Ancora sul processo italiano alla resistenza palestinese – Stralci della dichiarazione di Ali

Il 16 gennaio 2026 la Corte d’Assise di L’Aquila stabilirà se sia legittima o meno la resistenza armata ad un paese occupante e se si possano considerare civili dei coloni armati che prendono possesso di territori altrui, con il sostegno e l’impunità dell’esercito dell’occupazione.

Nell’ultima udienza finalmente sono emerse, anche nelle dichiarazioni di Ali e Mansour, le ragioni che hanno portato Anan a scegliere di combattere per la libertà della sua terra e del suo popolo. Ragioni che sin dall’inizio sono state escluse dal processo, epurandolo da tutti gli elementi di contesto: violenze continue, storie di famiglie devastate dal colonialismo di insediamento israeliano, di amici e parenti in detenzione amministrativa senza aver commesso reati, di palestinesi torturati da esercito e servizi segreti.

Particolarmente lungo e toccante è stato il racconto di Ali, di cui pubblichiamo stralci, per fare giustizia di un popolo, oggi sotto processo a L’Aquila, per “aver voluto inseguire un sogno: vivere in pace, in un paese non macchiato ogni giorno dal sangue del suo corpo“:

Mi chiamo Ali Irar, sono nato nel 1994 a Ramallah, in Palestina.

Mentre mia madre partoriva, mio padre era in carcere in detenzione amministrativa, senza prove e senza imputazione. È stata solo una delle quattro volte in cui ci è finito, sempre in detenzione amministrativa, senza che fosse mai formulata un’accusa a suo carico.

Solo l’anno prima suo fratello era stato ucciso dall’esercito israeliano all’età di 19 anni, mentre lavorava in un cantiere, ucciso per sbaglio durante l’intervento dell’esercito nel suo villaggio.

Era rimasto a terra sanguinante per svariate ore. L’esercito aveva impedito che i soccorritori potessero avvicinarsi all’area interessata dall’azione finché non è morto dissanguato. Continua a leggere