Regno Unito: quasi 60 giorni di sciopero della fame per la Palestina, a rischio la salute dei prigionieri

Gli scioperanti della fame incarcerati per la Palestina si stanno avvicinando ai 60 giorni di sciopero, in condizioni di salute allarmanti. Heba Muraisi (giorno 59) soffre di gravi deficienze, dolori intensi e deterioramento cognitivo, mentre i suoi familiari subiscono perquisizioni abusive e umiliazioni in prigione. Teuta Hoxha (giorno 53) è quasi costretta a letto, soffre di svenimenti ed estrema stanchezza, e i suoi visitatori sono molestati dal personale carcerario. Kamran Ahmed (giorno 52) soffre di forti vertigini, perdita intermittente dell’udito e fluttuazioni della frequenza cardiaca. Lewie Chiaramello (giorno 38), affetto da diabete, continua a digiunare nonostante i significativi rischi per la sua salute. Di fronte a questa situazione critica, Prisoners For Palestine chiede una maggiore mobilitazione contro la complicità britannica nel genocidio sionista e un’azione di solidarietà con i prigionieri ( maggiori informazioni ), come le azioni condotte contro numerose ambasciate britanniche come a Tunisi (foto) e Bruxelles ( vedi video ).

Da Secours rouge

Dai GPI l’appello per una mobilitazione diffusa per la liberazione dei prigionieri politici palestinesi

II 27 dicembre 2025 la Direzione Distrettuale Antimafia e Antiterrorismo di Genova ha disposto l’arresto di sette persone palestinesi e arabe, ha richiesto mandati di cattura internazionali per altre due e ha sequestrato beni per oltre otto milioni di euro, sostenendo l’esistenza di una rete operante in Italia che avrebbe raccolto e trasferito fondi destinati a strutture considerate collegate a Hamas.

Al centro dell’inchiesta ci sono alcune associazioni da anni impegnate in attività di solidarietà con il popolo palestinese, in particolare l’Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese e sue articolazioni, e l’Associazione Benefica La Cupola d’Oro, che secondo l’accusa avrebbero funzionato come canali di raccolta e trasferimento di fondi verso enti attivi a Gaza, in Cisgiordania e nei territori palestinesi del 1948.

Alcuni giornali hanno riportato che, al momento del fermo, Hannoun avrebbe chiesto ai poliziotti: «Mi consegnerete a Israele?».

Una domanda tutt’altro che peregrina, dal momento che l’intera “operazione” sembra fondarsi esclusivamente su direttive “israeliane” e su presunte “fonti” delle Forze di occupazione sionista.

Come già avvenuto nel processo dell’Aquila, emerge ancora una volta una pesantissima ingerenza straniera nel funzionamento della giustizia italiana.

Le autorità italiane indagano su queste associazioni fin dal 2001 e hanno più volte tentato di avviare procedimenti giudiziari nei loro confronti. Tutti questi tentativi, però, sono sempre stati archiviati per una ragione molto semplice: le attività contestate sono tutte dichiarate e pienamente legali, dalla raccolta di fondi al loro trasferimento al di fuori dell’Italia.

L’impianto dell’indagine si fonda su intercettazioni, analisi dei flussi bancari, documentazione digitale sequestrata nelle sedi associative e sulla cooperazione giudiziaria con altri Stati, in particolare con “Israele”, oltre che sulle informazioni fornite dall’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) e dai suoi apparati di sicurezza.

Queste fonti hanno qualificato come collegate a Hamas diverse organizzazioni caritative palestinesi e hanno indicato alcuni soggetti come nodi centrali della rete, costruendo l’immagine di una “cellula italiana” di Hamas che opererebbe sotto copertura umanitaria e politica.

La conseguenza immediata è che un insieme molto ampio di soggetti, associazioni, relazioni e pratiche di solidarietà viene ricondotto a un’unica categoria criminale, quella del terrorismo, anche quando si tratta di attività civili, caritative o politiche.

