Trieste: solidarietà agli antirazzisti violentemente caricati dalla polizia intervenuta a difesa della feccia neonazista.

Sabato 24 ottobre a Trieste una manifestazione promossa da Son Giusto Trieste – un cartello che raccoglie alcuni gruppuscoli neofascisti – nella piazza in cui Strada SiCura e  Linea d’Ombra prestano il primo soccorso e accoglie migranti in arrivo, è stata contestata da antirazzisti e antirazziste, violentemente caricati dalla polizia.

L’evento xenofobo e di apologia del fascismo è stato autorizzato dalla Questura. La polizia ha mandato 2 ragazze in ospedale per le manganellate e ha fatto sgombrare le panchine della una piazza dai cittadini “non graditi” agli organizzatori della manifestazione

Al solito protetti dalla polizia, con saluti romani e slogan a sostegno dei neonazisti di Alba Dorata.

Comunicato di Linea D’Ombra ODV

Un piccolo gruppo di estremisti di destra, coadiuvati da naziskin provenienti dal Veneto, ha attuato sabato 24 ottobre una dimostrazione aggressiva nei confronti di chi, in quella stessa piazza, ogni giorno aiuta migranti in transito dalla rotta balcanica e persone fragili che non hanno altra forma di aiuto.
Noi di linea d’ombra eravamo là, come ogni giorno, insieme a Strada Si cura, e possiamo testimoniare la gestione totalmente inadeguata da parte di chi avrebbe dovuto garantire l’ordine pubblico ed ha finito invece per generare una situazione ad alto rischio.
Prefetto e Questore di Trieste sono responsabili di una catena di scelte sbagliate e incomprensibili. Non basta dire che la manifestazione era autorizzata. Piazza della Libertà non andava concessa a un gruppo ben noto per il linguaggio minaccioso e violento nei confronti dei volontari che operano proprio in quella stessa piazza; e non andava concessa perché, oltre a essere un luogo simbolo, è anche difficilmente gestibile dal punto di vista dell’ordine pubblico, essendo poco più che una rotonda spartitraffico. Sono stati fatti allontanare con la forza e senza alcun valido motivo i pochi volontari che pacificamente presidiavano una parte della piazza, seduti e a distanza di sicurezza. Sono stati caricati, con estrema violenza e con l’uso spropositato del manganello, triestini e triestine inermi, che erano venuti ai bordi della piazza a portare la loro solidarietà, con il risultato di spingerli nelle braccia dei militanti di Casapound che hanno a loro volta aggredito gli antifascisti (difficile credere a una manovra casuale).
Abbiamo ascoltato dai microfoni di quella piazza solidarizzare con la organizzazione criminale Alba Dorata, insultare il Papa, le donne, i migranti, i volontari e le stesse istituzioni democratiche, richiamare i simboli della propaganda nazista antisemita anni trenta. Abbiamo visto fare il saluto fascista, abbiamo visto un assembramento di gente senza mascherina.
I resoconti della Questura che parlano di scontri tra antagonisti e dimostranti cercano di mascherare il disastro di una gestione tecnicamente sbagliata o, peggio, volutamente provocatoria.

Napoli: Cariche della polizia contro la manifestazione sotto la confindustria

Ancora scontri a Napoli e cariche della polizia coperta dal governo nel pomeriggio di sabato 24 ottobre. Che gioca con i media sul “torbido”, non avendo alcuna soluzione che non sia l’assistenza alle imprese e la repressione per il resto della popolazione.

Anche stavolta l’obiettivo era chiaro e sacrosanto – la Confindustria – e in piazza c’erano lavoratori e disoccupati. Dopo un lancio di uova sulla facciata del palazzo della Confindustria, in Piazza dei Martiri sono partite diverse cariche della polizia contro la manifestazione convocata già da tempo dal sindacato Sicobas, cariche hanno spezzato il corteo che intendeva muoversi dalla piazza per dirigersi in piazza Plebiscito.

