Dopo un processo protrattosi per quasi un anno, il 16 gennaio è stata emessa la sentenza di condanna per il partigiano palestinese Anan Yaeesh: 5 anni e 6 mesi, assolti Ali Irar e Mansour Dogmosh per non aver commesso il fatto.
Ma quale fatto? Lo ha ammesso lo stesso Anan, più volte nel corso di questo processo farsa: “Sono nato in Palestina e questa non è stata una mia scelta. Resistere, invece, è stata la scelta migliore della mia vita”.
È questa scelta che la giustizia italiana vuole punire. L’equiparazione della resistenza al terrorismo, con questa sentenza, parla chiaro: chiunque dissenta e lotti contro un sistema di oppressione e morte è terrorista. Oggi tocca ai palestinesi e ai solidali con la Palestina, domani toccherà a tutti.
La recente criminalizzazione del movimento sceso in piazza contro guerra e genocidio sta a dimostrarlo, e l’imminente approvazione dell’ennesimo pacchetto sicurezza, così come del DDL che equipara anti-sionismo e anti-semitismo mostrano chiaramente che si va verso una dittatura aperta e che bisogna attrezzarsi per combatterla, demolendo innanzitutto qualsiasi illusione sulla democrazia borghese ed allargando a livello di massa la solidarietà.
Questa sentenza, di per sé, rappresenta un precedente politico e giudiziario gravissimo, che ribadisce l’allineamento dello Stato italiano alle politiche dello Stato sionista di Israele e alla sua macchina repressiva.
Quando saranno pubblicate le motivazioni potremo fare un’analisi più approfondita, ma possiamo/dobbiamo sin da ora leggere la sentenza nel quadro più generale di questa fase, caratterizzata da una crisi profonda del sistema imperialista mondiale, che spinge verso una terza guerra mondiale, e dalla necessità degli Stati imperialisti di fare carta straccia del diritto umanitario internazionale.
In questa fase il modello da replicare per la classe dominante è quello israeliano, applicato in più di 77 anni di oppressione coloniale non solo nel campo del diritto e militare, ma in tutto: nella propaganda, nell’educazione, nella militarizzazione dell’intera società.
È ben evidente nello sviluppo dell’offensiva repressiva di Stato che vediamo nel nostro paese: dai processi contro Anan, contro Tarek, incriminato per i fatti del 5 ottobre 2024, contro Ahmad, il richiedente asilo incastrato per un video di “auto-addestramento” pubblicato da tutte le televisioni, si è estesa alla montatura contro Hannuoun, Dawoud e gli altri sotto processo a Genova, alla criminalizzazione e sgombero dell’Askatasuna con arresto addirittura di minorenni a Torino, fino alle migliaia di multe che stanno raggiungendo in tutta Italia i compagni protagonisti dei blocchi di settembre e ottobre scorsi e, da ultimo, alle norme fascistissime dell’ultimo pacchetto sicurezza.
Perciò la campagna per liberare e sostenere Anan e tutti i palestinesi prigionieri in Italia deve continuare anche più forte di prima, a livello nazionale e anche internazionale, così come è necessario connettersi e organizzarsi il più ampiamente possibile per sostenere Askatasuna, revocare le multe, sfidare i divieti e limiti imposti dal nuovo pacchetto sicurezza.
Occorre avere la consapevolezza che per fermare la marcia del governo Meloni verso la “isrealizzazione” della giustizia e l’edificazione di un nuovo regime occorre elevare la lotta e ampliare la mobilitazione in unico grande movimento, che recuperi la dimensione di massa raggiunta lo scorso ottobre e sfidi sul campo il governo e i suoi provvedimenti, fino alla sua caduta.
La Resistenza non è terrorismo e non si arresta!
La Solidarietà non si reprime
Libertà per Anan, Libertà per tutti e tutte
Soccorso Rosso Proletario