte della popolazione in soprannumero al mercato del lavoro, diminuendo in questo modo la concorrenza tra gli operai e impedendo, in una certa misura, la diminuzione del salario al di sotto del minimo indispensabile, la lotta contro il delitto assorbe un’altra parte della stessa popolazione. Il delinquente appare così come uno di quei naturali "elementi di compensazione" che ristabiliscono un giusto livello e che aprono tutta una prospettiva di "utili" generi di occupazione. Le influenze del delinquente sullo sviluppo della forza produttiva possono essere indicate fino nei dettagli. Le serrature sarebbero mai giunte alla loro perfezione attuale se non vi fossero stati ladri? La fabbricazione delle banconote sarebbe mai giunta alla perfezione odierna se non vi fossero stati falsari? Il microscopio avrebbe mai trovato impiego nelle comuni sfere commerciali (vedi il Babbage) senza la frode nel commercio? La chimica pratica non deve forse altrettanto alla falsificazione delle merci e allo sforzo di scoprirla quanto all’onesta sollecitudine per il progresso della produzione? Il delitto, con i mezzi sempre nuovi con cui dà l’assalto alla proprietà, chiama in vita sempre nuovi modi di difesa e così esercita un’influenza altrettanto produttiva quanto quella degli scioperi (‘strikes’) sull’invenzione delle macchine. E abbandoniamo la sfera del delitto privato: senza delitti nazionali sarebbe mai sorto il mercato mondiale? O anche solo le nazioni? E dal tempo di Adamo l’albero del peccato non è forse in pari tempo l’albero della conoscenza? ...

Pestaggi in carcere, nella commissione d’inchiesta presente anche chi guidò la catena di comando

Chi controlla il controllore?  Il Dirigente del Provveditorato regionale che dispose il trasferimento da Modena i reclusi, ora è nel pool del Dap che dovrà far luce sui pestaggi

Da Osservatorio repressione

Il 22 luglio scorso, su spinta della ministra della Giustizia Marta Cartabia, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ( Dap) ha istituito una commissione per far luce sui comportamenti adottati dagli operatori penitenziari per ristabilire l’ordine e la sicurezza. Parliamo delle segnalazioni riguardanti i presunti pestaggi avvenuti in diverse carceri italiane. Nel pool è presente anche Marco Bonfiglioli, il dirigente del provveditorato regionale che dispose e coordinò il trasferimento dei detenuti dal carcere Sant’Anna di Modena, tra i quali quelli che morirono durante il viaggio, o all’arrivo, verso le altre carceri.

Non è un dettaglio da poco, perché se da una parte c’è stata un’archiviazione del procedimento relativo alla morte di otto persone detenute del carcere modenese avvenuta all’indomani delle rivolte del marzo 2020, dall’altra rimane ancora in piedi la nona morte: quello del detenuto Salvatore Piscitelli, morto ad Ascoli durante il trasferimento. In ogni caso, anche se c’è stata un’archiviazione nei confronti degli altri detenuti, la commissione istituita dal Dap è una indagine interna, quella del ministero della Giustizia, che ha la possibilità di verificare le irregolarità al di là dei procedimenti giudiziari.

Il fatto che tra i componenti della commissione istituita dal Dap ci sia il dirigente Bonfiglioli, il provveditore che coordinò il trasferimento, espone il pool al rischio di non essere super partes. Ciò non significa assolutamente che sia responsabile dei fatti accaduti, ma se si vuole fare una indagine serena, forse sarebbe opportuno tenere fuori dal pool la catena di comando che operò in quei terribili e difficili giorni.

I trasferimenti disposti dal provveditorato rimangono il nodo cruciale. Secondo l’avvocata di Antigone Simona Filippi alcuni detenuti barcollavano, non stavano in piedi. «Secondo noi non si poteva procedere a quei trasferimenti che invece avvennero», ha spiegato l’avvocata Filippi. Alcuni detenuti arrivarono a destinazione già deceduti, altri durante il viaggio, altri ancora morirono una volta giunti nella nuova cella.