“Quattro morti sul lavori al giorno, questa è violenza”, è scritto su uno striscione. «Non siamo contro il lockdown, se serve – hanno detto i manifestanti – ma deve essere a salario pieno per lavoratori e disoccupati».

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Caricati i manifestanti a napoli, lavoratori e disoccupati resistono

Centinaia di persone al concentramento della manifestazione contro Confindustria a piazza dei Martiri nella giornata nazionale dei lavoratori e delle lavoratrici combattivi. Mentre molti manifestanti erano già in movimento, distanziati e in sicurezza, verso la Prefettura e la Regione i cordoni della polizia hanno impedito al resto del corteo di muoversi

Abbiamo resistito alla carica e ai lacrimogeni e abbiamo proseguito bloccando le strade della città. Dopo le minacce di lockdown, la crisi sociale dovuta all’emergenza, si utilizza l’emergenza per impedire a lavoratori e lavoratrici di manifestare in città. Un grosso pericolo per il corteo che ha tenuto le distanze per tutto il presidio mentre la gestione dell’ordine pubblico della Polizia ha compromesso la sicurezza delle persone in piazza

Non siamo carne da macello! A casa si, ma a salario pieno e con fondi per il sostegno al reddito, i trasporti, la sanità. Non pagheremo la vostra crisi!

Laboratorio Politico Iskra

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Piazza Dei Martiri a Napoli.  Sotto la sede di Confindustria. Poco più di cinquecento dimostranti pacifici – alcuni anche con bambini al seguito – protestavano contro le misure draconiane e antisociali del Presidente De Luca e del Governo centrale, legate alla diffusione della pandemia.

Misure che non prevedono ammortizzatori sociali ma solo fame alla fine del tunnel.

Nessun fascista. Nessun camorrista. Solo bandiere rosse.

Compagni della logistica, disoccupati e lavoratori dello spettacolo. E Polizia e Carabinieri caricano selvaggiamente. La verità è che il dissenso, sotto qualunque forma privi ad esprimersi, va represso e criminalizzato.

da contropiano

Torino, Dana libera – tutti i Giovedì di Ottobre dalle 16 alle 18, “Mamme in piazza per la Libertà di dissenso”

