Vittima della violenza dei carabinieri di Piacenza internato in CPR

Da https://nofrontierefvg.noblogs.org

Quella che segue è la storia di H. rinchiuso nel CPR di Gradisca dal 12 luglio. Una storia  emblematica di come il sistema del rimpatrio e della detenzione amministrativa in Italia sia in realtà un tritacarne di vite umane. Questa storia però ha qualcosa di diverso dalle altre, perché si intreccia con l’inchiesta sui carabinieri della caserma Levante di Piacenza.

Come riportato in numerosi articoli di stampa facilmente reperibili online, H. viene fermato nell’ottobre 2017 in un parco della sua città assieme alla sua ragazza, e viene portato nella caserma dei carabinieri. La città è Piacenza, la caserma quella di Levante, salita agli onori delle cronache perché lì dentro i carabinieri tenevano le fila del traffico di droga della città, torturavano e arrestavano illegalmente.

Secondo quegli articoli, H. viene arrestato dai carabinieri, che lo riempiono di botte (e ora per questo sono indagati) e gli mettono dell’hashish in tasca, accusandolo di spaccio. I carabinieri di Piacenza possono così vantare l’arresto di uno spacciatore, e H. a causa di quei fatti finisce in carcere per quattro mesi.

Poco dopo essere scarcerato, il 12 luglio scorso, viene portato nel CPR di Gradisca. Viene tenuto in isolamento per settimane in una cella senza nemmeno un materasso su cui dormire. Si ritrova con una grossa cisti in testa, vorrebbe essere visitato da un medico, ma le sue richieste rimangono inascoltate. Minaccia di tagliarsi la cisti con un rasoio: “almeno così mi porteranno in ospedale”, dice.

Il 4 agosto H. viene portato dal Giudice di Pace che deve convalidare il rinnovo del trattenimento nel CPR emesso dal Questore di Gorizia. È fiducioso, nel frattempo la verità è venuta a galla e se ne parla su tutti i media. Ma il buon senso, la ragione e la giustizia non abitano in quel tribunale. Da quando il CPR di Gradisca è stato aperto gli avvocati degli internati ci hanno segnalato numerosi casi di persone che avrebbero potuto o dovuto essere liberate, ma sono state costrette a rimanere rinchiuse, perché il giudice La Licata convalida quasi sempre i trattenimenti. Per H. sentenzia 45 giorni di trattenimento.

Lui non si capacita della cosa, durante la notte sale sul tetto di una struttura dentro il CPR, circondato da decine di agenti che lo inseguono. Poi scivola, cade giù, si frattura una mano. Passa molte ore a urlare dal dolore, ma non viene portato in Pronto soccorso, e la sua avvocata è costretta a telefonare e insistere perché venga visitato in ospedale.

H. nel CPR non dovrebbe starci, così come non dovrebbero starci tutti gli altri reclusi; lui, in più, è parte lesa e dovrà testimoniare al processo di Piacenza.

Purtroppo tutto questo avviene quando i fatti di quella caserma dei carabinieri sembrano già dimenticati, mentre manipoli fascisti irrompono in Consiglio regionale del Friuli-Venezia Giulia, il quale asseconda le loro richieste azzerando i fondi destinati all’integrazione delle persone straniere, e sui social si invocano i forni crematori per le persone che precise scelte politiche assembrano a centinaia dentro caserme dismesse, per poi denunciare a gran voce il pericolo dello straniero untore.

Noi però non dimentichiamo, la storia di H. è scritta nero su bianco, nessuno potrà dire di non sapere. Se H. verrà deportato contro la sua volontà nel suo Paese d’origine, se gli succederà qualcosa dentro al CPR, se non verrà liberato, ci ricorderemo che lui era testimone e parte lesa in un processo che ha tra gli imputati dei cosiddetti servitori dello Stato.

Aggiornamenti dal Cas di via Corelli a Milano

In occasione di alcuni volantinaggi davanti alla struttura per informare sulla sanatoria truffa e, soprattutto, sulla probabile imminente apertura del Cpr, abbiamo raccolto alcune informazioni. Prima di riportarle ricordiamo che il Cpr verrà riaperto nella stessa struttura in cui si trovava precedentemente il Cie, reso inagibile dalle rivolte e chiuso nel 2013. È situato dietro al Cas, separato da un cancello di acciaio e ora anche da un muro alto più o meno 4 metri. I lavori sono terminati, la ristrutturazione è avvenuta a opera del Genio militare e la gestione è stata appaltata alle cooperative Versoprobo di Vercelli e Luna di Vasto di Chieti.

