Chi contesta il carcere è un terrorista

Il carcere come questione maledetta. Delle ragioni per cui nella prima decade di marzo durante le rivolte morirono 15 detenuti si continua a non sapere nulla e gli inquirenti sul punto tacciono. La magistratura invece si fa viva sul versante opposto. La procura di Milano sulla rivolta che portò i reclusi a protestare sui tetti come non accadeva da anni ha chiuso le indagini e accusa 34 persone di devastazione, che inevitabilmente saranno processate. Ma come se ciò non bastasse la solidarietà ai detenuti e le lotte per mettere in discussione il carcere costano incriminazioni per associazione sovversiva finalizzata al terrorismo. È accaduto a Bologna dove 7 anarchici erano stati arrestati e poi scarcerati dal Riesame a distanza comunque di tre settimane. Nei prossimi giorni saranno depositate le motivazioni del provvedimento.

A Roma invece è andata diversamente. Su cinque militanti finiti in prigione uno solo è stato liberato. «Per fatti bagattellari come scritte sui muri volantini e persino presunti furti di cemento si contesta l’accusa di terrorismo – dice l’avvocato Eugenio Losco legale di Pierloreto Fallanca, l’unico liberato per insussistenza delle esigenze cautelari – accade che se contesti l’istituzione carceraria dall’interno come detenuto metti a rischio l’incolumità e anche la vita, come stiamo tragicamente verificando di questi tempi. Se fai la stessa cosa dall’esterno ti affibbiano l’etichetta di terrorista e ti mettono in galera». Secondo un altro legale, Ettore Grenci, «il Riesame di Roma per confermare le misure cautelari si è discostato dalla giurisprudenza della Cassazione che in materia di associazione sovversiva aveva fissato dei paletti ben precisi».

Lettera di Beppe dal carcere di Pavia

carissimi/e
spero che questa mia vi trovi bene!
Vi scrivo per segnalarvi una situazione (l’ennesima!) grave che mi sono trovato ad affrontare tra il pomeriggio del 3/7 e la mezzanotte del 4/7!
Come sarete a conoscenza sono rinchiuso da circa 1 anno in una cella da solo nella sezione “protetti” delle galera di Pavia!!
ho da sempre rifiutato tale collocazione mettendo in atto varie forme di lotta (sciopero della fame, sciopero dell’aria…)
La (parola che non riesco a capire) sanitaria della galera di Pavia pur non avendomi mai sottoposto a nessuna visita medica (anche se c’era una richiesta specifica del GIP Basilone) ha dichiarato che sono in trattamento (con cosa?) per il linfonodo alla tiroide (mai controllata qui) e che ho avuto una grave forma di bronco-polmonite e in caso di necessità avrebbero provveduto a soccorrermi!!
Venerdì (3/7) pomeriggio su Pavia è arrivato un grosso temporale con raffiche di vento, non facendo in tempo a chiudere la finestra, il vento ha chiuso il blindo della mia cella, qui accade sovente quando c’è tanto vento…devo precisare che i campanelli per chiamare i secondini non funzionano, devi solo urlare!! in questo caso il detenuto lavorante avvisa il secondino di turno che sono “chiuso”, lo sento dalla mia cella…non ho mai chiamato un secondino da quando sono rinchiuso in questa fogna, la loro presenza mi irrita…
aspettando che si sarebbero degnati di riaprire il blindo come tutti in sezione, mi occupo di altro nella cella sapendo che verso le ore 21 sarebbero comunque passati con l’infermiere che distribuisce psico-farmaci…alle ore 20:30 circa il secondino zelante apre lo spioncino del blindo e gli dico subito di aprire il blindo come tutti gli altri che sono molto agitato e non riesco a respirare!
Mi risponde con un Sì e sparisce!!
verso mezzanotte, con il cambio turno dei secondini fanno la conta…non so cosa sia successo, non ricordo niente, mi sono ritrovato sul pavimento pieno di bava con 4-5 secondini che mi continuavano a chiamare, qualcuno diceva che forse ero morto!!
non hanno mai chiamato il medico, né l’infermiere, non sono mai stato visitato anche in ueste circostanze…ho capito da un pezzo perché sono stato collocato in questa sezione in questo carcere!
Alle ore 10:30 circa vengo chiamato in infermeria (04/07/20) dopo aver avvisato l’infermiere del mio malessere e di aver perso conoscenza durante la notte. Davanti al medico di turno gli dico l’accaduto durante la notte: è presente l’infermiera e un secondino “graduato” che assiste alla conversazione, mentre mi prende i parametri gli manifesto al medico un dolore forte alla fronte per la botta presa con la caduta, l’infermiera mi dice che non si vede nulla e nel spiegargli che sarebbero venuti a mezzanotte quando ero disteso ul pavimento com’era quando mi hanno trovato i secondini in turno magari si sarebbero accertati sul momento!
A sto punto interviene il secondino presente che con tono minaccioso mi dice che “parlo troppo” e che devo parlare solo di medicine!! Presenti il medico di turno e l’infermiera (dicono la moglie di un secondino) non fanno una piega!!
ho fatto richiesta delle cartelle cliniche vediamo se me le portano!!
Spero che questa vi arrivi e non sparisca!!
Vi chiedo di essere partecipi con me contro questo collocamento in questa sezione e questa galera!!Fate girare a più persone e siti possibili!
Di galere si muore!
Mi rialzo A TESTA ALTA Vomitando tutto il mio odio a questo collocamento!!
Libertà per i compa romani*!

