In Lombardia soffrono di disturbi mentali 880 detenuti su 7.800, ma i posti per loro sono solo 30
Dalle detenute della sezione femminile delle Vallette di Torino
Pubblichiamo la lettera a Il Dubbio delle detenute della sezione femminile delle Vallette di Torino
.A marzo scorso fecero un appello alle autorità, sottolineando che erano ben consce dell’inattuabilità dell’indulto e amnistia a causa delle diverse visioni politiche, ma certe che l’unica strada percorribile fosse la reintegrazione della liberazione anticipata speciale di 75 giorni estesa a tutta la popolazione detenuta, compreso il 4bis. Quest’estate hanno intrapreso lo sciopero del carrello, coinvolgendo anche altri detenuti di diverse carceri, in particolar modo quello di Oristano.
Siamo le ragazze di Torino (Sez. Femminile), nonostante il silenzio intorno alle carceri, noi ci siamo sempre: detenute, ma pronte ed attive! Ci terremo a ringraziarvi moltissimo per il vostro lavoro attento e costante sulle problematiche che, da nord a sud, isole comprese, affliggono i penitenziari. Sia per chi occupa le celle, ma anche per coloro che tentano di lavorarvi all’interno. Abbiamo letto di altri morti di suicidio o per “abbandono” delle istituzioni preposte e ne siamo sconcertate. Così come ci sconcerta il disinteresse dei più a queste tematiche. Ma visto che non ci aspettiamo regali da nessuno, né li vogliamo, continuiamo ad insistere con tutte le nostre possibilità e risorse (Il Dubbio è una di queste) perché venga attivata la Libertà Anticipata e Speciale (75 giorni) a tutta la popolazione detenuta. Beneficio che si ottiene con la buona condotta. Con questa nostra lettera vorremmo chiedervi di far giungere la nostra solidarietà ai reclusi del carcere di Oristano, che per primi hanno aderito in agosto allo sciopero del carrello partito proprio da questa nostra sezione. Non vogliamo che restino inascoltate le nostre voci, ci vorrebbe un’iniziativa comune, non violenta e supportata da giornali e/o associazioni per far tornare l’attenzione sul “problema carcere” e che alle parole rispondano fatti, concreti e tempestivi. Questo è un problema che riguarda le persone, il continuo rimandare non è degno di uno stato civile!
Giù le mani dagli antifascisti! Illegali sono i fascisti e chi li protegge. Solidarietà agli antifascisti di Bergamo!
DELLA PERICOLOSITA’ DEI FASCISTI E DI COME VANNO LE COSE A BERGAMO
Da Prc/SE Lombardia
Paolo #Berizzi è l’unico cronista europeo attualmente sotto protezione per minacce neofasciste e neonaziste.
Dopo quasi tre anni, la Procura di Bergamo ha notificato l’avviso di chiusura indagini a 13 neofascisti bergamaschi accusati di minaccia aggravata nei confronti dell’inviato bergamasco di Repubblica, da tempo oggetto di insulti e atti intimidatori per il suo lavoro d’inchiesta sul mondo dell’estrema destra.
Non vi è dubbio che l’avvio di questo procedimento sancisca definitivamente, se ce ne fosse stato bisogno, la pericolosità dei soggetti che gravitano nelle formazioni neofasciste orobiche. Eppure lunedì 15 si terranno presso il tribunale di Bergamo le udienze per due processi inerenti i fatti avvenuti al cimitero di Lovere il 28 maggio del 2016.
Riassumendo in quel giorno, come avveniva e avviene da qualche anno, sul lungolago della cittadina dell’Alto Sebino, con la scusa di commemorare due fascisti della Tagliamento uccisi nel 1945, si svolse una cerimonia di esponenti neofascisti con il solito corollario di bandiere della repubblica sociale, saluti romani e slogan fascisti.
Incredibilmente non solo la polizia non è intervenuta a contestare i reati commessi dai neofascisti, ancora oggi nessuno risulta indagato, ma addirittura gli è stato concesso di organizzare un corteo e di salire al cimitero di Lovere.
