Solidarietà a Maja! Costruire un ampio fronte di lotta e mobilitazione

 Il 4 febbraio 2026, un tribunale di Budapest ha condannato in primo grado Maja, Gabri e Anna a 8,7,2 anni di carcere rispettivamente, per le contestazioni a Budapest tra il 9 e l’11 febbraio 2023 contro il cosiddetto “Giorno dell’onore”, il raduno annuale in cui neonazisti e neofascisti provenienti da tutta Europa commemorano i soldati delle Ss caduti durante la Seconda guerra mondiale.

Particolarmente grave è la situazione di Maja T., attivista antifascista tedesca condannata per tentate lesioni personali gravi a danni di neonazisti. Maja è stata arrestata a Berlino nel dicembre 2023 e deportata in Ungheria il 27 giugno 2024, poche ore prima che la Corte costituzionale federale tedesca dichiarasse illegale la sua estradizione.

Contro di essa gli avvocati di Maja hanno argomentato la sproporzione della pena richiesta dalla procura ungherese rispetto alle accuse rivolte, le condizioni di detenzione al di sotto degli standard previsti dalle leggi tedesche ed europee, la pesante ingerenza del governo Orban nel sistema giudiziario ungherese che non garantirebbe il diritto a un giusto processo, stabilito dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU). Questi stessi argomenti hanno bloccato le estradizioni di altri imputati, come quella di Gabriele dall’Italia e di Gino dalla Francia, ma non sono stati presi in considerazione da un tribunale minore tedesco.

Da 18 mesi Maja è rinchiusa in una prigione di Budapest in isolamento permanente che può durare anche 3 anni. Le condizioni di detenzione nelle carceri ungheresi, già denunciate da Ilaria Salis durante la sua carcerazione lì, sono aggravate dall’identità queer di Maja, fortemente repressa dal regime di Orban, che la espone a ulteriori violenze e discriminazioni.

Lo scorso anno Maja ha portato avanti uno sciopero della fame per oltre un mese contro le condizioni inumane e degradanti del carcere ungherese e la sua estradizione illegale, contro la quale ha fatto numerosi ricorsi, puntualmente ignorati dalle autorità tedesche.

Nella lettera in cui annunciava il suo sciopero della fame, Maja denunciava il regime di tortura bianca a cui è sottoposta, con luci e controlli orari che le tolgono il sonno, telecamere accese giorno e notte affisse illegalmente nella cella, controlli intimi e perquisizioni corporali durante le quali era costretta a spogliarsi integralmente, condizioni insalubri del cibo e della cella con presenza di insetti e luce insufficiente, mancanza di integratori vitaminici e di visite mediche tempestive.

Condizioni che ne hanno già compromesso gravemente la salute fisica e mentale e contro le quali Maja attende ancora di essere risarcita. Anche per questo farà ricorso in appello contro questa infame sentenza, emessa al termine di un procedimento pilotato dal governo Orban per condannare in maniera esemplare i suoi nemici, antifascisti, antirazzisti e comunità LGBTQ+.

Tutto il processo di Budapest, d’altronde, appare sempre più per quello che è, una farsa giudiziaria, una montatura costruita su congetture traballanti e non su fatti, e contraddistinta da gravi violazioni del diritto alla difesa, oltre che da un grave pregiudizio del giudice e del sistema politico ungherese.

Secondo le ricostruzioni della Procura, Maja avrebbe partecipato, insieme a una ventina di attivisti, a una serie di attacchi nei confronti di 9 persone ritenute legate al “Giorno dell’onore”. Solo 5 di esse avrebbero però riportato lesioni gravi. Nel corso delle udienze inoltre, nessun testimone e nessuna vittima ha riconosciuto Maja. A sostenere l’impianto accusatorio solo le immagini sfocate di una telecamera di sorveglianza che però non riprende la presunta aggressione.

Il fatto che le condanne, seppur alte, siano state notevolmente ridotte, sta a dimostrare da un lato la sostanziale insufficienza di prove con cui la Procura ha potuto corroborare le accuse, dall’altro la volontà politica di arrivare con ogni mezzo a una condanna esemplare dei movimenti antifascisti, in un momento in cui le elezioni politiche ungheresi sono alle porte e la popolarità di Orban e il suo governo è in netto calo per via di una crescente crisi economica e di diversi scandali di corruzione che attraversano il suo partito.