04/07/2020

Beppe.

Giuseppe Bruna
C.C
Via Vigentina n. 85
27100 Pavia

* Indirizzi aggiornati dei compagni anarchici arrestati nell’operazione Bialystok:

Francesca Cerrone
Casa Circondariale di Latina
Via Aspromonte 118
04100 Latina

Claudio Zaccone
CC di Siracusa, strada monasteri 20
96014, cavadonna, (SR)

Flavia Digiannantonio
C.C di Roma Rebibbia
via Bartolo Longo 72
00156, Roma

Roberto Cropo
Num ecrou : 1010197
Centre pénitentiaire
1 allée des thuyas
94261 Fresnes CEDEX
FRANCIA

Nico Aurigemma
Casa Circondariale di Terni
Str delle Campore 32
cap 05100 Terni
(TR) Italia

Solidarietà con la rivolta scoppiata al Cpr di Gradisca d’Isonzo dopo l’ennesima morte nel lager di Stato dove regna l’arbitrio assoluto e impunito della violenza poliziesca

Al CPR di Gradisca d’Isonzo un cittadino albanese morto per ” un eccesso di sedativi e tranquillanti” e due feriti dei quali uno si è dato fuoco.

Il 20 gennaio 2020 era morto in ospedale Vakhtang Enukidze, cittadino Georgiano.

Il comunicato di LasciateCIEntrare:

“Sono 18 i cittadini tunisini trasferiti dall’hotspot di Pozzallo al CPR di Bari.

Tra loro dei minori, poi trasferiti in accoglienza solo successivamente alla nostra segnalazione al Garante dei minori.

Dopo Bari, alcuni sono stati trasferiti prima a Roma, al CPR di Ponte Galeria per due giorni, quindi a Gradisca d’Isonzo. Da qui siamo stati contattati per le precarie condizioni di salute di un cittadino tunisino con problemi di asma.

Ieri due reclusi hanno protestato: uno si è dato fuoco. L’altro si è tagliato le vene. Ci dicono si tratti di due cittadini albanesi condotti poi in ospedale ieri sera, ma di cui non conosciamo le attuali condizioni.

Stamattina una nuova segnalazione: un altro morto di CPR. Pare che sia uno ragazzo albanese di 28 anni e la causa sia dovuta a un eccesso di sedativi e tranquillanti, ma siamo in attesa di dettagli.

Anche la stampa inizia a diffondere la notizia: “Esclusi al momento segni di colluttazione, ma le cause del decesso del giovane sono ancora tutte da chiarire“.

Una nuova morte annunciata dopo quella di gennaio di Vakhtang Enukidze.

