Il Tribunale di Modena apre gli occhi sulle torture ma punisce i detenuti che le denunciano: Belmonte Cavazza è stato ancora una volta trasferito pur essendo a fine pena.

Modena, pestaggio in carcere dopo la rivolta: s’indaga per tortura

Fascicolo contro ignoti per un’altra denuncia: viene da un detenuto che racconta le presunte brutalità dopo la tragica rivolta a Sant’Anna dell’8 marzo 2020. «Calci, pugni e manganellate. Dicevano: “Taci e stai a testa bassa!”»

La ricostruzione farsesca del festino al metadone come causa della morte di 9 detenuti appare ancora più inverosimile alla luce delle inchieste in corso nelle altre carceri del paese, e quindi il Comitato Verità e Giustizia per la strage del Sant’Anna accoglie con soddisfazione l’apertura di un fascicolo di indagini sulle violenze contro i carcerati.
Ci auguriamo che le approfondite indagini che hanno portato alla verità sul carcere di Santa Maria Capua Vetere siano il modello a cui riferirsi anche per altre carceri, dove ben si sa che la violenza è all’ordine del giorno

Le indagini sui pestaggi avrebbero risvolti pesanti anche per chi ha sollevato il velo del silenzio: uno dei testimoni che le ha portate alla luce è stato trasferito dalla casa di lavoro di Castelfranco al carcere di Vasto. Senza motivo: aveva già finito di scontare la pena. Lo afferma pubblicamente il Comitato verità e giustizia per la strage di Modena con un documento in cui si racconta di questo caso collaterale al filone di indagini sulle presunte brutalità e pestaggi commessi dopo che la rivolta era stata sedata. In alcuni casi esposti, come quello recente di un detenuto oggi a Forlì, prevedono accertamenti anche per il reato di tortura. «dobbiamo segnalare un nuovo abuso – scrive il comitato nella nota – commesso dallo stesso tribunale di Modena, che colpisce uno dei firmatari degli esposti, Belmonte Cavazza. Cavazza – che dopo aver scontato una lunga detenzione, invece di essere finalmente scarcerato alla fine della pena, era stato internato presso la casa lavoro di Castelfranco Emilia – è stato trasferito presso la colonia penale di Vasto, in Abruzzo. Belmonte Cavazza non è accusato di alcunché, non ha pendenze con la giustizia, ha terminato di espiare la sua condanna. Perché allora è stato nuovamente incarcerato? Perché adesso viene trasferito a centinaia di chilometri dal proprio avvocato e dalla rete di solidarietà modenese che lo sostiene?»

Sul motivo di questa decisione il Comitato non ha dubbi: «la risposta è chiara: il tribunale modenese lo punisce per aver denunciato i pestaggi, lo punisce per dare un esempio a tutti gli altri detenuti che potrebbero parlare. Invitiamo la società civile, le associazioni e i sindacati a continuare nella campagna di pressione per ottenere verità e giustizia, e chiediamo l’immediata liberazione di Belmonte Cavazza».

Ancora una volta il Comitato denuncia il comportamento delle autorità giudiziarie a suo avviso in netto contrasto con ciò che sta emergendo: «lo ripetiamo ancora una volta: la strage del carcere di Sant’Anna non doveva essere archiviata. Sono tantissime le testimonianze e gli esposti raccolti che raccontano di pestaggi, torture e abusi da parte della polizia penitenziaria al carcere di Modena, proseguiti nelle settimane e nei mesi seguenti anche negli istituti dove i detenuti sono stati trasferiti».

La notizia stessa del fascicolo aperto dopo la nuova denuncia ad opera di un detenuto ora libero, presentata il 20 febbraio scorso, non ha trovato né conferme né smentite in procura, chiusa a ogni contatto con la società civile.