Presidio organizzato dalle “Mamme in piazza per la Libertà di dissenso”
https://www.facebook.com/mammeinpiazza/
Ingresso principale Via Aglietta 35 Torino – Carcere Lo Russo Cotugno – Capolinea bus 29
Partecipa o almeno fai girare l’evento .
https://www.facebook.com/mammeinpiazza/
“APARICION CON VIDA !” per DANA, NICOLETTA, EDDI E I/LE Giovani/e ANTIFASCISTI
“Aparicion con vida !“ gridavano negli anni bui della dittatura argentina le Madri di Plaza de Mayo per chiedere la restituzione dei loro figli scomparsi.
“Aparicion con vida !” gridiamo noi oggi per chiedere la restituzione alla vita di Dana, di Nicoletta, di Eddi e di tutti i giovani e le giovani a cui la vita è stata sottratta da un regime che ogni giorno tradisce i valori democratici scritti nella nostra Costituzione.
Gridiamo alto e forte che la vita in carcere, la carcerazione dentro alle pareti domestiche, la restrizione della libertà di movimento, di incontro, di lavoro, di studio e della vita quotidiana è SOTTRAZIONE ALLA VITA e non ci basta che queste pene detentive o misure cautelari abbiano una data di scadenza.
Nessuno restituirà loro i giorni sottratti, i giorni reclusi, la quota di vita perduta.
La procura torinese sta abbattendo la sua mano pesante contro una parte di questa società, istituendo centinaia di processi, infliggendo il massimo della pena, rifiutando le pene alternative, utilizzando le misure cautelari come punizione preventiva e dissuasiva contro gli attivisti e le attiviste delle lotte sociali.
La sproporzione tra condanne e gravità dei fatti è sempre più evidente e palese, come è altrettanto palese che l’apparato giudiziario torinese non stia svolgendo il suo ruolo di amministrazione della giustizia e della legalità ma sia diventata l’arma per punire e soffocare il dissenso.
Fino ad arrivare al caso di Dana, che viene condannata a 2 anni di carcere per avere parlato ad un megafono in un contesto di manifestazione pacifica, e di Nicoletta, condannata ad 1 anno per aver tenuto in mano uno striscione.
Fino ad arrivare ad Eddi la cui libertà è stata sottratta per 2 anni perché la sua attiva militanza è “sospetta”
Fino ad arrivare a tutti i giovani e le giovani le cui libertà sono state tolte anticipatamente, prima ancora del processo, perché antifascisti e attivisti nelle lotte sociali e ambientali.
“Aparicion con vida!” è quindi anche il nostro grido per allertare che stiamo precipitando in anni bui, in cui il potere esecutivo e giudiziario sono coalizzati nella repressione delle voci del dissenso, che è il sale della democrazia.
Che siamo ormai alla criminalizzazione della libertà di espressione e di manifestazione e che questa condizione potrebbe toccare chiunque di noi.
Chiunque abbia una lotta in cui crede.
Invitiamo quindi tutt* quanti hanno a cuore le libertà civili e democratiche a manifestare la vicinanza e la solidarietà a Dana e a tutt* le vittime della repressione.
Abbiamo scelto il giovedì, che è il giorno in cui le Madres manifestano in plaza de Mayo, per manifestare la nostra solidarietà a Dana e la nostra preoccupazione per il sistema democratico.
Saremo present* ogni giovedì di ottobre, dalle 16 alle 18, davanti al carcere delle Vallette (ingresso principale)
ADERISCONO E SOLIDARIZZANO:

*Madres Contra la Represión (Madrid)

https://www.facebook.com/Madres-Contra-la-Represi%C3%B3n-131934193650514/
*Collectif des Mères solidaires (Francia)
https://www.facebook.com/Meres.Solidaires/?ref=page_internal
*R.I.M.A.F. Rete Internazionale delle madri Antifasciste
*Madri Per Roma Citta’ Aperta
https://www.facebook.com/Madri-Per-Roma-Citta-Aperta-579343502076510

*Anpi Nizza Lingotto

https://www.facebook.com/anpinizzalingotto
*ANPI “68 Martiri” Grugliasco
https://www.facebook.com/anpi.grugliasco/
*Haidi ed Elena Giuliani
https://www.facebook.com/EllaGiuliani
*Fomne contra’l TAV
https://www.facebook.com/Fomne-contral-TAV-497486986942501
*Livio Pepino già magistrato e presidente
di Magistratura Democratica
https://www.facebook.com/livio.pepino.9
*Centro Studi Sereno Regis
https://www.facebook.com/serenoregis/
*Francesca Frediani Consigliere Regionale
https://www.facebook.com/FraFrediani/
*Potere al Popolo – Torino
https://www.facebook.com/Poterealpopolotorino/
…. altre a seguire….

Stragi in carcere, a che punto siamo?

A distanza di tanti mesi – segnati da silenzi e opacità istituzionali –  dalla morte di 13 persone detenute, il Comitato che chiede Verità e Giustizia prova a fare il punto

A distanza di tanti mesi – segnati da silenzi e opacità istituzionali –  dalla morte di 13 persone detenute, un fatto di gravità inedita nella storia penitenziaria italiana, e riprendendo la pubblicazione della Newsletter del Comitato che chiede Verità e Giustizia per quelle morti, è opportuno provare a fare il punto.

Le 13 persone detenute decedute durante le proteste del marzo 2020 hanno trovato la morte in situazioni diverse.

