TORINO, DUE MORTI E IL PESO DELLA REPRESSIONE

Di Alfredo Facchini
Si sono tolti la vita a poche settimane di distanza l’uno dall’altro. Due giovani compagni denunciati a Torino nell’ambito delle indagini sulle manifestazioni a sostegno della Palestina.
Le loro storie non sono identiche. Le ragioni che li hanno portati a quel gesto appartengono a una sfera che nessun articolo potrà mai ricostruire fino in fondo. Ma esiste un fatto che non può essere cancellato: entrambi erano finiti dentro il dispositivo repressivo costruito attorno alle mobilitazioni pro Palestina degli ultimi mesi.
Il primo si chiamava F. Nato a Savona. Viveva a Torino da anni. Lì aveva studiato. Lì aveva costruito amicizie, relazioni, affetti. Lì aveva lottato. Nel febbraio scorso gli viene notificato il divieto di dimora nel capoluogo piemontese. Deve andarsene dalla città che considera casa. Il Tribunale del Riesame conferma la misura.
Secondo il racconto dell’avvocato Claudio Novaro, quel provvedimento lo aveva gettato nello sconforto. Gli viene spiegato che si tratta di una misura temporanea, destinata a essere rivalutata nel giro di qualche mese. Non basta. Pochi giorni dopo F. lascia un biglietto e si getta da un dirupo.
Nessuno può stabilire una catena automatica tra una misura cautelare e una morte volontaria. Sarebbe intellettualmente disonesto. Ma altrettanto disonesto sarebbe fingere che il potere esercitato dalle istituzioni sulle vite concrete delle persone non produca conseguenze. Soprattutto quando colpisce giovani militanti che vedono improvvisamente restringersi il proprio orizzonte esistenziale, le relazioni, i luoghi della quotidianità.
Poi c’è C. Anche lui denunciato per le manifestazioni a sostegno della Palestina. Anche lui morto per sua stessa mano. La sua scomparsa produce una scena che meriterebbe da sola una riflessione collettiva sullo stato della giustizia nel nostro Paese.
Alcuni compagni sottoposti all’obbligo di dimora nello stesso procedimento chiedono di partecipare al funerale. Non chiedono la revoca della misura. Non chiedono privilegi. Chiedono di salutare un amico, un compagno morto. Il funerale si svolge a Settimo Torinese, pochi chilometri più in là. Per partecipare serve l’autorizzazione del giudice. L’autorizzazione non arriva. La richiesta viene respinta perché manca un «legame parentale» e perché non esistono ragioni rilevanti, come quelle di salute.
Dentro quella formula burocratica c’è un intero modo di guardare gli esseri umani. Per la macchina giudiziaria il dolore sembra esistere soltanto se certificato da un vincolo di sangue, da un certificato medico, da una categoria prevista dal codice. L’amicizia, la condivisione politica, l’affetto, il lutto di una comunità vengono espulsi dal campo del cosiddetto rilevante.
Eppure chiunque abbia vissuto davvero sa che non sempre i legami più profondi coincidono con quelli anagrafici. La questione non riguarda soltanto quei ragazzi. Riguarda un clima, una stagione in cui il dissenso politico viene affrontato solo come un problema di ordine pubblico.
Riguarda la facilità con cui si emettono misure cautelari che incidono pesantemente sulle vite delle persone. Due giovani sono morti. Non sappiamo tutto delle loro sofferenze, e forse non lo sapremo mai. Ma proprio per questo sarebbe opportuno non archiviare tutto come una tragica coincidenza.
Restano delle domande: quanto pesa oggi – non siamo negli anni Settanta – una misura cautelare nella vita di un ragazzo di vent’anni che si batte per la causa di un popolo sottoposto a genocidio? Che cosa sta accadendo a una società che risponde al dissenso quasi esclusivamente con il linguaggio della sicurezza?
Gli studenti diventano soggetti da identificare. I picchetti diventano problemi di viabilità. Le occupazioni diventano emergenze criminali. Le manifestazioni diventano fascicoli. I movimenti diventano bersagli di misure cautelari. L’avversario politico scompare. Al suo posto compare: il soggetto pericoloso. È dentro questa trasformazione che vanno collocate le vicende di F. e C.
Non perché esista un rapporto automatico tra una misura giudiziaria e una morte volontaria, ma perché esiste un clima. Un clima in cui migliaia di giovani vengono educati a considerare normale l’irruzione del diritto penale dentro ogni forma di conflitto sociale.
Un clima in cui l’allontanamento da una città, il foglio di via, il divieto di dimora, l’obbligo di firma, le denunce, gli avvisi di garanzia, le multe salatissime vengono raccontati come semplici pratiche amministrative, prive di conseguenze umane. Così il dissenso viene progressivamente separato dalla sua dimensione politica e trattato come una patologia dell’ordine pubblico.
È la logica che attraversa i decreti sicurezza degli ultimi anni. Non si discute ciò che i movimenti dicono; si costruiscono strumenti per renderli meno rumorosi, più costosi, più rischiosi, più soli.