C’è appunto il caso di Salvatore Piscitelli sulla cui morte è stata aperta un’inchiesta dopo la denuncia di alcuni suoi compagni trasferiti anch’essi dal Sant’Anna di Modena. Secondo questi detenuti, Piscitelli era stato picchiato e stava malissimo a causa delle sostanze assunte. A più riprese, sempre secondo la loro testimonianza, fu richiesto l’intervento degli agenti penitenziari e quindi del medico senza che avvenisse nulla. Fino a che non venne, semplicemente, constatato il decesso.

Come detto, la commissione è stata costituita giovedì scorso con un apposito provvedimento firmato dal Capo del Dap, Bernardo Petralia, e dal suo vice, Roberto Tartaglia. Alla Commissione viene richiesto di procedere agli accertamenti e ai controlli necessari, con il supporto dell’Ufficio attività ispettiva del Dipartimento, «con un metodo di lavoro collegialmente organizzato, strutturato, coerente e omogeneo per tutti gli istituti interessati» e di riferire ai vertici del Dap entro 6 mesi dalla prima riunione.

La commissione sarà presieduta dal magistrato Sergio Lari, ex Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Caltanissetta e oggi in quiescenza, individuato – come si legge nel documento del Dap – per la sua «lunga e comprovata esperienza e capacità» alla direzione di un importante ufficio inquirente.

L’ex procuratore Lari sarà coadiuvato da 6 componenti, scelti – si legge nella nota del ministero della Giustizia – «fra operatori penitenziari di lunga e comprovata esperienza e capacità professionale». Ovvero Rosalba Casella, Giacinto Siciliano, Francesca Valenzi, Luigi Ardini, Riccardo Secci e Marco Bonfiglioli. Quest’ultimo, del quale non si mette in dubbio l’esperienza e la capacità professionale, essendo appunto il provveditore che dispose e coordinò il trasferimento dei detenuti del carcere di Modena, potrebbe risultare inopportuno.

La commissione nasce anche con lo scopo di fare luce sull’origine delle rivolte dei detenuti avvenute negli istituti nel marzo 2020. Per quello non serve scomodare vari retropensieri. La causa viene da lontano: un sistema penitenziario che, con la pandemia, ha messo a nudo tutta la sua fragilità preesistente. Le dietrologie ( si parlava di regia unica per ottenere benefici, una sorta di riedizione della “trattativa Stato- mafia”), invece, servono per mettere sotto il tappeto le complessità. Ma non sarebbe la prima volta.

Damiano Aliprandi

Paola è un fiore rosso che non muore mai, è il fiore della solidarietà, dell’amore rivoluzionario. Domani con lei nell’ultimo saluto

Care compagne e cari compagni,
per chi vuole salutare Paola, la camera ardente sarà aperta presso il policlinico Campus bio-medico di Roma, dalle 8 alle 9 di martedì 3 agosto. Paola verrà poi portata nei locali dell’associazione Lignarius e della Fondazione “La Rossa Primavera”, in Via Mecenate 35 dove la ricorderemo tutti insieme, dalle 9,30 alle 11. (Vi preghiamo entrando nei locali di usare la mascherina e di rispettare le precauzioni anti Covid). Chi lo desidera, potrà poi accompagnarla fino al cimitero di Prima Porta. Per espresso desiderio di Paola, a settembre ci sarà una grande festa in suo ricordo.