Questo corteo si era già svolto l’anno precedente e pertanto il presidente del Comitato Antifascista Bergamasco e il segretario dell’ANPI provinciale avevano in precedenza incontrato a Bergamo le autorità competenti che si erano impegnate a non consentire l’accesso al cimitero dove non vi sono sepolti fascisti caduti, ma all’entrata vi è il memoriale dei 13 giovani partigiani fucilati nel dicembre del 1943 (“Tredici Martiri”) e della Resistenza loverese, mentre, all’interno del cimitero, vi sono le tombe dei partigiani loveresi tra cui i fratelli Pellegrini (“Falce” e “Martello”), nonché quella del comandante della 53a Brigata Garibaldi Giovanni Brasi (“Montagna”, morto nel 1974).
Lo stesso sindaco di Lovere aveva avuto rassicurazioni in tal senso. Non rassicurati invece dalle garanzie date dalle autorità alcuni antifascisti loveresi avevano comunque lanciato un appello per tenere un presidio antifascista davanti al cimitero di Lovere, ma i manifestanti, tra cui esponenti sindacali e il Segretario Provinciale dell’ANPI, al loro arrivo hanno trovato il piazzale antistante sbarrato con transenne e con l’indicazione di divieto di sosta per previsto corteo.
Non solo: sull’entrata del cimitero era anche presente un nutrito gruppo di carabinieri. Dopo varie tensioni ai fascisti è stato consentito, schierando anche un reparto della Celere, l’accesso al cimitero.
A questo punto è avvenuto l’incredibile: la celere ha spintonato senza alcun motivo i dimostranti (tra l’altro sospingendoli verso il cimitero in cui stavano entrando i fascisti), e alla fine, senza motivi chiari, caricava i dimostranti antifascisti ferendone a colpi di manganello tre: un quasi settantenne a cui hanno rotto la testa, un ex assessore di Bergamo ferito al volto e un ragazzo colpito alla schiena.
Per questi fatti lunedì 15 novembre si terranno presso il tribunale ben due processi: il primo alle 9 in cui sono indagati per vari reati contro le forze dell’ordine dieci antifascisti (tra cui due dei feriti), e un altro alle 12 in cui sono sotto accusa i celerini accusati dei pestaggi contro i manifestanti. Nessun fascista risulta denunciato o sotto processo per i palesi reati commessi in sfregio alla Costituzione.
Insomma ci chiediamo chi ha autorizzato quel corteo?
E se non era autorizzato come mai si è svolto?
E se era autorizzato come mai le forze dell’ordine presenti non hanno rilevato i reati di apologia del fascismo compiuti e documentati da foto e filmati?
E come mai si è proceduto a colpire così duramente i manifestanti antifascisti che – come dimostra la documentazione filmata, anche quella prodotta dalle stesse forze dell’ordine – erano pressoché in grande parte anziani e inermi?
Che senso ha perseguire i neofascisti che minacciano Berizzi se poi gli si consente di scorrazzare nelle strade compiendo reati alla luce del sole?
Con le forze dell’ordine che colpiscono i cittadini che si mobilitano contro i fascisti e che chiedono il rispetto delle disposizioni di legge e della Costituzione?
Insomma c’è molta confusione in bergamasca, ma la situazione non pare per nulla eccellente. Invitiamo chi volesse ad essere presente all’inizio del processo presso il tribunale di Bergamo lunedì mattina alle 9.00.
Fabrizio Baggi, segretario regionale Lombardia
Francesco Macario, segretario provinciale Bergamo
Partito della Rifondazione Comunista / Sinistra Europea
Carcere di Santa Maria Capua Vetere, chiesto il processo per 108 tra agenti e funzionari
A due mesi dalla chiusura dell’indagine la Procura di Santa Maria Capua Vetere (Caserta) ha chiesto il rinvio a giudizio per 108 tra agenti e funzionari dell’amministrazione penitenziaria, indagati per i pestaggi nel carcere campano. Per 12 indagati ha chiesto l’archiviazione ma è probabile che ai 12 venga comunque notificato un decreto penale di condanna a pena pecuniaria per non aver, in qualità di pubblici ufficiali, denunciato quello che stava accadendo in carcere. L’udienza preliminare inizierà 15 dicembre. Il gup dovrà valutare le accuse nei confronti degli imputati per gli abusi compiuti da agenti della polizia penitenziaria nel carcere il 6 aprile 2020.

