Soccorso Rosso Proletario

Soccorso Rosso Proletario

polizia razzista, sessista e vile a torino

Torino: in aula con due vertebre rotte, il giudice dispone un’inchiesta

La procura dovrà far luce sull’arresto di una donna peruviana da parte della polizia

“Sto molto male” . È apparsa così in udienza, sofferente al punto da non reggersi in piedi, non potere nemmeno stare seduta, non riuscire quasi a parlare. Così male che il giudice ha interrotto l’udienza, ha cercato di capire cosa le fosse successo, e poi, sconcertato, ha chiamato l’ambulanza, l’ha immediatamente scarcerata e ha trasmesso gli atti in procura perché venga fatta chiarezza su cosa sia accaduto a una donna peruviana di 53 anni. Era in condizioni davvero provate sia dal punto di vista psicologico che fisico. Solo in aula si è scoperto che era stata incredibilmente portata all’udienza per direttissima con due vertebre rotte, senza alcuna tutela. Ora un’inchiesta della procura dovrà accertare come si sia rotta quelle vertebre e far luce sull’arresto avvenuto domenica all’ora di pranzo, che il giudice Marco Picco non ha considerato legittimo, e caratterizzato da troppe anomalie.
La donna, domenica 19, era in stato confusionale in corso Trapani: un passante aveva chiamato le forze dell’ordine perché lei voleva buttarsi sotto le auto. Era intervenuta una volante della polizia e i due agenti avevano bloccato la peruviana che, agitata e violenta, li avrebbe minacciati e avrebbe anche tirato un calcio a uno dei due, procurandogli una lesione refertata con prognosi di 5 giorni. Secondo gli agenti era ubriaca. L’avrebbero bloccata, dopo averla ” proiettata a terra ” , l’hanno ammanettata e arrestata con l’accusa di resistenza e lesioni. Portata negli uffici di via Tirreno, sarebbe stata visitata dal 118 che non avrebbe rilevato nulla. Ma quella sera, intorno alle 23 la donna è stata portata al pronto soccorso dell’ospedale Martini dove è stata refertata per un trauma dorsale, dovuto a ” caduta accidentale in stato di ebbrezza riferita dagli agenti e appresa dai passanti” e una tac ha evidenziato la frattura di due vertebre, L1 e L2. È stata tutta la notte in ospedale e il giorno dopo, il 20, è stata sottoposta a visita ortopedica: in quell’occasione è stata chiamata la figlia chiedendole di andare a comprare un busto per la madre. La figlia però non è riuscita a trovarlo e, una volta arrivata al Martini, non è nemmeno riuscita a incontrarla.

La notte tra il 20 e il 21 luglio è stata invece passata nelle camere di sicurezza del commissariato San Paolo. per essere poi portata in udienza di convalida martedì alle 13.30: alle 14, al Palagiustizia, è arrivata l’ambulanza fatta chiamare dal giudice. La donna, colf regolare e in Italia dal 2002, era in una situazione di fragilità psicologica anche legata al Covid, dovuta a difficoltà lavorative. In udienza ha dichiarato di non aver bevuto, di non aver tirato calci a nessuno. Il giudice ha ritenuto che ci possano essere dubbi sulla ricostruzione dei fatti accaduti durante l’arresto. Ci si domanda se in quelle condizioni potesse essere portata in udienza.
Difesa dall’avvocato Ornella Fiore, in aula rappresentata dalla collega Eleonora Celoria, la donna non è ancora riuscita a spiegare nulla. “Una situazione davvero molto strana, con diversi aspetti da chiarire ” ha commentato l’avvocato Fiore. Stranezze e anomalie che hanno lasciato di stucco il giudice, gli avvocati, la stessa procura che ora dovrà fare chiarezza.

Ancora repressione antioperaia alla TNT-Fedex di San Giuliano Milanese

Ancora guardioni armati di taser e carabinieri contro il lavoratori in lotta alla Fedex di San Giuliano Milanese. Ancora una volta nella notte tra il 23 e il 24 luglio i padroni della Fedex utilizzano il loro piccolo esercito privato di guardioni, questa volta armati di taser, coordinandosi con i carabinieri per aggredire violentemente i lavoratori.

I licenziati politici della Fedex hanno deciso, con una coscienza e una determinazione ammirevole, che la resistenza e la lotta sono  le  loro uniche  armi per riavere il loro posto di lavoro. Uno sciopero che ancora una volta ha visto come protagonisti i lavoratori di tutta la filiera nazionale della TNT da Napoli a Roma, da Firenze a Brescia e Milano, organizzati nel Sicobas.