L’avvocato Luca Sebastiani, che segue anche uno dei nove morti, conferma: l’esposto è stato depositato direttamente dal detenuto. «il procedimento è nella fase delle indagini preliminari, pertanto da parte mia è doveroso mantenere il riserbo istruttorio», aggiunge. «confidiamo che, ancor più dopo le immagini di Santa Maria Capua Vetere, la procura modenese presterà massima attenzione a questi esposti. i fatti denunciati sono gravi, come le lesioni».

Sotto il nuovo indirizzo per scrivere a Belmonte Cavazza:

Casa Lavoro con sezione Circondariale Vasto

Via Torre Sinello, 23, 66054 Vasto CH

Roma, stazione Tiburtina: installate “fioriere antiuomo” per cacciare poveri e senza tetto. Sgomberato Baobab

La risposta di Grandi Stazioni e dell’amministrazione comunale a chi non ha né soldi né casa.

Arrivano “le fioriere antiuomo”, installate con grande soddisfazione della sindaca Virginia Raggi per allontanare poveri e senza tetto. Protestano associazioni e opposizione:i cittadini potranno andare a piantare zucchine e pomodori alla stazione Tiburtina, ma uomini e donne continueranno a vivere per strada.

Dopo le sbarre sulle panchine e gli spuntoni sui gradini, l’ultima frontiera dell’architettura ostile arriva da Roma, più precisamente dalla Stazione Tiburtina, presentandosi con una veste solo apparentemente più colorata e gentile. Più precisamente nell’area dove trovano rifugio tutte le notti poveri, senza tetto, migranti in transito per Roma, un punto di riferimento per chi non ha una casa né da mangiare grazie all’intervento dell’associazione Baobab Experience, sono state installate delle fioriere.

Per i migranti che trovano rifugio nei pressi della Stazione Tiburtina di Roma è il quarantunesimo sgombero in sei anni. Questa volta però è diverso. Lo racconta Andrea Costa di Baobab Experience. «Hanno sigillato l’area, hanno buttato i tavoli che utilizzavamo per i pasti e rimarrà un presidio della polizia – dice Costa –Ultimamente arrivavamo ad assistere quotidianamente quasi 150 persone, di cui circa cinquanta stanziali e un centinaio in transito, dando loro due pasti al giorno».

Per di più, lo sgombero è servito a lasciare spazio all’installazione di inquietanti fioriere anti-uomo: delle piattaforme pensate ad arte per evitare che qualche sfortunato possa illudersi di trovare un riparo momentaneo. «Grandi Stazioni ci manda un messaggio inequivocabile – denunciano quelli di Baobab – Non ama che esistano i senzatetto o meglio non ama che i senzatetto si vedano o, meglio ancora, non ama che i senzatetto si vedano all’ingresso delle sue proprietà».

Gli attivisti riferiscono di aver cercato il dialogo con Federica Angeli, la giornalista che da qualche mese Virginia Raggi ha delegato al rapporto con le periferie e che svolge la sua funzione con notevole attaccamento alla dimensione mediatica della faccenda (verrà ricordata per aver tentato di fermare le piazze di spaccio con dei bus scoperti dai quali si suonavano stornelli).

Ma Angeli non ha mai risposto, negando ogni tentativo di interlocuzione. Dal canto suo, la delegata di Raggi rivendica l’operazione dalla sua pagina Facebook, utile a «prevenire il riemergere di fenomeni di bivacco soprattutto nella prospettiva dei prossimi mesi invernali».

«Noi continueremo a farci trovare qui a Tiburtina per dare assistenza sanitaria, legale e informativa a donne, uomini e bambini che arrivando trovano il vuoto istituzionale», assicurano gli antirazzisti.

Monza, Foa Boccaccio in corteo dopo lo sgombero: “Non vi lasceremo in pace”

Una prima risposta allo sgombero del csoa Foa Boccaccio è stato un riuscito corteo con centinaia di compagne e compagni che è partito dal retro della stazione di Monza.

