Senegal. Morti e feriti nelle proteste, la deriva autoritaria di Macky Sall

SENEGAL – Morti e feriti nelle proteste, la deriva autoritaria di Macky Sall

Domenica a Genova centinaia di senegalesi sono scesi in piazza per protestare contro la violenta repressione del governo del Senegal contro l’opposizione. La situazione nel paese, dopo l’arresto del leader dell’opposizione Ousmane Sonko, continua ad essere esplosiva. Pubblichiamo qui di seguito un interessante articolo di Valeria Cagnazzo da Pagine Esteri che ricostruisce bene la situazione in Senegal.

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Senegal. Morti e feriti nelle proteste, la deriva autoritaria di Macky Sall

di Valeria Cagnazzo

E’ solo apparente la calma che regna nelle ultime ore in Senegal, a una settimana dagli scontri che hanno infiammato le strade di Dakar e delle più importanti città del Paese provocando morti, almeno 390 feriti e decine di arresti.

Secondo le fonti ufficiali del governo, le vittime delle rivolte di inizio giugno sarebbero 16, almeno 19 secondo l’opposizione, e Amnesty International parla addirittura di 23 persone uccise.

Adesso che i roghi di pneumatici sono spenti e la rabbia dei più giovani è momentaneamente arginata, è

tempo di fare i conti con il sangue versato in questi giorni in una violenza senza precedenti per un Paese baluardo di stabilità nel continente e dalla lunga tradizione democratica. Basterebbe poco, d’altronde, come una dichiarazione del Presidente Macky Sall, per far esplodere di nuovo gli scontri.

Le proteste erano scoppiate l’1 giugno scorso, quando il tribunale di Dakar aveva emesso la sua condanna nei confronti di Ousmane Sonko, leader del partito Pastef (Patrioti africani del Senegal per il lavoro, l’etica e la fratellanza) particolarmente amato dai più giovani e fermo oppositore del Presidente in carica, Macky Sall.

La sentenza, due anni di carcere per il politico quarantottenne con l’accusa di aver “favorito la corruzione giovanile”, è arrivata a due anni di distanza dalla prima imputazione del leader dell’opposizione.

Nel marzo 2021, infatti, Sonko, che oltre a guidare il suo partito è anche sindaco della cittadina di Ziguinchor, era stato denunciato per stupro da una dipendente del centro massaggi “Sweet Beauté” che frequentava abitualmente per lombalgia cronica. L’1 giugno, l’accusa di stupro, che gli sarebbe valsa 5 anni di carcere, è di fatto caduta, ma l’ha sostituita una condanna per “corruzione di individui di età inferiore ai 21 anni”.

Il verdetto ha raggiunto Sonko nella sua casa di Ziguinchor e ha generato in poche ore manifestazioni nelle piazze e proteste sempre più violente nelle strade e nelle Università, per quella che è stata definita una “condanna politica” per eliminare l’oppositore più pericoloso di Macky Sall.

Dall’inizio dei suoi problemi giudiziari, Sonko si è sempre dichiarato innocente, puntando il dito contro il Presidente Sall per aver confezionate accuse contro di lui con l’obiettivo di estrometterlo dalle prossime elezioni presidenziali, che si terranno nel febbraio 2024 e che lo vedevano tra i favoriti.

Alle elezioni del 2019, Sonko si era collocato al terzo posto, con oltre il 15% dei voti. Il leader di Partef piace soprattutto ai giovani, perché parla di giustizia sociale e di lavoro in un Paese in cui il 40% della popolazione vive sotto la soglia di povertà e sono soprattutto loro a dover emigrare.

Parla anche di onestà e di trasparenza, Sonko, accusando l’attuale leadership di corruzione e il Presidente Sall di voler trasformare una democrazia storica in un regime autoritario, soprattutto da quando ha annunciato di volersi candidare alle presidenziali correndo per il suo terzo mandato consecutivo.

Sono proprio le prossime elezioni il nodo principale delle tensioni nel Paese, in cui il malcontento, la crisi economica e la fragilità politica crescente covavano da anni.