La gestione del Cas è passata dalla Croce Rossa alla GEPSA S.A. SOCIETÈ ANONYME con aggiudicazione datata settembre 2019. Il passaggio dovrebbe però essere avvenuto solo pochi mesi fa e qualche operatore della Croce Rossa è rimasto a lavorare lì.

Tutti i cosiddetti “ospiti”, che abbiamo nelle diverse occasioni incontrato, sono bloccati lì in attesa delle risposte alle domande d’asilo da non meno di tre anni. Vite rubate.

Ci hanno riferito delle, purtroppo solite, condizioni difficili da sopportare all’interno della struttura. Dopo il cambio di gestione sono addirittura peggiorate. Ora non hanno più nemmeno WiFi, quindi chi non ha il cellulare con il contratto non ha accesso alla rete. Gli spazi non vengono puliti, non ci sono attività di alcun genere né per gli adulti né per i bambini. Per quanto riguarda l’aspetto sanitario è come al solito molto carente. Il cibo, che per ora non sappiamo da chi sia servito, è molto scarso, sempre uguale e immangiabile, in particolare per i bambini che lo rifiutano. Per loro nemmeno il latte. In questo periodo sono molte le donne con i bambini, vivono nei container o in stanzoni molto affollati. I container per le donne sono posizionati alla destra della struttura mentre i giovani uomini sono in quelli sulla sinistra. Dovrebbero essere in tutto 300 le persone dentro il Cas. Negli stanzoni si sono diffuse anche le cimici da letto e i gestori non si sono preoccupati di intervenire per disinfestare. Per ora, pare non abbiano attaccato gli spazi esterni.

Molti ci hanno riferito di lavorare come rider pagati poco e niente, condizioni che si trovano costretti ad accettare sia per poter avere due soldi in tasca che per dimostrare “la buona volontà” di integrarsi. Del resto altri lavori non possono trovarli se non questo che non dà un vero e proprio contratto in regola.

Con la nuova gestione è cambiato anche il direttore. Recentemente un ragazzo ha rilasciato un’ intervista a degli operatori Rai, che si erano presentati davanti alla struttura per raccogliere informazioni o scoop, poi passata in televisione. Il direttore ha richiamato il ragazzo minacciandolo di cacciarlo dal centro qualora avesse rifatto una cosa del genere. Evidentemente nessuna notizia deve uscire da quel luogo se non da chi lo gestisce.

Continueremo a essere presenti fuori dal Cas, pronti nel caso il Cpr dovesse malauguratamente aprire.

Punto di Rottura

Fb: Punto di Rottura – Contro i Cpr

Aggiornamenti sull’operazione “Ritrovo”

3 agosto, dal Tribunale di Bologna: la sostituta del Gip, Roberta Dioguardi,  ha rigettato in toto l’istanza di revoca/modifica delle misure cautelari che ancora gravano su sei compagne e compagni per l’operazione “Ritrovo”. I sei resteranno con l’obbligo di dimora, chi a Bologna e chi a Milano, e il rientro notturno dalle 22 alle 6.

Dopo le considerazioni di anarchici e anarchiche di Bologna in merito a quella operazione, cogliamo l’occasione per collettivizzare alcune loro riflessioni sul prelievo del DNA:

Sul prelievo del DNA in seguito agli arresti dell’ Op. Ritrovo

Pur essendo trascorsi due mesi dalla nostra scarcerazione, vogliamo raccontare brevemente com’è avvenuto il prelievo del DNA in uscita. Sono stati scritti tanti testi e approfondimenti a riguardo, ma riteniamo importante collettivizzare le esperienze dirette, per trarne eventualmente degli spunti.

Premettiamo che eravamo in quattro differenti carceri (Vigevano, Piacenza, Alessandria, Ferrara) e la scarcerazione è avvenuta per tutte/i il 30 maggio, anche se in orari diversi.

Nel caso delle compagne e dei compagni che hanno inizialmente rifiutato di dare il DNA volontariamente, la reazione da parte delle guardie è stata la stessa: minaccia di trattenerci per più tempo, finché non fosse arrivato l’ok del PM per il prelievo coatto. In un caso hanno direttamente dichiarato che avrebbero proceduto con il prelievo coatto, dato che lo Stato glielo permetteva.