Paola

Sei stata e sei il coraggio della verità, la ragione della rivoluzione, l’amore universale del comunismo

Paola

Che hai dato voce ai senza voce, che hai sfidato il silenzio, il bigottismo e l’ipocrisia borghese sulle lotte dei proletari e delle proletarie rivoluzionarie

Paola

Che con il corpo, l’anima, la penna, con la paziente ricerca, la tenacia, la solidarietà proletaria, l’amore rivoluzionario, hai superato anche i confini, le sbarre delle nere galere, per portare alla luce quello che vogliono tenere in ombra, per dissotterrare le vite, le lotte e gli obbiettivi delle prigioniere e dei prigionieri rivoluzionari. Il dolore e la passione per la libertà e la lotta. La dignità della lotta e della vita, anche per i compagni e i proletari rinchiusi nelle carceri dell’imperialismo

Per portare alla luce la luce del tuo cuore, il cuore di una comunità rivoluzionaria che lottava e lotta per la libertà e l’uguaglianza, per la necessità, storica, della rivoluzione, per un mondo migliore

Né la malattia, né la prigione sono riusciti ad arrestare la tua coerenza e lotta contro questo sistema capitalistico assassino, fatto di repressione e guerre, desolidarizzazione, torture, devastazioni, nocività, sfruttamento, malattie, morte.

A te, Paola, grande guerriera vittoriosa di numerose battaglie, indimenticabile compagna, vogliamo salutare con l’inno “alla vita” di Nazim Hikmet.

Con te, Paola, vinceremo la guerra contro il capitalismo e le malattie che produce

Per la vita, per la libertà, per la bellezza, per la salute della natura e dell’umanità, ci prenderemo cura ogni giorno di quel fiore rosso che anche tu hai coltivato per tutta la vita

Il fiore rosso della rivoluzione, che illuminerà col bagliore dell’aurora una società di nuova democrazia.

Grazie Paola

Le compagne e i compagni del soccorso rosso proletario

La vita non è uno scherzo.
Prendila sul serio
come fa lo scoiattolo, ad esempio,
senza aspettarti nulla dal di fuori o nell’al di là.
Non avrai altro da fare che vivere.

La vita non è uno scherzo.
Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che messo contro un muro, ad esempio, le mani legate,
o dentro un laboratorio
col camice bianco e grandi occhiali,
tu muoia affinché vivano gli uomini
gli uomini di cui non conoscerai la faccia,
e morrai sapendo
che nulla è più bello, più vero della vita.

Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che a settant’anni, ad esempio, pianterai degli ulivi
non perché restino ai tuoi figli
ma perché non crederai alla morte
pur temendola,
e la vita peserà di più sulla bilancia.

Nazim Hikmet, 1948

Il Cpr di Milano è fuori dalla legge

Autolesionismo diffuso, grave carenza di cure sanitarie, mancanza di mediatori, sospensione dello stato di diritto: il Cpr di via Corelli è fuori dalla legge

Il Cpr di Milano va sequestrato: a chiederlo sono i due senatori Gregorio De Falco e Simona Nocerino, che a inizio giugno hanno visitato il centro. In seguito De Falco ha pubblicato il rapporto “Delle pene senza delitti,” che fornisce il quadro più completo, finora, delle condizioni di vita disumane al suo interno. Ora i due senatori hanno presentato due esposti penali: uno per il reato di tortura, relativo a un pestaggio avvenuto il 25 maggio con modalità molto simili a quelle rese tristemente famose dal carcere di Santa Maria Capua Vetere; uno per rifiuto di atti d’ufficio, chiedendo il sequestro preventivo della struttura per la “totale indisponibilità” di cure sanitarie specialistiche, dovuta al mancato accordo tra prefettura e regione.

Nel report, lungo 90 pagine, De Falco compila un duro resoconto di quello che ha potuto vedere durante i propri sopralluoghi. Tra le carenze più gravi che vengono denunciate:

    • L’assenza di un registro degli eventi critici, che sarebbe stato “nella sola disponibilità del direttore, in un non meglio precisato cassetto chiuso a chiave,” né un registro delle persone trattenute — al suo posto, c’era un file Excel modificabile.
    • L’assenza di un protocollo con l’Ats e con il Serd per la cura dei detenuti, che si traduce in una grave carenza di cure sanitarie e che rende il Cpr un “carcere fuori legge”: l’ambulatorio medico non è presidiato, i detenuti fanno un largo uso di sedativi e l’autolesionismo è all’ordine del giorno.
    • La dotazione insufficiente del personale e la mancanza di medici, psicologi e mediatori linguistici.
    • L’impossibilità di comunicare con l’esterno.