Stasera, dopo una presenza davanti ai cancelli dell’ hub di Peschiera Borromeo, avevano deciso, con il supporto di numerosi compagni e compagne del Patto d’Azione per un fronte anticapitalista, di andare a presidiare il magazzino di San Giuliano in via del Tecchione, affittato dalla Tnt per evitare la pressione dei lavoratori in lotta. Proprio a San Giuliano nelle scorse settimane avevamo denunciato l’aggressione di una quarantina di bodyguard che ben al di fuori dei cancelli e quindi della loro normale zona di competenza avevano aggredito violentemente e spintonato i lavoratori e i solidali in lotta.

Questa notte la situazione è stata molto più grave perché appena arrivati ad un centinaio di metri dai cancelli, i lavoratori hanno trovato ad aspettarli una squadraccia vestita di nero, e sono stati immediatamente aggrediti e spintonati riuscendo però ad avanzare fino a qualche decina di metri dall’ingresso del magazzino dove il fronteggiamento è degenerato in un’aggressione violenta con pugni sul volto di compagni e lavoratori fino a quando un guardione prezzolato, vista la resistenza dei presenti, ha estratto un taser puntandolo contro i lavoratori.

Questa provocazione ha esasperato la situazione e solo la calma dei lavoratori e dei compagni e delle compagne  ha impedito che l’aggressione si tramutasse in scontro aperto. Non era questo il nostro obiettivo perché l’obiettivo primario di questa lotta è, dopo il loro arbitrario licenziamento, quello del reintegro di tutti i lavoratori licenziati, e riuscire fermare il progetto dei nuovi padroni USA di calpestare la dignità dei lavoratori e determinare un utilizzo flessibile della mano d’opera a richiesta, pescando di volta in volta nella massa disperata di uomini e donne senza lavoro da spremere ed espellere dalla produzione in relazione alle esigenza del loro profitto.

Segnaliamo che alcuni di questi servi prezzolati portavano mascherine con le scritte fasciste boia chi molla, e credere obbedire combattere. Uno di questi, una montagna di muscoli e lardo si è esibito in un saluto romano per provocare i partecipanti al presidio.

I carabinieri presenti in assetto antisommossa hanno protetto i provocatori delegandogli l’uso della violenza fino a permettergli il fermo di 4 compagni lavoratori e delegati del Si Cobas con dolorose e soffocanti prese al collo per immobilizzarli dopo una caccia all’uomo dei lavoratori che si allontanavano per non essere investiti da un bilico che accelerava minacciosamente contro i presenti.

Se questa è probabilmente la nuova frontiera della legalità borghese che dovremo fronteggiare, lanciamo l’invito ad una partecipazione in massa alle prossime scadenze di lotta fino a che il nuovo padrone amerikano comprenderà che non potrà più calpestare impunemente diritti e dignità.

Alla fine di questo video si sentono bene le scariche elettriche del taser usato da bodyguard al servizio di Fedex-TNT:

I compagni e le compagne del Csa Vittoria – Milano

India 28 luglio giornata di mobilitazione in italia e in altri paesi del mondo per la liberazione di Varavarao e Saibaba e di tutti i prigionieri politici in India

SOCCORSO ROSSO PROLETARIO ADERISCE E INVITA ALLA MASSIMA SOLIDARIETA’ – MOBILITAZIONE- PARTECIPAZIONE

Facciamo un appello a tutte le organizzazioni politico-sociali che si occupano di carcere, repressione, solidarietà internazionale e internazionalista.
Appello in italiano – disponibile in spagnolo e inglese – del Comitato di sostegno internazionale alla guerra popolare in India

Chiediamo la massima diffusione circolazione!