I CPR continuano a rappresentare luoghi di abuso.
I CPR uccidono.
I CPR vanno chiusi.“

Le violenze della polizia

da nofrontierefvg.noblogs.org

sabato 4 luglio, verso le 9 di mattina, le forze dell’ordine sono entrate nella cella di alcuni reclusi per sequestrare gli accendini. “Come facciamo a fumare se ci tolgono gli accendini?”, chiede qualcuno. Ci dicono che molti stavano ancora dormendo, perché i pensieri impediscono di prendere sonno se non quando è già mattina.

Ci raccontano che qualcuno ha chiesto “perché?”, ma che che sono stati comunque buttati fuori in malo modo, tanto che una persona è caduta sul pavimento bagnato, e ha avuto bisogno dell’assistenza medica della struttura. Ci raccontano che altri reclusi hanno protestato per questo comportamento gridando alle persone in divisa di spiegargli il perché dell’intervento e chiedendo di non essere trattati come animali, tirati fuori dal letto e buttati fuori dalle stanze in malo modo.

Ci raccontano che in questo momento un ragazzo che protestava in difesa degli altri è stato preso di mira venendo manganellato da due poliziotti, colpito alla schiena e sulla testa, mentre altri detenuti gli dicevano di uscire nel cortile, dove sarebbe stato protetto dal fatto che ci sono le telecamere.

Ci raccontano che questa persona è svenuta diverse volte ogni giorno nei quattro giorni seguenti, in una di queste occasioni all’interno del CPR gli è stata fatta una rianimazione cardiopolmonare, ed è stata portata al Pronto soccorso di Gorizia. Gli svenimenti avvenivano secondo alcuni per il sangue perso, secondo altri per le botte prese in testa, secondo altri ancora perché nei giorni successivi non mangiava più.

Ci raccontano che questa persona, una volta tornata nel CPR, è stata privata di alcune delle sue lettere di dimissione dal Pronto soccorso e ci dicono che nonostante continui a richiederle non gli vengono consegnate, e quindi non conosce i risultati delle analisi che gli sono state fatte. “L’ha presa quello mafioso che comanda noi tutti in CPR [..] stiamo morendo noi qua”, ci dicono. L’ultimo video è di ieri, a terra c’è sangue.
Ma, una volta uscito, ci raccontano che preso dallo sconforto per quell’ingiustizia subita, ha preso una lametta e si è tagliato tutto il corpo. Il video che alleghiamo riguarda un momento appena successivo a questo avvenimento.

“Mi hanno picchiato, poi sono caduto giù e sono uscito fuori di testa, ho preso la lametta e mi sono tagliato. […] siamo la stessa carne, siamo lo stesso sangue, non va bene che mi trattano come un topo.

Egitto: prima gli interessi dei padroni, poi forse i diritti umani….

Con il silenzio assenso del governo italiano, l’Egitto rinnova la detenzione per Patrick Zaky per 45 giorni.
Non è un problema di “decisioni inumane”, ma di interessi economici e imperialisti che vengono messi al di sopra di tutto

L’entità del rinnovo, fino ad oggi di 15 giorni, ricorda anche che per lo studente e attivista egiziano è iniziata la seconda fase della carcerazione preventiva senza regolare processo, che in Egitto può avere una durata massima di due anni: quella in cui i rinnovi non sono più di 15 giorni, ma di un mese e mezzo

Non finisce il calvario di Patrick George Zaki, lo studente egiziano dell’università di Bologna arrestato il 7 febbraio scorso all’aeroporto del Cairo con l’accusa, tra le altre, di propaganda sovversiva su Facebook. Il tribunale della capitale, riferisce la rete di attivisti in contatto con i suoi legali, ha deciso di rinnovare la carcerazione preventiva per altri 45 giorni. “Avevamo veramente sperato in un esito diverso, ma la notizia che arriva dal Cairo è ulteriormente choccante e inumana“, ha commentato il portavoce di Amnesty Italia, Riccardo Noury, tra coloro che più di tutti si è speso, insieme all’organizzazione, per chiedere la liberazione del giovane.