Nella seconda parte sono raccolti i colloqui con i detenuti, con alcune storie agghiaccianti: come il caso di L.A., rilasciato dopo un TSO e dopo un ricovero per atti di autolesionismo, senza poter avvisare il suo avvocato e senza telefono cellulare — di lui si sono quindi perse le tracce; o quello di G.M., tossicodipendente da sei anni e in cura al Serd, costretto a interrompere bruscamente la cura per la mancanza di un accordo tra il Serd e la prefettura; o quello di A.M.B., che viveva in uno stato europeo con una compagna europea in attesa di una bambina, chiuso nel Cpr (e fortunatamente liberato a fine giugno) senza poter completare le procedure per riconoscere la figlia e ottenere il permesso di soggiorno; o C.K., che vive in Italia dal 1992 ed è stato regolare fino al 2010, e ora si trova chiuso nel Cpr da gennaio nonostante una grave ipertensione.

Il rapporto si aggiunge alle numerose testimonianze che riescono a emergere dall’interno del centro direttamente da parte dei detenuti: l’ultima risale a pochi giorni fa, con un video che mostra i bagni senza porte, il cibo immangiabile gettato per terra per protesta, le docce non funzionanti. Non si può dire, insomma, che le condizioni di vita all’interno del centro non siano note — ma il governo, e nello specifico la ministra Lamorgese, finora hanno scelto di ignorare la realtà dei fatti. Entrare nei Cpr per giornalisti e attivisti è notoriamente difficile — Negli ultimi tempi, diverse prefetture hanno impedito ai giornalisti l’accesso, come ormai è consuetudine, e Melting Pot ha diramato un appello per chiedere a giornalisti e attivisti di avanzare richiesta in massa presso la prefettura che ha in gestione il Cpr più vicino.

Lo scorso 8 aprile avevamo già stilato un bilancio — drammatico — della situazione del Cpr di via Corelli dopo soli sei mesi di apertura. Il centro si è occupato prevalentemente del rimpatrio di migranti tunisini, ed è stata accertata la presenza indebita di minorenni al suo interno. Nel corso del tempo sono stati fatti diversi altri appelli per provare a sollevare il velo sull’orrore della vita nei Cpr: lo scorso dicembre la camera penale di Milano ne aveva chiesto la chiusura, parlando di “situazione disumana” in via Corelli. Mentre da parte della giunta, anche in vista della campagna elettorale, continua a registrarsi una sostanziale rassegnazione o connivenza con la presenza di un campo di concentramento sul proprio territorio comunale.

I diritti dei migranti e delle persone di origine non italiana nel paese sono sempre più messi in discussione — basti pensare allo sfruttamento schiavistico dei migranti nelle campagne, e al tramonto — si direbbe definitivo — delle timide proposte di legge sullo ius soli: l’eredità di anni di propaganda razzista e fascistoide si stanno facendo sentire anche dopo la pandemia. Il risultato è che ormai è discutibile anche il fatto stesso che l’Italia sia un paese sicuro in cui migrare. Un tribunale amministrativo del Nord Reno-Vestfalia ha deciso di non rimandare in Italia due richiedenti asilo “dublinanti” — che quindi sarebbero dovuti rientrare nel paese di primo approdo, appunto l’Italia — perché rischierebbero un “trattamento inumano e degradante,” a causa della mancanza di assistenza e servizi di supporto, senza accesso a una struttura di accoglienza e diritto all’alloggio.