Si espande in India la pandemia. E’ il terzo paese al mondo dopo Usa e Brasile. Nelle ultime ore i contagi sono stati 30mila e crescono quotidianamente, i casi complessivi sono oltre 1milione e i morti sono oltre 24mila. Gli Stati più colpiti sono il Maharashtra e il Tamil Nadu, segue il Karnataka. Il nuovo lockdown deciso dal regime fascista tocca 12 Stati, tra cui il Bihar. Si tratta degli Stati più poveri. Nello stesso tempo viene colpta anche Bangalore che è il centro tecnologico più sviluppato dell’India dove si trovano le sedi di Microsoft, Apple e Amazon. Oltre 3 milioni di lavoratori hanno perso il lavoro e stanno raggiungendo i loro villaggi.
Il sistema sanitario in India mostra tutta la sua arretratezza per tanta massa di popolazione e assenza di ogni assistenza sanitaria reale.
Il Partito Comunista dell’India (Maoista) sin da aprile si sta battendo per difendere le condizioni delle masse. Il portavoce del Comitato Centrale ha definito il coronavirus un’”arma biologica” che trova le sue radici nelle politiche imperialiste. Ha richiesto che almeno il 10”% del prodotto interno lordo venga destinato all’alimentazione e alla salute delle masse; ha denunciato come il governo Modfi non ha esitato a proseguire nell’esportazione pro imperialista anche di farmaci chimici verso gli Usa, nonostante i bisogni drammatici delle masse indiane.
E’ in questo quadro che un dramma nel dramma è costituito dai prigionieri politici che oltre ad essere vittime della repressione fascista del governo, rischiano la loro vita e la loro salute nelle prigioni del regime.
Il PCIM ha chiesto la liberazione immediata di Varavara Rao, artista intellettuale rivoluzionario, conosciuto e apprezzato dalle masse indiane, che risulta positivo al virus, del Prof. Saibaba, figura preminente dell’opposizione democratico rivoluzionaria al regime Modi e al sistema indiano asservito all’imperialismo.
La lotta contro la repressione e la liberazione di questi prigionieri politici è parte della resistenza delle grandi masse popolari in lotta, e nello stesso tempo è parte della denuncia del governo che usa la forza poliziesca, utilizzando il lockdown, verso le masse e che nulla fa per la sicurezza dei medici, dei lavoratori della sanità, dei lavoratori e lavoratrici della salute.
Per questo è necessario oggi più che mai sviluppare la denuncia del governo Modi, intensificare la solidarietà con le masse indiane in lotta e in armi, allargare in tutti i paesi la rivendicazione della liberazione immediata di Varavara Rao e di Saibaba.
Il Comitato di sostegno internazionale alla guerra popolare in India è da sempre impegnato in questa battaglia e oggi chiama urgentemente ad una nuova fase della mobilitazione. Attraverso la repressione di questi due intellettuali si colpisce un numero impressionante di militanti, professori, studenti e artisti, membri di organizzazioni democratiche; si pratica il terrorismo di Stato contro la libertà di stampa, di opinione in un paese in cui il regime approva leggi razziste e discriminatorie, come le ultime sulla cittadinanza che colpiscono milioni di musulmani.
Lo sviluppo della pandemia trasforma, inoltre, le carceri in trappole mortali.
Il Comitato chiama quindi ad una nuova giornata internazionale di informazione, azione e solidarietà per il 28 luglio, giornata in cui si sviluppa la vasta azione dei maoisti e dei combattenti della guerra popolare nella settimana dei martiri della rivoluzione.
Il Comitato fa proprio per questa giornata i numerosi documenti che circolano in India e nel mondo a sostegno di questa battaglia.
Oltre 130 rinomati intellettuali hanno firmato un appello sostenendo che il deterioramento delle condizioni di salute del Prof. Saibaba e di Varavara Rao e lo scoppio del Covid nelle carceri mette in pericolo la loro vita e ne chiede il rilascio immediato su cauzione. Documenti della stessa natura sono firmati nel Bangladesh e da gruppi di deputati nello stesso parlamento indiano.e altri
Il Comitato alla luce di questo invita ad alcuni obiettivi immediati:

  • diffondere questi documenti con tutti i mezzi in internet;
  • organizzare per la giornata del 28 un mail-bombing inviato alla stampa internazionale, alle ambasciate indiane, ai ministri degli Esteri e della Giustizia del maggior numero di governi, al parlamento europeo, alla Corte di Giustizia internazionale ecc;
  • organizzare il 28 e nei giorni successivi, assemblee, presidi e ogni tipo di azione, approvare messaggi di solidarietà, e ogni altra iniziativa che permetta di allargare il fronte della mobilitazione;

In particolare per quest’ultimo compito facciamo un appello a tutte le organizzazioni politico-sociali che si occupano di carcere, repressione, solidarietà internazionale e internazionalista.

SI TRATTA DI INIZIATIVE GIÀ IN CORSO IN ALCUNI PAESI IN QUESTI MESI. QUELLO CHE SI CHIEDE A PARTIRE DALLA GIORNATA INTERNAZIONALE È UNA LORO CONCENTRAZIONE, SOCIALIZZAZIONE CHE POSSA SERVIRE A SVILUPPARE UNA CAMPAGNA PROLUNGATA CON L’OBIETTIVO DI OTTENERE RISULTATI CONCRETI NELL’ARCO DI QUESTI MESI CARATTERIZZATI DALLA PANDEMIA.

Comitato di sostegno internazionale alla guerra popolare in India
csgpindia@gmail.com
luglio 2020

a Torino repressione contro gli antifascisti – libertà per i compagni arrestati e colpiti!