L’entità del rinnovo, fino ad oggi di 15 giorni, ricorda anche che per lo studente e attivista egiziano è iniziata la seconda fase della carcerazione preventiva senza regolare processo, che in Egitto può avere una durata massima di due anni: la fase in cui i rinnovi non sono più di 15 giorni, ma di un mese e mezzo. Zaki si trova in carcere ormai da 158 giorni, rinchiuso nella famigerata Sezione II Scorpion della prigione di Tora dedicata agli oppositori del regime di Abdel Fattah al-Sisi.

Quest’ultimo rinnovo era ipotizzabile, visto che in tutte le occasioni precedenti i giudici non hanno mai dato l’impressione di prendere veramente in considerazione la sua liberazione, anche dopo la pandemia di coronavirus, nonostante il ragazzo sia asmatico. Ma l’ultima concessione del governo, che il 4 luglio, aveva fatto recapitare alla famiglia una sua lettera datata 21 giugno in cui rassicurava parenti, amici e sostenitori riguardo alle sue condizioni fisiche, aveva fatto sperare chi da mesi chiede la sua liberazione.

La decisione dei giudici, invece, non è cambiata: “Decisione inumana, arbitraria che consegna Patrick alla prigione di Tora per un tempo lungo nel quale le autorità egiziane immaginano che noi dimenticheremo la sua sorte. Sbagliano, questo è certo”, aggiunge Noury.

Carceri peruviane e prigionia politica. Intervista a Frieda Tarazona militante dell’ “ Asociación de Familiares de Desaparecidos y Víctimas de Genocidio”

Los grupos vinculados a Sendero Luminoso exigieron a la CIDH la libertad de Abimael Guzmán. (Foto: GEC)

Perù: “Ciò equivale a una condanna a morte effettiva

(junge Welt 11 luglio 2020)

Incontro con Frieda Tarazona militante dell’ “ Asociación de Familiares de Desaparecidos y Víctimas de Genocidio

Anche in Perù la Corona Pandemia per le persone in carcere rappresenta un rischio particolarmente elevato. Nelle prigioni, chiaramente, il Virus può estendersi più rapidamente. Qual’è la situazione attuale?

E’ assolutamente allarmante a causa del sovraffollamento e dell’isolamento. Lo stato peruviano è ampiamente distante dall’aver cura e dall’allestire le minime condizioni per combattere la Pandemia. Le persone in carcere vengono abbandonate al loro destino, senza cura medica, senza medicamenti. Ciò equivale a una condanna a morte effettiva, benchè una simile condizione non sia disposta dalla Costituzione peruviana. Le, i prigionier* politic* , nella lunga permanenza in carcere sono stat* e vengono colpit* da tante malattie che rafforzano i rischi per la salute.

Quanti prigionier* politic* ci sono attualmente in Perù?

In totale circa 200, di cui 30 sono in carccere da oltre 28 anni. Sono in prigione dai tempi dei movimenti di guerriglia del Partito Comunista del Perù, (PCP), più precisamente del Movimento Rivoluzionario Tùpac Amaru, MRTA, che sono meno numeros*. Dall’anno 2000 sono stat* imprigionat* sempre di più anche attivist* e sindacalist*.

Fra le-i prigionier* politic* di lunga durata bisogna tener conto anche di Manuel Rubèn Abimael Guzmàn Reinoso, fondatore della PCP-Scissione che ha preso il nome di Sendero Luminoso (SL). Si conoscono le condizioni della sua salute?

Su Guzmàn, che ha 86 anni, oggi non ci sono informazioni. I carcerieri rifiutano ogni informazione. Sua moglie Elena Iparraguirre, anche lei in carcere da 28 anni, a fine maggio si è rivolta al tribunale. Ha chiesto di poter disporre, data la sua età, dell’arresto domiciliare sotto controllo medico. La richiesta è stata respinta ed è ora affidata alla sentenza d’appello.

Abbiamo sicurezze rispetto ai prigionieri Margot Liendo, Osmàn Morote e della prigioniera Silvia Gonzales, colpita dal Coronavirus.

