Nasce la Rete di Resistenza Legale contro vecchi e nuovi dispositivi della repressione

La questione penale e la sua valenza simbolica hanno assunto da tempo un ruolo centrale nell’ordinamento ed in generale nel discorso pubblico dove il diritto penale è progressivamente diventato lo strumento ordinario di governo dei conflitti sociali.

La tendenza a legiferare, non in chiave generale ed astratta, ma sulla base di contingenze e presunte emergenze, si traduce oggi in un flusso di incessante e sempre più ravvicinata produzione di provvedimenti legislativi di natura penale, su tutti i decreti sicurezza che attraverso uno sproporzionato e ingiustificato rigore punitivo moltiplicano le fattispecie di reato e aumentano le sanzioni creando un sistema penale altamente diseguale e lesivo dei diritti fondamentali dei cittadini.

La consapevolezza della fase regressiva che stanno subendo i diritti fondamentali, in particolare il diritto a dissenso, ha spinto da circa un anno e mezzo una serie di avvocate e avvocati a coordinarsi e a ragionare collettivamente su come opporsi all’attuale torsione autoritaria in ambito giudiziario, soprattutto in riferimento ai processi legati alla conflittualità e alla protesta sociale.

A partire dallo scambio di informazioni e punti di vista sulle rispettive situazioni territoriali, si sono tenuti incontri e sono stati predisposti degli strumenti, tra cui una piattaforma informatica per la condivisione di materiale di studio, finalizzando il confronto collettivo alla prospettiva concreta di avviare iniziative comuni, prima tra tutte, quella delle questioni di costituzionalità sulle norme dei decreti sicurezza.

La “Rete di Resistenza Legale” comprende ad oggi quasi un centinaio di avvocate e avvocati e ha deciso di promuovere una prima occasione di confronto nazionale a Torino, il prossimo 14 marzo, con un convegno dal titolo “Vecchi e nuovi dispositivi della repressione penale: l’uso dei reati associativi contro i movimenti sociali”.

L’incontro, che si terrà dalle 14 alle 19 presso la sede dell’associazione Volere la luna, in via Trivero n. 16, vuole porre a confronto alcuni casi processuali paradigmatici che hanno visto indagati centinaia di attiviste e attivisti: le associazioni, asseritamente a delinquere, finalizzate ad occupazioni di case nel quartiere Giambellino a Milano, quelle in Giudecca a Venezia, quelle romane, ma anche i sindacati di base scambiati per un sodalizio criminoso, i comitati dei disoccupati a Napoli, il reato associativo usato a piene mani contro i circuiti anarchici, fino all’emblematico caso del centro sociale Askatasuna a Torino.

All’incontro parteciperanno, oltre ad alcuni docenti universitari, le avvocate e gli avvocati della rete che hanno seguito i processi e le attiviste e gli attivisti imputati.

Da Contropiano

Respinta la liberazione anticipata per Gigi, perché solidale con la Palestina e i prigionieri palestinesi in Italia

Gigi, compagno anarchico agli arresti domiciliari per aver difeso un corteo no snam dalla violenza poliziesca, si è visto negare la liberazione anticipata perché solidale con la Palestina e i prigionieri politici palestinesi.

Il magistrato di sorveglianza ha motivato questa decisione per la “condotta pessima del detenuto”.
Tale pessima condotta, si legge nelle motivazioni, fa riferimento al fatto che Gigi, che comunque non ha neanche il divieto di comunicazioni, sia intervenuto telefonicamente ad un corteo per la Palestina e avrebbe pubblicamente, con le parole, sostenuto altri compagni detenuti. Lo stesso avrebbe fatto un’altra volta, coi social.
Tre le segnalazioni per la “condotta pessima”, si annovera anche una segnalazione dei carabinieri per cui, sulla pagina Instagram della sua apicoltura, sarebbe comparsa una sua foto con la scritta “torniamo”.
Le dichiarazioni del suo avvocato da un articolo de Il Centro:

Il tribunale di Sorveglianza di Pescara ha rigettato la richiesta di liberazione anticipata presentata per Gianluigi Di Bonaventura, l’anarchico che da luglio dell’anno scorso è agli arresti domiciliari per scontare una condanna a 10 mesi per il reato di violenza e minaccia a pubblico ufficiale commesso il 21aprile 2018 a Sulmona durante una manifestazione contro la realizzazione del gasdotto Snam. La richiesta era stata presentata dal suo avvocato Filippo Torretta per il periodo compreso tra luglio 2025 e gennaio di quest’anno sulla base del fatto che, così come evidenziato nel reclamo, «durante la detenzione domiciliare nessuna delle prescrizioni è stata violata, come confermato anche dalla relazione dell’Uepe, (ufficio di esecuzione penale esterna ndr) altamente positiva in merito al comportamento osservato. Di Bonaventura non ha divieti di incontro o di comunicazioni per cui è libero di comunicare tramite social o financo megafono». Perché è questo il motivo del rigetto. Secondo i giudici, infatti, così si legge nell’ordinanza «durante la detenzione domiciliare ha tenuto una pessima ‘condotta in considerazione del fatto che in data 7-09-2025 durante un corteo in sostegno della Palestina ha utilizzato un megafono per diffondere messaggi di sostegno a detenuti per terrorismo, ha utilizzato i social per il medesimo e ha acceso fuochi d’artificio presso la sua abitazione, il 13-09-2025 ha postato una sua foto con la scritta “Torneremo”». Così commenta l’avvocato Torretta: «La decisione della Sorveglianza riflette il pericolosissimo restringimento degli spazi di democrazia in corso in Italia. Negare la liberazione anticipata non perché Di Bonaventura non abbia rispettato le regole (l’ottimo comportamento è stato certificato dagli assistenti sociali) ma perché ha espresso solidarietà alla Palestina e ai tre ragazzi palestinesi processati a L’Aquila per aver progettato atto di resistenza armata contro l’invasore israeliano in Palestina (due tra l’altro assolti) sembra voler stabilire un nuovo principio: non basta rispettare le regole, devi anche pensare come decidiamo noi. Un precedente pericoloso, molto pericoloso».

Voci e immagini dell’importante e bella manifestazione ieri a Terni in solidarietà di Hannoun e tutti i prigionieri politici palestinesi

Un centinaio di compagne e compagni hanno manifestato ieri davanti al carcere di Terni in solidarietà ad Hannoun e tutti i prigionieri politici Palestinesi detenuti in Italia. Delegazioni provenienti da Milano, varie pari dell’Umbria, Napoli, Roma – Lazio, Ravenna, L’Aquila, con collegamenti dalla Sardegna e da Genova, hanno raccolto e rilanciato l’appello di Hannoun di continuare a lottare per una Palestina libera dal fiume al mare, contro la repressione del movimento di liberazione e di solidarietà alla Palestina, per la liberazione di Anan, Hannoun e tutti i prigionieri politici palestinesi e rivoluzionari in Italia.

Intervento della delegazione di Milano

E’ stata ribadita la necessità di collegare e rilanciare le lotte contro la guerra imperialista e per l’autodeterminazione di tutti i popoli e contro l’attacco USA-Israele contro l’Iran e tutti i popoli del medio oriente (a Roma si terranno presidi quasi tutti i giorni davanti all’ambasciata americana). E’ stata inoltre lanciata la data del 28 marzo per una nuova manifestazione nazionale a Roma.

 

Intervento del figlio di Hannoun

All eyes on Palestine di Perugia

 Intervento di SRP

Intervento dello Slai Cobas s.c.

 

mobilitazione per i prigionieri politici palestinesi – a cura di SRP

Dopo l’intensa giornata di solidarietà militante di sabato 21 nella quale si sono svolte iniziative davanti alle carceri di Ferrara, Rossano, Melfi e Pescara invitiamo tutte e tutti a partecipare al corteo di Milano organizzato per sabato 28 febbraio dall’ Associazione Palestinesi in Italia e dall’ Associazione delle Donne Palestinesi. Il corteo partirà alle ore 15 da piazza Duca D’Aosta per terminare in via Venini davanti alla sede dell’Associazione benefica di solidarietà del popolo palestinese chiusa dalla magistratura dopo la criminale montatura giudiziaria che ha portato agli arresti del 27 dicembre di Mohammad Hannoun, Raed Dawoud, Yaser Elasaly e Riyad Albustanji. In questo momento sono ingiustamente detenuti nelle carceri italiane dopo vergognosi processi farsa anche Anan Yaeesh, Ahmad Salem e Tarek Dridi. 

 

LA SOLIDARIETA’ NON È REATO – LA RESISTENZA NON È TERRORISMO

LIBERI TUTTI SUBITO!