 

Per irruzione al campus Einaudi durante volantinaggio del Fuan sono 19 le misure cautelari  che la Digos di Torino sta eseguendo da questa mattina, nei confronti dei responsabili dell’irruzione all’interno del Campus Einaudi, lo scorso febbraio, mentre esponenti del Fuan stava facendo un volantinaggio alla palazzina Einaudi. Tre agenti erano rimasti feriti in quell’occasione.

I FATTI RISALGONO AL 13 FEBBRAIO QUANDO IL FUAN, IL GRUPPO STUDENTESCO VICINO A FRATELLI D’ITALIA, AVEVA ORGANIZZATO UN VOLANTINAGGIO DI PROTESTA VERSO UN INCONTRO INCONTRO, CHE SI TENEVA IN AULA D5, DAL TEMA FASCISMO-COLONIALISMO-FOIBE – L’USO POLITICO DELLA MEMORIA PER LA MANIPOLAZIONE DELLE VERITÀ STORICHE.
ANTIFASCISTI E STUDENTI DEI COLLETTIVI UNIVERSITARI AVEVANO CERCATO DI SUPERARE IL CORDONE DI POLIZIA PER RAGGIUNGERE IL GRUPPO DI ESTREMA DESTRA E POI, IN SERATA, C’ERA STATO UN CORTEO PER LE VIE DELLA CITTÀ CHE SI ERA CONCLUSO IN PIAZZA SANTA GIULIA. VI REANO STATE CARICHE DELA POLIZIA AVEVA DISPERSO I MANIFESTANTI. TRE COMPAGNI ERANO STATE ARRESTATI QUELLA SERA, 15 ERANO STATE DENUNCIATE.

Torture nel carcere di Torino: 21 agenti accusati dei pestaggi.

«Detenuti picchiati tra le risate». Indagato anche il direttore: «Sapeva ma nascose tutto»

TORINO. C’è un’inchiesta che scuote il carcere «Lo Russo e Cutugno» di Torino. Che racconta gli orrori che tra marzo 2017 e settembre 2019 si sarebbero consumati nei corridoi, nelle celle e negli spazi comuni dell’istituto. Con 21 agenti della polizia penitenziaria indagati per il reato di tortura. Con un direttore (anche lui indagato) che aveva ricevuto le denunce e avrebbe taciuto, consapevolmente. E – infine – con un comandante del personale che avrebbe addirittura fabbricato dossier falsi per «coprire» le condotte inumane dei suoi sottoposti.

Un’intera scala gerarchica avrebbe cercato di tacitare le precise segnalazioni che Monica Gallo, il garante dei diritti dei detenuti di Torino, aveva fatto dopo aver visitato i carcerati. «Numerose volte» scrive il pm Francesco Pelosi, titolare dell’inchiesta, si era rivolta al direttore Domenico Minervini per chiedere un intervento. Quest’ultimo invece «aiutava gli agenti a eludere le indagini dell’autorità omettendo di denunciare i fatti di cui era venuto a conoscenza». Che per i magistrati rappresentano «trattamenti inumani e degradanti». Torture. Da ieri ci sono le prime «carte» inviate ai legali degli imputati con l’avviso di chiusura indagini. Gli investigatori hanno ricostruito più di venti episodi di violenze inaudite e inaccettabili.

Garante dei detenuti di Torino: “Al ‘Lo Russo e Cutugno’ vicende che non potevano rimanere essere inascoltate”

Una lista nera: «Picchiavano e ridevano” scrive la procura nel capo di imputazione di alcuni agenti. Calci, pugni sputi. Come nel caso di Amadou Ibrahim, detenuto, pestato dentro la cella da tre agenti mentre due secondini facevano il palo sull’uscio per accertarsi che nessuno vedesse. A Diego Sivera, altri colleghi «cagionavano acute sofferenze fisiche e un trauma psichico». Lo hanno costretto a rimanere in piedi nel corridoio della sezione a cui era assegnato per 40 lunghissimi minuti. Insultato e costretto a ripetere: «Sono un pezzo di merda». Sono entrati diverse volte nella sua cella «eseguendo perquisizioni arbitrarie, gettandogli i vestiti per terra, strappandogli le mensole dal muro, spruzzando detersivo per piatti sul suo materasso». Poi di nuovo pugni sulla schiena e schiaffi «indossando rigorosamente i guanti» annota il pm.

Altri colleghi dopo aver accompagnato il detenuto Daniele Caruso in infermeria, gli urlavano: «Figlio di puttana, ti devi impiccare». Gli hanno rotto il naso, rischiato di sfondare l’orbita di un occhio, spezzato di netto un incisivo superiore.