Successivamente, le linee tenute sono state le seguenti:

1) Alessandria: non essendo arrivato l’ok del PM in tempi brevi, le guardie hanno intimato i compagni di denunciarli per resistenza a pubblico ufficiale, ma nessuna denuncia è stata notificata. I compagni sono usciti senza essere sottoposti al prelievo del DNA.

2) Ferrara: siccome il PM non risultava reperibile e quindi l’ok tardava ad arrivare, le guardie hanno proposto ai compagni che fosse il personale medico (e non della penitenziaria) ad effettuare il tampone. I compagni sono riusciti a mettersi in contatto con l’avvocato e, dopo una consultazione con lo stesso, sono stati resi edotti dell’effettiva possibilità di un trattenimento in carcere assai dilatato e indefinito (a seconda dei tempi di attesa dell’autorizzazione del PM); hanno quindi deciso di accettare.

Alla fine il prelievo è stato effettuato da un’infermiera. Sarebbe importante capire cosa comporti il fatto che il tampone sia stato effettuato da una persona formalmente non abilitata a farlo e che non sia stato firmato il foglio in cui si dichiara di fornire spontaneamente il DNA (quindi c’é un prelievo che non è coatto, ma allo stesso tempo senza il consenso dell’interessato). Altra cosa da capire bene è per quanto tempo una persona può esser trattenuta una volta arrivato l’ordine di scarcerazione, perché a Ferrara hanno minacciato di farlo per almeno 3 giorni (fino al martedì, quando la scarcerazione è stata notificata il sabato) causa festività e relativo ponte; la cosa è decisamente poco probabile, ma sarebbe da accertare se esiste una disposizione univoca in merito o se l’eventuale trattenimento in carcere è a discrezione della direzione di ogni istituto.

3) Piacenza: in seguito al rifiuto di dare il DNA spontaneamente, sono partite minacce da parte delle guardie (“portatele la corda per impiccarsi” rivolto a una delle due compagne). Dopo circa due ore di attesa, un gruppo di diverse guardie tra uomini e donne -guidato dall’ispettore, noto soggetto amante dei metodi forti- ha preso separatamente le compagne con la forza per portarle nella sala del prelievo. È stato affermato che l’autorizzazione del PM fosse arrivata, ma -nella concitazione del momento- le compagne non hanno chiesto di vederla: a posteriori, questo è stato un errore, poiché successivamente si è scoperto che nelle altre carceri la stessa autorizzazione non era arrivata. In assenza di autorizzazione del PM al prelievo coatto, il DNA viene messo in banca dati ma, a quanto ci risulta, non dovrebbe essere utilizzabile qualora venga dimostrato che il prelievo sia avvenuto in assenza di autorizzazione. Dopo essersi infilato i guanti l’ispettore ha dichiarato di poter esercitare la forza “in quanto maschio” e che questo potere gli era stato “conferito dallo Stato”. In seguito al prelievo coatto ha falsificato la firma di una delle due compagne, minacciandola affinché non sporgesse denuncia. Il prelievo è stato fatto con la forza: ginocchia in pancia, naso tappato, braccia bloccate, pressione sulla mandibola e sulle guance e testa rivoltata indietro tirando i capelli. Nonostante gli spiacevoli metodi subiti ci si augura almeno che la precisione dei campioni prelevati sia venuta meno, dato che il tutto si è svolto in condizioni tutt’altro che asettiche.

4) Vigevano: il prelievo è avvenuto senza ostacolo per le guardie e per il medico. La compagna è stata prelevata e portata nell’ambulatorio completamente circondata da energumeni. Non ha opposto resistenza perché ha ritenuto di non sentirsi in grado di portarla fino in fondo.

Alla luce di queste esperienze, avvenute nell’arco della stessa giornata, risulta chiaro che qualora l’autorizzazione del PM non arrivi ogni carcere possa decidere a sua discrezione come procedere. Già sapevamo, ma abbiamo avuto ulteriore conferma, che sia possibile uscire con una denuncia o, ancora meglio, con una minaccia di vedersela notificare. Abbiamo purtroppo anche avuto conferma del fatto che il prelievo coatto, per il semplice esercizio della forza che comporta, sia vissuto da certe guardie come un’immensa soddisfazione e questo ci ha fatto riflettere. Tuttavia ci lascia un sorriso il fatto di poter sperare che la precisione di alcuni campioni sia stata resa meno certa.