Attualmente siamo impegnati/e nel recupero dei nostri materiali – scrivevano in mattinata compagne e compagni monzesi – ma a brevissimo seguiranno aggiornamenti sugli appuntamenti in risposta all’infame attacco che Cai Monza e Moss s.r.l. hanno portato alla storica esperienza autogestita monzese”.

Lo stabile, che era stato occupato nel 2011, è stato infatti comprato dalla locale sezione del Club Alpino Italiano nonostante ospiti da dieci anni l’esperienza di autogestione. La prima occupazione del Boccaccio risale al 2003, negli anni – tra sgomberi e ri-occupazioni – il centro sociale brianzolo ha cambiato numerose sedi.

“Non vi lasceremo in pace” sono le parole con cui il Foa Boccaccio chiude il volantino distribuito durante il corteo organizzato nella serata di mercoledì 13 luglio.

“Uno sgombero è solo un contrattempo – scrive il Boccaccio – tra un’occupazione e quella successiva. E quello di oggi non diminuisce la nostra forza: la forza di un collettivo numeroso e deciso con alle spalle due decenni di esperienze e lotte, dentro un’ampia collettività di individui e spazi complici e solidali”. Tra i temi messi sotto accusa dal Foa ci sono le politiche urbanistiche di Monza e la cementificazione della città.

I taser del governo contro il contagio dell’opposizione sociale: con Salvini e Gabrielli i poliziotti saranno dotati di pistole a impulsi elettrici

Il governo ha comprato 4.482 pistole a impulsi elettrici Taser, che nei prossimi mesi saranno distribuiti a Polizia, Carabinieri e agenti della Guardia di Finanza. 

Oggi, con il ruolo in esso di Salvini e del capo della polizia, Gabrielli, il governo ha comprato 4.482 pistole elettriche Taser contro le lotte dei lavoratori, dell’opposizione sociale e popolare, contro le proteste nelle carceri e nei lager antimmigrati in Italia. Lo ha comunicato Axon, una multinazionale che si occupa di sicurezza, che ha vinto il bando e ha firmato il contratto di fornitura. 

Le leggi repressive, anticostituzionali e liberticide, le hanno messe in campo -i decreti sicurezza su tutti- la polizia e la magistratura attaccano e criminalizzano le lotte dei lavoratori, il compagno sindacalista Adil è stato ammazzato da un crumiro durante uno sciopero senza che la polizia intervenisse, i lavoratori vengono aggrediti ai picchetti dalla violenza fascista dei padroni e dalla polizia, fogli di via ai sindacalisti…. e il governo che fa? come risposta acquista nuove armi in funzione antisommossa! 

I governi di questa borghesia sempre più reazionaria e fascista avevano già pensato di introdurle ai tempi della preparazione del G8 del 2001 ma forse erano risultati inutili rispetto ai piani repressivi del governo Berlusconi con torture e violenze, con la “macelleria messicana”, con l’uccisione per mano di un carabiniere di Carlo Giuliani. D’allora il moderno fascismo è il programma in formazione dei governi dei padroni e il potenziamento della repressione delle lotte dei lavoratori, delle lotte sociali, è sempre più il cuore della volontà del padronato e delle politiche dei governi a cui bisogna rispondere. Di recente i Taser sono già stati usati nella notte tra il 23 e il 24 luglio, quando i padroni della Fedex hanno utilizzato il loro piccolo esercito privato di guardioni armati di taser, coordinandosi con i carabinieri per aggredire violentemente i lavoratori.