E’ capitato che dopo un pestaggio due secondini abbiano avvicinato la vittima minacciandola: «Se ti visiteranno per le lesioni – questo il senso del messaggio – devi dire che ti ha picchiato un altro detenuto». Altrimenti – chiosa la procura – «avrebbero usato nuovamente violenza su di lui di fatto costringendolo, il giorno dopo, a rendere dichiarazioni false ai sanitari».

A Daniele Caruso è andata peggio: «dopo averlo ammanettato e bloccato a terra in attesa che venisse eseguito nei cuoi confronti un Tso, lo colpivano ripetutamente con violenti pugni al costato e, mentre Caruso urlava per il dolore, loro ridevano». Due sindacalisti dell’Osapp sono indagati per rivelazione di segreto d’ufficio. Sono Gerardo Romano e Leo Beneduci. Grazie alle loro «soffiate» il comandante della polizia penitenziaria del carcere Giovanni Battista Alberotanza, aveva saputo di avere il cellulare sotto controllo nell’ambito di un’inchiesta sui pestaggi in carcere.

Lui stesso «Aiutava gli agenti Dario Celentano, Francesco Piscitelli, Luigi Longo, Gianluca Serafino, benedetto Demichelis, Simone Battisti e altri colleghi, ad eludere le investigazioni dell’Autorità, omettendo di denunciare i pestaggi e le altre vessazioni e conducendo un’istruttoria interna dolosamente volta a smentire quanto accaduto».

Dalla Stampa

Criminali in divisa a Piacenza. Ma quali ‘mele marce’, tutto il sistema lo è!

Da il Fatto quotidiano

“Torture, estorsione, spaccio e arresti illegali”. Carabinieri arrestati e caserma sequestrata a Piacenza: “Schiaffoni come in Gomorra”

“Torture, estorsione, spaccio e arresti illegali”. Carabinieri arrestati e caserma sequestrata a Piacenza: “Schiaffoni come in Gomorra”

Le indagini hanno svelato una serie di episodi avvenuti a partire dal 2017 ai danni di spacciatori, immigrati e cittadini innocenti. Tra i militari coinvolti ci sono il maresciallo luogotenente della stazione Levante, ai domiciliari, e un capitano colpito da obbligo di dimora. “Tutti gli illeciti più gravi sono stati commessi nel lockdown, con il più totale disprezzo dei decreti emanati dalla presidenza del consiglio”, ha dichiarato la procuratrice Grazia Pradella

Un uomo a terra scalzo, il sangue che gli cola dal naso e che macchia quello che sembra il pavimento di un cortile. È racchiusa in questa immagine che sembra giungere da lontano, da carceri irachene in piena guerra, l’accusa di tortura contestata a un gruppo di carabinieri a cui la procura di Piacenza contesta una lunghissima serie di reati – dalla ricettazione al falso, dal traffico e spaccio di droga al peculato e poi lesioni, violenza privata, perquisizioni e ispezioni personali, arresto illegali, estorsione. E per la prima volta in Italia una caserma dell’Arma è stata sequestrata e tutti i militari in servizio, eccetto uno, risultano indagati. In totale sono 22 le misure emesse dal giudice per le indagini preliminari di Piacenza, Luca Milani: 12 indagati – tra cui cinque carabinieri – sono finiti in carcere, per cinque persone – tra cui il maresciallo comandante della stazione di Piacenza Levante – il giudice ha disposto gli arresti domiciliari, altri quattro – 3 carabinieri e un finanziere – hanno l’obbligo di presentarsi alla polizia giudiziaria. Per un altro militare è stato deciso l’obbligo di dimora e un cittadino italiano è stato denunciato. A chiusura dell’ordinanza il giudice che parla di “risposta dello Stato” a quelli che la procura definisce una serie di reati “impressionanti” dedica il lavoro che definisce “atto di giustizia” a chi 28 anni fa, in via D’Amelio a Palermo, perse la vita nell’attentato in cui persero la vita Paolo Borsellino e gli uomini della scorta: Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi e Claudio Traina “servitori dello Stato di tutt’altro spessore rispetto agli odierni indagati” morti “compiendo il loro dovere”.