Ma la natura politica e violenta di questo processo profondamente sbilanciato, emerge prepotentemente dalla presenza costante di gruppi neonazisti. Fuori del tribunale, a provocare e intimorire con bandiere e striscioni contro gli antifascisti i sostenitori degli imputati, in aula, a schernire con grugniti Maja, ancora una volta condotta al guinzaglio, con mani e piedi legati da spesse catene.

Un processo sbilanciato anche dall’impossibilità di esprimere solidarietà a Maja, perché le manifestazioni antifasciste in Ungheria sono state vietate. Da settembre infatti il governo Orban considera gli “antifa” come un’organizzazione terroristica e ha sollecitato l’UE a seguire l’esempio del nazista Trump, che ha inserito gli antifascisti nell’elenco delle organizzazioni terroristiche.

D’altra parte il processo di Budapest non è che la punta dell’iceberg, in Europa, di un processo strutturato di repressione contro l’antifascismo militante. E il neorevisionismo, portato avanti dai partiti democratico borghesi prima ancora di quelli populisti ora al governo, non ha fatto altro che alimentare l’humus di una tendenza reazionaria mondiale al moderno fascismo, spianando la strada alla repressione e tollerando eventi come quello del “Giorno dell’onore” in Ungheria, o addirittura istituzionalizzandoli, come nel caso del “Giorno del ricordo” in Italia.

A tal proposito è interessante notare come in Ungheria, al contrario dell’Italia, un argine a questa marea nera sia stato posto proprio dall’antifascismo militante.

Il “Giorno dell’onore” non è infatti una ricorrenza ufficiale, ma un anniversario simbolico legato agli scontri tra i soldati del terzo Reich, supportati dalle croci frecciate ungheresi, e l’Armata rossa, al termine della seconda guerra mondiale. Molti militari nazisti e filonazisti morirono in combattimento dopo aver decimato, con esecuzioni sommarie e deportazioni nei campi di sterminio ebrei, antinazisti e antifascisti. Questo è l’onore che con questo evento si celebra ogni anno, l’onore di truppe che difesero con le armi un regime fatto di razzismo e violenza.

La manifestazione fu organizzata per la prima volta nel 1997 su iniziativa di István Győrkös, un militante ungherese di estrema destra che si definiva “Vezető”, un termine ungherese comparabile a “Führer” o “Duce”. Nel 1989 Győrkös fondò il movimento paramilitare Gruppo d’azione nazional-socialista ungherese (poi diventato Fronte Ungherese Nazionale): ne fu leader fino al 2016, quando uccise con un colpo di arma da fuoco un poliziotto che stava perquisendo la sua abitazione.

La manifestazione del “Giorno dell’onore” cominciò ad affermarsi a partire dai primi anni Duemila, fino a diventare un evento internazionale, a cui partecipano regolarmente centinaia di militanti di organizzazioni neonaziste non solo ungheresi ma anche di altri paesi europei. Tra queste c’è “Sangue e onore”, un gruppo neonazista che prende il nome dal motto della gioventù hitleriana. Il gruppo, fondato nel 1987 nel Regno Unito, negli anni si è diffuso in vari paesi, tra cui l’Ungheria, ed è stato dichiarato illegale dalle autorità in Germania e in Spagna. C’è da notare poi che in Germania e in Austria i raduni neonazisti sono vietati, non altrettanto avviene in Ungheria e nella stessa Italia.

Dal 2017 ci sono stati diversi tentativi per bloccare le manifestazioni del “Giorno dell’onore”, ma solo nel 2022 la Corte Suprema ungherese le vietò per “motivi di ordine pubblico”, legati alle contro manifestazioni di gruppi antifascisti e pacifisti.

Nel 2023 invece l’evento nazista si è svolto regolarmente, contrastato solo dalla presenza fluida e non strutturata di una ventina di militanti antifascisti, oggi condannati con l’accusa di terrorismo.

A questo stravolgimento anche giuridico della realtà, a questa narrazione fraudolenta della propaganda di regime per sovvertire le stesse regole che le cosiddette democrazie liberali si sono date, Maja ha risposto nell’ ultima udienza che «l’antifascismo è la necessaria autodifesa delle società democratiche, non desiderio di ferire o uccidere».