Tutt* hanno la salute molto aggravata. Fino ad ora si contano tre morti, ma sospettiamo che ci sono più trappole. La disposizione di condoni e liberazioni da parte del governo è dichiaratamente esclusa.

Questo è il retroscena dell’ergastolo?

In Perù dal 1980 fino al 1992 è infuriata la ‘Guerra Popular’ condotta dal PCP-SL. Anche dopo la sua fine i governi del Perù hanno proseguito la repressione militare e la persecuzione politica. Le leggi antiterrorismo sono state mantenute. In Perù c’è letteralmente persecuzione politica contro chi mette in dubbio il sistema politico e il governo. Da un punto di vista legale, i processi contro alcun* comunist* sono stati una farsa, che comunque impedisce di lasciare la prigione.

Negli anni novanta il governo non ha diposto un’amnistia, in seguito sono state liberate parecchie migliaia di prigionier* politic*?

L’amnistia non c’è mai stata. Guzmàn Reinoso nel 1993 propose di passare dalla lotta politica con le armi alla lotta politica senza armi, ma non ne è seguito alcun accordo con il governo. Le-I prigionier* politic* nel 2003 hanno ottenuto di affrontare nuovi processi e venir liberat* in migliaia. Una parte di loro è stata condannata ed è ancora in carcere. Invece di lavorare per una soluzione politica del conflitto, il governo ha adottato una politica di vendetta e continua a farlo oggi. Noi facciamo appello all’opinione pubblica internazionale ad impegnarsi in una campagna per la vita e il rilascio de* prigionier* politic* in Perù.

intervista a Olga Milano su carcere e pandemia – pubblichiamo per il dibattito

Soccorso Rosso Proletario ha avviato il 19 giugno una campagna unitaria volta a coinvolgere con il confronto, ma anche con la polemica se necessario tutte le aree che si occupano di carcere e repressione – con centralità della repressione delle lotte proletarie e la liberazione dei prigionieri politici – questa intervista la vediamo utile e ci ritorneremo nei prossimi giorni con un commento

carcere e la pandemia: intervista a OLGa Milano

 

Ci fai una panoramica della situazione nelle carceri all’alba della fase 3?

Il balzo in avanti nell’approfondimento dello “stato di eccezione” maturato con l’emergenza pandemica sta segnando in profondità tutti gli ambiti della vita sociale, non di meno le carceri. Le proteste e le rivolte scoppiate nella seconda settimana di marzo hanno riguardato numerosi istituti del paese; in molti casi i detenuti sono riusciti a salire sui tetti, ad ottenere il controllo di alcune parti della struttura, a trattenere alcune guardie come accaduto a Pavia o riuscendo addirittura ad uscire in massa dall’ingresso principale, come accaduto nel carcere di Foggia. Ci sono stati diversi morti, ad oggi se ne contano 14, in circostanze non chiarite, centinaia di trasferimenti punitivi in pieno “lockdown”, pestaggi sistematici di massa e vessazioni da parte di GOM e squadrette che ancora oggi continuano come dimostrano i recenti fatti del carcere di Santa Maria Capua Vetere.
Una situazione del tutto inedita come non la si vedeva dalle rivolte carcerarie dei primi anni ’70.

Le misure prese dal Governo per sfoltire la popolazione carceraria e favorire così un contenimento del rischio di contagio non hanno avuto invece nulla di eccezionale, in sostanza: è stata snellita la procedura vigente per l’ottenimento degli arresti domiciliari e sono stati concessi dei permessi più lunghi per i semiliberi. Al 15 maggio le detenzioni domiciliari successive al 18 marzo sono state 3.282 a fronte di 52.679 detenuti presenti ed erano 61 mila il 18 marzo. Dunque a distanza di tre mesi la diminuzione del numero complessivo dei detenuti è dovuta soprattutto al fatto che ci sono state meno incarcerazioni, meno processi, meno carcere preventivo disposto dei giudici.