L’intercettazione: “Ho fatto un’associazione a delinquere” – E basta anche una sola delle intercettazioni degli indagati per capire come fossero lontani da quel modello: “Ho fatto un’associazione a delinquere ragazzi (…) in poche parole abbiamo fatto una piramide (…) noi siamo irraggiungibili. Abbiamo trovato un’altra persona – prosegue l’intercettazione – che sta sotto di noi. Questa persona qua va tutti da questi gli spacciatori e gli dice: ‘Guarda, da oggi in poi, se vuoi vendere la roba vendi questa qua, altrimenti non lavori!’ e la roba gliela diamo noi!”. La caserma, atto mai disposto prima, è stata sequestrata. L’immobile di via Caccialupo, a pochi passi dal Duomo, è stato “sottoposto a sequestro penale” perché è lì che venivano portate le persone, secondo gli inquirenti, arrestate illegalmente. E dove si sono compiute, per l’accusa, torture, lesioni, estorsioni e spaccio di droga. L’operazione, soprannominata “Odysseus” è stata condotta dalla Guardia di finanza, in collaborazione con la polizia locale, ed è partita nel 2017. L’inchiesta è coordinata dal neo procuratore della Repubblica Grazia Pradella ed è durata sei mesi, durante i quali è stato utilizzato anche il trojan informatico per captare spostamenti e discussioni delle persone coinvolte. Un cittadino sarebbe stato accusato ingiustamente di spaccio di stupefacenti attraverso prove false. Tutto è partito dalla segnalazione di un alto ufficiale dei carabinieri – non in servizio a Piacenza – che ha denunciato i fatti ai magistrati. Una segnalazione arrivata dopo una convocazione da parte degli uomini della polizia locale che lo avevano citato come teste in un caso di maltrattamenti e hanno raccolto le sue dichiarazioni spontanee.

La droga recuperata in divisa – Tra i vari episodi legati allo spaccio che vengono contestati all’appuntato dei carabinieri in servizio alla stazione di Piacenza Levante, ora in carcere, c’è anche il fatto di essere andato insieme a un collega a recuperare un “quantitativo non accertato di marijuana” durante l’orario lavorativo, in divisa e a bordo di un’auto dei carabinieri con i colori d’istituto, lo scorso 4 marzo. La droga era stata portata nella caserma di via Caccialupo e lì consegnata a uno spacciatore della zona affinché la vendesse. I quantitativi di stupefacenti sequestrati venivano infatti presi dai carabinieri e dati in parte agli informatori per ricompensarli delle soffiate e in parte ai pusher con i quali poi dividere i guadagni. In diverse occasioni, inoltre, l’appuntato indagato trasportava la droga anche nella propria auto di proprietà: è capitato, per esempio, a metà marzo che il militare portasse hashish “nell’ordine di alcuni chilogrammi per volta” dal Milanese, dove la droga veniva acquistata da un altro degli indagati, fino a Piacenza, “sfruttando il suo ruolo di appartenente all’Arma che maggiormente garantiva da eventuali controlli”, come scrive il gip Luca Milani nell’ordinanza.

Il racconto dello spacciatore e informatore: “Festini con droga e prostitute”- Uno dei primi testimoni dell’indagine è stato uno spacciatore marocchino che era diventato informatore dei carabinieri. La testimonianza dell’uomo è stata raccolta dalla polizia locale e all’inizio gli stessi investigatori stentavano a credere a quel racconto. “I carabinieri tenevano altri comportamenti sopra le righe, come organizzare festini a base di stupefacente ai quali partecipavano diverse prostitute, tra le quali un transessuale che abitava a Piacenza(…) Uno di loro, poi, in più occasioni aveva sottratto parte del denaro sequestrato agli spacciatori che venivano arrestati nel corso di regolari operazioni di polizia”. Ma non solo esisteva in caserma, una sorta di nascondiglio della droga – chiamata la scatola della terapia – dove i complici potevano prendere la droga.