Lettera dal carcere del Cairo di Patrick Zaki alla fidanzata

«Mi sento triste e penso alla libertà che si allontana» Dal carcere un nuovo messaggio dello studente dell’Università di Bologna: «Combatterò finché non tornerò a studiare»

«Nei nostri sogni più selvaggi mai avremmo immaginato questa situazione, e fin da quando sono partito per Bologna avevamo così tanti progetti, il primo era quello che tu mi raggiungessi e potessimo girare per l’Italia assieme. Mi rende veramente triste che questo non possa succedere presto visto che la mia situazione sta peggiorando giorno dopo giorno».

Sono le parole di Patrick Zaki in una toccante lettera scritta alla fidanzata: lo studente egiziano dell’Alma Mater di Bologna è incarcerato nel suo Paese dal febbraio 2020 con le accuse di terrorismo e propaganda sovversiva per aver scritto delle frasi critiche sul regime di al Sisi sui social network.

La lettera, pubblicata sulla pagina Facebook Patrick libero, è stata consegnata ai familiari che lo hanno visitato di recente nellcarcere del Cairo dove è imprigionato da oltre un anno e mezzo. «La mia indagine è ripresa», continua il ricercatore nella lettera che affronta anche la sua complicata situazione giudiziaria «il che potrebbe significare che un giorno andrò in tribunale e avrò un processo e questo è molto peggio di quanto mi aspettassi».

Le parole di Zaki arrivano a ridosso della decisione della Corte dello scorso 14 luglio di prolungare la sua custodia cautelare di altri 45 giorni, per l’ennesima volta.

Zaki esprime il suo stupore per la durata della sua detenzione e sa che non verrà scarcerato in tempi brevi: «Dopo un anno e mezzo non potevo fare a meno di pensare che avrò presto la mia libertà, ma ora è chiaro che non accadrà presto. So», conclude rivolgendosi alla ragazza e anche ai suoi familiari, «che siete stati pazienti e avete sopportato l’insopportabile, mi scuso sinceramente per questo: vorrei congratularmi con tutti coloro che sono stati lasciati andare di recente, ma non sono affatto ottimista sulla mia situazione. Con molto amore, Patrick».

«C’è il sollievo di avere sue notizie» dicono gli attivisti amici dello studente, «ma siamo preoccupati per la sua salute che si sta deteriorando, chiediamo l’immediato rilascio prima che le sue condizioni peggiorino».

Tutto tace, invece, sul fronte italiano dopo la doppia mozione parlamentare che chiede al governo di riconoscere la cittadinanza al giovane egiziano (prima il voto favorevole del Senato, poi quello della Camera poche settimane fa), ieri è stato l’europarlamentare del Pd Majorino a ricordare lo stallo: «Il governo italiano deve farsi una domanda semplice: sta davvero facendo tutto il necessario per ottenere la sua liberazione? A me non pare». Né sul fronte della cittadinanza, né tanto meno su quello del business militare (e non solo) con Il Cairo, mai interrotto.

A Paola Staccioli, donna, compagna, rivoluzionaria, dal MFPR

Ciao Paola, ciao compagna forte e tenace! 

Sarai sempre viva nelle lotte presenti e future che hai portato avanti con grande coerenza e sfida rivoluzionaria vivendo sempre come tu stessa hai detto fino alla fine di questo cammino “Sono felice di come ho vissuto e lottato con i miei compagni e le mie compagne”.
 
Le compagne del Mfpr

Paola – sempre dalla parte delle donne che fanno la scelta di combattere questo sistema, questo Stato