Dicono di averle sperimentate negli anni scorsi ma l’esperimento dello scorso anno non era andato bene e le armi erano state ritirate ma il governo Draghi, con Salvini e Gabrielli, ha scelto comunque di avallare la richiesta della polizia. 

il post 

VENERDÌ 24 LUGLIO 2020

La sperimentazione dei taser non è andata bene

Il ministero dell’Interno con una circolare ha ordinato l’immediato ritiro delle armi che dopo le prove balistiche si sono dimostrate non sicure

Secondo quanto scrive La Stampa, il 21 luglio il ministero dell’Interno con una circolare avrebbe comunicato che si può considerare terminata la sperimentazione delle pistole elettriche conosciute come taser date in dotazione alle forze dell’ordine. La sperimentazione era stata avviata dal primo governo Conte nel 2018 per Carabinieri, Guardia di Finanza e Polizia di Stato in 6 città: Milano, Padova, Caserta, Reggio Emilia, Catania e Brindisi. Il decreto che ne aveva introdotto la sperimentazione prevedeva che al termine del periodo di prova l’arma fosse fornita a tutte le pattuglie delle forze dell’ordine, comprese quelle locali di alcune città.

Ora però il ministero avrebbe deciso la «non aggiudicazione» delle pistole elettriche dell’azienda Axon Public Safety Germany, ex Taser International, che lo scorso anno aveva vinto la gara per la fornitura delle stesse pistole, modello TX2. L’ordinanza inoltre ha disposto il ritiro delle armi, in totale 32, fornite gratuitamente dall’azienda, che erano state date in via sperimentale alle forze dell’ordine.

Le pistole elettriche, considerate in Italia armi proprie, ma non armi da fuoco, anche se possono essere vendute esclusivamente a chi possiede un porto d’armi e non possono essere portate in giro, secondo la circolare riportata dalla Stampa non avrebbero superato le prove balistiche, ultimo passaggio della sperimentazione prima dell’autorizzazione alla dotazione alle forze dell’ordine. Il ministero ha quindi imposto ai questori delle città in cui era in corso la sperimentazione di «dar corso all’immediato ritiro e alla custodia, presso le rispettive armerie, dei dispositivi».

Secondo La Stampa le prove balistiche effettuate al centro di tiro della Polizia di Nettuno, in provincia di Roma, dove solitamente si fanno i collaudi per le armi in dotazione alle forze dell’ordine, hanno rivelato alcuni malfunzionamenti delle stesse armi, che sarebbero potute diventare pericolose sia per i cittadini che per gli agenti a causa della mancanza di precisione dei “dardi”, che in alcune occasioni si sarebbero anche staccati dal cavo elettrico. Secondo una nota diffusa dall’Ufficio coordinamento e pianificazione delle forze di polizia, sarebbe stato certificato che «in merito alla prova di sparo fuori bersaglio, sono state riscontrate delle criticità relative alla fuoriuscita dei dardi, che hanno dato risultanze non conformi alle previsioni del Capitolato tecnico».

L’azienda fornitrice dei taser con una nota si è opposta alla decisione del ministero di fermare la sperimentazione, spiegando che le prove balistiche effettuate prima della fornitura «avevano dimostrato piena aderenza alle specifiche tecniche previste dal Bando di gara in oggetto». Axon quindi ha chiesto che i test balistici vengano ripetuti. La gara d’appalto potrebbe essere annullata, anche se a giorni le prove balistiche dovrebbero essere ripetute. Comunque il Capo della Polizia Franco Gabrielli, scrive La Stampa, avrebbe fatto sapere che «resta l’intendimento di dotare le forze di polizia di un’arma a impulsi elettrici».

Il taser – il cui nome deriva da quello del marchio più famoso di pistole che usano impulsi elettrici, e che è poi diventato il nome comune per indicare questo tipo di arma – è un’arma non letale che utilizza una scarica a intensità di corrente variabile per paralizzare i movimenti di chi viene colpito, facendogli contrarre i muscoli. È stato inventato alla fine degli anni Sessanta, ma i modelli che permettono l’immobilizzazione totale di una persona sono stati progettati a partire dalla fine degli anni Novanta. Dall’ONU, nel 2007, l’arma è stata giudicata uno strumento di tortura: secondo Amnesty International ha causato centinaia di morti negli Stati Uniti (più di 800 dal 2001) dove infatti l’azienda Taser International – che ha associato le morti anche ai problemi cardiaci dei soggetti colpiti – ha deciso di cambiare nome, per modificare la propria immagine associata sempre più spesso alle morti delle persone su cui era stato usato un taser.