Quando Sall ha annunciato di essere pronto a candidarsi di nuovo, Sonko e tutta l’opposizione hanno gridato al rischio di dittatura, come lo stesso Sall avrebbe d’altronde potuto prevedere. A niente è valso il tentativo del Presidente, a fine maggio, di promuovere un progetto di “dialogo nazionale”, completamente boicottato dalle opposizioni.

Salito al potere nel 2012 per un mandato di sette anni, Macky Sall era stato rieletto nel 2019, per restare in carica fino al 2024. Cinque anni per il secondo mandato e non più sette perché nel 2016 una riforma costituzionale aveva modificato la durata della carica presidenziale.

Un altro articolo nella Costituzione vieta chiaramente che un Presidente possa restare in carica per più di due mandati consecutivi. Con un artificio che non dev’essere stato apprezzato dai partiti di opposizione né dalla popolazione senegalese, Sall ha cercato di giustificare il suo desiderio di correre come Presidente per la terza volta utilizzando proprio la riforma del 2016 come espediente: la modifica della durata del mandato rispetto al suo precedente incarico avrebbe azzerato la conta dei suoi mandati a partire da quello durato di cinque anni, ovvero di quello che rispetta la Costituzione attuale.

I primi sette anni di Presidenza sarebbero con questo cavillo, secondo Sall, escludibili dalla conta dei suoi incarichi. Secondo questo ragionamento a detta di molti capzioso, se dovesse vincere le elezioni di febbraio 2024, si ritroverebbe a governare per la seconda, e non la terza volta.

Una motivazione che non deve, però, aver convinto troppo il suo Paese. La condanna al carcere di Sonko ha lanciato nelle strade giovani manifestanti che non chiedevano soltanto l’immediato rilascio del loro leader, ma accusavano anche l’attuale Presidente di voler instaurare un regime dittatoriale e di minacciare con la sua sete di potere la democrazia senegalese.

Le rivolte non hanno riguardato solo il Senegal, ma anche i giovani della diaspora: i consolati di Milano, di New York, di Bordeaux sono stati presi d’assalto dai manifestanti anti-Sall, tanto che Dakar ha dovuto momentaneamente chiudere le sue ambasciate nel mondo per evitare ulteriori violenze.

In Senegal, la repressione delle proteste è stata durissima. In tre giorni, gli scontri hanno provocato almeno venti morti, centinaia sono stati i manifestanti feriti o quelli condotti in carcere. I due poli si accusano a vicenda di aver usato squadroni di uomini armati vestiti in abiti civili per attaccare i manifestanti o le forze di sicurezza, a seconda della provenienza dell’accusa.

Alcuni testimoni hanno raccontato di uomini armati di pistole o coltelli che a decine uscivano dai pick up per compiere attacchi mirati di manifestanti. Nei giorni delle proteste, nel Paese è stato sospeso l’accesso a Facebook, Whatsapp e Twitter: per motivi di sicurezza, secondo quanto dichiarato dal governo, per impedire che i social media venissero utilizzati per incitamento alla violenza.

Solo mercoledì 7 giugno, il Presidente Sall si è pubblicamente pronunciato sulle violenze che avevano investito il suo Paese, condannandole come un “tentativo di seminare il terrore e paralizzare il Paese”, e ha invitato l’opposizione a lavorare insieme per “mantenere il rispetto della legge e il desiderio condiviso di vivere in pace, stabilità e solidarietà”.

Non ha fatto, però, nessun riferimento alle prossime elezioni. Eppure “Basterebbe che un uomo dicesse: rinuncio al terzo mandato, che disonorerebbe la mia parola, il mio Paese e la sua costituzione, perché la collera che si esprime nelle strade si attenuasse. Quest’uomo, è il presidente della Repubblica.”

E’ quanto hanno scritto in questi giorni tre eminenti intellettuali del Paese, Boubacar Boris Diop, Felwine Sarr e Mohamed Mbougar Sarr, in una lettera aperta di denuncia della “deriva autoritaria del Presidente, l’anacronistica limitazione di libertà acquisite e il crescente clima di repressione in cui versa il Paese”. E’ Macky Sall, secondo gli scrittori, il responsabile del sangue versato in Senegal e la più grave minaccia per la sua democrazia.