Dalla presentazione del libro:
Questo libro è nato per dare un volto e un perché a una congiunzione. Nel commando c’era anche una donna, titolavano spesso i giornali qualche decennio fa. Anche. Un mondo intero racchiuso in una parola. A sottolineare l’eccezionalità ed escludere la dignità di una scelta. Sia pure in negativo. Nel sentire comune una donna prende le armi per amore di un uomo, per cattive conoscenze. Mai per decisione autonoma. Al genere femminile spetta un ruolo rassicurante. In un’epoca in cui sembra difficile persino schierarsi «controcorrente», le «streghe» delle quali si racconta nel libro emergono dal recente passato con la forza delle loro scelte. Dieci militanti politiche (Elena Angeloni, Margherita Cagol, Annamaria Mantini, Barbara Azzaroni, Maria Antonietta Berna, Annamaria Ludmann, Laura Bartolini, Wilma Monaco, Maria Soledad Rosas, Diana Blefari Melazzi) che dagli anni Settanta all’inizio del nuovo millennio, in Italia, hanno impugnato le armi o effettuato azioni illegali all’interno di differenti organizzazioni e aree della sinistra rivoluzionaria, sacrificando la vita per il loro impegno. Non volevano essere eroine. Forse, avevano messo in conto la morte, come chiunque quando fa una scelta radicale. Dare e ricevere sofferenza. Non è semplice. Lo si fa perché si è convinti sia una necessità storica. Lo si fa per amore. Amore per la giustizia, per la libertà. Amore per la rivoluzione.
“Sebben che siamo donne” non è un libro di storia, ma di storie. Raccontate dalla parte di chi le ha vissute. Cercando di ricostruirne il senso, i pensieri, l’azione. Si possono non condividere le scelte di queste donne. Ma sicuramente sono interne al lungo percorso di progresso ed emancipazione sociale del proletariato e delle masse popolari. Sono parte di noi. Di chi nel mondo si batte per una società senza classi.

Per Paola – Messaggi – Da Libreria Metropolis Ravenna

Ci addolora moltissimo la scomparsa di Paola e averla conosciuta direttamente, averla incontrata ai cortei, alle iniziative politiche, alla presentazione dei suoi libri, rende questa morte difficile da accettare.
Il cammino della Rivoluzione proletaria in questo paese ha perso una comunista, una rivoluzionaria, ma in questo cammino non si potrà perdere di certo quello che Paola ha costruito con il suo lavoro politico attraverso i libri sulla memoria di classe delle formazioni combattenti degli anni ’70/’80, con un rilievo particolare alle donne combattenti, al servizio delle lotte di oggi, attraverso la Fondazione “La rossa primavera”, l’archivio-documentazione dei movimenti antagonisti e rivoluzionari nel nostro paese, e la sua attività solidale ai prigionieri politici.
La Rivoluzione è un fiore che non muore e Paola Staccioli lo ha dimostrato con la sua vita, con il coraggio e la forza  di “vivere la tempesta”, lottando contro la resa alla malattia, per vivere pienamente e non, invece, ripiegata su sè stessa, lasciandoci l’eredità politica del suo lavoro militante al servizio della Rivoluzione e l’esempio di una vita che o è lotta o non lo è, che chi lotta non è mai solo, che il Capitale e il suo Stato segnano l’imbarbarimento e la morte dell’umanità e che devono essere rovesciati con ogni mezzo necessario.
Non ci hai lasciati, Paola. Ci sarà un festa in tuo ricordo e brinderemo alla vita e alla Rivoluzione comunista nel salutarti.
Punto libreria Metropolis-Ravenna
Un ricordo di quando era venuta al punto-libreria di Roma, 8 marzo 2017: 

Ciao Paola

Fondazione la Rossa Primavera

“Sono felice, felice per quanto abbiamo vissuto e lottato insieme, con le mie compagne, i miei compagni” Queste le ultime parole che ci ha lasciato Paola.

Abbiamo vissuto gli ultimi suoi momenti, con intensità, con una sofferenza mitigata dalla dolcezza dei nostri rapporti e di chi, proprio perché ama la vita la riconosce nella sua dimensione collettiva, sociale, che va oltre i nostri limiti personali. Quella sua attitudine profondamente umana, altruistica che la fa amare così tanto.