LETTERA DI SALEM DAL CARCERE DI ROSSANO

France : Procès d’Olivia Zémor, présidente de CAPJPO-Europalestine info solidarietà SRP

23/02/2026

 

En France, Olivia Zémor, présidente de CAPJPO-EuroPalestine, comparaîtra le 26 février devant le tribunal judiciaire de Paris. En cause : la publication, le 7 octobre 2023, d’un article intitulé « Israël complètement pris par surprise par l’offensive de la résistance ». Cette procédure s’inscrit dans un contexte de criminalisation de la solidarité avec la Palestine via le délit d’« apologie du terrorisme ». Ses soutiens appellent à un rassemblement de solidarité le 26 février, de 12 h à 13 h, devant le tribunal (Porte de Clichy).

Torino, «al Ferrante Aporti sovraffollamento e caldo torrido estivo: la rivolta nel carcere minorile è nata in un contesto di profondo malessere»

di Ludovica Lopetti

Lo scrive il Tribunale nelle motivazioni della sentenza con cui è stato condannato a 4 anni e 2 mesi di carcere il minore già protagonista, ai Murazzi, del lancio della bici che ferì Mauro Glorioso

La devastazione dell’1 agosto 2024 al carcere minorile Ferrante Aporti non può essere imputata a motivi «futili». Lo scrive il Tribunale per i minori nei motivi della sentenza con cui lo scorso 11 novembre ha inflitto 4 anni e 2 mesi di carcere a uno dei minorenni già condannati per il lancio della bici dai Murazzi, che prese parte alla sommossa. «Il reato — si legge nella sentenza — è stato commesso comunque in un contesto di profondo malessere quale quello connesso alla permanenza in carcere nei mesi estivi, in strutture, tra cui anche l’istituto per i minori di Torino, all’epoca in condizioni di sovraffollamento e strutturalmente non equipaggiate per fronteggiare il caldo torrido estivo».

In effetti, poco dopo i fatti, i protagonisti di quella convulsa notte dichiararono che la sommossa era stata una reazione a «condizioni invivibili»: «C’è il materasso sporco, dormiamo per terra», «Ci mancavano gli armadi, la tv è rotta», «La rivolta è scoppiata anche per il caldo», si legge nei verbali. Inoltre è emerso che in quei giorni il numero dei detenuti al «Ferrante» aveva superato la capienza massima. Non certo un’attenuante, ma abbastanza per escludere un’aggravante a carico dei responsabili.

 

Il giovane, difeso da Domenico Peila, rispondeva di devastazione, saccheggio, violenza e resistenza a pubblico ufficiale ed era l’unico ad aver scelto il rito ordinario. Gli altri detenuti sono già stati condannati a pene da 3 a 4 anni e 8 mesi nel giudizio abbreviato, per un totale di 35 anni di reclusione.

Il collegio ribadisce che quella notte si assistette a «una nichilistica e sistematica distruzione e danneggiamento di tutto ciò che gli stessi (i partecipanti alla rivolta, ndr) si sono trovati davanti». Tanto che «lo stesso direttore del carcere ha riferito di non essere stato in grado di trovare un solo punto specifico contro cui i ragazzi protestassero e su cui intavolare una trattativa».

Quanto al minorenne responsabile del ferimento di Mauro Glorioso, i giudici apprezzano «l’atteggiamento almeno parzialmente ammissivo» sulla partecipazione alla rivolta, che «pare poter essere letto come una iniziale presa di coscienza del disvalore delle proprie azioni», sebbene le «numerose sanzioni disciplinari» ricevute in carcere «portino a pensare che la strada verso la risocializzazione del ragazzo sia ancora molto lunga». Nella sentenza si cita anche una relazione trasmessa dal penitenziario di Catanzaro in cui il giovane viene descritto come «mite, ragionevole, collaborativo», ma anche «estremamente manipolabile» in quanto «darebbe troppa importanza all’amicizia e restando solidale anche davanti alle proposte palesemente illecite».

L’1 agosto 2024 una ventina di reclusi appiccò il fuoco in varie parti dell’edificio di corso Unione Sovietica e distrusse celle, uffici, aule e palestra a colpi di sedie e tavoli, usati come spranghe. I rivoltosi filmarono tutto e postarono i video su TikTok e altri social network in tempo reale. I partecipanti furono una decina e agirono «in modo coalizzato e compatto». Perché lo fecero? Secondo i giudici per esaltare un «modello alternativo alla legalità», nell’ottica di un «euforizzante autocelebrazione intrisa di aperta ribellione alle regole interne e alle autorità preposte».