Il pusher che piange mentre viene picchiato – Nel corso della conferenza stampa è stato mostrato un video di un minuto in cui si sente in modo chiaro un cittadino a piede libero piangere per le percosse subite dai carabinieri. Uno degli arresti illegali risale al 27 marzo 2020: si tratta di un pusher percosso “in modo violento” nonostante avesse ancora “le manette alle mani”. C’è poi il caso di un altro spacciatore a cui viene consegnato un documento con timbro ufficiale per poter “uscire fuori Regione” durante l’emergenza coronavirus e recuperare la droga. “Piacenza stava ancora contando i suoi morti“, ha dichiarato Pradella, “e questo signore firma e controfirma un’autocertificazione per permettere allo spacciatore di muoversi verso la Lombardia”. Tutti gli illeciti più gravi “sono stati commessi nel lockdown”, aggiunge il procuratore, “con il più totale disprezzo dei decreti emanati dalla presidenza del consiglio. Solo un militare della caserma non è coinvolto. Faccio fatica a definire questi soggetti ‘carabinieri’ perché i comportamenti sono criminali. Non c’è nulla di lecito” nelle loro azioni. “Quello che la procura deve chiedersi e che deve chiedersi anche l’Arma è come sia stato possibile che un appuntato dei carabinieri con un atteggiamento in stile Gomorra abbia acquisito tutto questo potere”. In un’intercettazione, infatti, è lui stesso a citare la serie tv: “Guarda che è stato uguale, tu devi vedere gli schiaffoni che gli ha dato“. Per quanto riguarda il ruolo del comandante della compagnia, Pradella ha spiegato che a suo carico è stata accertata una “spinta” ad eseguire gli arresti illeciti “costi quel che costi”. Il comandante di stazione, invece, “era presente in caserma quando si sono verificati gli episodi di presunte torture e percosse” e avrebbe “partecipato ai falsi arresti”. Gli indagati sono accusati a vario titolo di peculato, abuso d’ufficio, falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici, rivelazione e utilizzazione di segreti d’ufficio, lesioni personali aggravate, arresto illegale, perquisizioni ed ispezioni personali arbitrarie, violenza privata aggravata, tortura, estorsione, truffa ai danni dello Stato, ricettazione, traffico e spaccio di sostanze stupefacenti. Nel corso dell’operazione, scattata all’alba, sono stati sequestrati una villa con piscina, degli automezzi e numerosi conti correnti. “Le indagini patrimoniali hanno evidenziato un tenore di vita che mai avrebbe potuto essere appartenente all’Arma dei carabinieri” ha detto la pm Grazia Pradella nel corso della conferenza stampa.

La procuratrice Grazia Pradella: “Hanno disonorato la loro divisa” – “La figura di spicco come spacciatore era sicuramente un appuntato”, ha spiegato la pm. Per quanto riscontrato i comportamenti illeciti esistono a partire dal 2017, ha aggiunto. “Questi appartenenti all’Arma sono appartenenti figurativamente, hanno disonorato la divisa e hanno commesso atti al pari di criminali veri e propri e credo che questo non costituisca un fatto meritato dalla maggioranza dei carabinieri che svolgono con onestà e lealtà il loro lavoro tutti i giorni”. “Totale sostegno all’autorità giudiziaria”, è il commento del comando generale dell’Arma dei arabinieri alla vicenda. “I gravissimi episodi oggetto di indagine – dicono gli inquirenti – sono ulteriormente aggravati dall’incommensurabile discredito che gettano sull’impegno quotidianamente assicurato dai carabinieri al servizio dei cittadini e a tutela della legalità“. Per questo, è stata disposta “l’immediata sospensione dall’impiego” per i militari coinvolti nell’inchiesta e l’arrivo di “rigorosi provvedimenti disciplinari a loro carico”. “Accuse gravissime rispetto a degli episodi inauditi e inqualificabili. Fatti inaccettabili, che rischiano di infangare l’immagine dell’Arma, che invece è composta da 110.000 uomini e donne che ogni giorno lavorano con altissimo senso delle Istituzioni al fianco dei cittadini – afferma il ministro della Difesa Lorenzo Guerini -. Sono loro il volto della legalità, a ciascuno di loro oggi esprimo la più profonda riconoscenza e vicinanza. Da subito sia l’Arma dei Carabinieri che il Ministero della Difesa hanno dato la massima disponibilità a collaborare con la magistratura affinché si faccia completa luce sulla vicenda – aggiunge Guerini – Il Comandante Nistri mi ha confermato di aver immediatamente assunto tutti i provvedimenti possibili e consentiti dalla normativa vigente nei confronti del personale coinvolto“.

Solo uno dei carabinieri in servizio alla stazione di Piacenza Levante non risulta indagat. Ed è proprio il giovane maresciallo assegnato negli ultimi tempi alla caserma, oggi finita sotto sequestro, a sfogarsi con il padre sulle cattive condotte dei colleghi a cui lui non voleva adeguarsi. “Se lo possono permettere perché portano i risultati, portano un sacco di arresti l’anno – sbotta il carabiniere in un’intercettazione riportata nell’ordinanza di custodia cautelare -. Ma perché? Perché c’hanno i ganci”. Parole che, secondo quanto scrive nell’ordinanza il gip Luca Milani, mettono in luce “lo sfondo cupo e inquietante” della vicenda e cioè che “in presenza di risultati in termini di arresti eseguiti, gli ufficiali di grado superiore erano disposti a chiudere un occhio sulle intemperanze e sulle irregolarità compiute dai militari loro sottoposti”.