La stessa Fondazione La Rossa Primavera esiste perché lei ha voluto legare il suo lascito politico e materiale alla causa collettiva. Continuare cioè a contribuire al movimento di liberazione sociale, alla lotta rivoluzionaria. Trasformando, in particolare, il suo ricco fondo documentale in un inizio di Archivio concentrato sulle lotte di classe e i loro sviluppi politici dagli anni sessanta in poi. Salvaguardare innanzitutto il patrimonio documentale delle storie rivoluzionarie più conseguenti, e più a rischio di censura e distruzione da parte del pensiero dominante.  Ma anche per poterne fruire in quanto materiale vivo – frutto di lotte accanite e duramente pagate – alimento per le presenti e future esperienze, per una nuova progettualità e nuovi tentativi di “assalto al cielo”.

Le iniziative poi promosse su varie tematiche – l’ultima proprio sul cancro e la malattia in quanto “assassinio sociale” provocato dal capitalismo – scadenzano la vita, l’attività della Rossa Primavera, cercando di contribuire, rapportarsi alle dinamiche in corso nei movimenti sociali e politici, di classe. Fra queste la mobilitazione solidale contro la repressione, e a sostegno dei militanti in carcere, sia perché queste sono diventate una realtà inevitabile nel corso delle lotte, e sia perché è ancora vivo il filo rosso della resistenza che ci lega ai precedenti cicli di lotta (in Italia ci sono ancora prigionieri/e dei primi anni 80). Ciclo e filo rosso che coinvolgeva la stessa Paola che ha attraversato, alla sua maniera, quegli anni e quelle esperienze.

Così all’occasione delle sue “60 rosse primavere” organizzammo una gran bella festa per lei. Già festeggiava il fatto non scontato di esservi arrivata, la sua lotta contro il cancro era in pieno svolgimento, smentendo a più riprese le funeste previsioni mediche.  E fu, appunto, occasione di un formidabile ritrovo di varie generazioni militanti o di impegno sociale, culturale.  La foto che pubblichiamo ne è un frammento, di tutta una serie e pure di un bel video che si trova sul nostro sito.

Paola ha fatto della lotta contro il cancro un fatto pubblico,  per far uscire la malattia e i/le malati/e dalla condizione di emarginazione, talvolta stigmatizzazione, e trasformarla in una occasione di solidarietà e di critica alle precise cause e responsabilità di sistema rispetto al malessere, alla sofferenza, alla morte precoce. In questo senso anche in continuità con un altro suo fondamentale campo di attività, quello tramite l’Associazione Lignarius, di artigianato artistico rivolto al sostegno solidale agli strati proletari più fragili e precari. Cercando la bellezza sia nel lavoro fino che nella solidarietà, nella condivisione.

Ci sarebbe ben altro da dire, ma potremmo concludere con un suo tratto distintivo, che al tempo stesso spiega e contempla questa sua multiforme attività: per lei la rivoluzione è un processo ampio, profondo, sconvolgente certo, che deve tenere insieme vari apporti, superando settarismi e particolarismi. Un grande sforzo e lungo percorso  per appropriarci della nostra umanità, lottando e lavorando. O come amava dire “La vita è lotta”.

Grazie Paola, ci hai regalato tanto fuoco e, rubando le parole a un nostro poeta, “perché il fuoco non muore!”

Care compagne e cari compagni,

per chi vuole salutare Paola, la camera ardente sarà aperta presso il policlinico Campus bio-medico di Roma, dalle 8 alle 9 di martedì 3 agosto. Paola verrà poi portata nei locali dell’associazione Lignarius e della Fondazione “La Rossa Primavera”, in Via Mecenate 35 dove la ricorderemo tutti insieme, dalle 9,30 alle 11. (Vi preghiamo entrando nei locali di usare la mascherina e di rispettare le precauzioni anti Covid). Chi lo desidera,  potrà poi accompagnarla fino al cimitero di Prima Porta. Per espresso desiderio di Paola,  a settembre ci sarà una grande festa in suo ricordo.

 https://buonacausa.org/cause/larossaprimavera/

#lamemoriaèlotta