Questo produce un effetto che va ben oltre il piano giudiziario: trasforma l’intero campo della solidarietà con la Palestina in uno spazio sospetto, opaco, potenzialmente criminale, sottoposto a sorveglianza e disciplinamento.

È qui che emerge il significato politico reale di questa operazione. Non siamo di fronte a una semplice indagine penale, ma a un dispositivo che ridefinisce il perimetro del legittimo e dell’illegittimo nello spazio politico.

La solidarietà viene spostata dal terreno del conflitto e della presa di posizione politica a quello dell’ordine pubblico e della sicurezza.

L’attivismo non è più una pratica politica, ma un rischio. L’organizzazione non è più un diritto, ma un potenziale reato.

Quando queste qualificazioni vengono importate nel sistema giudiziario italiano senza essere sottoposte a un vaglio politico e critico, esse trasferiscono con sé la funzione che svolgono nel contesto coloniale in Palestina: distruggere lo spazio sociale e politico palestinese, impedire l’auto-organizzazione, rendere impossibile una soggettività politica autonoma in diaspora.

Il meccanismo che tiene insieme tutto questo è la logica della colpa per prossimità.

Non si colpiscono solo presunti reati, ma relazioni, reti, affinità politiche e simboliche. Chi è colpito rende sospetto chi gli è vicino, chi è vicino rende sospetto chi condivide spazi, parole e pratiche, e così un intero movimento viene progressivamente avvolto in una nube di sospetto che lo paralizza e lo frammenta.

Come si può riporre fiducia in una magistratura che accetta documenti irricevibili e giuridicamente illegittimi provenienti da “Israele”, che non offre alcuna garanzia di affidabilità?

E come si può avere fiducia in una magistratura che si presta a costruire un processo politico voluto dal Governo – e dunque già viziato all’origine – con il dichiarato obiettivo di reprimere il movimento di solidarietà con la Palestina in Italia?

SIAMO QUINDI COMPLICI E SOLIDALI CON GLI ARRESTATI E SOSTENIAMO LA LEGITTIMA LOTTA DEL NOSTRO POPOLO OVUNQUE ESSO SI TROVI, CONTRO IL SIONISMO E I SUOI COMPLICI E PER UNA PALESTINA LIBERA DAL FIUME AL MARE.

CHIAMIAMO AD UNA GENERALE E DIFFUSA MOBILITAZIONE PER LA LIBERAZIONE DEI NOSTRI PRIGIONIERI POLITICI, DA MOHAMMED HANNOUN A ANAN YAEESH E AHMED SALEM.

ROMA: CONTRO LA CAMPAGNA DI REPRESSIONE E CRIMINALIZZAZIONE DELLA SOLIDARIETA’ ALLA PALESTINA PRESIDIO VENERDI 9 GENNAIO

Israele detta e l’Italia esegue, e lo fa tramite i massimi organi di polizia e giudiziari italiani, che imbastiscono il teorema commissionato dallo stato sionista. Lo abbiamo visto nel corso del processo ad Anan, Ali e Mansour, dove la Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo sta orientando il processo contro i “Colpevoli di Palestina”, ed è significativo che la cosiddetta operazione “Domino” sia scattata pochi giorni prima della sentenza del 16 gennaio all’Aquila, anche se le indagini sono state avviate, anche in questo caso, dopo ottobre 2023, e basate principalmente su “documentazione trasmessa ufficialmente dallo Stato di Israele nel contesto della cooperazione giudiziaria” con l’Italia.

Anche qui, insomma, tra le principali fonti di indagine c’è lo stesso regime sionista, che detiene da decenni migliaia di persone nelle carceri senza processo né accuse formulate, e per il quale tutte le organizzazioni che operano a difesa dei diritti umani dei palestinesi sono terroristiche.

Per questo motivo si terrà un sit-in davanti alla DNAA, in Via Giulia 52.

Di seguito la presentazione dell’iniziativa su radiondadurto