La Resistenza non si condanna, 16 gennaio Presidio a L’Aquila

Venerdì 16 gennaio il processo italo-israeliano alla resistenza palestinese arriverà a sentenza. In quella occasione, dalle ore 9:30, si terrà un presidio al Tribunale dell’Aquila in solidarietà con Anan Yaeesh, Ali Irar e Mansour Doghmosh, per i quali il pubblico ministero ha richiesto 28 anni in totale per non aver commesso reati contro lo Stato italiano, né azioni terroristiche verso Israele. La loro colpa è essere palestinesi, Anan, in particolare, un partigiano palestinese.

La vicenda giudiziaria di Anan è emblematica della corresponsabilità dello stato italiano nei crimini dell’entità sionista contro l’umanità e il diritto internazionale. Ha preso il via da una richiesta di estradizione da parte dello stato terrorista di Israele e ha dato il via alla repressione in Italia della solidarietà al popolo palestinese. Il rischio che ora il processo per procura israeliana ad Anan, Ali e Mansour diventi il prototipo di altri processi in Italia è concreto e immediato, perciò ne ripercorriamo in sintesi le tappe principali.

Nel pieno di un genocidio in mondovisione Anan Yaeesh, partigiano palestinese perseguitato da Israele e costretto a rifugiarsi in Europa, viene rapito dallo Stato italiano per essere consegnato al suo carnefice. Se non fosse stato per la grande visibilità e solidarietà intorno al suo caso, probabilmente sarebbe già stato assassinato: Israele non vuole testimoni.
Per ovvi motivi umanitari l’estradizione non viene concessa, ma le informative dei servizi segreti israeliani si trasformano in atti di accusa per il futuro processo per terrorismo internazionale, che si concluderà a 2 anni di detenzione cautelare per Anan, e a 6 mesi per Ali e Mansour. Tutti e tre sono accusati di propaganda e finanziamento delle brigate Tulkarem, nella Palestina occupata, il solo Anan dell’organizzazione di un ipotetico attentato in Israele, che non c’è mai stato. Ci sono state invece decine di ragazzi assassinati a Tulkarem ad opera dell’IDF, grazie al governo italiano, che ha fornito ad Israele tutti i contatti di Anan.
Sin dal suo inizio, il processo politico ai tre palestinesi ha visto la Procura dell’Aquila infischiarsene delle decisioni precedenti dell’autorità giudiziaria italiana e spalancare di nuovo la porta ai servizi segreti israeliani: i verbali delle confessioni estorte sotto tortura a 15 palestinesi di Tulkarem arrestati, deportati e processati in corte marziale da Israele in assenza di qualsiasi garanzia difensiva, vengono ammessi al dibattimento. Solo successivamente verranno esclusi per l’impossibilità di identificarne la fonte, ossia l’identità degli agenti dello Shin Bet che li avevano redatti.
Israele non vuole testimoni: la difesa ne propone 47, ne verranno ammessi solo 2, a nessuno dei quali verrà in ogni caso consentito di riferire sul contesto di violenza coloniale in Cisgiordania.
Ci sono state varie udienze, ma in queste udienze la voce della difesa, la stessa voce di Anan, è stata distorta, ostacolata, minimizzata.
Ammessa a parlare del contesto coloniale in Cisgiordania la sola Digos dell’Aquila, fino a quando non è stata esplicitamente tirata in ballo dalla Procura, e ammessa al dibattimento, la testimonianza dell’ambasciata israeliana. L’accusatore ha mostrato il suo vero volto: mentre al pubblico veniva proibito di indossare una kefiah o di mostrare una bandiera palestinese, davanti a una bandiera israeliana lo Stato occupante processava l’occupato per aver resistito all’occupazione. Chi terrorizza e uccide impunemente centinaia di migliaia di civili palestinesi, chi ha torturato Anan, era seduto sul banco dell’accusa di un tribunale italiano.
Al termine di un processo segnato da profonde anomalie e storture, ignorando completamente le testimonianze della difesa, i precedenti pronunciamenti della Corte di Cassazione e le norme di diritto internazionale, l’accusa ha chiesto 12 anni per Anan, 9 per Ali, 7 per Mansour.
Anche il ritmo del processo è stato scandito dalle esigenze dello Stato di Israele, per emettere una sentenza scontata, una condanna preordinata. Con l’annuncio della falsa tregua a sigla Trump, la tensione sociale è scesa dalle strade ed è salita intorno a questo processo in termini securitari, alimentata dai media mainstream, che mentre nascondono il genocidio, gli stupri, le torture, la repressione in Palestina, innalzano al ruolo di vittime eccellenti un PM e un giudice dell’Aquila ai quali è stata assegnata la scorta. Il genocidio continua ma di Palestina non si parla più, se non per demonizzarla e costruire il mostro palestinese da sbattere in galera e in prima pagina, criminalizzare la solidarietà additandola come terrorista, reprimerla con il carcere e la violenza poliziesca.

Intanto all’ombra della “pace trumpiana” il genocidio continua per fame, freddo e malattie. Alle 37 più importanti organizzazioni umanitarie viene impedito di intervenire a Gaza e in Cisgiordania, mentre in Italia le associazioni benefiche di solidarietà con il popolo palestinese vengono chiuse e i loro rappresentanti arrestati.
Il governo terrorista Netanyahu, il governo fascista Meloni e quello nazista di Trump vogliono completare senza testimoni la pulizia etnica del popolo palestinese per realizzare il sogno di una Grande Israele che garantisca all’imperialismo occidentale il completo controllo politico e militare sull’Asia occidentale, facendo carta straccia del diritto internazionale e rendendo possibile l’aggressione imperialista di Stati sovrani.

É in questo scenario di guerra, interna ed esterna, determinata dalle contraddizioni del sistema capitalistico, che verrà pronunciata la sentenza di primo grado.

Contro questo sistema, che usa la giustizia come arma di guerra per reprimere la legittima resistenza di un popolo oppresso rispondiamo con la solidarietà internazionalista. Ancora una volta tutte e tutti a L’Aquila il 16 gennaio!

LIBERTÀ PER ANAN, ALI, MANSOUR!
LIBERTÀ PER TUTTE E TUTTI I PRIGIONIERI PALESTINESI!
LA RESISTENZA NON SI CONDANNA!
LA SOLIDARIETÀ NON SI ARRESTA!
LA PALESTINA NON SI PROCESSA!

Soccorso rosso proletario AQ

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