L’11 maggio il DAP ha diffuso una circolare in vista della riapertura dei colloqui in “presenza”. Quello che si denota è la solita impronta disorientante dovuta alle varie sovrapposizioni tra leggi, circolari e regolamenti che in questo caso riguardano l’autorità sanitaria e il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria stesso. Il risultato e che ogni carcere farà da sé, scegliendo tra le diverse indicazioni quelle più congeniali per mantenere il proprio ordine interno. Tra tutte spiccano i suggerimenti in merito al vetro divisore: “quanto alle modalità di svolgimento dei colloqui, il comma 5 dell’art. 37 in oggetto prevede, come regola generale, che i colloqui avvengano senza ‘mezzi divisori’, tuttavia è anche previsto che per ‘ragioni sanitarie’ i predetti vi possano essere”.

carcere prigione copia

Ad ogni direzione di istituto spetterà la “valutazione sia quanto al numero di colloqui in presenza effettuabili sia quanto al numero di coloro che vi possono essere ammessi, ciò in relazione alle specificità logistiche e strutturali dell’istituto, da esaminare unitamente all’Autorità Sanitaria Locale”. Inoltre, “le direzioni potranno limitare sino ad uno il numero dei colloqui mensili”, anzi è proprio il DAP ad indicare “in modo orientativo” un massimo di due colloqui al mese ed una sola persona presente.

In ogni caso, fino al 30 giugno i colloqui potranno essere “svolti a distanza mediante, ove possibile, apparecchiature e collegamenti di cui dispone l’amministrazione penitenziaria o mediante corrispondenza telefonica che può essere autorizzata anche oltre i limiti di cui all’art. 39 comma 2 del d.p.r. n. 230 del 2000”.
Per quanto riguarda il pacco, viene suggerito di favorire le spedizioni tramite corriere, ad ogni modo, “ove il congiunto intenda comunque consegnare personalmente il pacco, ciò dovrà avvenire secondo modalità precauzionali individuate d’intesa con l’autorità sanitaria e in modo tale da non rallentare le operazioni di accesso ai colloqui”.
Dunque, in sintesi, l’alba della cosiddetta Fase 3 rappresenta una stabilizzazione delle modalità eccezionali con cui si sono svolti i colloqui in fase emergenziale.  Il colloquio “a distanza” diviene la modalità prevalente rispetto a quella definita “in presenza” che si svolge attraverso barriere in plexiglas, ad una distanza e con una confusione tali da renderlo inutile e frustrante come riportato da diversi familiari che l’hanno provato sulla loro pelle.

Sebbene in diverse carceri, durante il “lockdown”, sia stato introdotto l’uso delle chiamate e delle videochiamate, anche incrementandone la frequenza e la durata, si capisce ad oggi come tale modello stia diventando sostitutivo del colloquio vero e proprio e non un’alternativa temporanea o integrativa. Una tendenza questa già emersa ad esempio con l’estensione progressiva, in questi ultimi anni, del “processo a distanza”, in videoconferenza, e che l’emergenza pandemica ha accelerato in diversi ambiti sia dal punto di vista lavorativo che sociale (dai processi alla scuola educazione, smart working).

Ci descriveresti quale è stata secondo voi la dinamica che ha portato all’esplosione delle rivolte all’inizio della pandemia, quali sono stati i presupposti? Quali le conseguenze ad oggi?

Il carcere è una delle istituzioni che rappresenta meglio l’apparato autoritario dello stato. La violenza è questione molto più frequente e palpabile rispetto alla società fuori che si può dire più pacificata. Per questa ragione il mantenimento dell’ordine assume delle dinamiche diverse. Infatti, quel che succede in carcere può essere rappresentato da un pendolo che si muove tra la crisi e l’equilibrio: col passare del tempo accumula piccole crisi che portano prima o poi ad un punto di rottura.