IL MONDO NUOVO: RIFLESSIONI SULLA REPRESSIONE NELLA DEMOCRAZIA TECNO-LIBERISTA

Da la stanza rossa, di Vincenzo Morvillo

Le immagini del video -circolato nei giorni scorsi su media, stampa, social- che ritraggono le guardie penitenziarie di Santa Maria Capua Vetere accanirsi, con sadico piacere di aguzzini, sui detenuti di quel carcere -finanche su quelli costretti in sedia a rotelle- che avevano protestato, lo scorso anno, per il logico timore che si potesse verificare una rapida diffusione del Covid in una struttura penitenziaria che versa in condizioni di disumano sovraffollamento, sono la rappresentazione plastica di Corpi di Polizia sempre più fuori controllo.

Sempre più pervasivi e dunque concepibili quali gangli indispensabili della governance occidentale e neoliberista che disciplina, ormai, ogni settore delle nostre esistenze.
Corpi di Polizia, dunque, sempre più dotati di potere autonomo e discrezionale, e sempre più impuniti ed esenti dal rispondere a un supposto vertice politico sulla catena del comando.

Corpi di Polizia, a tutti gli effetti assimilabili, pertanto, a squadroni della morte di stampo fascista.
Sono immagini, quelle viste nel carcere sammaritano, che evocano e possono benissimo sovrapporsi a quelle delle brutalità compiute dalla Dina cilena di Pinochet, dalla Tripla A durante la dittatura della Junta in Argentina, dalla Falange del Maggiore D’Aubuisson in Salvador, dai Contras in Nicaragua.

O da qualunque altro corpo speciale creato, a fini repressivi, da uno Stato che rilasci un assegno in bianco alle forze dell’ordine e su cui la cifra e l’intensità delle violenze e delle torture venga costantemente aggiornata al rialzo.

Sono immagini che ricordano, alla vigilia del ventennale del G8 di Genova, la macelleria messicana della Diaz o il massacro dei diritti e dei corpi dei compagni nella caserma Bolzaneto.

Immagini che confermano, insomma, qualora ve ne fosse la necessità, la natura perversa, violenta e vendicativa dell’ideologia punitiva e del controllo capillare, legata alle logiche disciplinatrici del Capitale.

La stessa natura di quelle strutture carcerarie che, con il reinserimento e la rieducazione a fini sociali, nulla hanno a che vedere; ma molto hanno, invece, a che fare con l’annientamento della persona umana e con le più feroci forme di vessazione dell’individuo.

Tanto che per esse non sembra eccessivo rievocare i metodi della Santa Inquisizione.

La stessa natura, infine, di una classe dominante liberal-borghese e perbenista, per quanto spregiudicata nella sua insolente presunzione di autoreferenziale difesa del privilegio oligarchico.

Manichea e moralizzatrice con coloro che, a tutti gli effetti, ritiene “sudditi”, ma assolutamente amorale nella gestione dei propri affari e dei propri costumi.

Oligarchie rigidamente arroccate dietro le barriere di un potere politico-economico svincolato da ogni controllo e da qualsivoglia giudizio; e portatrici di una concezione del mondo avulsa dalla materialità dei bisogni delle esistenze comuni.

Una concezione che si pretenderebbe, oltretutto, di assumere come globale protocollo sociale.
Ebbene, tali oligarchie suppongono, nella loro weltanschauung rigorosamente classista, che vi sia una parte della società -ovviamente quella costituita dalle classi subalterne, dai ceti popolari, ancor peggio se immigrati, e da coloro che non si uniformano al dettato politico-economico imposto dalle stesse élite- che, sopravvivendo o ponendosi volontariamente ai margini del consesso civile -e soprattutto ai margini della sfera produttiva e della sua conseguente, pretesa legalità- difetti di qualità propriamente umane.