Nelle celle del carcere di Modena sono morti in 5: Hafedh Chouchane, Lofti Ben Masmia, Ali Bakili, Erial Ahmadi, Slim Agrebi

Nel carcere di Bologna è morto Haitem Kedri,

In quello di Rieti sono morti in 3: Marco Boattini, Ante Culic e Carlo Samir Perez Alvarez.

Dopo o durante il trasferimento da Modena sono morti altri 4 detenuti: ad Alessandria Abdellah Rouan, a Verona (in transito verso Trento) Ghazi Hadidi, a Parma Arthur Isuzu, a Ascoli Piceno Sasà Piscitelli
Cosa si sa, a oggi, delle cause di queste morti?

Sono noti gli esiti di alcune autopsie.

A metà agosto, l’esame condotto da Enrico Silingardi di Medicina legale sui 5 detenuti morti tra le mura del carcere di Modena e consegnato alla Procura afferma che la morte è avvenuta per overdose da farmaci e metadone e che non vi è evidenza di lesioni o percosse.

A Bologna, la pm Manuela Cavallo in luglio chiede l’archiviazione per la morte da overdose da farmaci di Haitem Kedri.

Per 3 dei 4 deceduti dopo o durante il trasferimento non si hanno ancora notizie, il procuratore aggiunto di Modena, Giuseppe Di Giorgio, dichiara che sono in corso indagini; per Sasà Piscitelli, morto nel carcere di Ascoli dopo il trasferimento, procede la procura locale, a oggi è stato depositato l’esito dell’autopsia che è al vaglio della Procura.

Cosa si continua a non sapere?

Noi tutti siamo in attesa di poter accedere alle informazioni dettagliate dalle autopsie: per esempio, quali sostanze? e in che dosaggi? Domande necessarie a capire se e come un episodio di overdose è stato fatale

Ma soprattutto le domande riguardano la dinamica dentro cui queste morti sono avvenute.

L’omesso soccorso: perché non sono stati tempestivamente soccorse le persone, dato che per i 5 morti di Modena e per quello di Bologna, almeno, si dà per accertato l’overdose? Perché non è stato fatto, anche considerando che la morte per overdose da metadone e da psicofarmaci non è immediata, ma richiede un certo tempo?

La violazione di ogni protocollo per quanto concerne i trasferimenti: perché i detenuti sono stati messi su un blindato, per ore, senza una visita medica che ne accertasse l’idoneità al trasferimento? Perché durante il viaggio, di fronte a sintomi evidenti, non si è provveduto tempestivamente al soccorso, aspettando invece che si compisse l’inevitabile?

Perché alcuni sono morti a molte ore dai fatti, senza che nessuno – agenti, medici, operatori – prestasse attenzione alle loro condizioni e intervenisse?

Infine, il metadone che sarebbe stato assunto dai detenuti era custodito secondo quanto prescrivono i protocolli? Com’è stato possibile averne così facile accesso?

Come si inseriscono in queste indagini le numerose denunce di pestaggi e violenze da parte degli agenti avvenuti durante e dopo le rivolte?

Già in aprile davamo le prime notizie di pestaggi e violenza ai danni dei detenuti a Modena, grazie a lettere e informazioni pervenute al Comitato da alcuni famigliari (vedi Newsletter n. 4), nelle settimane successive si sono moltiplicate denunce e anche esposti formali da parte di persone detenute, provenienti da tutte le carceri coinvolte nelle lotte e raccolte da associazioni, Garanti e media (sulla pagina Facebook del Comitato tutti gli aggiornamenti).

È necessario che la magistratura avvii e conduca indagini serie e approfondite sulle violenze ai danni dei detenuti nei casi segnalati, e soprattutto sul carcere di Modena, perché la verità su come sono state condotte le operazioni di controllo, contenimento e repressione delle rivolte e le seguenti fasi di “ristabilimento dell’ordine”, è una variabile fondamentale e non eludibile del contesto in cui queste 13 morti sono avvenute. 