Il prelievo del DNA non segue delle prassi standard in ogni dove; a maggior ragione è di grande importanza uno scambio di esperienze a riguardo, affinché chi si troverà in futuro di fronte ad un prelievo (e potrà esercitare una scelta) possa avere ulteriori strumenti esperienziali per scegliere fin dove spingersi e a che fine.

Il rifiuto di dare volontariamente il proprio DNA non è una postura ideologica, ma è una scelta che consente di ridurre i margini di precisione o di utilizzabilità di ciò che la controparte prende con la forza. Certo, i quesiti sono ancora tanti, ma è bene continuare ad approfondire il tema e le pratiche di contrasto all’utilizzo di un reperto che spesso in tribunale vorrebbe essere fatto passare come prova scientificamente oggettiva.

La polizia turca ha fatto irruzione nelle prove dei membri del Grup Yorum che volevano dare un concerto a Yenikapi domenica 9 agosto.

“La polizia ha portato i nostri amici dal palco e li ha arrestati. Cercano di impedirlo all’avvicinarsi del concerto. Hanno paura delle nostre canzoni popolari e dei nostri concerti “

video dalla stampa turca:

https://www.google.com/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=newssearch&cd=&cad=rja&uact=8&ved=0ahUKEwiY3vKL9IvrAhXQ6aQKHYRlB1QQxfQBCDYwAQ&url=https%3A%2F%2Fwww.cumhuriyet.com.tr%2Fhaber%2Fyenikapida-konser-vermek-isteyen-grup-yorum-uyelerinin-provalari-polis-tarafindan-basildi-1756880&usg=AOvVaw2pSalybJw2p8P7oOq-XT8v

I membri del Grup Yorum, che hanno visitato il nostro giornale, hanno detto che stavano cercando di impedire il concerto che volevano organizzare a Yenikapi domani. I membri del Grup Yorum, che provano a Polonezköy da circa un mese, hanno dichiarato di essere stati arrestati dalla polizia e hanno detto: “Non importa cosa accadrà, andremo a quel concerto”.

I membri del Grup Yorum, che hanno provato a Beykoz Polenezköy per il concerto che volevano organizzare domenica 9 agosto a Yenikapi, sono stati arrestati il ​​giorno precedente. I membri del Grup Yorum, che sono stati rilasciati dopo il procedimento, hanno detto: “La polizia ha portato i nostri amici dal palco e li ha arrestati. Cercano di impedirlo all’avvicinarsi del concerto. Hanno paura delle nostre canzoni popolari e dei nostri concerti “, ha detto.

Dopo Helin Bölek e İbrahim Gökçek, che hanno perso la vita a morte per revocare il divieto dei concerti, i membri del Grup Yorum hanno annunciato che terranno un concerto a Yenikapi domenica 9 agosto.

Carceri in Brasile: i contagi da coronavirus sono aumentati del 132%. Intanto Bolsonaro avvia schedature di massa nei confronti degli oppositori politici e ne blinda la tortura con la creazione del Cin

Foto di Josh Hild

Il Dipartimento penitenziario nazionale, collegato al Ministero della Giustizia, ha comunicato nei giorni scorsi le allarmanti cifre del contagio da coronavirus nelle carceri brasiliane. Sono 10.471 i detenuti contagiati dal coronavirus a fine luglio, quando c’e’ stato un aumento del 134% rispetto a giugno, mentre i decessi tra i reclusi sono aumentati del 22%. In un mese il numero di morti per Covid- 19 è aumentato da 59 a 72.

Il quotidiano O’ Globo ha dedicato un approfondimento all’emergenza sanitaria consultando alcuni esperti secondo i quali le cifre relative ai detenuti sono sottostimate, poiché solo il 4% della popolazione carceraria è stato sottoposto a tamponi. Anche se l’incidenza della malattia va rapportata alle 700 mila persone rinchiuse nelle prigioni brasiliane, le condizioni di sovraffollamento potrebbero far deflagrare i contagi.
Intanto il nazifascista Bolsonaro continua a mietere vittime in tutto il paese con oltre 91mila morti e 2,6 milioni di contagi, il numero più alto nel mondo dopo gli Stati Uniti. A essere maggiormente colpito è lo stato di Sao Paulo, il più popoloso nel sudest del Paese, con 529.006 casi e 22.710 morti, seguito da quello di Rio de Janeiro con 163.642 casi e 13.348 vittime. D’altronde, per il Salvini brasiliano, ” le restrizioni alle imprese sarebbero più dannose della malattia” e si appresta a tutelare la “sicurezza” delle prime e del regime che sostengono con schedature di massa degli oppositori politici e ripristinando l’agenzia segreta responsabile delle indagini sui dissidenti politici interni durante la dittatura.
Dal fatto quotidiano:

Brasile, scandalo sul dossier del governo: schedati 579 oppositori di Bolsonaro. E risorge l’agenzia segreta operativa durante la dittatura

Pianificare ed eseguire attività di intelligence volte ad “affrontare le minacce alla sicurezza e alla stabilità dello stato e della società”. Migliorare “l’attuale produzione di informazioni di intelligence e raccolta strutturata di dati”. Questi i principali obiettivi per cui il governo brasiliano ha disposto la creazione del Centro di intelligence nazionale (Cin), nuova struttura all’interno dell’Agenzia di intelligence brasiliana (Abin) in grado di essere più efficiente nell’analisi delle minacce interne allo stato brasiliano. Laddove l’Abin, secondo le critiche manifestate pubblicamente dal presidente Jair Bolsonaro, ha mostrato finora di essere troppo debole. Secondo quanto riportato nel decreto costitutivo pubblicato in Gazzetta ufficiale, il Cin ha anche funzioni di “consulenza in favore di altri organi competenti dello stato in relazione alle politiche di pubblica sicurezza e all’identificazione delle minacce derivanti da attività criminali, oltre che condurre ricerche sulla sicurezza e analisi di integrità corporativa”.Con la capacità di penetrare segretamente ogni ambito della vita sociale e politica del paese, oltre che le stesse strutture pubbliche dello Stato, e considerata la possibilità di riportare direttamente ad altri organi della Repubblica, senza alcun filtro istituzionale e giudiziario, il Cin ricorda per metodi e funzioni il disciolto Servizio nazionale di informazioni (Sni), l’agenzia segreta di spionaggio operativa durante la dittatura militare, responsabile delle indagini sui dissidenti politici interni. Uno degli ingranaggi della macchina di repressione, tortura e morte messa su dalla giunta militare brasiliana. L’atto che dispone la creazione del Cin è stato firmato dal presidente Jair Bolsonaro e dal ministro dell’Ufficio di sicurezza istituzionale (Gsi), generale Augusto Heleno, al quale l’Abin è direttamente subordinata. Secondo il decreto l’obiettivo del nuovo centro di investigazioni segrete è quello di “aumentare l’efficienza e l’efficacia dell’azione amministrativa, garantendo condizioni più favorevoli per lo sviluppo stesso dell’Abin”.

Preoccupazioni legate alla natura della nuova struttura e dubbi sulla trasparenza delle operazioni emergono se si considera che la sua creazione è stata disposta nelle stesse ore in cui la scoperta dell’esistenza di un dossier illegale su un gruppo di quasi 600 funzionari pubblici ritenuti oppositori del governo Bolsonaro ha creato imbarazzo nel ministero della Giustizia. Secondo quanto emerso, il gabinetto di intelligence del Dipartimento di operazioni integrate del ministero (Seopi), piccolo e poco conosciuto ufficio del ministero, avrebbe raccolto illegalmente dati su 579 dipendenti pubblici federali e di alcuni stati, soprattutto negli uffici di pubblica sicurezza, identificati come “integranti del movimento antifa”. Tra questi figurano dipendenti della polizia federale, polizia stradale federale, delle polizie civili e militari di alcuni stati, oltre che funzionari del Centro di intelligence dell’esercito e della stessa Abin. Tra i dipendenti ‘spiati’ illegalmente figurano tre professori universitari, uno dei quali è attualmente funzionario dell’Onu. Nel dossier sarebbero raccolti nomi, fotografie, indirizzi e account su social network.

