La Resistenza non si arresta! Ieri nuova udienza a Campobasso del processo ad Ahmad Salem

Ieri al tribunale di Campobasso si è celebrata la quarta udienza del processo contro Ahmad Salem, 24enne palestinese cresciuto nel campo profughi di Al-Baddawi, in Libano.

Da otto mesi Salem è detenuto in regime di Alta sicurezza a Rossano Calabro, uno degli istituti storicamente riservati alle persone accusate di terrorismo.

L’inchiesta nasce nel maggio 2025, quando Salem si presenta in questura a Campobasso per chiedere asilo politico. Al momento dell’identificazione il giovane dichiara di aver smarrito i documenti, ma sostiene di avere delle fotografie salvate sul suo cellulare.

La polizia visiona anche altri contenuti: immagini e video legati alla guerra in Palestina, filmati della resistenza armata e materiali sul genocidio in corso a Gaza. È da lì che prende forma l’impianto accusatorio. In queste brevi clip si vedono giovani, spesso in ciabatte, correre verso un carro armato, collocare un ordigno sotto il mezzo e fuggire tra le macerie. Al termine dell’azione il carro armato esplode. Altri video mostrano miliziani di Hamas all’interno di edifici mentre maneggiano ordigni, oppure combattenti che sparano verso soldati israeliani in mezzo alle rovine.

Secondo gli inquirenti, la presenza di quei contenuti costituirebbe un segnale di radicalizzazione e dimostrerebbe una potenziale disponibilità a compiere azioni terroristiche sul territorio nazionale. Su queste basi Salem viene arrestato e accusato di due reati. Il primo è previsto dall’articolo 270-quinquies 3 del codice penale, introdotto dal cosiddetto Decreto Sicurezza (Ddl 1660): il solo possesso di materiale ritenuto idoneo alla commissione di atti con finalità di terrorismo viene qualificato come “attività di autoaddestramento”. Una fattispecie nuova, che non punisce né l’uso, né la diffusione di questo materiale, ma solo la detenzione, e che solleva evidenti problemi di compatibilità costituzionale.

Il secondo capo d’imputazione riguarda l’articolo 414 del codice penale, istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo. La pena, in questo caso, può arrivare fino a sette anni e mezzo di reclusione.

I video indicati dalla procura come prova dell’autoaddestramento sono in realtà clip propagandistiche delle Brigate Qassam, diffuse online da anni, che mostrano azioni armate contro l’esercito israeliano: combattenti che colpiscono carri armati, maneggiano ordigni o sparano tra le macerie di Gaza. Secondo l’accusa, questi materiali avrebbero un contenuto istruttivo sulle tecniche militari e sull’uso di esplosivi. Per la difesa, invece, si tratta di documentazione informativa e propagandistica della resistenza palestinese, priva di qualsiasi funzione addestrativa.

«Anche i video in cui Salem prende posizione, e chiede una mobilitazione contro il genocidio – spiega il suo avvocato Flavio Rossi Albertini – sono assolutamente innocui. Sul piano giuridico poi sono evidenti gli errori interpretativi: anche qualora Salem avesse commesso delle azioni, per il diritto internazionale in queste azioni non si configura alcun reato. Non si tratterebbe di terrorismo ma di diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese in territori occupati. La prefettura e la Digos di Campobasso avevano indicazioni precise su come intervenire, in una dinamica simile a quella del caso Anan Yaesh: prima Israele chiede l’estradizione, poi l’Italia la nega, ma successivamente procede comunque all’arresto. Segno che l’obiettivo reale non fosse consegnarlo, ma neutralizzarlo».

In effetti, anche il procedimento contro Salem sembra inserirsi in una cornice più ampia. In Italia, come in altri paesi alleati di Israele, si assiste a un rafforzamento degli strumenti di controllo e repressione nei confronti degli attivisti che sostengono la causa palestinese. La Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo ha svolto un ruolo diretto nell’inchiesta, occupandosi anche dell’individuazione e duplicazione dei contenuti del telefono di Salem. La stessa struttura è stata protagonista, il 27 dicembre, degli arresti a GenovaFirenze e Milano contro alcuni membri dell’associazione dei palestinesi in Italia, accusati di finanziare Hamas.

Questa tendenza segnala il crescente protagonismo degli apparati di sicurezza e una progressiva estensione del perimetro penale: non più soltanto le condotte, ma le opinioni, i materiali informativi, le forme di solidarietà politica. Colpisce in modo selettivo giovani musulmani, migranti e rifugiati, assumendo tratti chiaramente razzializzati e islamofobici.

Da un articolo su Napoli Monitor

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