La morte di Sasà

La morte di Sasà Piscitelli, nel carcere di Ascoli, dopo la traduzione da Modena, è emblematica di tutte le 13 morti e di tutte le domande che restano ancora senza risposta: l’evidente mancanza di una visita medica prima del trasferimento; una lunghissima traduzione senza che nessuno prestasse attenzione alla sua condizione; l’arrivo al carcere di Ascoli evidentemente senza una visita medica (oppure, qualora effettuata, la totale e colpevole irresponsabilità di medici e agenti); a detta della denuncia di compagni di detenzione, un trattamento violento al suo arrivo in cella e il suo essere lasciato privo di sensi senza che nessuno gli prestasse soccorso.

I risultati dell’autopsia sono stati depositati in agosto, come sta procedendo la procura di Ascoli? E come si stanno coordinando queste indagini con la procura di Modena, dato che da lì tutto è cominciato?

Impediamo silenzi e facili archiviazioni

Le domande su cui pretendere risposte chiamano in causa la magistratura inquirente, che deve alzare lo sguardo al contesto in cui queste morti sono avvenute e alle dinamiche specifiche di ogni morte. Chiamano in causa l’Amministrazione penitenziaria e configurano responsabilità gravi, nonché la violazione di diritti fondamentali quali quello alla vita, alla salute e alla sicurezza di chi è recluso. E possono configurare anche reati gravi, qualora l’accertamento della verità dei fatti confermasse il totale disprezzo, che emerge ormai da più fonti, dei protocolli posti a tutela della salute e della incolumità di chi è detenuto.

Queste 13 morti non sono archiviabili con un “se la sono cercata”, e l’overdose, qualora confermata, non può essere ritenuta la sola causa. La verità va cercata anche nelle responsabilità di chi, per propria competenza, deve garantire la vita di coloro che sono sotto la sua custodia.

da popoff

Perquisizione intimidatoria a casa di Mimmo Mignano – la solidarietà del soccorso rosso proletario

Ieri mattina, la digos di Napoli ha fatto irruzione a casa di Mimmo Mignano e senza alcuna valida giustificazione ha iniziato a perquisire il suo appartamento.

“Ci provate col teorema del terrorista.” ha detto Mimmo “Ma ricordatevi che sono solo un operaio.”
Un operaio combattivo però, e come tale pericoloso per i padroni e per lo stato al loro servizio.
Esprimiamo piena solidarietà al compagno operaio Mimmo Mignano e ribadiamo la necessità di costruire un fronte unitario contro la repressione padronale e di stato, un organismo nazionale di autodifesa legato alle lotte proletarie, che punti apertamente alla mobilitazione politica dei lavoratori sul terreno del carcere e della repressione, contro la attività permanente controrivoluzionaria di stato, governi e padroni.
In questo percorso di autodifesa proletaria rilanciamo il prossimo incontro nazionale che si terrà a Milano l’8 settembre alla Panetteria occupata

DECRETI SICUREZZA: non solo immigrazione, via le norme contro chi lotta! Una petizione da far crescere

Qui il link per firmare

L’aspetto negativo dei Decreti Salvini non consiste solo nelle norme sull’immigrazione che sono appena state modificate, ma si iscrive in un ben determinato percorso di criminalizzazione della povertà, della emarginazione e del dissenso. Le relative norme  vanno eliminate dal nostro ordinamento perché il loro impianto generale contraddice non solo i principi costituzionali di solidarietà ed uguaglianza, ma anche le garanzie giurisdizionali poste a tutela delle nostre libertà.

Di fronte alla crisi dello stato sociale prodotto da decenni di politiche neoliberiste che ha condannato fasce sempre più ampie della popolazione alla precarietà, all’emarginazione e alla disoccupazione, i decreti Salvini hanno costituito lo strumento per gestire  la povertà, il dissenso e il  conflitto sociale secondo una logica esclusivamente improntata alla repressione, senza il minimo interesse a risolvere i problemi delle fasce più deboli della società, ma per nasconderli, azzittirli, rimuoverli alla vista.