Il Seopi avrebbe iniziato a raccogliere dati sul dossier dal titolo “Azioni di gruppi antifa e poliziotti antifascisti” a pochi giorni dalla pubblicazione di un manifesto intitolato “Poliziotti antifascisti in difesa della democrazia popolare”, firmato nel corso di una manifestazione da 503 funzionari di pubblica sicurezza. Un gruppo bollato pubblicamente dallo stesso presidente Jair Bolsonaro come “marginali, terroristi che vogliono distruggere il Brasile”. Nonostante il Seopi sia direttamente subordinato al ministro della Giustizia, l’attuale titolare del dicastero, André Mendonça, ha dichiarato di aver appreso del dossier dalla stampa, affrettandosi ad affermare di non poter confermare né smentire l’esistenza del rapporto, e sottolineando tuttavia che “produrre rapporti per prevenire situazioni che generano insicurezza per le persone, con potenziale di conflitto, depredazione, atti di violenza contro la proprietà pubblica è da considerarsi routine”.

Quando la notizia ha iniziato a creare imbarazzo nel governo, Mendoça ha assunto una postura più istituzionale disponendo un’inchiesta interna e esonerando il direttore del Seopi, da lui stesso nominato lo scorso maggio dopo essere stato indicato come successore del ministro Sergio Moro. Una scelta ritenuta “appropriata” dal ministero per tutelare lo “svolgimento dei lavori della commissione responsabile delle indagini” e per mostrare trasparenza nelle verifiche.

Tuttavia, contrariamente a ogni criterio di trasparenza era stato l’aver affidato incarichi di “intelligence” al Seopi, che grazie a un decreto presidenziale era stato esentato dal sottoporre le sue relazioni al monitoraggio della magistratura, ottenendo il grado di riservatezza garantito al Centro di intelligence dell’Esercito e all’Ufficio di sicurezza istituzionale. Una disposizione tanto urgente e necessaria da essere deliberata per decreto il primo giorno in carica del nuovo presidente Jair Bolsonaro, il 1 gennaio del 2019. Ora l’ufficio, giunto al crepuscolo passa il testimone al neonato Cin, tutelato dalle strutture dell’Abin, meno permeabili di quelle del ministero della giustizia.

Non sono mele marce. Le violenze strutturali del sistema carcere: il caso di Torino

Il vaso di pandora è stato scoperchiato e ora settimana dopo settimana si aggiungono dettagli e particolari sulle condotte vomitevoli che 25 agenti della polizia penitenziaria coperti dal silenzio e dalla connivenza del direttore hanno compiuto per anni all’interno delle mura del carcere di Torino.

Lesioni, umiliazioni e  violenze divenute sistematiche ed organizzate sopratutto a partire dal 2017: celle dedicate ai pestaggi, squadrette di secondini, insabbiamento degli interventi medici non potevano far altro che portare all’accusa del reato di tortura per chi si sentiva protetto e sostenuto nel proprio agire.

Una falla nella fogna che rende possibile carriere veloci come quelle dell’ormai ex direttore Minervini… solo che a questo giro la puzza è stata cosi intensa che ha superato la cinta muraria e il nuovo responsabile del DAP si è visto costretto a destituire Minervini e il capo delle guardie Giovanni Battista Alberatonza. Non sfugge alla nostra attenzione la motivazione di tale decisione la cui ipocrisia così si manifesta: “motivi di opportunità.” Più che opportunità viene da pensare che si tratti di convenienza: risulta infatti evidente che ciò che si cela dietro a questa parola altro non sia il consueto tentativo di relegare violenze ed abusi insiti nel sistema carcerario ad atti singoli compiuti da “mele marce”.

La perplessità appare necessaria: per coprire il fatto che violenze e abusi siano pratiche consuete e necessarie per mantenere lo status quo che regna nei fortini-carcere ora Minervini viene sacrificato come capro espiatorio tra l’indignazione di chi in pochi anni gli ha permesso di rivestire quel ruolo.
Carriera rapidissima ed applaudita nel 2014 in occasione del suo insediamento a Lorusso – Cutugno: prima di Torino in pochissimi anni chissà quanti abusi le sue mani hanno insabbiato anche ad Asti, Alessandria e Cuneo dove ha svolto il medesimo ruolo.

Ora il DAP si dissocia da colui che nel 2006 e nel 2009 ha addirittura potuto svolgere attività di docenza nella Formazione per Vice Ispettore ed Agenti di Polizia Penitenziaria a Cairo Montenotte… c’è da chiedersi quale sarà stata la formazione elargita in questo contesto!

Tra gli indagati di questa maxi inchiesta che si basa su un fascicolo di oltre 5600 pagine troviamo anche l’ispettore Gebbia gia segnalato negli anni al DAP come agente particolarmente violento: sarebbe infatti merito suo la creazione e la scelta delle squadre di picchiatori e delle 4 celle destinate alle torture a cui hanno sottoposto decine e decine di detenuti.