Tra coloro che rischiano il processo vi sono Pasquale Colucci, comandante del Nucleo Operativo Traduzioni e Piantonamenti del centro penitenziario di Secondigliano e comandante del gruppo di ‘Supporto agli interventi’, tuttora agli arresti domiciliari, l’ex capo delle carceri campane Antonio Fullone, interdetto dal servizio, Tiziana Perillo, comandante del Nucleo Operativo Traduzioni e Piantonamenti di Avellino, Nunzia Di Donato, comandante del nucleo operativo ‘Traduzioni e piantonamenti’ di Santa Maria Capua Vetere; Anna Rita Costanzo, commissario capo responsabile del reparto Nilo (ai domiciliari), l’ex comandante della polizia penitenziaria del carcere di Santa Maria Capua Vetere Gaetano Manganelli (ai domiciliari). I reati contestati a vario titolo sono quelli di tortura, lesioni, abuso di autorità, falso in atto pubblico e cooperazione nell’omicidio colposo di un detenuto algerino. Per la morte di Lakimi Hamine, deceduto il 4 maggio 2020 dopo essere stato tenuto in isolamento dal giorno delle violenze, l’accusa riguarda 12 imputati. L’udienza è stata fissata dal gip Pasquale D’Angelo nell’aula bunker dello stesso carcere.
Qui i nomi di 100 indagati:
- Pasquale Colucci 1968
- Gaetano Manganelli 1976
- Anna Rita Costanzo 1977
- Salvatore Mezzarano 1981
- Alessandro Biondi 1965
- Raffaele Piccolo 1964
- Giuseppe Crocco 1969
- Angelo Bruno 1966
- Gennaro Loffreda 1968
- Pasquale De Filippo 1971
- Gabriele Pancaro 1967
- Giacomo Galluccio 1976
- Francesco Merola 1966
- Michele Vinciguerra 1964
- Fabio Ascione 1974
- Paolo Buro 1969
- Oreste Salerno 1967
- Felice Savastano 1967
- Gennaro Quisillo 1966
- Vincenzo Lombardi 1989
- Flavio Fattore 1970
- Angelo Ricciardi 1967
- Tommaso Calmo 1962
- Francesco Vitale 1972
- Rosario Merola 1971
- Raffaele Piccolo 1973
- Antonio De Domenico 1965
- Angelo Iadicicco 1974
- Arturo Rubino 1968
- Roberta Maietta 1980
- Salvatore Parisi 1971
- Giuseppe Conforti 1961
- Massimo Oliva 1970
- Nicola Falluto 1984
- Michele Piscitelli 1970
- Domenico Pascariello 1990
- Silvio Leonardi 1995
- Gianni Greco 1964
- Stanislao Fusco 1969
- Salvatore Cecere 1962
- Angelo Racioppoli 1965
- Eduardo Gammella 1962
- Carmine Antonio Zampella 1976
- Bruno Acaluso 1969
- Gennaro Ottaviano 1972
- Nicola Macallè 1964
- Giovanni Corrado 1976
- Domenico Garofalo 1972
- Gennaro Saiano 1973
- Biagio Braccio 1965
- Michele Sanges 1964
- Tiziana Perillo 1975
- Nunzia Di Donato 1974
- Maurizio Soma 1961
- Pasquale Rullo 1962
- Giuseppe Di Monaco 1964
- Marcello Pezzullo 1966
- Giuseppe Rossi 1963
- Claudio Di Siero 1964
- Mario Rigido 1968
- Attilio Della Ratta 1965
- Nicola Nuzzo 1972
- Domenico Mastroianni 1968
- Eugenio Calcagno 1971
- Giuseppe Gaudiano 1969
- Alessio De Simone 1971
- Vittorio Vinciguerra 1973
- Alfredo Iannotta 1970
- Guido Esposito 1977
- Giovanni Guardiano 1995
- Crescenzo Carputo 1969
- Luigi Di Caprio 1963
- Giuseppe Acquaro 1964
- Giuseppe Frattolillo 1991
- Giuseppe Bortone 1972
- Pasquale Merola 1974
- Lazzaro Varone 1966
- Salvatore Di Stasio 1972
- Massimo Ciccone 1962
- Giovanni Di Benedetto 1968
- Sandro Parente 1970
- Nicola Picone 1969
- Luigi Reccia 1967