Una legislazione penale di questo genere  non ha affatto come obiettivo la difesa generale della società, ma il controllo degli individui che- a secondo del loro conformarsi o meno ad una non meglio identificata idea di  “decoro”, vengono suddivisi in “degni” – il cui bisogno di sicurezza deve essere garantito- e “indegni” – i cui diritti possono essere arbitrariamente compressi ed oggetto di marginalizzazione, esclusione e repressione. Tale classificazione viene demandata alla valutazione discrezionale dei Sindaci e dei Prefetti – che assumono un potere di ordinanza capace di incidere sulla libertà degli individui in un contesto extragiurisdizionale e quindi al di là delle garanzie costituzionali all’uopo preposte.

Questa parte del decreto Salvini è diretta contro ogni tentativo di mobilitazione sociale. Essa tende infatti a criminalizzare i lavoratori in lotta per la difesa del posto di lavoro che scendono in piazza alla notizia della lettera di licenziamento , o che sono costretti ad occupare  la propria fabbrica per impedire che siano asportati i macchinari  e delocalizzata altrove la produzione, attraverso la minaccia di multe esose e anni di galera. Tende a creare di fatto il reato di occupazione di scuola e università, per stroncare sul nascere le mobilitazioni studentesche anche qui con anni di carcere e multe salatissime, significa porsi nei confronti delle nuove generazioni in modo autoritario e refrattario ad ogni dialogo. Prefigura una società autoritaria, di stampo orbaniano o peggio.

Le norme che vanno prioritariamente abolite sono in particolar modo le seguenti:

  • art. 21quater (Introduzione del delitto di esercizio molesto dell’accattonaggio)
  • art. 23 (Disposizioni in materia di blocco stradale)
  • tutto il Capo III (Disposizioni in materia di occupazioni arbitrarie di immobili)

Tutti noi che abbiamo come obiettivo primario l’effettività dell’applicazione dei principi espressi nella nostra carta costituzionale, chiediamo

  • di respingere una volta per tutte l’idea che in una democrazia il conflitto sociale possa essere gestito attraverso la repressione, ed abrogare definitivamente non solo i cd “decreti Salvini” ma anche il cd “decreto Minniti”, suo diretto presupposto
  • di combattere la povertà e le disuguaglianze, non i poveri e gli emarginati
    di riconoscere libera l’espressione del dissenso, favorendo il confronto e respingendo metodi autoritari e repressivi
  •  di dichiarare inviolabili i diritti fondamentali di ogni uomo alla libertà personale (garantendo effettivo il principio di riserva di legge e di giurisdizione per ogni provvedimento che ne limiti l’estensione), così come quello ad una vita degna emancipata dal bisogno, fondamento costituzionale dell’effettività della nostra democrazia.

41 bis – per potersi curare gli impongono di cambiare nome

Da Associazione Yairaiha Onlus, Lettera aperta della moglie di un detenuto malato in 41 bis.