La sospensione dei colloqui è sicuramente il motivo scatenante. Le misure prese per applicare il “distanziamento sociale” in carcere si sono tradotte ben presto, fin dai primissimi giorni di marzo, nella sospensione dei colloqui sia con i familiari che con gli avvocati. Venendo meno anche il rapporto con insegnanti, educatori e volontari si è verificata una situazione di totale esclusione dai contatti con l’esterno, in un clima di forte tensione per il fondato rischio di contagio reciproco all’interno di sezioni sovraffollate e prive di tutto. A ciò va aggiunto l’inasprirsi delle già gravi mancanze nell’accesso a benefici penitenziari, libertà anticipata, cure mediche e sopravvitto dovute al congelamento delle relazioni con l’esterno e all’applicazione all’interno degli istituti di procedure speciali di restringimento della socialità interna.

Il carcere italiano al tempo del Coronavirus

Le rivolte hanno aperto una fenditura nel velo che nasconde le condizioni dei carcerati all’opinione pubblica. Ad oggi però nessuno parla più della situazione delle carceri. Come mai questo dibattito è completamente scomparso?

Sicuramente quanto accaduto a cavallo fra la prima e la seconda settimana di marzo ha avuto un impatto molto forte. L’estensione e la radicalità delle lotte avvenute all’interno e in parte anche all’esterno delle carceri, così come la repressione che ne è seguita, non potevano di certo essere taciute. Il ripristino dell’ordine interno è avvenuto attraverso trasferimenti, isolamenti, pestaggi e morti, con la garanzia che il tutto potesse svolgersi indisturbato all’interno di sezioni svuotate da tutto il personale civile esterno. All’esterno delle carceri, fra amici, parenti e solidali con le lotte dei detenuti, non si è riusciti ad avere la forza necessaria per rappresentare un elemento di deterrenza nei confronti della rappresaglia poliziesca, anche a causa del divieto di radunarsi e di manifestare.
In quei giorni abbiamo assistito e contribuito a discussioni, confronti e iniziative che ancora  continuano benché oggi, in mancanza di momenti di rottura così evidenti come quelli avvenuti, coinvolgano perlopiù chi ha una internità al tema delle carceri.

Non si può dire però che in generale non se ne parli più perché sulla stampa e sui media si trovano ogni giorno notizie e dibattiti sul tema. Tuttavia in assenza di un forte protagonismo delle lotte tutta la questione viene affrontata secondo gli interessi specifici e corporativi dei diversi settori istituzionali coinvolti.

Sui giornali ha tenuto banco per qualche settimana la polemica tra il ministro Bonafede e Di Matteo. Cosa ne pensate?

E’ una questione tutta interna alle istituzioni. In superficie è un’espressione dello scontro fra partiti e fazioni politiche volto a guadagnare consensi attraverso la delegittimazione dell’operato del ministro di turno. Più in profondità rappresenta uno scontro di potere all’interno dell’istituzione stessa che prefigura il consolidamento di una linea di tendenza storica che si presenta come rafforzamento del potere esecutivo a scapito di quello giudiziario e legislativo.

In questo caso, oggetto del contendere sono state una serie di scarcerazioni di detenuti in regime di detenzione speciale, peraltro avvenute sulla base della normativa vigente, su cui è stato sollevato clamore, la cui responsabilità è ricaduta sul capo del DAP, Basentini. La polemica ha riguardato il ministro Bonafede perché responsabile della sua nomina al vertice dell’amministrazione penitenziaria e non invece di tal Di Matteo, anch’egli candidato a ricoprire quel ruolo. Per rendere più efficace l’attacco si è parlato della trattativa Stato-mafia alludendo che tale nomina rispondesse all’obiettivo di assecondare i diktat mafiosi circa l’abolizione del regime 41 bis, insinuando così che il ministro della Giustizia in carica avesse agito in favore di tali interessi. Ciò è bastato non tanto per un riassetto dei vertici del DAP – non di certo alla rimozione di un comprovato forcaiolo come Bonafede – ma per l’introduzione di nuove disposizioni in merito all’ottenimento di permessi e arresti domiciliari.