- Pasquale Cernicchiaro 1963
- Clemente Mauro Candiello
- Andrea Pascarella 1987
- Giuliano Zullo
- Mario D’Ovidio 1965
- Giulio Pisano 1964
- Marcello Iovino 1964
- Pasquale Iannotta
- Vincenzo Abbate 1968
- Bruno Acamapora 1964
- Enrico Abategiovanni 1969
- Francesco Mirra 1967
- Salvatore Monteforte 1974
- Antonio Italiano 1970
- Antonio Saldamarco 1975
- Stefano Campagnano 1966
- Salvatore Pellegrino 1969
Ancora sull’operazione “Sibilla”, ovverossia su come ti perseguito l’anarchico per la diffusione di un giornale anticapitalista e scritte in solidarietà ai detenuti
Operazione “Sibilla”, ennesimo teorema accusatorio contro gli anarchici
Anarchici arrestati accusati di scrivere su un giornale chiamato “Vetriolo”. Le Procure di Perugia e Milano ritengono che il giornale sia clandestino, ma è ben reperibile in rete. E’ interessante apprendere che, nell’ambito di questa inchiesta, in Umbria è stato arrestato il 34enne Michele Fabiani. Da chi? Dalla pm Manuela Comodi. La stessa che nel 2007 aveva arrestato sempre Fabiani ed altri ragazzi, con l’accusa di associazione terroristica. Un teorema che poi è crollato.
L’inchiesta si basa su 5 anni di indagini relative alla pubblicazione del giornale anarchico Vetriolo, aperiodico che ha sempre criticato, senza mezzi termini, lo Stato e il Sistema Capitalista, con analisi puntuali e ha dato voce ai prigionieri anarchici, pubblicando i loro scritti.
L’accusa iniziale di associazione eversiva è stata ridimensionata nell’ordinanza del G.I.P. nell’ipotesi di istigazione a delinquere aggravata. Le condotte contestate oltre alla redazione del giornale “Il Vetriolo” anche per la realizzazione di scritte sui muri, in entrambi i casi apertamente contrarie alle istituzioni e al potere economico. Fra le frasi incriminate anche quelle di solidarietà con i detenuti durante l’inizio della pandemia. Insomma ancora una volta si tenta di punire le idee, di imprigionare le menti.
Da osservatorio repressione
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Anarchici: articoli e scritte possono davvero sovvertire l’ordinamento democratico?
Il corpo del reato è un giornale anarchico dal nome “Vetriolo”, considerato “clandestino” dagli inquirenti, anche se era reperibile su internet e quindi acquistabile da tutti al costo di due euro. Una rivista che conterrebbe, secondo l’inchiesta coordinata dalla procura di Milano e di Perugia, scritti considerati di grave istigazione al terrorismo e all’eversione dell’ordine democratico.
Capi d’accusa gravi che hanno riguardato anche il 34enne spoletino Michele Fabiani. È stato tratto in arresto e sono stati disposti i domiciliari. Sì, perché è finito sotto la lente di ingrandimento dei carabinieri dei Ros il “Circolaccio Anarchico”. Parliamo di un piccolo locale dove si riuniscono i ragazzi anarchici, tra i quali appunto Fabiani. Una sede non “clandestina”, perché fortunatamente siamo in democrazia ed essere anarchici non è, o non dovrebbe, essere reato. Michele Fabiani avrebbe, quindi, istigato al terrorismo all’eversione dell’ordine democratico. Come? Per i suoi articoli sulla rivista “Vetriolo” e le scritte apparse sui muri di Spoleto.