In realtà siamo tutti, da mesi, testimoni della hubris di un potere che imprigiona o manda in esilio gli opponenti più minacciosi”, si legge nel manifesto, “reprime le libertà (soprattutto quella di stampa) e tira su la sua fazione con una rivoltante impunità. Siamo anche testimoni degli errori di uno Stato desideroso di restare forte a tutti i costi – e il costo è quello del sangue, della dissimulazione, della menzogna – dimenticando che uno Stato forte è uno Stato giusto, e che l’ordine si mantiene con l’equità”.

Già altri oppositori prima di Sonko erano stati, infatti, arrestati e allontanati dalla scena pubblica, e tra maggio e giugno il clima si è fatto ancora più pesante. Aliou Sané, leader di Y’en a Marre, un gruppo di rapper e giornalisti senegalesi, è stato arrestato il 29 maggio mentre si recava a fare visita a Ousmane Sonko, a cui era stato impedito di lasciare la sua casa per evitare tensioni, con l’accusa di aver partecipato a manifestazioni non autorizzate e di disturbo della quiete pubblica.

Due giorni dopo, Bentaleb Sow prima e Moustapha Diop dopo, membri del gruppo di opposizione FRAPP, sono stati arrestati.

Noi ci teniamo a mettere in allerta sull’uso eccessivo della forza nella repressione della rivolta popolare in corso”, scrivono nel manifesto i tre intellettuali, che puntano il dito contro “la frenesia accumulatrice di una casta che si arricchisce illegalmente, coltiva un egoismo indecente e, quando la si interpella o gliene si chiede conto, risponde con il disprezzo, la forza, o, peggio, con l’indifferenza”, e accusano il governo di “governare con la violenza e con la forza, una cosa che il regime attuale sta metodicamente mettendo in atto da tempo. L’intimidazione delle voci dissidenti, la violenza fisica, la privazione della libertà sono state una tappa importante del saccheggio delle nostre libertà democratiche”.

I firmatari sono Mohamed Mbougar Sarr, classe 1990, premio Goncourt per “La più recondita memoria degli uomini”, Felwine Sarr (1972) accademico, musicista e scrittore, autore, tra gli altri, di “Afrotopia” (2016), saggio sulla decolonizzazione della conoscenza nel continente africano, e Boubakar Boris Diop (1946), vincitore nel 2021 del Neustadt International Prize for Literature, scrittore, autore di teatro e giornalista ex direttore del quotidiano del giornale “Le Matin”.

Anche diverse ONG per i diritti umani hanno denunciato la deriva autoritaria e la violenza della repressione di Macky Sall.

Amnesty International ha sollecitato le autorità senegalesi “ad avviare immediatamente un’indagine indipendente e trasparente sulla morte di almeno 23 persone, tra cui tre bambini, nella repressione delle proteste del 1° e del 2 giugno”. In particolare, anche per Amnesty sarà da chiarire la “presenza di uomini armati in abiti civili in appoggio alle forze di sicurezza, ampiamente documentata dalle immagini filmate”.

Il 4 giugno scorso le autorità hanno negato il coinvolgimento di forse di sicurezza governative prive di identificativo negli scontri e hanno parlato di “forze occulte” venute dall’estero per infiltrarsi tra i manifestanti, ma le accuse da parte di Amnesty e Human Rights Watch rimangono pesantissime.

Più che pacificata, la situazione in Senegal è solo momentaneamente congelata. Sonko non è ancora in carcere ma non può lasciare il suo domicilio, i suoi collaboratori lo dichiarano “rapito dallo Stato” e i suoi sostenitori aspettano che venga scagionato. Il Paese vigila e sembra pronto a ribellarsi ancora, se necessario.

Dopo la “tempesta”, come hanno definito le proteste i tre scrittori, il primo passo verso una pace sociale sarebbe probabilmente la rinuncia da parte di Macky Sall alle prossime presidenziali. A seguire, si dovrà fare i conti con il malessere profondo che il Paese covava da tempo e che le manifestazioni pro-Sonko hanno portato a galla: la crisi dello stato di diritto e la sete di una maggiore giustizia sociale, prima di tutto.