Processo alla Resistenza palestinese: chiesti 12 anni per Anan, 9 per Ali, 7 per Mansour

Una richiesta di pena veramente sproporzionata quella fatta dalla pm Roberta D’Avolio al termine di una requisitoria durata 4 ore.

Quando è stato processato da un tribunale militare israeliano, Anan fu condannato a 3 anni di reclusione e 5 di libertà vigilata per fatti risalenti alla seconda intifada, mentre la pm dell’Aquila ne ha chiesti 12 per fatti certamente meno gravi – e poi quali fatti?

Nella sua requisitoria, oltre a palesi falsità, come il fatto che la richiesta di estradizione di Anan fosse stata avanzata dall’autorità palestinese, l’accusa ha letteralmente LETTO gli atti delle indagini preliminari, senza tenere conto del dibattimento, né delle valutazioni espresse lo scorso anno dalla Corte di Cassazione, che su elementi analoghi non aveva ravvisato neppure la gravità indiziaria iniziale per Alì e Mansour. L’accusa non ha minimamente tenuto in considerazione le testimonianze della difesa, neppure quella odierna, che non ha provato neanche a contestare, come se avesse in mano un copione già scritto, o più semplicemente non era in grado di farlo, o entrambe.

Tantomeno si è sforzata di considerare il contesto politico e materiale in cui gli imputati avrebbero agito, né le attenuanti prospettate.

Di tutt’altro livello la testimonianza, invece, del Prof. Chiodelli. In circa un’ora, non solo ha parlato della connotazione ultra ortodossa di Avnei Hefetz per quanto riguarda l’insediamento civile, ma ha dato tutta una serie di riferimenti e informazioni sui checkpoint, sulle vie di accesso alla colonia e sulle restrizioni della mobilità per i palestinesi, oltre ad acclarare la presenza di una base militare all’ingresso dell’insediamento e di 2 checkpoint a ridosso di essa.

Chiodelli ha descritto la colonia come una struttura territoriale a tre cerchi, presidiata nel cerchio più esterno dall’esercito israeliano, che può intervenire in forze anche con i carri armati, il cerchio intermedio è presidiato dalle brigate, ossia unità dell’esercito che presidiano le colonie dentro i territori occupati, il cerchio più interno è presidiato dalle unità territoriali, formate da coloni residenti armati che possono svolgere funzioni di polizia insieme all’esercito. Queste squadre paramilitari sono composte da ex soldati e spesso sono anche all’interno della base militare, sono strettamente collegate con l’esercito da un coordinatore civile per la sicurezza nominato dall’esercito.

Chiodelli ha anche mostrato una foto del cancello di ingresso della base militare in cui si vede un cartello con il logo del battaglione che ha stazionato nella base di Avnei Hefetz fino al 2023, Il battaglione Netzah Yehuda.

L’unità Netzah Yehuda, che fa parte della brigata Kfir, è stata istituita nel 1999 per accogliere israeliani provenienti da comunità ultraortodosse e nazionaliste che non erano accettate da nessuna altra unità delle Idf. Nel corso degli anni è così diventata meta per molti “Hilltop youth”, cioè i giovani coloni di estrema destra, provenienti degli insediamenti illegali israeliani in Cisgiordania. L’unità è composta da soli uomini ed è stata impiegata per anni proprio in Cisgiordania, guadagnando fama per la brutalità riservata ai palestinesi.

Nel 2023 il battaglione è stato spostato nelle alture del Golan, per poi essere impiegato nel nord della Striscia di Gaza.

Anche questa volta la solidarietà non è mancata, una sessantina di persone hanno presidiato il Tribunale, soprattutto all’interno dell’aula, per salutare Anan e mostrare tutto il proprio schifo nei confronti dell’accusa.
“Vergogna” è stato urlato al termine dell’udienza, “Israele fascista stato terrorista”. E una bandiera palestinese è spuntata per salutare Anan, nonostante i controlli all’ingresso del tribunale fossero elevatissimi, tanto da non fare entrare neanche le borracce di acqua.
Ma bisogna fare di più. L’udienza finale del processo è prevista per il 19 dicembre, con l’arringa della difesa, eventuali dichiarazioni degli imputati e, forse, sentenza. Per allora bisognerà fare il massimo sforzo possibile, anche in termini di opinione pubblica, per spostare la giuria sul giusto binario.