Delineando, così, malthusiane tipologie di minus habens che vadano rinchiuse in carceri, manicomi o in altri perimetri rieducativi. Continua a leggere

Solidarietà ai 99 posse, coerenti antifascisti e antirazzisti. Avanti guagliò!

Luca Persico detto ‘O Zulù e Marco Messina, del gruppo musicale napoletano, sono stati condannati in primo grado per le frasi pronunciate in un video nel 2015, dove invitavano i cittadini a scendere in piazza per manifestare contro Salvini, definendolo «razzista» e «come si dice a Napoli una lota», un essere immondo

Il gruppo ringrazia tutti i solidali con questo messaggio:

Vogliamo prima di tutto ringraziare tutte le persone che ci stanno dimostrando vicinanza e solidarietà e rassicurarle tutte. La condanna, in primo grado, è con la pena sospesa per cui non dobbiamo pagare nessuna ammenda. Avremmo tante cose da dire in merito, ma preferiamo aspettare gli altri due gradi di giudizio e soprattutto vogliamo evitare di contribuire alla perenne campagna elettorale del querelante, consapevoli che di questo si tratta.
Preferiamo che si parli di noi per la musica che facciamo e per le battaglie che decidiamo di sostenere, battaglie serie al fianco di chi lotta per un mondo migliore, per una società più inclusiva, per la tutela dell’ambiente, per il diritto all’abitare, ad essere curati e ad un lavoro sicuro e ben retribuito, e non incentrate sulle manie di protagonismo di qualcuno. Quello che diremo quindi è semplicemente: non un passo indietro. Legge zan subito. Stop ai licenziamenti. No tav, Pablo Hasel e tutte le compagne e i compagni imprigionate, libere subito.
E il resto ne parlamm’ aroppo

India: La morte di Stan Swamy è un omicidio istituzionale da parte del governo Modi – La dichiarazione del PCI(Maoista)

La morte di Stan Swamy è un omicidio istituzionale da parte del governo Modi


PARTITO COMUNISTA DELL’INDIANO (MAOISTA)

Comitato centrale

Comunicato stampa

lunedì 10 luglio 2021

I Dalit, le comunità tribali e dei popoli oppressi del paese hanno perso il loro sostenitore e vero democratico. Il sacerdote gesuita Padre Stan Slas Lurd Swamy è stato ucciso a causa dell’atteggiamento burocratico delle forze brahmaniche hindutwa del paese. Aveva 84 anni. Era in cura all’ospedale Holy Family di Bandra, Mumbai, dal 28 maggio di quest’anno ed è morto alle 13.30 del 5 luglio per infarto. Il Comitato Centrale del nostro Partito trasmette un umile omaggio rivoluzionario a Padre Stan Swamy.

La sua scomparsa è una perdita incolmabile per i membri della sua famiglia, i suoi parenti, i suoi colleghi del ʹBagaichaʹ che gestiva. Era molto affezionato alle popolazioni tribali. Il nostro partito porge le più sentite condoglianze ad ognuno e tutti coloro che gli erano vicini. Spera anche che i membri del Bagaicha si dedichino ancora alla realizzazione dei suoi ideali.

Stan Slas Lurd Swamy era nato il 26 aprile 1937 a Tiruchirapalli nel Tamilnadu. Ha conseguito il suo dottorato post-laurea in Sociologia all’Università di Manila. Si avvicinò ai leader religiosi cristiani mentre studiava a Bruxelles e attraverso ciò sviluppò la volontà di servire i poveri. Ha lavorato come direttore dell’Indian Social Institute a Bangalore dal 1975 al 1986. Nel 1991 si recò nello Jharkhand dove ha fondato il Bagaicha (centro di formazione per piantagioni e ricerca sociale) e ha lavorato per la popolazione tribale negli ultimi tre decenni.