Rigettiamo con forza questa sentenza ingiusta, che però ci dice anche che il potere repressivo dello stato deve fare i conti con i rapporti di forza, e rispetto alla pena prevista di 24 anni e alla ridicola richiesta di patteggiamento che ne prevedeva 14, hanno dovuto fare dei passi indietro.

Ora dobbiamo allargare, rafforzare e rilanciare la campagna di solidarieta a livello europeo,

Estenderla ad un ampio fronte di lotta, nella consapevolezza che l’antifascismo militante è l’ anticorpo necessario per combattere il moderno fascismo che avanza ed è parte integrante della nuova Resistenza,  necessaria a spazzare via tutti i regimi autoritari, razzisti, nazisti, fascisti

Solidarietà internazionalista!

Libertà per Maja e per tutte e tutti i militanti antifascisti!

Major Wave of Arrests Against Socialists in Turkey – Call for Solidarity – maximum proletarian and internationalist support soccorso rosso proletario

 

grafik.pngDear comrades,

We are writing to urgently inform you about a major wave of repression against socialists, journalists, trade unionists, lawyers, and environmental activists in Turkey, and to call for your solidarity.

Over the past days, 96 people have been arrested across Turkey under the pretext of so-called “anti-terror operations.” The Erdoğan government is once again using anti-terror legislation to smash resistance structures and silence all forms of opposition. Anti-terror units stormed homes and offices, ransacked them, destroyed property, and confiscated all electronic devices. Even political literature, including The Communist Manifesto, has reportedly been taken as “evidence.”

Among the targeted premises were the offices of the Etha news agency and the Beksav cultural association. This wave of repression is clearly directed at left-wing and socialist organizations. Arrested comrades include members and leading representatives of the Socialist Party of the Oppressed (ESP), the Socialist Women’s Councils (SKM), and the Federation of Socialist Youth Associations (SGDF), among them ESP co-chair Murat Çepni, SKM general spokesperson Tanya Kara, and SGDF co-chair Berfin Polat.

In addition, the fascist Turkish government arrested the chairperson and general secretary of the port workers’ union LİMTER İş, which is part of the Confederation of Revolutionary Trade Unions (DISK). Members of the environmental organization Polen Ekoloji were also taken into custody.

According to Turkey’s state news agency, the arrests allegedly target the Marxist-Leninist Communist Party (MLKP). In 22 provinces, public prosecutors ordered arrests of people accused of participating in events marking the MLKP’s 30th anniversary. Reports indicate that those affected had already been under close surveillance since February 24, 2025.

This is not the first wave of repression against these organizations, but its scale marks a new escalation. Authorities are now speaking of 110 suspects, meaning further arrests are likely.

In recent weeks, many of the targeted organizations were actively involved in resistance and solidarity actions for Rojava, including protests in Suruç (Pirsûs). This town is marked by the memory of the 2015 ISIS attack — carried out with the complicity of Turkish authorities — in which 33 SGDF youth were murdered while preparing to help rebuild Kobanê.

Just days before this arrest wave, an Istanbul court sentenced ten Kurdish lawyers and 18 others to prison terms of up to 11 years and 3 months for defending the rights and medical care of predominantly Kurdish prisoners. At the same time, socialists have played a key role in organizing large-scale anti-NATO protests planned for July 7–8 in Ankara, which further explains the political motivation behind this repression.

Despite all attacks, the socialist youth declare:

“We will not take a single step back. We will continue to strengthen the youth’s struggle for equality and freedom. Despite all attacks, we reaffirm: SGDF is hope — and hope stands firm.”

Our Call for Solidarity

Dear comrades, we ask for any form of solidarity:

  • Public statements and messages of support
  • Protest actions, rallies, or banners
  • Letters to Turkish embassies and consulates
  • Initiatives within unions, parties, youth and women’s organizations
  • Spreading this information widely

International solidarity is crucial. Every message, every action, and every expression of support strengthens the antifascist struggle in Turkey and helps protect those targeted by repression.

Freedom for all political prisoners!
Down with fascist repression!
Solidarity with the antifascist struggle in Turkey!

In solidarity,

Please forward your messages and letters also to 
ETHA etkinhaber@gmail.com and  arzu22demir@gmail.com