I Ros, su mandato della procura di Perugia, hanno perquisito anche la casa di Michele Fabiani. Tra i vari materiali acquisiti, come denuncia il padre al giornale La Nazione, anche la sua tesi su Hegel. Ha ripreso a studiare e sta per laurearsi in filosofia all’università di ” Roma 3”. Materiale, probabilmente, considerato scottante per la procura. “Non stiamo parlando di semplici parole – ha voluto precisare il procuratore della Repubblica di Perugia, Raffaele Cantone -, nessuno vuole censurare il diritto di libertà di esprimersi di chiunque. Quando però questo diritto di libertà diventa uno strumento attraverso il quale soprattutto i più giovani vengono in qualche modo coinvolti in attività illecite, ovviamente siamo fuori dal diritto di libertà di parola”. Ma nel contempo, durante la conferenza stampa, ha anche aggiunto: “Agli indagati vengono contestate istigazione molto gravi, all’esito delle quali ci sono stati episodi violenti. Non abbiamo la prova che siano ascrivibili a loro, ma sappiamo che all’interno del mondo anarchico vengono raccolte”. Quindi, per stessa ammissione del procuratore Cantone, non hanno prove che le idee anarchiche pubblicamente professate tramite una rivista, non sono poi state tradotte, dagli autori stessi, in atti violenti. Non è poco. Per ora, di fatto, hanno tratto agli arresti domiciliari un ragazzo per il solo fatto di aver professato idee “sovversive” e dato un contributo alla stampa anarchica.
Non è la prima volta che Fabiani e altri ragazzi anarchici spoletini finiscono in un vortice giudiziario, poi finito nel nulla. A condurre l’operazione è la stessa procuratrice di ora. La pm Manuela Comodi, nel 2007, aveva accusato Michele Fabiani e Andrea Di Nucci di aver spedito una lettera di minacce, contenente due proiettili, all’ex presidente della Regione Umbria, Maria Rita Lorenzetti. Agli altri invece a vario titolo, venivano contestati anche alcuni danneggiamenti in alcuni cantieri. A tutti veniva contestato l’articolo 270 bis, ovvero, i ragazzi erano accusati di aver costituito un’associazione terroristica di matrice anarco insurrezionalista la cui sigla sarebbe stata Coop – Fai (Contro ogni ordine politico- Federazione anarchica informale). Al processo d’appello, il teorema giudiziario è stato quasi del tutto smantellato.
Per tutti e cinque i ragazzi era decaduta l’accusa di terrorismo. L’inchiesta giudiziaria, dal nome epico “Operazione Brushwood”, era stata condotta dal generale Giampaolo Ganzer dei Ros, sotto la guida della pm Comodi. Tutto finito nel nulla. Non c’erano armi, né un piano eversivo. Del Coop- Fai neanche traccia. I cinque ragazzi non erano più considerati terroristi ma due di loro, tra i quali Fabiani, erano comunque stati giudicati colpevoli di danneggiamenti a una ruspa e imbrattamento dei muri di un cantiere. Tutto qui. Lo Stato ha speso risorse e mezzi per una scritta sui muri. Da ricordare che quelle azioni anarchiche erano finalizzate per evitare la costruzione di un ecomostro (l’edificio è stato descritto così da due diverse commissioni parlamentari) all’interno delle antiche mura di Spoleto.
La storia, forse, si sta ripetendo. C’è il rischio, si spera infondato, di creare la percezione che professare idee anarchiche, quindi tesi per il superamento dello Stato, sia reato. Di fatto, l’anarchico è dichiaratamente anti- sistema, non lascia e non accetta spazi per alcun tipo di delega. Non apprezzerà mai, pensiamo a Michele Fabiani stesso, questo articolo di giornale perché è parte della “stampa borghese”. L’anarchico è impermeabile a qualsiasi dialogo o apertura con le istituzioni. È portatore di un’idea di superamento dello Stato che è da considerarsi eversiva di per sé; dunque perseguibile a prescindere.
Per questo motivo se a imbrattare le mura o danneggiare una ruspa lo fa un anarchico, quell’azione ha in sé la caratterizzazione eversiva. Quando l’anarchico agisce in gruppo, questo gruppo non potrà che essere un’associazione con finalità eversiva dell’ordine democratico. Se lo fa qualsiasi altro gruppo, difficilmente gli viene addebitato un capo d’accusa così grave.