Il padre, non sposato, lavorava alla luce degli ideali degli eroi tribali del popolo Birsa Munda, Tilak Majhi, Siddho-Kanho che rappresentavano i diritti del popolo tribale nella foresta. Ha costruito le loro colonne commemorative. Si unì alla Provincia di Jamshedpur del Gesù come sacerdote. Si oppose all’accaparramento delle terre del popolo tribale da parte dei governi centrale e statali per la costruzione di mega dighe, miniere e città in nome dello sviluppo e combatté per la loro causa. Perciò il popolo tribale lo ama molto, lo rispetta e lo segue. Le classi oppresse e le comunità sociali speciali del paese hanno perso un attivista altruista.

Sappiamo che la polizia sta costruendo casi falsi su migliaia di persone di dalit oppressi, comunità tribali. La Ppsc è un’organizzazione che lavora per il rilascio su cauzione e un processo rapido in tali casi. Il padre ha lavorato come coordinatore di questa organizzazione negli ultimi anni. Incontrò circa 3.000 persone tribali in varie prigioni dello Jharkhand e scrisse un libro in cui menzionava che il 97% di loro gli disse che erano stati messi in prigione con false accuse.

I Dipartimenti centrali di vigilanza come la National Investigation Agency (NIA) non potevano tollerare il Padre poiché illuminava il popolo di Dalit e le comunità tribali riguardo ai loro diritti. Così hanno costruito il falso caso Bheema Koregaon secondo il quale faceva parte della cospirazione per uccidere il Primo Ministro Narendra Modi, e lo hanno incarcerato. Oltre al nostro partito, diversi accademici, amici del popolo tribale, patrioti, democratici, attivisti per i diritti e leader politici dell’opposizione hanno condannato questo atteggiamento del governo.

La polizia ha sferrato un attacco durissimo alla Bagaicha del padre cristiano Swamy e ha arrestato l’anziano 84enne l’8 ottobre 2020 senza alcun mandato, come la sedicesima persona nella serie di arresti che la polizia di Mumbai sta effettuando in tutto il paese dalla metà del 2018, con la scusa della distruzione, creata dalle forze Hindutwa a Bheema Koregaon il 1 ° gennaio 2018, scaricata sulle forze progressiste, democratiche, rivoluzionarie e gli attivisti politici del paese.

La polizia ha condotto perquisizioni nella sua residenza di Bagaicha a Ranchi due volte, il 28 agosto 2018 e il 12 giugno 2019. Le organizzazioni centrali di vigilanza lo hanno indagato per 15 ore dal 27 al 30 luglio 2019. Nell’occasione il Padre condannò severamente le accuse degli inquirenti che dicevano di aver acquisito informazioni dal suo computer che dimostravano che aveva rapporti con i maoisti e che tutte le informazioni erano state piazzate dalla polizia.

Padre Stan ha rilasciato una dichiarazione il 6 agosto 2018 in merito ai tentativi e alle molestie del NIA di arrestarlo come sospettato nel caso Bheema Koregaon. La sua dichiarazione ha messo in luce il carattere ingannevole delle organizzazioni centrali di vigilanza. Ha detto che il terreno era pronto per il suo arresto con il malvagio motivo teso a dimostrare i suoi rapporti con i maoisti estremisti di sinistra e che il Bagaicha a Namkum, Ranchi, appartiene ai maoisti.

Egli ha chiarito che si tratta di accuse infondate e le ha condannate senza riserve. Ha anche detto che poiché gli anziani di età superiore ai 65 anni non dovrebbero spostarsi durante il lockdown secondo il governo dello Jharkhand, doveva essere indagato attraverso una videoconferenza. Aggiunse che se le agenzie centrali di vigilanza gli avessero chiesto di recarsi a Mumbai, avrebbe respinto per gli stessi motivi. È disumano arrestare l’84enne Swamy senza considerare le sue condizioni.