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Ancora sul lager di Gradisca d’Isonzo

Una nuova morte al CPR di Gradisca d’Isonzo, riaperto a fine dicembre 2019.
Già il 19 gennaio era morto Vakhtang Enukidze, secondo l’autopsia per edema polmonare, a termine di un autentico calvario di trasferimenti tra CPR, ospedale, carcere, CPR, ospedale. Gli esiti degli accertamenti istologici e tossicologici non si conoscono a tutt’oggi, perché il 30 giugno è stata concessa una proroga per i periti.
Il 14 luglio alle 8.30 è stato trovato morto nella propria cella un cittadino albanese di 28 anni, arrivato a Gradisca il giorno 10, proveniente da Bolzano, ove era stato fermato per litigi e trovato con permesso di soggiorno scaduto; era in cella d’isolamento per le misure anti-Covid con altri cinque compagni. Di questi uno, marocchino di 34 anni, è stato trovato anche lui in gravi condizioni e trasferito d’urgenza in ospedale, ove è stato ricoverato in terapia intensiva, dalla quale è stato dimesso con trasferimento alla medicina la sera del 18.
Anche in questa occasione si è assistita alla consueta sfilata di motivazioni: prima l’ipotesi di un omicidio-suicidio, poi di una overdose farmacologica e di sostanze. Solo la mobilitazione immediata da parte delle espressioni di opposizione ai CPR ha consentito di tenere aperta la necessità di indagine. La stessa sera del 14 c’è stato un riuscito presidio fuori dal CPR, che ha consentito di allacciare relazioni con i reclusi.
Il CPR di Gradisca da settimane ormai registrava frequenti episodi di autolesionismo, di scioperi della fame con anche accenni di rivolte e incendio di materassi e materiali vari. Sotto accusa da parte dei migranti lì incarcerati era in particolare la pessima qualità del cibo e la scarsa assistenza medica.
Tale situazione si è aggravata con l’esplodere della emergenza Covid; il protocollo tra Ente gestore (cooperativa Edeco) e la locale Azienda sanitaria prevedeva la presenza programmata di operatori della salute mentale e delle dipendenze, oltreché della prevenzione. La crisi Covid ha interrotto anche l’applicazione di tale protocollo con conseguenti residui colloqui via virtuale.
Il CPR si conferma quale struttura di contenimento anche sanitario, con il consueto corredo di uso diffuso e incontrollato di psicofarmaci; l’approccio clinico, assicurato per sole cinque ore al giorno da medici in presenza transitoria e spesso molto breve con l’ausilio di pochi infermieri a partita IVA, senza mediazioni culturali, è di tipo pre-tecnologico. La diagnosi è fatta con la sola visita senza accertamenti strumentali o di laboratorio, in quanto il compito del medico è di contenere al minimo gli invii ad accertamenti strumentali e/o a visite specialistiche in ospedale, per il rischio di fughe.
Inoltre, a differenza delle carceri, l’azienda sanitaria non ha competenza sulla salute all’interno del centro, per cui i soggetti incarcerati per motivi amministrativi rappresentano una eccezione rispetto al principio costituzionale che prevede l’obbligo dell’assistenza sanitaria pubblica a chiunque, senza distinzioni (proprio per rispettare tale mandato l’onere dell’assistenza sanitaria nelle carceri è stato trasferito ai servizi sanitari regionali).
Il CPR, quindi, anche dal punto di vista della salute rappresenta una anomalia, in grado esclusivamente di produrre malattia e morte. I cittadini migranti lì reclusi non hanno diritto di accesso libero alle cure, ma devono sottostare al controllo esercitato da una struttura sanitaria privata, precaria, intermittente, sostanzialmente rispondente a ragioni di polizia e non a ragioni di salute.
Non sono operativi protocolli che prevedano neppure screening all’ingresso; non esistono percorsi assistenziali mediati da una appropriata mediazione culturale, in grado di intercettare bisogni, paure, necessità di prospettive; si consideri che la maggior parte dei reclusi sono da anni presenti nel territorio italiano; hanno attraversato esperienze lavorative precarie, mal pagate, con esposizioni professionali mal governate. L’esperienza sanitaria di questi anni, confermata da numerosi lavori scientifici, sottolinea come la popolazione migrante dopo alcuni anni di permanenza in Italia assume il profilo epidemiologico della popolazione italiana. Pertanto, è diffusa tra i migranti la presenza di malattie croniche, così come anche di esiti di infortuni sul lavoro.
Tutto ciò richiama la necessità di assicurare a questi soggetti una adeguata assistenza sanitaria, perché come spesso loro stessi dicono «non sono solo braccia, ma esseri umani».

Gianni Cavallini, medico e attivista