Detto questo, ritorniamo alla rivista incriminata “Vetriolo”. Si apprende direttamente dalla promozione fatta su internet dagli autori stessi, che in quel giornale sono pubblicate analisi e provocazioni, suggestioni e approfondimenti. Sicuramente ci sono testi durissimi contro le forze dell’ordine che si devono stigmatizzare. Ma i linguaggi violenti posso essere tradotti come istigazione al terrorismo e, addirittura, all’eversione dell’ordine democratico? Per tentare una plausibile risposta, ci viene in aiuto la sentenza della Cassazione numero 25452 del 2017: “L’anticipazione della repressione penale finirebbe per sanzionare la semplice adesione a un’astratta ideologia che, pur aberrante per l’esaltazione della indiscriminata violenza e per la diffusione del terrore, non è accompagnata dalla possibilità di attuazione del programma; si finirebbe così per reprimere idee, piuttosto che fatti”.
Damiano Aliprandi – da il dubbio
Migliaia in corteo a Napoli in solidarietà al movimento dei disoccupati e contro la repressione
Migliaia di persone hanno manifestato ieri pomeriggio a Napoli, sfidando il provvedimento ministeriale che vieta lo svolgimento di cortei nei centri storici delle città durante i fine settimana. Il corteo, partito da piazza Garibaldi intorno alle tre del pomeriggio, ha percorso il Rettifilo, via Medina, via Acton ed è giunto fino a piazza Plebiscito, dove i manifestanti sono rimasti in presidio per circa un’ora.
Proprio in considerazione del recente divieto di svolgere manifestazioni il sabato e la domenica al centro città, la piazza napoletana ha assunto una doppia valenza. Era stata convocata infatti mesi fa dai disoccupati organizzati “7 Novembre” in risposta al crescente livello di repressione di cui è stato oggetto il movimento, e in particolar modo in segno di protesta per le indagini a carico di alcuni suoi esponenti con la pesante accusa di associazione a delinquere. Nel frattempo è arrivata, all’inizio di questa settimana, la direttiva-divieto della ministra Lamorgese, ultimo atto di strumentalizzazione politica dell’emergenza sanitaria, un tema diventato centrale nella piattaforma elaborata dagli organizzatori del corteo napoletano.
Anche alla luce delle difficili condizioni di agibilità politica nel corso di questa infinta emergenza per chi lotta sui territori, per gli operai, gli studenti, i lavoratori, i movimenti per la casa, la manifestazione si era trasformata nel giro di qualche mese dalla sua indizione in una manifestazione nazionale. Tante sono state infatti le adesioni di movimenti, sindacati di base e gruppi organizzati provenienti da tutto il paese, e tante persone si sono radunate a Napoli per mostrare solidarietà ai 7 Novembre, una solidarietà che si è poi tramutata, simbolicamente, in una presa di posizione rispetto all’ennesima limitazione della libertà di stare in piazza.
Il corteo si è svolto in maniera determinata ma tranquilla, senza interferenze da parte delle forze dell’ordine che l’hanno preceduto e seguito a una distanza di sicurezza. Ad aprire il lungo serpentone alcuni disoccupati hanno mostrato i volti di Draghi, Landini e Bonomi, accompagnati da dei cartelli con scritto: “L’associazione a delinquere sono loro”. Dietro, a seguire, lo spezzone dei 7 Novembre, e poi via via tutti gli altri partecipanti. Al microfono si sono alternati interventi di narrazione delle numerose lotte, da quelle dei facchini della logistica a quella dei No Tav, e altri di solidarietà ai disoccupati napoletani. Arrivati in piazza Plebiscito, il presidio è rimasto attivo a lungo, tra cori, fumogeni e altri interventi, davanti a un folto cordone di polizia schierato a protezione della prefettura.