I tribunali si sono assolutamente schierati dalla parte della polizia fino al 23 ottobre 2020 e hanno respinto senza pietà la richiesta di rilascio su cauzione. Come parte di ciò il Padre espresse la sua protesta nella videoconferenza che il tribunale di Mumbai ha voluto per indagare sulla sua richiesta di cauzione il 21 maggio 2021. Ha detto, ʹPreferisco morire piuttosto che andare all’ospedale JJ sotto la gestione del governoʹ. Ha parlato dell’atteggiamento negligente degli ospedali governativi. Disse ai giudici che fino a 8 mesi prima poteva gestire tutte le sue faccende personali da solo, ma la prigione di Taloja lo portò gradualmente alle cattive condizioni attuali. Disse ai medici che le medicine dell’ospedale JJ non potevano curare le sue cattive condizioni di salute.

ʹIo non andrò in ospedale. Darò il mio ultimo respiro in mezzo al popolo tribale. Concedetemi la cauzione’ disse Stan Swamy. Era un vero sostenitore del popolo tribale.

Il medico del carcere disse solo che il Padre aveva la febbre e normale debolezza mentre stava effettivamente lottando per la vita. Ciò dimostra l’atteggiamento negligente del governo. Anche il consiglio del NIA aveva lo stesso atteggiamento e disse che Swamy stava affrontando principalmente problemi legati alla vecchiaia, che gli avevano procurato un aiutante e che gli davano cibo nutriente. Alla fine le sue condizioni erano peggiorate così tanto che non fu più in grado di prendere cibo con le dita tremanti a causa del Parkinson.

Il governo non è stato disposto nemmeno a fargli avere una cannuccia. Molti intellettuali, leader politici e organizzazioni missionarie cristiane del paese e del mondo hanno fatto molte richieste, ma il governo indiano ha fatto orecchie da mercante. Il Padre fu operato due volte anche per ernia. Soffriva di polmonite e di diversi problemi legati alla vecchiaia. Il 30 maggio risultò positivo al Coronavirus. E disse: ʹI miei amici e sostenitori potrebbero stare male visto che sono in prigione. Ma ho visto persone molto povere che non sanno nemmeno perché sono in prigione da molto tempo. Nessuno si preoccupa di loro. Il nostro partito spera che i suoi amici si impegnino a portare avanti i suoi ideali.

Il nostro partito afferma chiaramente che la sua morte è un omicidio pianificato, come affermano diversi accademici, patrioti, democratici, attivisti per i diritti, leader politici dei partiti di opposizione, i primi ministri dello Jharkhand, del Kerala e Tamilnadu e i familiari degli accusati nel caso Bheema Koregaon che lo hanno detto negli ultimi 3 anni. Questo è senza dubbio l’omicidio congiunto commesso dal NIA, dall’NHRC, dal BJP, dal governo centrale e dalla magistratura.

Le organizzazioni religiose cristiane del paese e del mondo hanno espresso il loro cordoglio condannando l’atteggiamento del governo indiano. C’è stato un forte shock per la sua morte anche a livello internazionale. Egli disse che se fosse morto in ospedale o agli arresti domiciliari, i governi avrebbero annunciato che avevano fatto tutto il necessario e che erano stati impotenti. Come aveva intuito, il ministro degli Esteri indiano ha immediatamente risposto e pubblicato una relazione secondo cui il suo arresto era legale.

Lottare per richiedere il ritiro del caso Bheema Koregaon e l’immediata liberazione di tutti gli attivisti politici sociali arrestati e incarcerati nel caso sarà il vero omaggio a padre Stan Swamy. Il nostro partito si appella a scrittori, artisti, cantanti, sostenitori, giornalisti, democratici e patrioti affinché vadano avanti per sconfiggere le forze brahmaniche hindutwa che sono alla base del sistema semicoloniale e semi-feudale e lo preservano, cioè il principale nemico per i popoli del mondo e che gli imperialisti portano avanti per continuare il loro sfruttamento riducendo al minimo i diritti civili e democratici nel paese.

Abhay

Portavoce

Comitato centrale PCI (maoista)