Sempre più difficile per il DAP contenere e ridurre ciò che sta emergendo sul carcere di Torino ad un’esecrabile eccezione. Non ci possiamo infatti dimenticare che i vertici del DAP hanno ignorato per anni le montagne di segnalazioni arrivate sulle loro prestigiose scrivanie: un esempio tra i tanti è la storia di Antonio Raddi. A ventotto anni è morto infatti nel 2019 proprio nel carcere di Torino: la sua evidente situazione di sofferenza era stata segnalata dal garante dei diritti dei detenuti per ben 9 volte sia al direttore che al DAP. Dopo avere rapidamente perso 30 chili ed essere stato più volte portato in infermeria perchè “vomitava sangue” la risposta dei vertici del Lorusso – Cutugno era stata che la perdita del peso “era da considerare una modalità strumentale per ottenere benefici secondari”… e cosi con l’omertà e la connivenza di tutti Antonio muore al Maria Vittoria dopo essere entrato in coma. Il fatto che avesse più volte presentato lamentela per le condizioni igieniche in cui era costretto a vivere, per il fatto che nel suo cibo ci fossero insetti e muffa e che non venisse portato in infermeria quando stava male è anch’essa da considerare un’eccezione?

Sarebbe una “bella” favola con un “giusto” finale se ci accontentassimo di leggere la realtà cosi come il DAP ce la vuole far bere: nel rapporto annuale di Antigone proprio del 2017 troviamo però segnalazioni e casi di violenza non solo a Torino, ma anche ad Ascoli Piceno, Genova, Ivrea, Lecce, Palermo, Parma, Salerno, Roma e Pordenone… Quante “eccezioni” nelle fabbriche della violenza che a Lor Signori piace chiamare “case circondariali”.

da InfoAut

La storia di S.W., che è stato rimpatriato oggi da Gradisca

Da https://nofrontierefvg.noblogs.org

Pubblichiamo la testimonianza di S.W., un ex recluso. Nella prima parte, viene raccontato un tentato pestaggio poliziesco nel CPR di Gradisca, che ben testimonia quale sia l’atteggiamento intimidatorio – quando non espressamente violento – della polizia all’interno del centro. Quando uno degli internati del CPR si è autolesionato, tagliandosi con una lametta, gambe, torace e collo per protestare contro lo stato di detenzione in cui vive. Venti uomini delle f.d.o. interne al CPR si sono presentati in assetto antisommossa pronti a picchiare la persona in questione per riportarla all’ordine. Nella seconda parte, S.W. racconta la storia della sua vita, mostrando come uno Stato strutturalmente razzista possa cominciare a distruggere la vita delle persone ben prima di chiuderle in un CPR.

Sono arrivati in venti in assetto antisommossa, in schiere da cinque, come se volessero assaltare una città. Quando volevano picchiare [un recluso] in venti persone, io ho tirato fuori il cellulare e cominciato fare video. Uno di loro, che era il capo, mi ha detto: ti porto in carcere se fai il video. Io ho risposto che non ho paura di carcere e io denuncio a voi.

Loro dopo sono andati via perché c’erano tutti. E sono arrivato dopo nella mia stanza con ragazzi di esercito e mi uno ha detto che avevo violato leggi perché avevo fatto un video a loro. Io ho detto di provarlo in tribunale e che però io cellulare non glielo davo. […]

Ha detto che mi denunciava, e ho risposto: fai pure denuncia, ci vediamo in tribunale. Lui se n’è andato.

Io ormai ho capito come funziona in Italia. Io non ho fatto rapine o spacciato droga. Non ho rubato. Tutte le denunce che ho sono violenza, resistenza, minaccia etc etc di carabinieri della mia città ***.

Anche loro hanno scritto tutto quello che vogliano. Mi hanno picchiato tre volte quando ero ubriaco e chiedevo loro di mandarmi in Pakistan o darmi indietro passaporto. Hanno ragione loro sempre. Ti giuro che non ti ho detto niente di falso. Avevo costruito in anni mia vita ed è stata rovinata da una denuncia dei carabinieri, sempre gli stessi di *nome città*, dove abitavo da 15 anni.