Egitto: Salvare Ramy Shaat, nelle mani di al Sisi come Patrick Zaki
Da Osservatorio repressione
L’attivista di origine palestinese è in carcere da due anni e mezzo. La storia di Ramy Shaath ricorda in modo inquietante quella di Patrick Zaki, lo studente egiziano all’università di Bologna imprigionato in un carcere del Cairo dal febbraio del 2020 per “eversione”, “minaccia alla sicurezza nazionale” e “fiancheggiamento del terrorismo”.
di Daniele Zaccaria
Attivista di origine palestinese, Ramy Shaat da oltre due anni e mezzo è detenuto nella prigione di Tora, pochi chilometri a sud della capitale, con le stesse, vaghe accuse, del povero Zacki.
La sua unica fortuna è di essere sposato con una cittadina francese, Céline Lebrun- Shaath, che da venti mesi si sta battendo come una leonessa per la sua liberazione, portando il caso sulla ribalta mediatica e interrogando senza sosta il mondo politico transalpino. Una petizione per la rimessa in libertà di Shaat è stata ufficialmente firmata da circa duecento deputati dell’Assemblea nazionale, ma senza alcun esito concreto.
Eppure i rapporti tra Parigi e il Cairo sono eccellenti e il presidente Macron dispone di tutte le armi diplomatiche per esercitare pressione sul presidente al Sisi. “In questi due anni e mezzo ci sono stati incontri bilaterali, vertici, telefonate, ma mio marito rimane in prigione anche se non ha fatto nulla di male. Non dubito della buona fede delle nostre autorità, di sicuro metto in discussione la loro efficacia”, spiega la donna al quotidiano Le Monde. Anche se non ha mai accusato l’Eliseo, molti attivisti che oltre le Alpi si stanno occupando del caso denunciano da tempo la totale accondiscendenza della Francia nei confronti dell’Egitto sulla questione dei diritti umani, sacrificati sull’altare dei mutui interessi economici. Gli accordi commerciali tra le due nazioni sembrano così più importanti del destino di Ramy Shaat. La prossima finestra utile sarà l’11 novembre, con la visita ufficiale di al Sisi a Parigi, dove incontrerà Macron. Lo scorso anno il presidente francese aveva evocato timidamente il caso nel corso di un viaggio al Cairo, senza però ricevere alcuna risposta concreta.
In compenso ha regalato ad al Sisi la prestigiosa Legion d’onore, suscitando l’indignazione di chi da quasi 30 mesi si batte per la liberazione dell’attivista.
Shaat è stato arrestato nel 2019 mentre partecipava a una manifestazione contro il regime del generale al- Sisi. Nessuno scontro con la polizia, nessuna tensione di piazza, la sua unica colpa era il dissenso. Figlio di Nabil Shaat, uno storico dirigente dell’Anp ex negoziatore e consigliere di Abu Mazen, Shaat partecipò nel 2011 al movimento delle primavere arabe che portò alla caduta di Hosni Mubarak, finendo dopo il golpe del 2015, nel mirino della giunta militare, decisa a sbarazzarsi di qualsiasi embrionale movimento di opposizione. Pressioni su al Sisi sono arrivate anche da Ramallah da parte della dirigenza dell’Anp, ma anche in questo caso si sono rivelate inutili. L’uomo resta dietro le sbarre.
Anche perché la macchina della repressione politica funziona a ritmi spasmodici e non guarda in faccia nessuno. Se i Fratelli Musulmani sono stati messi fuori legge e i loro militanti arrestati in massa, ci sono migliaia di attivisti “laici” finiti individualmente nelle maglie della terrificante giustizia egiziana. La gran parte di loro è composta da “invisibili”, persone di cui nessuno conosce l’identità e la sorte, sepolte nelle cupe prigioni egiziane, piene zeppe di prigionieri politici.
“Ramy non ha ricevuto nessun capo formale di imputazione, non c’è stata nessuna inchiesta giudiziaria nei suoi confronti. Il regime egiziano utilizza infatti la carcerazione preventiva come strumento per mettere a tacere qualsiasi voce critica, sbattendo in prigione dei cittadini senza processo e solo per le loro opinioni politiche”, continua la moglie di Shaat, che venne espulsa dall’Egitto pochi giorni dopo l’arresto del marito. Da allora ha avuto diritto solo a delle brevi visite in prigione, ma le è vietato di soggiornare al Cairo per più di 24 ore.
da il dubbio