MIO MARITO, DETENUTO A MILANO OPERA IN REGIME DI ART. 41 BIS, RINUNCIA AD UN INTERVENTO PER carcinoma maligno alla vescica.
PERCHE’???? Perché prima di entrare in sala operatoria gli impongono di firmare il consenso informato SOTTO ALTRO NOME, Sig. ANDREA SAVI, nome di fantasia usato dall’ospedale o dal penitenziario di OPERA. Il nome reale di mio marito è TEODORO C. di anni 82. Ha la necessità di essere operato ma il regime di Milano Opera gli impone di cambiare nome. Niente cambio nome, niente cure. Questo è il ricatto.
Perché? E’ evidente che fanno di tutto per negare il diritto alle cure, alla salute, alla vita. LO VOGLIONO MORTO. E’ il ricatto che hanno innescato è un modo come un altro di complicare le poche possibilità di vita. Del resto con tutte le evidenti patologie anche un cieco capirebbe il motivo del cambio del nome. Infatti se avesse dato il consenso informato potevano successivamente dichiararlo morto nel penitenziario di opera per cause naturali.
Mio marito, NON ERGASTOLANO, detenuto dal 2014 con tutte le patologie accertate anche da tutti i consulenti nominati dalla procura si trova a vivere questo calvario infinito. E attenzione: l’istituto penitenziario di Parma, ove prima era detenuto, ha dichiarato che mio marito a seguito delle patologie accertate NON RISULTA COMPATIBILE al regime di detenzione carceraria. Gli stessi medici del carcere di Parma hanno espressamente dichiarato di non voler prendersi alcuna responsabilità in merito alle sorti di C. Teodoro. La Procura, il DAP, cosa fanno rispetto a questa presa di posizione del carcere di Parma? Invece di mandarlo a casa agli arresti domiciliari lo trasferiscono d’urgenza alla casa reclusione di Opera per fargli vivere un vero calvario. Sofferenze atroci. Un uomo di 82 anni costretto a vivere nella sedia a rotella con metà vita paralizzata, con un tumore alla vescica, in condizioni igieniche pietose, sporco, non curato, abbandonato in una cella senza alcuna assistenza.
Si parla che la giustizia deve avere un volto umano ( citando le parole del Presidente della Corte di Cassazione Dott. Pietro Curzio). Personalmente io moglie di Teodoro C. leggo con stupore e rammarico come in articoli di giornali nazionali, in libri noti a tutti, in sentenze della Cassazione e della Corte di Giustizia Europea, come alcuni illustri rappresentati dello Stato, richiamano il senso di umanità ponendo la salute e la vita umana in una posizione primaria rispetto a tutto il resto. Ebbene, ad oggi, dopo anni di esperienza, ritengo che tutti i nostri rappresentati dello Stato fanno solo propaganda elettorale e populismo. Nessuno di loro, al di fuori delle campagne elettorali, interpretano quello che viene a tutti imposto dalla Costituzione e dalle leggi tutte.
Ancora oggi mi domano, al pari di tante altre famiglie nella mia stessa situazione, come mai , nonostante le denunce, le prove evidenti della violazione di tutti i diritti, le violenze, gli abusi, le torture contro i detenuti NON CAMBIA e NON SI VUOL FARE NULLA PER CAMBIARE queste immane detenzioni.
La stessa corte europea dei diritti umani l’ha definito ( trattamenti inumani e degradanti).
Il 41 bis , per citare un espressione utilizzata dal Prof. Luigi Manconi , illustre sociologo nazionale ” è diventato quel carcere duro trasformato in un sistema di privazioni, limitazioni, imposizioni e divieti di continua umiliazione e degradazione umana” privando di senso il carattere rieducativo della pena.
Ritengo che ogni detenuto, per qualsiasi reato gli venga contestato , debba avere il diritto riconosciuto dalla costituzione italiana nel poter aver garantito la salute soprattutto in condizioni dignitose. Proprio alle cure mediche in caso di malattia o invalidità ( diritto ad un esistenza degna) NON Sì Può in nessun caso ESSERE PRIVATI.
La dignità umana sia di sostanza nel diritto al “Rispetto” , sintesi di riconoscimento e di pari considerazione delle persone : in essa libertà ed eguaglianza, entrambe componenti della dignità, potranno subire, per motivi di sicurezza, limitazioni, ma non si potrà mai accertare che il valore della persona, nel suo complesso, possa essere sminuito per effetto della restrizione in carcere. La dignità umana e il diritto alle cure e alla vita non si acquista per meriti e non si perde per demeriti.
Purtroppo per etica di pensiero dentro quelle mura i detenuti per non avere ulteriori ritorsioni non denunciano e queste inumane situazioni non vengono a risalto mai. Gli stessi detenuti subiscono ogni giorno abusi e ingiustizie, come dire: “oltre il danno la beffa” … .