E anche qui in CPR ci riempiono di denunce. Peggiorano la situazione di ogni persona così. Il giudice qui in Italia non hanno mai fatto qualcosa contro la polizia. Io avevo certificazione in carcere perché mi avevano picchiato in caserma con calci pugni in venti. […]

E ancora sono qui. Non mi hanno confermato ancora che mi rimandano in Pakistan. Se non vado, faccio un casino qui e vado in carcere. Almeno mi danno gli arresti domiciliari. Qui è un casino. Il carcere è meglio di qui, almeno lavori e passi il tempo.

Non posso andare senza passaporto. Sono tre anni che la Questura mi ha preso il mio passaporto con permesso di soggiorno per lungo periodo e carta di identità. […]

Avevo permesso di soggiorno francese anche, ma è scaduto perché avevo obbligo di firma da giudice di pace di *nome città* per espulsione nel 2017; non mi hanno mai fatto espulsione e nemmeno mi hanno dato il passaporto. Io dopo un anno di firma ho rifiutato di firmare a carabinieri di *nome città* ed è successo un casino con quei bastardi. Ho preso denuncia e condanna per 14 mesi per resistenza e violenza pubblico ufficiale. Mi hanno picchiato di brutto.

Ho fatto richiesta anche in TAR di *** per avere documenti, due volte. Mi hanno rifiutato perché la Questura dice che sono pericoloso. Io non ho rubato nulla, non ho fatto rapine, non ho spacciato. Ho solo denunce da parte dei carabinieri di *nome città*. Sempre con loro. Io sono stanco di queste cose di polizia, avvocato, giudice etc etc. Non ho armonia o tranquillità nella mia vita da quattro anni. Non posso sfidare lo Stato. Ero depresso in quel periodo e bevevo troppo e usavo sempre sonniferi per dormire. Quelle denunce hanno cambiato mia vita in peggio. Io ho sempre lavorato e non mi manca niente però non voglio più stare in un posto dove non hai una sicurezza di futuro.

Nel 2004 ero venuto in Italia e non avevo nessuna denuncia fino al 2016, ti giuro, neanche una multa. Avevo una ragazza italiana, una casa, un lavoro, tutto: invece di aiutarmi a risolvere i problemi con testa o portarmi da uno psicologo, mi hanno fatto denunce.

Si tratta di S.W., un giovane arrivato in Italia da minorenne più di 15 anni fa. Qui si è fermato a Reggio Emilia, dove ci racconta che ha lavorato per dieci anni in una stalla e per cinque come camionista. Nel 2017 la Questura gli ha fatto un decreto di espulsione, lui però dice che non aveva la consapevolezza di cosa stesse firmando. Da lì, non ha mai più avuto modo di regolarizzarsi, nonostante i soldi che ci racconta di aver investito in avvocati e ricorsi. Sembra sia entrato in CPR perché si è presentato nella stessa Questura chiedendo di essere rimpatriato, esausto dalla vita cui è stato costretto in Italia, pur non avendo alcun legame con il Paese d’origine che aveva lasciato da bambino. Invece di un rimpatrio assistito, è stato portato a Gradisca dove come gli altri ha rischiato la morte. Nel suo tempo dentro il CPR noi sappiamo solo che è stato molto gentile, che ha aiutato chiunque potesse stando attento alle necessità degli altri detenuti, che faceva sport per cercare di rimanere lucido e di stancare il suo corpo in modo da non trovarsi costretto ad accettare la terapia farmacologica per dormire. Dopo il presidio spontaneo di solidali nato davanti al CPR in seguito alla morte di Orgest Turia, S.W. diceva a chiunque fosse passato lì davanti:

“Grazie per vostro sostegno. Tutti ragazzi vi salutano e ringraziano. Anche se non cambia niente voi avete fatto la vostra parte. [Ci] Sono ancora persone come voi che credono in umanità. È già tanto per me. Questo ho imparato da voi. Persone diverse in nazionalità religione etc etc che credono che ognuno ha diritto di avere una seconda possibilità di vivere in società, dando il suo contributo. Grazie a tutti voi.”

Purtroppo anche S.W. ora non è più in Italia, lasciandoci sempre più sol* con italiani come quelli che oggi sono entrati in Consiglio regionale, come quelli che dal Consiglio regionale hanno invitato allo sterminio o come quelli che hanno dato ampia diffusione ai video di questi soggetti, ignorando invece quelli delle rivolte nel lager di Gradisca d’Isonzo.