Il 30 aprile il governo emette un decreto, il n.28, che all’art. 2 dispone che per le fattispecie di reato per cui si viene reclusi nei circuiti di Alta Sicurezza o nel regime del 41 bis, la possibilità di ottenere permessi temporanei di uscita o di scontare la pena agli arresti domiciliari è soggetta al parere, rispettivamente, della procura del tribunale che ha emesso  la sentenza o del procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo. Con ciò subordinando il potere decisionale della Magistratura di Sorveglianza alle procure inquirenti e, più in generale, al tribunale speciale antimafia e antiterrorismo, rafforzando così la tendenza a una centralizzazione dell’esercizio del potere penale ben radicata nella storia recente. E’ del 2009, ad esempio, il “pacchetto sicurezza” che ha attribuito al solo Tribunale di Sorveglianza di Roma il potere di decidere in merito alla disapplicazione del regime detentivo speciale del 41 bis.

Per comprendere meglio il quadro generale in cui si innesta la vicenda bisogna ricordare che nel giugno 2019 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo aveva condannato l’Italia contestando il vincolo che lega l’accesso ai benefici penitenziari  per i detenuti per reati elencati nell’art. 4 bis o.p. alla loro “collaborazione”. Decisione che la CEDU ha confermato in ottobre rigettando il ricorso presentato dall’Italia. Così, la Corte Costituzionale ha dovuto stabilire l’incostituzionalità dell’articolo 4 bis, comma 1, dell’Ordinamento “nella parte in cui non prevede la concessione di permessi premio in assenza di collaborazione con la giustizia, anche se sono stati acquisiti elementi tali da escludere sia l’attualità della partecipazione all’associazione criminale sia, più in generale, il pericolo del ripristino di collegamenti con la criminalità organizzata – come spiega il comunicato della Corte -. Sempre che, ovviamente, il condannato abbia dato piena prova di partecipazione al percorso rieducativo”.

In tale contesto si inserisce la vicenda citata, la forte pressione esercitata dalla politica e dai media hanno poi portato al decreto-legge del 30 aprile 2020 di cui poco prima abbiamo parlato.

Lo scandalo Palamara continua a sollevare le dinamiche di spartizione delle poltrone, di gestione privatistica della giustizia e di corruzione dentro la magistratura. Il re è nudo, per quanto i media cerchino di nascondere la polvere sotto il tappeto. Cosa ci dice questo evidente deterioramento del piano istituzionale per quanto riguarda l’amministrazione della “giustizia”?

Una risposta più ragionata la potrebbe forse dare un avvocato… Quello che si può dire, fermo restando quanto detto per la vicenda  cui prima si è accennato, che non è certo una dinamica sconosciuta quella delle correnti, delle influenze, delle nomine… insomma della presenza di attività lobbistiche all’interno dell’apparato istituzionale che esprimono gli interessi specifici di determinate cordate politico-economiche e possibili interferenze fra esecutivo e magistratura.

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liberare Georges Ibrahim Abdallah – una lettera del Comitato

Bonjour camarade,
nombreuses ont été ces derniers mois encore les initiatives de chacun pour exiger la libération de notre camarade Georges Abdallah. Certaines de ces dernières se sont faites de manière parfois coordonnée – durant les mois de confinement et notamment lors de la semaine internationale d’actions. Pour continuer à maintenir cette pression, et si possible frapper tous ensembles, dans ce contexte particulier de ces mois d’été, il nous a paru opportun de nous saisir de la journée de célébration du 14 juillet – symbole même de l’hypocrisie de l’Etat français et des valeurs de sa République – pour agir :
– d’une part en diffusant largement, ce jour-là, sur les réseaux sociaux un hashtag “Libérons nos embastillés ! Libérons Georges Abdallah ! ” 
– d’autre part, en profitant aussi de cette date pour lancer la campagne de mobilisation pour la manifestation à Lannemezan, devant la prison où est détenu notre camarade : nous tous, soutiens à Georges Abdallah, pourrions ainsi faire cette annonce de manière coordonnée et unitaire autour d’un même mot d’ordre pour l’événement : “Georges Abdallah, tes camarades sont là ! Tous à Lannemezan, le 24 octobre 2020 !”
Salutations rouges internationalistes et solidaires